Movimento 5 stelle e Sardegna

In Sardegna si aggirano molti spettri politici. Tra questi uno molto evocato, pur senza aver mai dato segni di reale presenza, è quello del Movimento 5 stelle. Anche in occasione delle recenti elezioni amministrative se n’è riparlato come di un possibile fattore nello scenario pubblico isolano.

I ragionamenti letti in giro in questi giorni però mi pare soffrano di un equivoco radicale, che li indebolisce: sovrappongono cioè l’ambito italiano con quello prettamente sardo, mescolando un po’ le carte.

Certo, nell’insieme dello stato italiano il Mov. 5 stelle è ormai l’unica forza di opposizione allo strapotere del PD renziano. Anche l’ultimo voto amministrativo lo ha certificato. In proiezione, considerando insieme la legge elettorale statale (l’Italicum) e il possibile esito del referendum costituzionale del prossimo ottobre, è persino probabile un dominio politico conclamato dei seguaci di Beppe Grillo per i prossimi anni.

Naturalmente si tratta di previsioni tutte da verificare, ma è indubbio che la consistenza dei 5 stelle a livello italiano ormai è questa. Se sia un bene o un male per l’Italia non saprei dire. La prospettiva di finire nelle grinfie del Partito della Nazione renziano dovrebbe preoccupare chiunque non sia ad esso organico o non attenda dalla sua egemonia vantaggi diretti. Tuttavia, la natura, i programmi e la prassi dei 5 stelle non possono essere accolti acriticamente come salvifici, solo perché in opposizione a quelli di Renzi e della sua congrega.

Se guardiamo alla Sardegna il discorso deve essere più articolato. Prescindiamo un attimo dalle sorti dell’Italia e dei suoi equilibri politico-istituzionali (esercizio teorico, naturalmente, perché in realtà, purtroppo, non ne possiamo prescindere davvero).

In Sardegna il Mov. 5 stelle stenta ad essere un fattore reale nello scenario politico. Non ha radicamento, non ha esponenti all’altezza (alcuni dei più presentabili sono finiti dritti a Roma alle ultime elezioni politiche), non ha programmi, non ha una visione.

Sull’isola il Mov. 5 stelle vivacchia o semplicemente non esiste salvo che nelle realtà locali dove – a volte in modo preterintenzionale – ha trovato un consenso ampio, arrivando a volte a eleggere il sindaco (Assemini, Porto Torres). Non sempre con risultati amministrativi entusiasmanti, a dire il vero. Ma non è che siamo abituati proprio all’eccellenza, in questo ambito. Soprattutto chi ha avuto in mano il potere fin qui ha poco da criticare, vista la situazione in cui ci troviamo.

In ogni caso, anche da noi il Mov. 5 stelle si porta appresso i limiti che ne caratterizzano natura, teoria e prassi in generale: il suo populismo “né di destra né di sinistra” tendente troppo spesso a destra; le strizzate d’occhio al razzismo e alla xenofobia; certa approssimazione semplificatoria su questioni complesse; lo spostamento continuo del focus politico dalle questioni strutturali a questioni più facili da maneggiare ma decisamente meno decisive; ecc.

Di specifico e di mirato sulla realtà sarda c’è ben poco. A livello contenutistico molta parte delle proposte fatte in questi anni sono banali rimasticature di cose dette e stradette soprattutto in ambito indipendentista (verificare è abbastanza facile). Si tratta sostanzialmente dell’ennesimo franchising politico esterno che spera di mettere radici in Sardegna.

Ma, oltre a segnalare questi limiti evidenti (che prescindono dalla buona volontà e dall’onestà soggettiva dei militanti), ci sono anche altre considerazioni da fare. A cosa serve un Mov. 5 stelle forte in Sardegna? A quali interessi può giovare, quali istanze sociali e/o culturali può rappresentare? E in quale ottica?

Il fatto di continuare a evocarlo come un fattore decisivo sull’isola come in Italia è una sorta di auspicio, una profezia che vorrebbe autoavverarsi, ma è tutto da vedere, naturalmente. Eppure è come se in molti si augurassero questo esito, anche tra coloro che non sono sospettabili di simpatie acritiche verso il grillismo.

A rifletterci su, una motivazione può essere nel fatto – secondo me evidente – che il Mov. 5 stelle ha una funzione prettamente rassicurante, anestetizzante, normalizzante. In Italia ha attenuato enormemente la probabilità di una forte mobilitazione di massa contro le misure di austerity e di ridistribuzione ineguale verso l’alto della ricchezza. Ha incanalato la protesta o almeno il malcontento popolare verso bersagli tutto sommato innocui; ha garantito all’apparato di potere dominante la possibilità di continuare a fare quel che voleva al riparo da una opposizione sociale e politica veramente alternativa.

Mi sembra che anche in Sardegna l’auspicio di buona parte delle forze politiche dominanti e dell’élite egemone si auguri un esito analogo. Sarebbe una soluzione ottimale per scongiurare l’eventualità che prenda piede il movimento indipendentista, magari saldato finalmente a un forte movimento di alternativa economica e sociale.

Poiché questo movimento, benché sfrangiato e non al massimo della forma, esiste già ed agisce e poiché anche alle ultime elezioni regionali si è avuto un assaggio della sua potenzialità, ricorrere al Mov. 5 stelle come forza di opposizione di comodo può sembrare una soluzione intelligente. E in quest’ottica lo è, in effetti.

Guardare a questo fenomeno con snobismo o con preconcetti ideologici non serve a scongiurarne la crescita. Caso mai bisognerebbe riflettere sulla attuale debolezza di una prospettiva alternativa all’assetto vigente fatto di dipendenza, assistenzialismo, ricatto occupazionale, debilitazione materiale, culturale e demografica.

Nessun progetto politico potrà mai diventare forte e davvero minaccioso per i soggetti oggi dominanti in Sardegna se non saprà intercettare bisogni, interessi, aspettative di una larga fetta della popolazione. Per questo insisto nel ribadire la lezione gramsciana secondo cui non basta avere buone idee e saperle dire bene, se esse non rappresentano forze sociali reali, gruppi di interesse, prospettive politiche collettive realmente sentite dai loro stessi destinatari.

Se il Mov. 5 stelle diventerà un fattore decisivo su scala sarda, al di là degli exploit locali, sarà un danno oggettivo per la prospettiva dell’emancipazione collettiva dei Sardi. Non c’è niente, in ciò che propone e in come lo propone, di realmente decisivo per le sorti generali dell’isola. È fondamentalmente un diversivo. In un certo senso anche una trappola, vista l’attrattiva esercitata dal grillismo su una parte dell’ambito indipendentista (o sedicente tale, specie tra gli xenofobi e i populisti). Ma, nel caso, non potremo farne una colpa esclusiva ai Sardi stessi, né al Mov. 5 stelle in quanto tale.

Il fatto di essere immersi nella sfera culturale e mediatica italiana ha il suo peso, inevitabilmente. I risultati elettorali prossimi venturi e la manipolazione dell’immaginario in atto in Italia avranno riverberi anche sull’isola. E un risultato elettorale favorevole sull’isola, come quello che si prospetta in un grosso centro quale Carbonia (roccaforte “rossa” un tempo, poi più tristemente del PD), potrebbe far fare al Mov. 5 stelle sardo un ulteriore passo avanti nel suo radicamento. Sono esiti probabili, con cui bisognerà fare i conti.

La riflessione dunque va fatta adesso e vanno cercate ora nuove strade per scardinare sia il disegno egemonico di una Sardegna sottomessa, piegata da miseria e spopolamento, disponibile per qualsiasi speculazione, esperimento, saccheggio, sia l’apparato di interessi che se ne serve per il proprio tornaconto.

La consapevolezza che il Mov. 5 stelle sull’isola sia oggettivamente organico a tale prospettiva deve spingere a costruire percorsi alternativi più forti, senza indulgere in mere contrapposizioni retoriche, che non spostano di un millimetro l’inerzia del consenso di massa. Piuttosto bisognerebbe agire in modo articolato, plurale e a vario livello in tutti gli ambiti della vita associata, fuori dalla logica elettoralistica e al riparo dalle tentazioni del “tanto peggio, tanto meglio”. Auspicabilmente con un orientamento politico chiaro e coraggioso, e con una prospettiva che sia insieme pragmatica e visionaria, tanto da superare in attrattiva sia il populismo di comodo da un lato sia il ricatto assistenziale e para-coloniale dall’altro.

2 Comments

  1. Abbastanza semplicistico dire che il M5S ha anestetizzato le possibili mobilitazioni popolari. Mobilitazioni a dire il vero anestetizzate col concorso di sindacati e partiti politici pretesi di sinistra, ormai da molto tempo. Vorrei anche ricordare che quest’anno abbiamo avuto la più grande mobilitazione del mondo della scuola da che ci sia memoria, e i 5S se ne sono fatti fautori e parte in causa, con grande sofferenza dei confederali, forse protesi all’ennesimo pseudo-conflitto da simulare per non dover uscire definitivamente di scena (ricorderei che incassano notevoli contributi statali, a differenza dei 5S). Peccato che quella mobilitazione sia stata ridicolizzata e ignorata dal centrosinistra come dal centrodestra (e poi non è vero che sono categorie pretestuose e inattuali?) che poi hanno saputo ripescare parte di quei voti nei loro vari travestimenti locali (esempio: Cagliari, e vorrei ricordare che Zedda, ha stigmatizzato in pubblico la protesta dei docenti come inutile e dettata da incomprensione della bontà della riforma). “Incanalandole verso obiettivi rassicuranti”, poi, davvero è affermazione che mi riesce incomprensibile: non credo il fattore M5S sia rassicurante per le lobby che governano l’Italia, come del resto si vede dalla rancorosa coalizione di ogni singolo segmento dell’establishment contro di loro. Non credo che Equitalia sia un obiettivo rassicurante, e nemmeno il sistema bancario. Credo invece sia molto rassicurante stornare l’attenzione da questi obiettivi, come i sinistri di ogni ordine e grado si impegnano sistematicamente a fare. In sostanza, d’accordo sul fatto che la realtà sarda non è articolata su una base disposta oggi ad accogliere massivamente la proposta 5S. Non so se sia un bene o un male, però.

    1. Che “centrosinistra” e “centrodestra” siano categorie ridicole e senza referente concreto è verissimo. Ma questo non c’entra nulla col rifiuto delle categorie politiche generali di “destra” e “sinistra”. Non bisogna confondere i piani né l’oggetto della critica.
      Sulle responsabilità dai sindacati confederali e della sinistra italiana sono state spese così tante parole, specie a sinistra (la sinistra più onesta e meno irregimentata), che ogni altro commento è superfluo. Pura verità. Poi bisogna vedere da quale punto di vista si valutano queste responsabilità. Di solito le critiche mosse in ambito M5s riproducono elementi retorici tipicamente di destra.
      In generale, però, mi interessa poco il discorso centrato sull’ambito italiano (su cui si possono avere opinioni assortite e articolate, come dimostrano, per esempio, gli interventi di questi giorni sulle pagine del Manifesto). Mi interessa invece in particolare il ruolo del M5s in Sardegna.
      Non sostengo che il M5s sia rassicurante per lobby o centri di interesse. probabilmente non lo è. Però è sicuramente rassicurante come avversario politico, rispetto ad altre opzioni più critiche verso i modelli socio-economici dominanti (che non sono la “Casta”, o analoghi feticci anestetizzanti) e verso gli assetti politico-istituzionali vigenti. Nello specifico, è più rassicurante rispetto all’opzione indipendentista o comunque rispetto alla crescita di un’offerta politica autocefala, staccata dai patronati esterni e centrata in modo totalmente autonomo sulle necessità e sulle questioni strutturali dell’isola. Questo è indubbio ed è del tutto comprensibile. Chi ha a cuore l’emancipazione sociale, culturale e politica dei sardi deve esserne cosciente e ragionarci su.

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