Il mistero Gigi Riva, l’eroe di cui c’era bisogno

[…] per Rombo di Tuono si trovò compiutamente italiana, anzi campione!, una terra che non lo era mai stata se non nel sacrificio cruento, nei ripetuti massacri della guerra. Gli inviti al ritorno non ebbero più eco se non nel suo dispetto di isolano per elezione.

Così scriveva Gianni Brera nel 1976, quando l’ultimo, grave infortunio chiuse la carriera da calciatore di Gigi Riva, a 32 anni non ancora compiuti.

C’è qualcosa di incomprensibile, per chi non sia sardo, nella reazione collettiva suscitata in Sardegna dalla sua morte. Perché c’è qualcosa di incomprensibile, fuori dall’isola, nella sua vita e nel suo legame con la Sardegna.

Faccio un esempio, leggermente e incidentalmente auto-riferito, mettendo a confronto quel che scrissi a proposito del Cagliari di Gigi Riva per la rivista menelique nel 2020 (qui) e quanto raccontato nel podcast di Radio 3 RAI Stelle del sud (qui). I fatti e la loro sequenza sono raccontati in modo molto simile, sinottico potremmo dire. Eppure è chiara la discrepanza. Perché il punto focale e l’orizzonte, dal centro del quale si guarda, sono diversi.

È nota la massima di Bertold Brecht secondo cui sarebbe beato un popolo che non ha bisogno di eroi. C’è una profonda verità, in queste parole. E tuttavia è ancora peggio, per un popolo, quando il bisogno di eroi c’è, ma è conculcato o addirittura sostituito con riferimenti esogeni.

Mi spiego meglio. Chi vive in Sardegna è circondato da simboli e da narrazioni, a cominciare dal presidio degli spazi di vita comuni (strade, piazze, monumenti, ecc.), che enfatizzano perlopiù un’appartenenza italiana e celebrano personaggi ed eventi rilevanti nella costruzione dell’immaginario collettivo e del senso comune italiani.

Imperversano i Savoia e i personaggi del Risorgimento, incombono i toponimi della Grande Guerra (che, per i sardi che li conobbero allora di persona, significarono spesso sofferenza e morte). Se si celebra qualche “eroe” locale, si preferiscono personaggi del lontano passato, prosciugati dei loro tratti più problematici e possibilmente incanalati dentro la Grande Narrazione patriottica italiana, come successo alla povera Eleonora d’Arborea (“precorritrice del Risorgimento”, è stata spesso etichettata) e persino a Giovanni Maria Angioy (anche lui associato al Risorgimento italiano).

Un’imposizione egemonica facilitata dall’estrema ignoranza della popolazione sarda circa la propria storia e dalla mitologia identitaria da sconfitti e da subalterni interiorizzata dai più. Mitologia subalterna cui a volte si reagisce con megalomanie auto-celebrative e teorie del complotto di varia gradazione. Fenomeni abbastanza ordinari, nelle comunità umane sottoposte a duratura colonizzazione culturale.

Il mito eroico di Gigi Riva invece sfugge al canone e diventa incontrollabile. Come tale, rivela la relazione mistificatoria tra subalternità e integrazione, tra diversità e assimilazione.

Gigi Riva è divenuto eroe non solo e non tanto per le sue eccezionali doti calcistiche, ma prima di tutto per le sue scelte di vita e perché ha evitato di cedere alla tentazione di credere lui per primo al suo mito.

È strano pensare a una figura eroica che abbia accresciuto questo suo status non nell’esaltazione di sé ma nel proprio costante ridimensionamento al livello dell’ordinarietà umana. La sua presenza visibile e concreta, l’essere persona tra le persone, è servita a mantenere vivo e rassicurante il suo mito.

Il senso della misura è un aspetto della personalità di Gigi Riva che lo ha fatto amare per sempre, in Sardegna. Il suo rifiuto del divismo, a cui invece si affrettano ad assurgere anche figure dello star system sportivo odierno molto meno significative, lo ha reso proprio per questo ammirevole, presso una popolazione a cui non piacciono molto le spacconate vanagloriose e l’ostentazione volgare.

È inspiegabile l’amore dimostrato dalla Sardegna a una persona che alla fin fine ha solo giocato a calcio, se non si tiene conto del contesto in cui le sue gesta sportive sono avvenute e se non si comprende bene cosa abbia significato accettare di essere adottato dall’isola, a dispetto delle attrattive materiali che altri palcoscenici gli garantivano.

Le durezze dell’infanzia, un conto aperto con la sorte o col Cielo, hanno dotato Gigi Riva di un fortissimo senso del giusto e dell’ingiusto. Da lì nasce tutto. La difficoltà di accettare il ruolo che avrebbe potuto/dovuto recitare sul palcoscenico della società dello spettacolo nasce da una sorta di senso morale profondo, che gli faceva preferire la compagnia di persone “normali”, dei suoi compagni di squadra meno celebrati di lui, di lavoratori, di pescatori e di pastori, a volte di banditi.

Non era una forma ipocrita e furba di auto-promozione. Anzi, spiazzava del tutto chi aveva pensato di farne una sorta di diversivo, un anestetico per i fermenti sociali così vivi in quegli anni. Non c’era calcolo. La sua era la scelta di una dimensione umana in cui si potevano tenere a bada i propri demoni. A volte addomesticandoli. E divertirsi in modo semplice, e godersela pure, quando era il caso. Non stiamo parlando di un asceta ossessionato dalla “purezza”, ostile ai piaceri terreni.

Di demoni ne aveva dentro, Gigi Riva, come tutti gli eroi. Una parte li scaricava in campo. E sfido a guardare qualche sua azione di gioco senza percepire – sia pure nel modo mediato consentito dalle vecchie immagini televisive – questa tremenda forza interiore. La percepivano bene i compagni di squadra e soprattutto gli avversari. Ciò che restava di paure e di conflitti intimi, fuori dal rettangolo di gioco, volava via nelle corse in auto lungo le strade sarde, specie quelle più tortuose, e veniva lenito in una mangiata di pesce appena pescato o in uno “spuntino” in qualche campagna appartata. E ogni bizza, ogni debolezza, veniva perdonata, al figlio adottivo di un intero popolo. Non in quanto divo, ma appunto in quanto figlio (e fratello e padre).

Il rapporto tra la Sardegna e Gigi Riva era bi-direzionale. Il dare e l’avere erano in equilibrio. Lo sapeva lui e lo sappiamo tutti.

Nessun personaggio contemporaneo, in Sardegna, ha saputo suscitare tanto senso di riscatto e tanta passione come Gigi Riva. Scrittrici e scrittori, intellettuali, personaggi dello spettacolo, politici: nessuno è stato tanto amato e prima ancora rispettato. Nessuno ha ricevuto tanta gratitudine. Bisogna chiedersi il perché. (Forse farebbero bene a rifletterci su prima di tutto le tante personalità politiche che ci hanno tenuto a scroccare una passerella elettorale in questa circostanza.)

Il fatto è che la Sardegna *ha bisogno di eroi*. Non quelli posticci imposti dall’egemonia culturale italiana e nemmeno quelli denaturati, neutralizzati, della narrazione identitaria – subalterna – sarda, o ancora quelli esaltati in qualche nicchia politica. La Sardegna ha bisogno di figure simboliche che chiamino al riscatto collettivo a partire dalla salvaguardia della propria dignità (non identità: dignità). Al contrario della maggior parte della classe dirigente attuale, più propensa alla dipendenza e alla ricerca di comode tutele oltremarine. La Sardegna ha bisogno di saper dire NO, come fece Gigi Riva davanti alle profferte della Juventus di Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti.

Gigi Riva, non era un intellettuale né un politico. Non troverete mai, nelle rare occasioni in cui ha dovuto rispondere a domande in materia politica, delle grandi rivelazioni, delle perle di saggezza. Ma lui non ha mai voluto essere un intellettuale o un politico. Non ha mai preteso di avere voce in capitolo e tanto meno l’ultima parola, nonostante a più riprese gli sia stato proposto di farlo. Ed è anche questo un elemento della sua statura umana.

È il suo esempio ad avere avuto un peso enorme. Non elaborazioni teoriche, non dichiarazioni indimenticabili, ma una lezione di vita costantemente elargita, sul campo e fuori dal campo.

La lezione che puoi essere svantaggiato, perché la tua storia ti ha penalizzato, perché forze esterne ti hanno creato difficoltà maggiori rispetto ad altri, eppure puoi rialzare la testa e affrontarle, queste forze esterne, e magari, almeno una volta, sconfiggerle. E, dopo che le hai sconfitte, puoi anche evitare di farti comprare da loro.

Così Rombo di Tuono, el hombre vertical per antonomasia (come lo battezzò Gianni Mura), in Sardegna è rimasto e sarà sempre Gigi. Eroe, sì, ma anche persona vicina, vera. E simbolo indelebile di un riscatto che sembra sempre troppo lontano da raggiungere, ma che forse è lì alla nostra portata, se solo accettassimo la sfida.

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