Elezioni USA e cleptocrazia: di cosa stupirsi?

Le elezioni USA si sono concluse con un esito diverso da quello auspicato dalle élite europee e nordamericane. Il ricco avventuriero Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Basta fare un excursus sulle titolazioni delle maggiori testate occidentali per avere il quadro dell’impreparazione e della sostanziale inadeguatezza di larga parte del sistema informativo. L’Italia in questo la fa da padrona.

Gli esperti abituati ad esprimersi ex cathedra hanno preso una cantonata, finendo per credere alle loro stesse mistificazioni. Ora cercano di mostrare che loro la sanno comunque più lunga degli altri e ci spiegano perché siamo stati così fessi da credere alle loro panzane fino a poche ore fa.

Per esempio, questo commento degli economisti Alesina e Giavazzi, sul Corriere, è quasi comico. Pura ideologia, gli schemi rigidi della dottrina del capitalismo assoluto (volgarmente detta neoliberismo) applicati scolasticamente a una situazione di cui non hanno capito nulla.

Cito questo pezzo perché è esemplificativo di quanto le classi dominanti occidentali siano responsabili dirette di quanto sta succedendo in Europa e negli USA.

Per dire, a proposito di un tema scottante come le migrazioni e i rapporti sociali, i due analisti sostengono quanto segue:

[…] gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.

I dati sulla disoccupazione negli USA, come si sa, sono drogati. In realtà il disagio materiale e culturale di larghe fasce della popolazione e la disgregazione sociale aumentano. Sostenere che un programma di investimenti pubblici alimenterà necessariamente l’immigrazione (contro cui Trump ha fatto dichiarazioni molto dure) è una scemenza, dato che il livello del reddito dei cittadini statunitensi è spesso basso e non mancherà di sicuro la forza lavoro interna, in caso servisse.

Ma il problema per Alesina&Giavazzi e di quelli come loro non è la disoccupazione o l’inoccupazione, bensì il livello dei salari. Che ovviamente – in questa ottica squisitamente padronale – va tenuto il più basso possibile. Non se ne fa cenno, in questa succinta analisi, ma è quello il nodo.

Per questo si ventila la necessità di nuova mano d’opera d’importazione. Solo così il fattore produttivo “lavoro” potrà mantenere i salari abbastanza contenuti da consentire una soddisfacente estrazione di valore ai detentori dei capitali.

In caso contrario, aumentando la domanda di manodopera, il suo costo aumenterebbe (aumentando le retribuzioni). Di pari passo con la maggiore forza contrattuale dei lavoratori. Il che potrebbe avere anche degli effetti politici generali.

Tutti effetti che la classe dominante occidentale e i loro portavoce tendono a scongiurare.

Mi dilungo in questo esempio perché vorrei richiamare l’attenzione su quella che mi pare la questione di fondo.

L’elezione di Trump non è causa di nulla, non sconvolgerà affatto l’andamento del mondo, non stabilirà l’inizio di una nuova epoca. È in realtà un effetto.

Sono diversi decenni che l’economia mondiale e le sue risultanze sociali e politiche vanno verso una stretta conservatrice e anti-popolare. Da quando Nixon (precursore di questa stagione) stabilì l’uscita del dollaro dagli accordi di Bretton Woods (1971) è stato tutto un susseguirsi di fenomeni dal segno molto chiaro.

La partita giocata dalle classi popolari dopo la seconda guerra mondiale volgeva al termine. Tanto più rapidamente, quanto maggiore era stato lo spavento generato dagli anni Sessanta, dal Sessantotto e dai sui strascichi.

Troppo benessere diffuso, troppa facilità di accesso ai livelli più alti dell’istruzione, troppa conoscenza condivisa. E una larga fetta dell’intellettualità mondiale ad alimentare consapevolezza e aspettative.

Già la decolonizzazione rischiava di mettere a repentaglio il dominio dei padroni del mondo. I fallimenti post-coloniali non sono un caso, ma l’esito di condizionamenti potentissimi a cui i nuovi stati indipendenti e le loro popolazioni sono stati sottoposti fin dal giorno stesso del loro affrancamento.

Le stagioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan hanno solo esplicitato un mutamento di paradigma che era già nelle cose.

Da lì in poi, l’ideologia dominante nel mondo è stata una e domina ancora oggi. Le sinistre europee hanno avuto il terribile torto di abbandonare il proprio ruolo dialettico e conflittuale e di accettare la nuova narrazione ideologica. Abbiamo visto con quali esiti.

Nuova narrazione ideologica che, come tutte le false rappresentazioni, serve a giustificare a posteriori un determinato assetto dei rapporti di produzione e di forza, un certo modello economico e sociale.

Le classi dominanti europee e statunitensi e l’intellettualità ad essi organica hanno promosso scientemente l’impoverimento delle masse, la disarticolazione sociale, l’indebolimento dei corpi intermedi (a cominciare dai partiti), l’abbassamento costante del livello di istruzione e di informazione reale (in rapporto alla complessità dei fenomeni).

Non c’è nulla di romantico o di anche solo astrattamente emancipativo in quella che Bauman definiva la “società liquida“.

Tuttavia questo è un gioco pericoloso. La paura di perdere status sociale e ricchezze fa fare sempre errori macroscopici. E le classi dominanti attuali non sembrano molto più sveglie e lungimiranti di quelle di cento anni fa.

Il terrore di possibili rovesciamenti sociali, la pretesa che non siano messi in discussione i meccanismi dell’appropriazione e dell’accumulo, spingono sempre a inscenare il conflitto fittizio tra i poveri e gli impoveriti, ad alimentarlo, a servirsene come base per il proprio dominio.

Dove non ci sono più le masse proletarie –  com’era un secolo fa – si può sempre ricorrere all’immigrazione in grande stile e al razzismo indotto.

Da notare che i numeri delle attuali migrazioni non sono che una frazione di quelli delle migrazioni ottocentesche e novecentesche. Eppure il costante bombardamento mediatico, gli allarmismi, la sollecitazione degli istinti più bassi del volgo (privato di strumenti di comprensione), hanno l’effetto di produrre una distorsione patogena delle percezioni.

Ma quando anestetizzi la ragione fino ad addormentarla, i mostri che ne popolano gli incubi sono difficili da controllare.

Così succede che soffochi il Biennio rosso e ne viene fuori la Marcia su Roma. Alla ventilata minaccia socialista, in Germania, si rispose favorendo l’affermazione del nazismo. Non l’abbiamo già visto succedere?

È un meccanismo inevitabile. Di cui le classi dominanti si servono quasi istintivamente, magari facendo finta di scandalizzarsi, sulle prime.

Perché quali che siano i meccanismi di manipolazione delle coscienze messi in campo, quale che sia la forma che assume il rapporto di dominio, le condizioni materiali delle persone hanno il loro peso.

Il popolo, le masse senza voce e senza soggettività storica, non scompaiono nel nulla e non si possono gestire a proprio piacimento. Nemmeno se hai eliminato dalla scena le formazioni politiche alternative, e controlli i big data, e manipoli sistematicamente i sondaggi demoscopici e la loro diffusione, e ti impossessi dei profili social di centinaia di milioni di esseri umani.

Alimentare individualismo e paura non contribuisce a produrre rapporti sociali più sereni. Rendere via via più accettabile la violenza non è mai servito a contenerla.

Il conflitto è immanente nelle nostre società, nella nostra specie. La diseguaglianza tra individui esiste ed è un fattore di evoluzione indispensabile. Le relazioni sociali, la cultura, la condivisione, la comprensione profonda del rapporto tra necessità e mezzi disponibili, sono le risorse che abbiamo sviluppato nei millenni per temperare il conflitto interno e tradurlo in una fonte di sopravvivenza.

Ma nelle società complesse – e le società complesse l’umanità le conosce almeno dalla rivoluzione del Neolitico – tendono per propria inerzia a trasformarsi in brutali cleptocrazie. Ossia in società gerarchizzate, i cui vertici, dopo aver accumulato ricchezza e potere, ben presto lavorano solo per la propria auto-perpetuazione a discapito del resto del gruppo umano di cui sono parte.

I principi di eguaglianza, di libertà reale e diffusa, di condivisione delle risorse, di equilibrio nel rapporto con l’ambiente naturale e la biosfera non sono dunque una posizione ideologica. Sono le modalità che abbiamo sviluppato per contenere il conflitto interno alla nostra specie e per poter vivere e riprodurci su questo pianeta.

L’individualismo, l’egoismo, l’odio sociale, il razzismo non li ha inventati Donald Trump e non è certo lui il primo che se ne serve come strumento di affermazione politica personale. E i valori che incarna e promuove sono ben presenti negli USA da tempo immemore.

In ogni caso, molti di coloro che in queste ore si dichiarano preoccupati per la sua affermazione, hanno contribuito negli anni a giustificare e imporre il modello di convivenza che ha prodotto questo esito.

Sia chiaro, non c’è niente di tanto radicalmente distante da quello che penso e che sento come giusto quanto un personaggio come Donald Trump. Ma non mi associo agli atitidos, ai lamenti funebri, dei dottor Frankentein che hanno creato il mostro ed ora ne sono spaventati.

Sono lacrime di coccodrillo, che si asciugheranno rapidamente appena si troverà un modo di vedersi garantita la conservazione degli attuali rapporti sociali e degli accordi con le altre élite internazionali. E del resto Trump appartiene ai vertici della cleptocrazia attuale. Non lavorerà mai ad abbatterla.

È da un pezzo che il mondo va così e niente ci garantisce che non andrà anche peggio. Le destre europee stanno già cantando vittoria. Nelle stesse ore, però, negli USA migliaia di persone scendono in piazza dichiarando a gran voce di non accettare Donald Trump come presidente.

Nessuno può davvero sapere cosa succederà. Di sicuro con una Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca l’inerzia storica non sarebbe certo mutata in meglio. Anzi, per certi versi la minaccia sarebbe stata ancora più profonda, benché meglio mascherata.

I nostri governi – in Italia in particolare, e in Sardegna con un rischio ancora maggiore – stanno lavorando da un pezzo a formalizzare anche giuridicamente i nuovi rapporti di dominio. Centralismo, riduzione degli spazi democratici, razzismo diffuso, aumento del tasso di violenza, populismi di reazione: sono tutti fenomeni che fanno parte del quadro.

La vera alternativa consiste nel chiamarsi fuori da questa partita truccata. Nel non accettare di fare la “corsa dei topi”, l’affannosa rincorsa pavloviana di ciò che ci apparecchia quotidianamente la cronaca.

Se il paradigma non ti piace, non puoi esserne parte e sperare di migliorarlo dall’interno, partecipando ai suoi meccanismi senza discuterli. Devi avere un altro orizzonte e altri obiettivi.

In questo senso, non è escluso che lo choc delle elezioni statunitensi possa provocare una reazione di resipiscenza, un recupero di lucidità e di consapevolezza. Non c’è che augurarselo. Magari contribuendovi attivamente.

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