G.M. Angioy e la scommessa persa

Duecento anni fa (22 febbraio 1808) moriva a Parigi, in esilio, solo e in miseria, G.M. Angioy.

Di famiglia benestante, istruito, attento agli sviluppi della modernità, giurista e imprenditore, uomo pubblico, capo-popolo: la sua descrizione è un giustapporsi di qualifiche ed aggettivi che ne disegnano un ritratto composito.
Ma G.M. Angioy è soprattutto il simbolo della grande rivoluzione fallita, di ciò che per un momento la Sardegna avrebbe potuto e non seppe essere. Pur trovandosi nella condizione ideale per mediare tra la Sardegna profonda e le pulsioni più progressive del mondo contemporaneo, G.M. Angioy non riuscì nell’impresa. Prima ancora che dalle armi piemontesi e dal tradimento della classe dominante sarda, la sua sconfitta è da ascrivere all’azzardo con cui egli condusse la sua azione. Puntando tutto sulla sollevazione popolare, non poté appellarsi a nessuna forza in campo, quando il popolo non lo seguì. Forse un’analisi troppo intellettualista della situazione o la sottovalutazione del particolarismo endemico tra i sardi gli fecero commettere l’errore di valutazione finale. Il fallimento dunque fu proporzionale all’ambizione.

Tuttavia, di lui e della sua vita rimane un’eredità importante. Non solo per la constatazione, di ordine generale, che la Sardegna seppe esprimere, in un momento storico decisivo, personalità di calibro internazionale, all’altezza delle maggiori figure europee del periodo; ma soprattutto perché la stessa azione politica di G.M. Angioy chiama in causa ancora oggi, o forse oggi più che mai, la classe dirigente sarda. Quanti, tra i sardi che nell’ultimo secolo e mezzo hanno occupato ruoli e cariche di rilievo in Sardegna o come rappresentanti della Sardegna a livello statale, possono vantarsi di aver perseguito un interesse diverso o comunque più grande di quello personale e immediato? Qualsiasi obiezione possa muoversi (col senno di poi, per giunta) alle scelte di G.M. Angioy, in ogni caso non potrà mettere in discussione la grandezza della sua visione intellettuale e politica, confermata dalla coerenza e dalla dignità con cui seppe affrontare la disfatta e assumersene la responsabilità.