La covid-19, la crisi e i limiti della nostra specie

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Non è la covid-19 a generare la crisi, bensì il contrario. La percezione secondo cui sia l’epidemia a generare sconquassi economici e sociali è ingannevole, È l’effetto dell’infodemia (ossia dell’epidemia di informazione ossessivo-compulsiva) e della nostra incapacità di guardare alle cose in una prospettiva storica.

Non ci siamo evoluti per affrontare questo genere di situazioni. Biologicamente siamo in fondo degli scimmioni spelacchiati con un eccesso di sinapsi destinate all’opportunismo alimentare e alla collaborazione difensiva. La rivoluzione cognitiva che, da più o meno 70mila anni, ci fa credere di essere tanto speciali e tanto diversi dal resto del mondo “naturale” ci espone anche a una serie di auto-inganni e fraintendimenti che sul breve periodo sono vantaggiosi, ma sul lungo periodo conducono prima o poi a enormi disastri.

La dimensione dei disastri è direttamente proporzionale al nostro impatto sull’ecosistema, alla nostra distribuzione demografica, alla nostra capacità di rendere difficile o impossibile la riproduzione di altre specie biologiche e delle risorse scarse necessarie al loro e nostro sostentamento.

La crisi non è prodotta dal SARS-CoV-2. Questo filamento di RNA vagabondo non sarebbe nemmeno riuscito a saltare dai pipistrelli agli esseri umani, se non avessimo preparato le condizioni di fatto più favorevoli a questo salto. E gli effetti stessi del virus sarebbero stati diversi, in un contesto diverso.

L’epidemia di covid-19 è al contempo un effetto della grande crisi sistemica attuale e ne è anche un fattore moltiplicatore. La sua forza è simbolica quanto concreta. La sua prevedibilità (perché una situazione del genere era prevista da anni) non ne ha attenuato la carica devastatrice. Il fatto di infierire su un mondo umano già precario ne aumenta la portata ma è la precarietà stessa ad accrescerne la forza.

Diciamo che, se non fosse stato il piccolo coronavirus, ad accentuare la crisi, con tutta probabilità sarebbe stato qualcos’altro, prima o poi. Un esito politico particolarmente drammatico in qualche area chiave del pianeta. Un evento meteorologico di proporzioni ingestibili. Un incidente tecnologico di portata sovralocale. Tutte cose possibili e anzi probabili, nel mondo di oggi.

La reazione delle classi dominanti è molto istruttiva. Non si capisce se siano paralizzate dalla paura o se l’inerzia sia dovuta a un calcolo cinico. Probabilmente sono vere entrambe le ipotesi.

La paura è giustificata. Per come si stanno mettendo le cose, se fossi uno dei padroni del mondo con un minimo di coscienza storica, vedrei aleggiare su di me lo spettro di monsieur Guillotin. Il che probabilmente mi spingerebbe a premunirmi.

Come si premuniscono le classi dominanti globali? Giocando un po’ con le informazioni (un po’ allarmismo, qui, un po’ di complottismo lì, un po’ di negazionismo gettato qua e là); facendo finta di fare cose, anche di indole drastica e decisionista, ma senza sciogliere i grossi nodi produttivi e sociali del nostro tempo; mettendo al riparo il bottino.

C’è molta miseria umana, nelle grandi discussioni dei leader del pianeta. Che non sono affatto – a riprova della nostra intima eguaglianza biologica – meglio dei loro consimili. Anzi, spesso sono peggiori.

Saltano rapporti di forza consolidati. Si preannunciano disarticolazioni di proporzioni storiche e dagli esiti imprevedibili nel tessuto socio-economico dello stesso Occidente ricco.

La Cina intanto si porta avanti col lavoro, in vista della baraonda in cui rischiano di precipitare gli USA (di cui la Cina detiene una fetta consistente del debito pubblico e di cui produce la gran parte dei beni di consumo). Incentiva i consumi interni, accresce il controllo dello stato sugli asset economici. Vai a sapere se ci vedono davvero più lungo degli altri o se anche loro stanno facendo una scommessa.

L’Europa è paralizzata. Priva di veri statisti – a parte forse Angela Merkel – arranca vivendo un po’ alla giornata, con le sue classi politiche stritolate tra l’esigenza di sembrare capaci e attive e la necessità di non disturbare i grossi centri di interessi da cui dipende la propria carriera e il proprio tenore di vita.

Non dappertutto allo stesso modo, è chiaro. La relativa diversità storico-geografica delle varie aree del Vecchio continente si fa valere anche in questi frangenti e non se ne può prescindere. Si pagano i debiti contratti dalle generazioni precedenti e si raccoglie quello che esse hanno seminato. Tuttavia, non c’è nessuno esente dai pericoli.

Il Regno Unito è sull’orlo di un collasso epocale, se la sua classe dirigente non trova rimedio alla dannosa applicazione della Brexit. Anche in questo caso l’epidemia non fa che complicare le cose. E la Scozia è lì lì per pretendere un nuovo referendum sull’indipendenza (con possibilità di successo sempre più solide, stando alle rilevazioni demoscopiche di queste settimane).

Il Regno di Spagna è messo malissimo e anche qui si sommano la crisi dovuta all’intima debolezza degli assetti politici post-franchisti, la perdita di credibilità della monarchia in quanto tale, le pulsioni indipendentiste e/o repubblicane di ampie e ricche aree del regno e la gestione della pandemia.

Anche la Francia, solida, monolitica e sicura di sé, mostra una inadeguatezza a rispondere alla crisi che suona come un monito per tutti gli altri paesi, in primis l’Italia. Ma dell’Italia e della sua classe dirigente (politica ed economica) cialtrona, ingorda, provinciale e ignorante non vale nemmeno la pena parlarne. Potremmo buttarla in satira, però sarebbe come sparare sulla croce rossa.

La Germania se la cava meglio, ma non mancano anche lì scricchiolii e conflitti aperti, pronti a deflagrare non appena la leadership passerà dalle abili mani di Angela Merkel a qualcuno meno solido e meno carismatico.

In tutto questo, mentre gli stati-nazione vacillano, l’Unione Europea si barcamena convulsamente senza riuscire ad essere utile in alcun modo.

I grandi centri di investimento finanziario, che hanno lucrato su tutto il lucrabile fin qui, anche a costo di scatenare crisi economiche pesantissime, oggi non godono di buona salute. Molte delle “bolle” gonfiate ancora in questi anni – a dimostrazione che la storia insegna ma non ha allievi – potrebbero scoppiare tutte assieme. Pensiamo a quella immobiliare, con le operazioni di gentrificazione e appropriazione rapace di ogni spazio abitabile e di ogni minima quantità di valore da estrarne. O pensiamo alla bolla turistica, legata alla prima e a sua volta connessa anche con il settore dei trasporti, specie aerei.

E può così succedere che la fine dell'”era del petrolio” sia accelerata (non causata, attenzione) da un piccolo virus più che dalle scelte della politica o dalle dinamiche di mercato. Del resto la fede nel “libero mercato” non è che una superstizione come un’altra, benché di successo. Ma in questo caso, parlando di petrolio e affini, una generica dimostrazione pratica di come funzioni il gioco tra domanda e offerta la storia ce la sta dando. Il guaio è che una fetta enorme dell’economia del mondo attuale si basa ancora sui combustibili fossili e sulla loro economicità. E la loro economicità è ormai un ricordo del passato.

Tutto l’insieme delle questioni economiche di questa fase storica ha l’aria di essere arrivato a uno snodo cruciale. Il mondo è stracolmo di denaro, per lo più in forma elettronica. Gli algoritmi che regolano gli investimenti sulle varie piazze finanziarie funzionano h24 e sette giorni su sette, a rimestare numeri sotto i quali non c’è quasi più niente. Presumo che ci siano state anche delle scommesse sulla crisi pandemica e che qualcuno sia anche passato all’incasso. Ma stiamo arrivando al punto in cui tutto questo non ha più alcun senso, se non come estrema e autodistruttiva deriva della rapacità umana.

Naturalmente non poteva mancare in questo scenario demenziale, da film dei Monty Python, qualche nuova guerra e un po’ di corsa agli armamenti (magari spendendo risorse destinate a contrastare gli effetti della pandemia), cose così. Se il coronavirus avesse una coscienza e un po’ di senso dell’umorismo, riderebbe di gusto di tutto questo, suppongo.

Tra uno stringimento di chiappe e un impeto affaristico, spesso coincidenti, tra un proclama millenarista e un gesto apotropaico, mi pare che siamo più che mai in balia di una fase storica di cui non riusciamo a scorgere i contorni e nemmeno gli sviluppi generali. Un po’ perché è normale che sia così, un po’ perché ci ostiniamo ad applicare sempre le stesse cornici interpretative anche quando sono radicalmente mutate le condizioni in cui esse hanno senso.

Come mi è già capitato di dichiarare, non è detto che tutto questo disordine non sia anche la matrice feconda di qualcosa di buono. Sempre che riusciamo a sopravvivere. E penso che soprattutto le classi marginali e i territori e i popoli penalizzati dallo sviluppo della civiltà moderna potrebbero trovare una propria via di riscatto, se sapranno muoversi in modo intelligente, lungimirante, originale. Se sembra che con ciò voglia alludere anche alla Sardegna, è un’impressione corretta. Non ci scommetterei nulla, ma più che scommettere, bisognerebbe provarci.

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