Negazionismo climatico, speculazioni e colonialismo in Sardegna

"Nuvola di fumo nero dalle ciminiere Saras": la video ...
Ciminiere della SARAS, Sarroch, CA (da youtg.net)

Oggi ho commentato una notizia che – come spesso accade, lo confesso – ho scovato tramite i social.

Sulle pagine della Nuova da qualche giorno è in corso un dibattito su questioni ambientali e questioni socio-economiche annesse.

Un intervento in proposito dell’ex sindaco di Oristano Guido Tendas (PD) ha suscitato la risposta pubblica, su Facebook, dell’attuale sindaca di Arborea Manuela Pintus.

Oggetto del contendere, la corretta ricostruzione della vicenda del “Progetto Eleonora” della SARAS, sconfitto da una mobilitazione popolare, informata e consapevole, prima ancora che dalle decisioni dell’Assessorato all’Ambiente della RAS.

Quel che mi ha spinto a commentare ulteriormente il fatto è la percezione, precisa quanto fastidiosa, della pervicacia con cui i gruppi dirigenti della politica sarda continuano a promuovere il modello economico subalterno e coloniale che domina la scena da decenni.

Con i risultati che sappiamo.

Di queste ore sono le ultime notizie sulle annose vertenze Eurallumina e Alcoa, non ancora concluse.

Anche lì, unico sbocco pare la perpetuazione di un modello obsoleto, insostenibile economicamente, socialmente ed ecologicamente, e però molto caro alle varie fazioni clientelari che controllano il territorio martoriato del Sucils.

In più, in questi mesi, incombe lo spettro della fantomatica “metanizzazione” della Sardegna, un’operazione che smuove molto denaro (pubblico, chiaramente, e sardo per lo più) e che dunque fa gola a tanti.

Sul tema si sprecano le promesse mirabolanti (la davano per attivata già dal 2018), le narrazioni di comodo e anche le panzane più invereconde.

Che si tratti dell’ennesima, enorme servitù ai danni dell’isola e di chi ci vive, tolte di mezzo le incrostazioni propagandistiche, è del tutto evidente.

Il progetto è di trasformare la Sardegna in una sorta di grande hub metanifero al centro del Mediterraneo occidentale a vantaggio dell’Italia e magari di altri clienti.

Vantaggi diretti per l’isola nei prossimi cinquant’anni? Pochi o più verosimilmente nessuno.

Svantaggi: parecchi, da subito e fino a chissà quando.

Potenzialità risolutive della questione energetica nell’isola: zero.

La Sardegna è già adesso un’enorme pila elettrica collegata con l’Italia, produce – in modo costoso e antiquato – molta più energia di quella che usa e tuttavia l’utente finale sardo la paga più cara di chiunque, in Italia e in Europa.

Uno dei fattori decisivi di questo paradosso coloniale è certamente la SARAS.

La SARAS, tramite la sua diramazione Sarlux, si procura ingenti profitti bruciando i propri scarti di raffinazione, traendone elettricità e immettendola in rete, come produzione da fonte “rinnovabile” (oh, yes!), al miglior prezzo ottenibile (per sé).

Ossia al maggior costo per gli utenti.

Ma la SARAS è intoccabile, si sa.

Il favore di cui gode è più che bipartisan. Perché le parti concordi nel non disturbarne in alcun modo l’attività sono più di due.

Avete mai sentito di qualche seria inchiesta giornalistica in proposito da parte dei giornali e dei mass media sardi?

A mia memoria (che non è una fonte indiscutibile, sia chiaro: posso essere smentito), le uniche cose lette in merito da molti anni in qua sugli organi di stampa sardi sono stati alcuni interventi dell’allora direttore dell’Unione sarda Anthony Muroni.

E basta. Una breve parentesi nel corso di un andazzo di tutt’altro segno.

Il contesto in cui è nata e ha prosperato la SARAS è un contesto coloniale.

Non è un caso se l’unica indagine giornalistica approfondita in materia, di Giorgio Meletti, si intitola Nel Paese dei Moratti. Sarroch – Italia. Una storia ordinaria di capitalismo coloniale (Chiarelettere, 2010).

Nei contesti coloniali, ovunque esistano, uno dei fattori determinanti è l’esistenza e la piena legittimazione di una classe dirigente prona agli interessi dei padroni.

La Sardegna non fa eccezione.

Il mio commento, a proposito della discussione Tendas-Pintus sul Progetto Eleonora, è stato il seguente:

Al di là dell’episodio e dell’oggetto specifico di questo dibattito, quel che mi preme evidenziare è la totale incoerenza del discorso politico sardo istituzionale su questi temi rispetto all’allarme, ormai conclamato, sui cambiamenti climatici.

Che non è un allarme semplicemente “ambientalista”, come viene spesso definito, in modo sprezzante.

Si tratta di rimettere in discussione l’intero modello produttivo e di consumo del pianeta, le sue pratiche, i suoi effetti sociali e politici.

La retorica sulle Grandi Opere (in Sardegna, adesso, la metanizzazione, appunto) è una retorica ideologica volta a perpetuare un modello economico puramente “estrattivo”, anti-democratico, parassitario.

Discutere i cambiamenti climatici senza mettere in discussione questo tipo di modello economico, il suo contesto politico, le relazioni di potere e i rapporti di forza su cui si basa, non ha senso (come ottimamente spiegato qui e qui, per esempio).

Con l’aggravante che, in realtà come quella sarda, l’ideologia dei grandi interventi di “modernizzazione” ha sempre (SEMPRE!) un significato coloniale.

Tanto più quando ancora si vogliono spacciare le fonti fossili o realtà produttive del tutto sorpassate come la soluzione migliore alle necessità collettive dell’isola.

Anche qui agisce, in modo surrettizio ma profondo, fortemente mistificatorio, il negazionismo climatico, veicolato da dispositivi egemonici ancora forti, con una salda presa sul consenso di tanti cittadini, specie su quelli più esposti al ricatto economico.

Negazionismo climatico di cui sono parenti stretti la minimizzazione dei pericoli per l’ecosistema e la rimozione dei guasti sociali e politici provocati in Sardegna da decenni e decenni di “modernizzazione”.

Nessuna modernizzazione passiva ha mai mutato in meglio le condizioni complessive delle nostre comunità, specie nel medio e lungo periodo.

Ci stanno lasciando invece un’eredità difficile da gestire, fatta di disastri sociali, devastazioni ambientali, spopolamento, ulteriore subalternità.

A dispetto dell’ottusa insistenza dei gruppi dirigenti nostrani, è una spirale distruttiva che dobbiamo interrompere.

Esempi vincenti come quello della lotta contro il Progetto Eleonora della SARAS, proprio perché così indigesti all’apparato di potere podatario che ancora domina la scena, vanno ricordati e seguiti.

E generalizzati.

Quelli devono diventare il nuovo paradigma della lotta politica in Sardegna.

Una lotta popolare e anti-populista. Legata al territorio ma in nome di una prospettiva generale. Un ampio fronte popolare democratico contro la prepotenza dei padroni e dei loro servitori politici.

Da qui passa l’unica possibilità di democratizzazione reale e di autodeterminazione emancipativa della Sardegna.

E allo stesso tempo anche la risposta collettiva, fattiva e operante alla devastazione verso cui il mondo sta precipitando.

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