Paradossi di filosofia cosmologica ed esistenziale

Se c’è una cosa di cui non soffre la specie umana è la scarsa considerazione di sé. Nel suo complesso essa è dotata di una propensione congenita a ritenersi il centro di tutto. Persino in epoca moderna e contemporanea, da che abbiamo acquisito la certezza di essere una parte infinitesima e del tutto marginale dell’universo, non abbiamo fatto altro che escogitare trucchi e stratagemmi per negare la nostra contingenza (come diceva Jacques Monod).

Il principio antropico è una costante, a volte nascosta, delle nostre costruzioni intellettuali e filosofiche. Persino le devastazioni che stiamo causando all’ecosistema terrestre  soffrono di questa debolezza delle premesse. Del tipo: Oddio, stiamo distruggendo il pianeta! Mentre è assai più probabile che stiamo semplicemente distruggendo le condizioni della nostra esistenza sul pianeta madesimo.

La verità è che come specie abbiamo delle caratteristiche tali da farci evolvere in un certo modo, secondo certe costanti, ma senza alcuna reale possibilità di mutare tali componenti di base della nostra biologia. Non sta scritto da nessuna parte che la specie umana debba durare indefinitamente. Essendo, come ogni altro evento dell’universo, un accidente entropico tra i tanti, è probabile che quelle stesse caratteristiche che ci hanno fatto raggiungere l’apice della nostra parabola evolutiva si trasformino un bel giorno nelle cause della nostra inadeguatezza alla vita su questo pianeta e provochino la nostra scomparsa. Un po’ come i trilobiti.

Il che è addirittura inconcepibile, se ci lasciamo cullare dalle illusioni individualiste che, soprattutto in Occidente, religione cristiana e capitalismo ci hanno instillato a dosi massicce e prolungate per secoli. A ciascuno di noi risulta familiare e pacifico il pensiero che noi stessi, il nostro io individuale, abbia importanza di suo. Addirittura abbiamo concepito la stravagante presunzione che dio,  il principio ordinatore dell’universo, l’entità sovraordinata all’esistente o l’universo stesso – chiamiamola come ci pare –  si dia pena per le nostre persone singole e particolari, o pretenda qualcosa da noi.

Sarà così? Io ne dubito. Chi ha fede, si attiene ai precetti che da essa discendono e si mette il cuore in pace. Va benissimo. Non sono di quelli che – ipocritamente – si dicono increduli ma invidiosi di chi ha trovato la fede. Trattasi evidentemente di trucco retorico per salvare capra e cavoli e sperare di non farsi nemici. Per conto mio, chiunque può credere quello che vuole, basta che non pretenda che io faccia lo stesso. In fondo la fede è un ottimo succedaneo di qualche droga, con meno complicanze cliniche. E non è certo quello il metro con cui valutare le persone (lo dimostra il fatto che per ogni confessione religiosa esistono farabutti, mediocri e ottime persone più o meno nelle stesse proporzioni: dal che si deduce che la vera distinzione è tra chi sia un farabutto e chi no, a prescindere da cosa creda o non creda).

Ma il discorso non cambia. E’ del tutto plausibile che presto o tardi, comunque sempre prima che noi stessi riteniamo giunta la nostra ora fatale, ci estingueremo. Non credo che si sentirà molto la nostra mancanza. Per un po’ sorci e scarafaggi deploreranno la scomparsa del loro animale domestico preferito, nonché prima fonte di sostentamento. Ma a parte questo, a chi importerà di noi, da qui alle galassie più lontane?

E il paradosso, in tutto questo, è che questa consapevolezza non mi impedirà, nelle prossime settimane, di occuparmi delle elezioni amministrative in Sardegna. Se non è patologico questo…