Torno sulla transizione energetica in Sardegna, dopo l’intervento ospitato su Giap, per affrontare il tema spinoso di come la questione viene raccontata in Italia, specialmente in ambienti definibili per semplicità progressisti-ambientalisti.
Prendo l’esempio concreto di un articolo del giornalista freelance Alessandro Pilo riguardante l’avversione “dei sardi” alla transizione energetica. In realtà gli articoli sono due, perché un primo intervento dello stesso Pilo, del 2024, è linkato in quest’altro.
Sia nell’articolo precedente sia in quest’ultimo l’autore parla assertivamente di disinformazione e di manipolazione dell’opinione pubblica isolana, una parte della quale, minoritaria ma “particolarmente rumorosa”, vittima di astruse teorie del complotto, ormai rifiuterebbe la transizione energetica e le fonti rinnovabili in quanto tali.
È singolare che, fin dall’esordio, l’articolo individui in realtà uno dei nodi principali del problema, ma senza attribuire ad esso il giusto peso nelle mobilitazioni sarde, anzi, senza nemmeno metterlo in connessione. Riporto testualmente:
La decarbonizzazione dell’isola continua a essere guidata dal mercato, con benefici ridotti per le comunità locali che ospitano gli impianti. Mentre i politici della maggioranza assumono posizioni contrarie alle rinnovabili non appena mettono piede nell’isola, a Roma il governo Meloni va nella direzione di limitare i poteri delle regioni nella definizione delle aree idonee e taglia drasticamente fondi destinati alle Comunità Energetiche, esempi di transizione virtuosa alternativa a un modello orientato al profitto.
Intanto nei piani del governo la chiusura delle centrali a carbone sarde non è all’orizzonte.
Già qui ce ne sarebbe abbastanza per interrogarsi sulle ragioni della mobilitazione popolare in atto. E non da un anno o due ma da alcuni lustri, con andamento ciclico ma costante.
I benefici per le comunità locali non sono “ridotti” (se non nel caso di vecchie concessioni già messe in opera): sono proprio inesistenti. Nessun beneficio diretto e al contempo danni evidenti e conclamati. Non è un buon motivo per avere da ridire?
Il fatto che il governo italiano imponga misure draconiane e autoritarie per superare qualsiasi possibile ostacolo locale ai suoi piani e al contempo, oltre alla proliferazione delle FER, promuova l’uso di fonti fossili, smentendo così la ratio virtuosa che giustificava l’aggressione speculativa sul territorio sardo, non sembra bastare a interrogarsi sul senso della mobilitazione.
Invece il focus dell’articolo si concentra pressoché subito su tutt’altro, ossia sui grandi agenti della disinformazione che condizionerebbero o addirittura detterebbero l’agenda ai comitati, alle associazioni e alle autorità locali impegnate nella vertenza.
In primo piano, l’Unione sarda e il suo gruppo editoriale. Nell’articolo di Pilo l’Unione è presentata come un elemento non solo di peso, ma determinante delle lotte popolari in corso. Una sorta di cabina di regia che da un lato muove i fili e dall’altro offre a piene mani contenuti propagandistici e sensazionalistici.
L’Unione fa il suo gioco, su questo non c’è dubbio. Il suo editore, Sergio Zuncheddu, ha i suoi interessi e i suoi piani. Ma il suo ruolo nella vertenza energetica è tardivo e per molti versi parallelo, non sovrapponibile, alle mobilitazioni popolari.
Non va poi ignorato il ruolo dell’altro quotidiano sardo, la Nuova Sardegna, di Sassari, schierato apertamente (e non senza un pesante conflitto di interessi, o meglio una convergenza di interessi) sul fronte favorevole alla proliferazione delle FER.
In ogni caso, il peso dell’informazione tradizionale in tutta la vicenda è da vagliare correttamente. Non è detto che sia così decisivo.
L’articolo fa esempi specifici di alcuni personaggi di riferimento del fronte anti-speculativo, mettendone in discussione autorevolezza e intenzioni. La scelta di questi esempi tuttavia somiglia molto a un’argomentazione del fantoccio.
In realtà, come sa chiunque conosca l’articolazione reale della mobilitazione, nessuno dei personaggi citati vi ha il benché minimo ruolo. In molti casi anzi esiste un certo diffuso fastidio per l’occupazione indebita della scena da parte di gente slegata dalla lotta sul campo e dalla vita concreta nei territori.
Quanto all’enfatizzazione del ruolo dei social media, anche in questo caso è una pezza d’appoggio piuttosto fragile. Come riconosce lo stesso Pilo, sui social esistono pochi filtri e il loro stesso funzionamento è basato sulla costante conflittualità, sull’esaltazione delle contrapposizioni, sul meccanismo di “chi la spara più grossa”, ecc. Sulla questione della transizione energetica in Sardegna (come su qualsiasi altra cosa) quel che avviene dentro Facebook *non* è la mappa 1:1 della realtà.
Le mobilitazioni di questi anni sono state innanzi tutto una riscoperta della “alleanza dei corpi”, una riappropriazione dell’attivismo politico come connessione concreta, operativa, tra persone, tra gruppi di persone, tra comunità. I social non ne sono se non un’immagine deformata, parziale, a volte del tutto distorta. Il peso di alcune figure che hanno conquistato un loro seguito in quegli spazi virtuali è del tutto relativo, se non inesistente, nella concretezza della mobilitazione sul campo.
Gli aspetti “complottisti” delle lotte popolari anti-colonizzazione energetica sono fenomeni borderline pressoché inevitabili, in questo genere di faccende, ma non ne costituiscono affatto il nucleo contenutistico decisivo.
Tra i comitati invece è maturata una larga competenza pluridisciplinare – tecnica, giuridica, paesaggistica, politica – necessaria a contrastare a più livelli i progetti speculativi in atto. In non poche circostanze dossier, opposizioni e reclami hanno smascherato la natura squisitamente estrattiva e persino al limite dell’illegale di alcune operazioni.
L’affermazione secondo cui, a causa della manipolazione di gruppi Facebook e personaggi dediti alle teorie del complotto, “molti sardi” avrebbero maturato “una visione estremamente negativa delle rinnovabili” è semplicemente falsa. Se nella vasta mobilitazione popolare esiste davvero una frazione contraria tout court alle FER, è marginale. La stragrande maggioranza delle persone coinvolte è favorevole o molto favorevole alle fonti rinnovabili e alla stessa transizione energetica.
Quanto alla figura di Mauro Pili, evocata come quella di un vero e proprio leader e portavoce dei comitati, va precisato che, da uomo politico, Pili ha cercato di ritagliarsi il suo ruolo in questa vicenda, prima come editorialista dell’Unione sarda, poi da battitore libero in cerca di rilancio pubblico.
La sua carriera ha avuto il suo culmine anni fa come parlamentare del centrodestra, dopo essere stato un non molto rimpianto presidente della Regione Autonoma nei primi anni del secolo, sempre per il centrodestra berlusconiano. Lasciata quella sponda, si è riciclato in salsa sardista di destra, con venature populiste e protestatarie, a volte piuttosto stridenti col suo passato (ma questo è il meno).
Oggi ha tutta l’aria di voler cavalcare l’onda di proteste popolari per acquisire consenso personale e presentarsi di nuovo sulla scena elettorale con qualche chance di spuntarla. Manovra discutibile finché si vuole, ma legittima, che raccoglie qualche approvazione qua e là nei comitati ma è lontana dal rappresentare la sponda politica della mobilitazione.
Sul quadro politico sardo, Alessandro Pilo mostra di avere le idee molto confuse, senza una conoscenza e una comprensione reali di quel che vi accade e del perché.
Per esempio, come successo altre volte anche sui mass media principali italiani, presenta l’attuale giunta regionale del campolargo, guidata da Alessandra Todde, come ostile alla transizione energetica, quasi una sponda istituzionale dei comitati.
Ma anche in questo caso, come nel caso di Mauro Pili, è una deduzione molto lontana dalla verità. La giunta Todde si è schierata fin da subito *a garanzia* dei progetti speculativi. Todde medesima, in una delle prime dichiarazioni da presidente, in occasione di un incontro col prefetto di Nuoro, dichiarò che andava sì ascoltata la protesta popolare, ma lei doveva anche “garantire gli investitori”. La sua storia professionale, del resto, chiarisce che tutto può essere considerata tranne che una controparte dei conglomerati industriali e finanziari che operano nel settore energetico.
Quando la pressione della mobilitazione era ormai cresciuta tanto da non essere più ignorabile, con la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare Pratobello24 (che Pilo ignora del tutto), Todde affermò: “I legislatori siamo noi”. Rivendicava così un’esclusiva decisionale in materia che però non solo suonava elitaria e anti-popolare, ma faceva anche torto alla banale divisione dei poteri tra esecutivo e legislativo, pure un cardine degli ordinamenti democratico-liberali a cui – almeno in teoria – appartiene quello della Regione sarda.
Le leggi “anti-speculazione” varate in Consiglio regionale dalla maggioranza che esprime la giunta Todde sono state fin da subito segnalate dai comitati come deboli e fatalmente esposte all’impugnativa da parte del Governo centrale e alla successiva bocciatura da parte della Corte costituzionale. Il loro impianto, partendo dalle premesse poste dalla legislazione e dalla decretazione statale in materia, non poteva essere efficace nel contrastarne previsioni e senso generale. E infatti è andata così.
In Sardegna, i due schieramenti che dominano la scena politico-istituzionale – centrodestra e centrosinistra – non rappresentano affatto la maggioranza dell’elettorato (vedi alla voce: legge elettorale) e sono più che altro espressione di comitati clientelari, gruppi di interesse, consorterie locali che trovano nell’affiliazione alle case madri d’oltre Tirreno forza e legittimazione. Sono insomma una sorta di proiezione coloniale della politica italiana nell’isola (traendone vantaggio, sia chiaro).
Il paradosso dei politici sardi di centrodestra che a Roma sostengono il Governo Meloni e le sue imposizioni autoritarie in materia di produzione energetica e in Sardegna strizzano l’occhio alla protesta anti-speculazione è un paradosso solo se si omette dal quadro la condizione dipendente e subalterna dell’isola e se ne ignora la relazione asimmetrica con l’Italia.
Allo stesso modo in cui se ne ignora bellamente tutta la storia recente (ma potrei dire tutta la storia contemporanea), finendo per cadere nella più classica delle “colpevolizzazioni della vittima” (la Sardegna produttrice di inquinamento e gas serra, renitente a redimersi).
Alessandro Pilo chiude il suo articolo con un paio di paragrafi che forse avrebbe dovuto rileggere con attenzione e rifletterci su.
Una recente analisi di YouTrend restituisce un quadro articolato del rapporto tra Sardegna e rinnovabili, lontano dall’idea di un’isola compatta nella sua avversione alla transizione energetica. Da un lato, il 68 per cento dei sardi si dice favorevole alle energie rinnovabili e solo il 30 per cento guarda con simpatia alle fonti fossili. Dall’altro, quando la domanda si fa concreta, installare o meno le pale eoliche, le certezze vacillano: il 53 per cento si dichiara contrario.
Ma se la transizione viene raccontata nel modo giusto, se diventa una storia di diritti, opportunità e appartenenza, l’opinione pubblica sarda sembra disposta ad ascoltare. L’indagine ha messo in evidenza quali sono le narrazioni in grado di far cambiare la percezione dei sardi: l’energia prodotta deve tornare prima di tutto alla Sardegna, non essere solo esportata altrove; i benefici economici, come sconti in bolletta, devono ricadere sulle comunità che ospitano gli impianti; le rinnovabili devono portare formazione, lavoro e non solo cantieri temporanei; infine dev’essere riconosciuto il potenziale di orgoglio: la possibilità che la Sardegna diventi un’avanguardia, un laboratorio eolico ed energetico capace di guidare l’Italia. Si potrebbe ripartire da qui per ricostruire un rapporto di maggiore fiducia. E creare le condizioni affinché le narrazioni catastrofiste e complottiste contro le rinnovabili perdano presa su una parte dell’opinione pubblica sarda.
È una gentile concessione tipica del “buon buana bianco” di turno ammettere che tutto sommato “i sardi” non sono poi così cattivi, ma sono solo vittima di gente malvagia che approfitta della loro ignoranza per traviarne volontà e aspettative.
I sardi sarebbero dunque incapaci di una propria agency, di una propria volontà collettiva, sia pure articolata e magari irta di attriti interni, come accade invece nelle collettività umane “civili”.
A ben guardare, tutto questo pippotto finale è sostanzialmente un mix tra elementi contraddittori, non sequitur e approccio paternalista (che è un elemento tipico del colonialismo).
La popolazione sarda non è affatto ostile alle fonti rinnovabili e quelle che Pilo segnala come argomentazioni che potrebbero indurla a ricredersi sono in realtà obiezioni e richieste che da un ventennio emergono proprio dal campo delle lotte anti-coloniali.
Se Pilo avesse svolto un vero lavoro di indagine, senza limitarsi a consultare fonti banali, facilmente reperibili in Rete, avrebbe forse arricchito il suo lavoro con dati più aderenti alla realtà. Avrebbe però dovuto mettere i piedi sul terreno, o “il culo per strada” se si preferisce, facendo un tour non virtuale ma reale nei territori coinvolti, ascoltando le persone e le comunità, prendendo in considerazione la mole di documenti prodotta, ragionando sulla dimensione concreta della questione.
Non lo ha fatto e ne è dunque risultato un articolo sostanzialmente disinformato e disinformante. Utile forse ad accarezzare la (falsa) buona coscienza di certo sedicente progressismo all’italiana, di certo ambientalismo “borghese”, astratto, slegato dai rapporti di forza reali e dall’ecosistema sociale e culturale delle lotte popolari; ma di sicuro non a spiegare ciò che succede nella Sardegna di oggi.