Festa nazionale

La storia mal scritta di una terra come la Sardegna fa sì che a pochi giorni di distanza si celebrino sul suo suolo due diverse feste della liberazione. La prima, quella dello stato cui l’Isola appartiene politicamente, è la ben nota Festa della Liberazione dal nazi-fascismo; la seconda è una festa nazionale tutta sarda: la rievocazione della cacciata dei piemontesi.

Sono due ricorrenza diverse, per tradizione, referenti storici e significati. Ma non si disturbano l’una con l’altra.

Quando il 28 aprile del 1794 i sardi cacciarono via i funzionari del governo piemontese e il loro seguito (cinquecento e rotti individui) non fecero che dare sfogo a rimostranze e malumori che da tempo covavano sotto la cenere. Il piglio autoritario, esplcitamente razzista, e la natura stessa delle misure adottate in settanta e passa anni dai piemontesi nell’Isola avevano esasperato tutte le classi sociali. Su poche cose i sardi (allora quanto e più di oggi discordi tra loro) concordavano come sulla considerazione che l’avvento di casa Savoia sul trono del regno di Sardegna fosse stata una iattura.

Le ricostruzioni storiche volte a ridimensionare la rivolta anti-piemontese e a circoscriverne significati e portata, furono e sono da sempre interessate e/o tendenziose. A cominciare dal Manno (grande storico, si è sempre detto, ma anche sommo funzionario sabaudo, animato da sentimenti non sempre limpdi verso la propria terra di origine), la storiografia ufficiale ha sempre cercato di dipingere i moti dell’aprile 1794 come una sorta di jaquèrie cittadina della plebaglia ignorante e prezzolata, senza rapporti con la sensibilità popolare diffusa e avvenuta a dispetto della classe dirigente più seria e responsabile. I documenti disponibili e gli sviuppi successivi non sembrano giustificare tale riduttiva interpretazione.

I fatti del 28 aprile 1794 furono un momento di resipiscenza collettiva dei sardi. Un attimo di lucida assunzione di responsabilità. Per mesi, cosa inaudita da parecchi secoli a quella parte, la classe dominante sarda dovette gestire direttamente il governo dell’Isola. Le divisioni e i tradimenti che sancirono il fallimento della stagione rivoluzionaria sarda non devono fare velo sull’importanza di quel momento storico.

Piuttosto, sarebbe auspicabile una riflessione sul perché ogni qual volta i sardi si trovino davanti alla possibilità concreta di acquisire l’autodeterminazione politica, in un modo o nell’altro si tirino indietro. Oltre ai fatti del triennio rivoluzionario (1794-6), bisognerebbe almeno fare cenno agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, quando il movimento dei reduci, confluito nel Partito Sardo d’Azione, si trovò all’avanguardia di un potenziale moto di indipendenza nazionale. Persino nel parlamento italiano, narrano le cronache, c’era chi accomunava la situazione sarda a quella dell’Irlanda, che tra 1921 e 1922 aveva ottenuto il primo storico riconoscimento di sovranità da parte dell’Impero britannico. Eppure, gli stessi leader del movimento sardista, e Lussu in particolare, rifiutarono categoricamente qualsiasi ipotesi indipendentista. Le ragioni potevano essere diverse e alcune, in quel contesto, anche giustificate. Certo è che l’occasione di coronare con un’azione politica decisiva le premesse poste col sacrificio di tanti sardi nelle trincee e le speranze di gran parte della popolazione venne lasciata cadere.

Anche nel 1794 e dopo, nel 1796, benché ci fossero le premesse per una svolta storica decisiva, gli interessi di parte, lo scarsissimo coraggio politico e le divisioni ebbero la meglio. La deriva di decadenza che condusse la Sardegna a diventare una “regione” marginale e negletta del nascente stato italiano comincia da lì.

Festeggiamo allora il 28 aprile, e a buon diritto. Ma ricordiamoci anche delle speranze disattese e degli altri 28 aprile reali o possibili che i sardi, per un sortilegio che ci condanna a essere i peggiori nemici di noi stessi, si sono lasciati sfuggire.