La politica della miseria, la miseria della politica

Sbarchi, leghista Zoffili protesta contro attracco Alan ...
Di come il panorama politico e mediatico sardo sia inquinato da leghismi, razzismi ed altre immondizie e di quanto sia necessario contrastarne l’azione, prima che sia troppo tardi.

Seguire i fatti della cronaca quotidiana e soffermarsi ad analizzarli può essere un esercizio futile o addirittura controproducente, se ciò va a discapito della comprensione dei fenomeni profondi, di portata storica.

A volte però i fatti della cronaca quotidiana evocano tendenze e processi generali, di cui sono epifenomeni o spie, ovvero richiamano questioni macroscopiche e di più ampia portata rispetto alle “increspature d’onda” dell’infotainment dominante.

Puntualizzo questo, perché affronterò ora un problema generale, dai risvolti inquietanti, su cui mi piacerebbe che lo sforzo di comprensione fosse esercitato collettivamente e col massimo grado di attenzione, partendo appunto dalla cronaca contingente.

Come è noto, la nave Alan Kurdi, della ONG tedesca Sea Eye, con 125 persone a bordo, dopo giorni di faticosa navigazione e il rifiuto di essere accolta altrove, si è avvicinata alle coste sarde in condizione di particolare emergenza. Emergenza sanitaria, dovuta alla situazione precaria dei migranti raccolti in mare, ed emergenza meteorologica, dovuta alle cattive condizioni del mare.

Un primo attracco ad Arbatax non è risultato possibile, per ragioni tecniche, così la nave ha proseguito verso nord ed è giunta al largo di Olbia. Il porto gallurese è stato dunque designato come sua destinazione d’attracco.

La decisione di far attraccare il natante in Sardegna è una decisione governativa, data la competenza dell’esecutivo statale su queste materie. La politica sarda, specie quella che oggi ha la maggioranza e governa l’isola, non ha preso bene questa scelta, ma ovviamente aveva pochi mezzi, o nessuno, per opporsi.

Ciò non significa che ne avesse le ragioni. Niente al mondo giustifica il rifiuto del soccorso a chi sia in difficoltà in mare. Tanto meno il rifiuto è giustificabile se riguarda persone in condizioni di particolare sofferenza. Su questo non sono ammissibili obiezioni di sorta, così come non le ammette il diritto internazionale.

Invece la maggioranza sardo-leghista e opportunista attualmente al comando in Regione ha sùbito inscenato una pantomima imbarazzante, appellandosi a presunte prevaricazioni governative ai danni dell’autonomia sarda. La solita manfrina cialtronesca a cui ci ha abituato da decenni la politica subalterna isolana.

Si tratta di una recita puramente mediatica e propagandistica, come in altre circostanze. Sappiamo bene che nessuno, nell’ambito della politica coloniale sarda (ivi comprese le forze attualmente all’opposizione in consiglio regionale), si azzarderebbe mai a contraddire gli ordini che arrivano da oltre Tirreno quando in ballo ci sono questioni davvero rilevanti, strategiche, decisive.

Ma ancora peggiore è stata la sceneggiata imbastita a Olbia da un manipolo di persone senza dignità al seguito del proconsole inviato in Sardegna dalla Lega, Eugenio Zoffili.

Tra i seguaci del capo forestiero, un immigrato invadente a cui avrei preferito che non fosse stato dato il benvenuto, c’era anche l’attuale assessore ai trasporti Giorgio Todde. Questo è un fatto paradossale e persino grottesco, se pensiamo a come sono messi i trasporti esterni e interni dell’isola. Non aveva altro di meglio di cui occuparsi, l’assessore competente, che farsi una gita all’altro capo dell’isola per impedire il soccorso a persone disperate?

Vorrei che ricordassimo quest’episodio, tra gli altri, perché è particolarmente vergognoso. Non dovrà cadere nel dimenticatoio e, per come la vedo io, dovrebbe essere decisivo per fare in modo che questo personaggio non occupi più alcuna carica pubblica nell’isola.

Lui e gli altri politici al seguito, i consiglieri regionali Michele Ennas e Annalisa Mele.

Non erano da soli, però. Al comitato di non-accoglienza si sono uniti anche altri figuri, di collocazione politica più incerta ma analoga, persino alcuni sedicenti indipendentisti, comunque ascrivibili ad ambienti sovranisti-razzisti, se non puramente fascisti.

La sceneggiata messa in atto a favore di telecamere e di fotografi non aveva alcuna speranza di ottenere qualcosa di concreto. Allo stesso modo delle proteste formali del presidente Solinas, altro personaggio folgorato sulla via di Legnano, almeno fino al prossimo salto sul carro di un nuovo vincitore.

Che ha visto bene di aggiungerci del suo (non sia mai che gli applausi se li prendano solo gli altri!), negando i tamponi alle persone sbarcate dalla Alan Kurdi. Vergogna su vergogna.

Quest’episodio, così penoso e offensivo di suo, ha ulteriori connotazioni. Il proconsole leghista in Sardegna, Zoffili, si è presentato a Olbia come legittimo rappresentante degli interessi e della volontà dei sardi, senza averne alcun mandato e senza che nessuno glielo abbia chiesto. I sardi al suo seguito, specie quelli investiti di cariche pubbliche, hanno avallato, già solo con la propria presenza, questa pretesa. È un fatto gravissimo, da cui bisognerebbe prendere le distanze con la massima forza e la più grande evidenza.

Nessuno di questi biechi figuri ha il diritto e il mandato di parlare a nome e per conto di tutte le persone sarde, native o elettive che siano, residenti o no nell’isola.

Il credito, pure innegabile, che tutti costoro, compreso il presidente Solinas, sembrano riscuotere presso una certa fetta della cittadinanza isolana non dimostra di per sé che questo credito sia maggioritario, né che li legittimi in alcun modo. Anche se fosse maggioritario, non sarebbe comunque unanime. Ad ogni modo, non basta a fornire buone ragioni a tali azioni.

L’ulteriore connotazione di questa vicenda disgustosa riguarda appunto la popolarità che sembrano riscuotere queste pulsioni xenofobe presso il senso comune dei cittadini sardi, pochi o molti che siano.

Al di là del fatto che si tratti di pulsioni esecrabili e del tutto ingiustificate da ogni punto di vista (tranne un punto di vista criminale, fascista, razzista), colpisce che allignino con questa facilità presso una popolazione a sua volta sottoposta a un duraturo e pervasivo processo di razzializzazione e di minorizzazione, di esclusione e di colonizzazione culturale. Una popolazione che da sessant’anni conosce la durezza dell’emigrazione di massa, il trauma della diaspora.

I meccanismi dell’egemonia culturale sono così potenti ed efficaci da debilitare fino alla totale inconsapevolezza i processi di identificazione delle persone, la capacità di collocarsi nel tempo e nello spazio e dentro le relazioni con l’altro da sé.

In questo senso, mi pare sempre valida la definizione della Sardegna come una “colonia televisiva dell’Italia”. È una definizione semplificatoria, chiaramente, ma mi pare che renda ancora e sempre l’idea del profondo degrado culturale della nostra collettività.

Accusare i sardi, in generale, di essere razzisti, di farsi abbindolare troppo facilmente dal potente straniero di turno, di non saper scegliere i propri rappresentanti è un esercizio molto di moda, specie presso l’ambiente di sinistra borghese e benpensante isolano, ma è a sua volta una semplificazione facilona e deresponsabilizzante, che assume gli effetti come cause e colpevolizza le vittime. Senza offrire alcuna soluzione utile al problema.

C’è qualcosa di più profondo di questo, nella questione che anche l’episodio della Alan Kurdi ci segnala. Ed è qualcosa che va affrontato tempestivamente e con la massima lucidità, soprattutto dal variegato movimento delle forze sociali e culturali autonome da padrini e padroni, dell’ambito autodeterminazionista e indipendentista democratico.

Far attecchire in Sardegna “realtà immaginate” forti come quelle destrorse, xenofobe e reazionarie alimentate a tutte le latitudini dall’“internazionale nera” sarebbe per l’isola un danno doppio. Sarebbe un danno di per sé, in quanto prenderebbero piede idee e prassi oscurantiste, violente, oppressive. Ma per di più a questo si aggiungerebbe la conseguenza di frustrare e ostacolare, forse in modo decisivo, il processo di conquista democratica faticosamente in corso.

Il pericolo è grande, perché a livello internazionale l’ondata nera è tutt’altro che in fase calante. I mesi di crisi pandemica non l’hanno smorzata, tutt’altro. La sua rete comunicativa e propagandistica funziona a pieno regime, a più livelli e con tutti i mezzi possibili.

Basti pensare al fenomeno QAnon, alle sue dinamiche alla sua espansione (qui e qui un reportage esauriente sulla questione). Un fenomeno dai risvolti inquietanti, che ha già prodotto episodi di violenza dentro e fuori degli Stati Uniti e oggi minaccia di influenzarne le stesse elezioni presidenziali.

Ma nella stessa Europa da tempo vanno irrobustendosi le posizioni politiche xenofobe, anti-democratiche, populiste. Mal contrastate dall’establishment del Vecchio continente, più propenso a usarle come spauracchio e contraltare minaccioso, a proprio vantaggio, che a combatterle seriamente. Un calcolo che, storicamente, è sempre risultato sbagliato. Ma tant’è.

La Sardegna è inevitabilmente investita dalle retoriche e dalle narrazioni egemoniche, è una vittima quasi perfetta, per tutto ciò che di forte ed efficace passa sui mass media (su *tutti* i mass media, dato che ormai è assolutamente insignificante fare troppe distinzioni).

L’indebolimento di ogni presidio culturale e sociale, la penosa mediocrità della politica istituzionale, lo stato degradato della nostra scuola, del nostro ambito intellettuale, dell’informazione, la debolezza economica, sono fattori che in questi frangenti hanno un peso enorme e ci espongono al rischio di dover pagare prezzi troppo salati.

Tollerare sceneggiate come quella di ieri a Olbia dunque non è solo sbagliato nei termini contingenti della lotta politica quotidiana, o sul piano etico, ma lo è tanto più in termini strategici.

L’eterogeneo fronte democratico, popolare, autodeterminazionista e ambientalista che va formandosi nell’isola deve prendere coscienza di sé e del proprio ruolo e agire sullo scenario pubblico con decisione. In questo frangente va impedito che la propaganda xenofoba e oscurantista prenda piede e conquisti posizioni.

Dobbiamo essere coscienti che non ha alcun peso la distinzione puramente astratta tra indipendentisti e non indipendentisti, se non in termini di puntualizzazione degli obiettivi strategici di natura giuridico-istituzionale. La faglia non passa per questo discrimine. La faglia è una faglia politica e direi anche culturale profonda e separa nettamente chi ha a cuore i principi di democrazia reale, giustizia sociale, condivisione, solidarietà, emancipazione collettiva e interdipendenza pacifica e amichevole tra i popoli e chi invece persegue disegni reazionari, razzisti, oscurantisti, anti-ecologici, padronali.

Se questa è la linea del fronte – e lo è, in Sardegna come altrove – anche gli ambienti politici che ancora si attardano dentro le logiche imposte dai rapporti di forza interni allo stato italiano, centrati su interessi esterni, estranei e spesso ostili alla Sardegna (ivi compresi quelli rappresentati dai partiti sedicenti progressisti o di sinistra), devono fare una scelta di campo.

Non è sufficiente la condanna retorica delle gesta di Zoffili e camerati vari, né la blanda e anche qui puramente retorica opposizione alla giunta Solinas o, che so, alla giunta Truzzu di Cagliari, o a quella di Nanni Campus a Sassari. Queste sono pose, sono adesioni passive a meccanismi di mera comunicazione, sono reazioni condizionate e del tutto anodine.

La lotta democratica nell’isola deve essere situata nel suo più vero contesto materiale e relazionale, e deve essere radicale, collettiva, rispettosa della pluralità e delle diverse esperienze in campo, votata a un profondo mutamento di scenario e di inerzia storica, a cominciare dalle questioni strategiche come quelle ambientali, socio-economiche, culturali e da ambiti come quello energetico, quello infrastrutturale, quello scolastico. Una lotta diffusa, comune per comune, piazza per piazza, senza sconti.

I Zoffili del momento non devono più trovare il terreno sgombro per le proprie malefatte. Devono anzi trovare un ambiente inospitale, senza spazio di manovra, senza facili vie di fuga, senza tolleranze immeritate.

E così tutti i furbi e gli opportunisti, di qualsiasi estrazione e con qualsiasi travestimento si presentino, in ogni ambito della nostra vita associata. Il passo successivo sarà evitare di farci dettare l’agenda da questa gentaglia, ma cominciare a dettarne una diversa e ineludibile. Al contempo, è necessario assumere strutturalmente l’intransigenza etica e politica come cifra distintiva del percorso di conquista democratica in Sardegna, al di sopra e a discapito dei calcoli tattici e delle convenienze egoistiche del momento.

Insomma, ridimensioniamo pure al suo infimo livello l’episodio di Olbia, ma non sottovalutiamone il senso e il contesto. È una grande assunzione di responsabilità collettiva, quella che ci è richiesta, dentro un processo storico complicato, in cui la Sardegna rischia di essere ancora una volta, ma peggio di altre circostanze, una pedina sacrificabile in balia di forze esterne. Dobbiamo essere coscienti di questo e agire di conseguenza, a tutti i livelli.

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