Responsabilità storiche della sinistra sarda

L’intreccio tra ricostruzioni storiche, memoria diffusa, immaginario collettivo e politica è sempre stretto. In Sardegna questo fenomeno umano assume dei contorni particolari.

Le notizie storiche scorrette, forzate e a volte inventate di sana pianta sono un classico della storiografia italiana sulla Sardegna. Se ne trovano tanto nei manuali scolastici quanto nei testi accademici (circa i primi, vedi qui e qui).

Spesso la fonte di tali svarioni sono testi di autori sardi, il cui contenuto viene piegato dentro cornici nazionaliste italiane o comunque italo-centriche. A volte tale operazione è molto facilitata dal taglio stesso dei testi sardi, di solito molto attenti a non discostarsi dall’impostazione della storiografia accademica italiana.

Il vezzo di rileggere la storia sarda in funzione della storia italiana, insomma, è molto diffuso e ha ovvie implicazioni politiche. Di esempi se ne possono fare tanti. Approfitto di una segnalazione recente* e ripropongo, tra i tanti, questo sproloquio.

L’autore dell’articolo linkato assume come data l’italianità “naturale” della Sardegna e rilegge le vicende storiche dell’isola secondo la loro appartenenza nel tempo al contesto politico e culturale italiano.

Così, partendo dal “declino della presenza italiana in Sardegna”, ascrivibile all’infeudazione dell’isola al re Giacomo II di Aragona e alle vicende successive, conclude la narrazione con l’arrivo della corte sabauda a Cagliari, in fuga da Napoleone, nel 1799, dichiarando che “alla vigilia del nuovo secolo, la Sardegna poteva dirsi definitivamente reinserita nel flusso della storia d’Italia”.

Naturalmente – come si evince facilmente da una rapida ricognizione del sito – questa è una narrazione di stampo nazionalista e reazionario (potrei dire anche fascista). Il guaio è che coincide con la visione diffusamente dominante negli studi storici italiani, di conseguenza – sia pure in termini dialettici – in quelli sardi e anche, inevitabilmente e senza alcun filtro critico, in larga parte dell’ambito politico isolano.

In particolare questa è la visione di base della sinistra sarda, soprattutto quella che ha le sue radici nel vecchio PCI, ma con riverberi anche oltre tali confini di appartenenza (necessario però un distinguo doveroso per l’area del Manifesto e altre aree di militanza minoritaria ormai “senza tessera”, da cui da tempo invece vengono segnali diversi).

Le responsabilità della sinistra di matrice italiana in Sardegna sono drammatiche. L’equivoco storico di fondo è uno degli elementi decisivi di questa responsabilità. Non c’è solo questo, naturalmente. Il culto per lo Stato di stampo marxista-leninista (retaggio hegeliano) ha avuto il suo peso, in un contesto dove lo stato centrale, per la Sardegna, è da sempre una controparte. Così come il tatticismo togliattiano e una certa inclinazione burocratica hanno condizionato le strutture periferiche del PCI. E aggiungiamoci una visione alquanto schematica del concetto di modernità e modernizzazione.

Da tali limiti oggettivi sono derivate la durevole diffidenza verso l’autonomia, l’appoggio al Piano di Rinascita, il rifiuto di affrontare compiutamente la questione linguistica, la difesa del centralismo dei governi italiani di ogni epoca, l’ignoranza – a volte esibita e rivendicata – circa i processi di decolonizzazione, circa la riflessione post-coloniale, circa le vicende delle nazioni senza stato europee, ecc.

Oggi molta della militanza storica della sinistra italiana in Sardegna è rimasta senza punti di riferimento, sostanzialmente esclusa dalla rappresentanza istituzionale e tagliata fuori dalle dinamiche politiche in corso. A parte chi si è riciclato nel PD e nei suoi satelliti (scelta di campo se non altro chiara, bisogna riconoscerlo) o nel grillismo (scelta ambigua, se vogliamo, ma comunque sempre di matrice italocentrica).

Al di là dei fatti soggettivi, è un potenziale di pensiero e di formazione politica e sociale sprecato. Purtroppo bisogna constatare che al rifiuto di fare i conti col passato – drammaticamente evidente ogni qual volta si sollevano questioni inerenti gli ultimi settant’anni della nostra storia – si somma quello di riformulare le proprie posizioni davanti ai processi e agli eventi in corso.

Per molti è dolorosa la stessa presa d’atto che ormai il discorso dell’autodeterminazione sia centrale in qualsiasi riflessione politica di un certo respiro. In qualche caso fino ad arrivare a una sorta di rimozione ostile e persino alla negazione delle categorie teoriche e dei valori politici di riferimento.

Tale rifiuto non di rado sconfina nel paternalismo, fuori luogo e male informato, rivolto alla riflessione e alla militanza indipendentista degli ultimi quarant’anni.

Al che spesso si associa – incoerentemente – la denuncia delle derive destrorse che tale ambito politico sembra subire, almeno nella narrazione dei mass media e nei social media. Fenomeno che rappresenta senz’altro un pericolo, ma a proposito del quale manca, nella militanza di sinistra di matrice italiana, il coraggio di andare fino in fondo alla riflessione.

Dato che il processo di autodeterminazione in Sardegna non sarà affatto facile, benché sia storicamente necessario, e dato che non sono auspicabili né una rivoluzione passiva (perpetuare la dipendenza e la devastazione socio-economica, culturale e ambientale sotto una veste formale di indipendenza) né l’opzione violenta (contro chi rivolta? da chi? a quale scopo?), è di conseguenza necessario che anche le fasce sociali e gli ambiti culturali che fin qui ne hanno rifiutato la rilevanza comincino a ragionarci su in termini diversi.

È fondamentale creare o alimentare un movimento di massa, magari plurale, ma politicamente forte e culturalmente non subalterno. Non si può fare senza l’apporto di una parte rilevante della nostra borghesia intellettuale e di un numero non inconsistente di cittadini politicamente formati.

Chi abbia a cuore i valori dell’eguaglianza, della solidarietà, della pace, chi si senta coinvolto nel destino collettivo dei Sardi e con essi in quello dei popoli del Mediterraneo, dell’Europa e in ultima analisi dell’intero pianeta, non può più ignorare come stiano le cose nell’isola.

Chi veda chiaramente l’intreccio tra questioni sociali, nuovo autoritarismo politico (in Italia incarnato nel neo-centralismo anti-popolare), colpi di coda del capitalismo internazionale più feroce e insaziabile e questioni ecologiche (globali e locali), non può più tirarsi indietro nella scelta della parte del fronte in cui stare.

I tempi richiedono partecipazione e consapevolezza. Vedremo nei prossimi mesi e anni se questi rimarranno meri auspici o si tradurranno in nuovi apporti di pensiero e di azione politica.

 

 

*Fattami dall’amico Marco Nieddu, che ringrazio.

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