Scuola e dipendentismo

Suscita un certo malumore la decisione della Giunta Pigliaru di non impugnare la legge sulla cosiddetta Buona scuola. La mobilitazione degli insegnanti sardi lasciava supporre a qualcuno che il governo regionale sarebbe stato in prima linea contro questa normativa statale. Pura illusione.

In realtà non c’è nulla di cui stupirsi. Così come per il Decreto Sblocca Italia, alla Giunta Pigliaru sta benissimo tanto la devastazione della scuola pubblica (con le sue ancor più gravi ricadute sarde), sia il via libera a speculatori, avventurieri e land grabbing. D’altra parte questa compagine di governo regionale è stata selezionata espressamente per garantire tale tipo di sudditanza.

Del resto l’orientamento di destra del prof. Pigliaru è notorio, così come dovrebbero essere chiari i limiti di preparazione, visione politica e statura etica dell’intera giunta e di buona parte della politica sarda istituzionale.

A confermare questo giudizio apparentemente troppo severo e sbrigativo bastano le prese di posizione di alcuni esponenti dei principali partiti italiani in Sardegna. Il PD si schiera compattamente a favore della riforma del governo, sostenendo la decisione della Giunta sarda; qualche esponente di SEL – sempre in bilico tra la retorica di lotta e le pratiche consociative – si lamenta flebilmente, facendo così un ingenuissimo assist a chi, dalla parte della opposizione diversamente concorde, sottolinea come SEL faccia parte della maggioranza, in Sardegna. I rappresentanti del centro-destra non entrano nemmeno nel merito ma si limitano a dileggiare gli avversari: un giochetto facile e meschino, davanti a tanta pochezza, ma che non riesce a nascondere la loro sostanziale adesione alla medesima visione delle cose e diciamo pure che non accresce di molto la considerazione che di questi personaggi può avere un qualsiasi cittadino con la testa sulle spalle.

Nell’insieme, la politica sarda ci fa la solita figuraccia, incassando da par suo l’ennesimo calcione nel sedere senza nemmeno fare finta di reagire. Tutt’al più, emettendo qualche flebile lamento, un frignare biascicato senza sostanza alcuna, e sempre rigorosamente tra le mura di casa. Non sia mai che i mugugni arrivino alle orecchie del Padrone.

Rimangono i problemi, tutti intieri nella loro drammatica concretezza. Cosa si può dire al mondo della scuola sarda che non sia stato già detto? La scuola sarda non è separata dal suo contesto, non si può davvero credere in buona fede che se tutto il resto viene scientemente condotto verso il disastro, la scuola verrà esentata da tale destino.

E quale sia questo destino lo vediamo quotidianamente. Basta prendere uno per uno i vari settori strategici della nostra esistenza collettiva per constatare quanto sia evidente il disegno di debilitazione economica, culturale e demografica in atto.

Trasporti e infrastrutture, salvaguardia del territorio, produzione e distribuzione dell’energia, agricoltura e allevamento, patrimonio culturale e storico, università, servitù militari, attività industriali… In ognuno di questi ambiti l’attuale Giunta sta seguendo lo stesso copione di quella precedente, salvo, in alcuni casi, peggiorarlo. Sarà che non si tratta di fulmini di querra, sarà che eseguono ordini, fatto sta che i risultati parlano chiaro.

Ci sarebbe da farsi delle domande sul perché la Sardegna debba subire tutto questo. Ma non ora. Ci tornerò su.

Appellarsi al papa, come hanno fatto in passato operai e pastori e ora gli insegnanti, non servirà a niente. Magari sarebbe stato meglio pensarci al momento di votare. Ma anche rinfacciare questo, in una situazione che vede metà dell’elettorato sardo disertare le urne, serve a poco.

Servirebbe di più mirare a soluzioni concrete e praticabili, dichiararle, se se ne hanno, o sostenere quelle già emerse. La proposta del PSdAz di parificare la lingua sarda con l’italiano può andare bene, in astratto, e va bene anche in termini simbolici e politici; ma non serve a risolvere nulla (dati i tempi lunghi del procedimento di revisione statutaria e la necessaria collaborazione del governo centrale e dei partiti italiani a Roma). Molto più efficace riprendere la proposta di legge regionale sulla scuola (ce n’è una già bell’e pronta) e attivare tutte le competenze che la RAS già possiede. Così come sarebbe opportuno rivedere e potenziare la normativa prevista nella L.R. 26/97, affinché lingue, storia e cultura della Sardegna fossero protette e promosse da una normativa al passo coi tempi e con le nostre esigenze strutturali. In questo caso, le proposte presentate di recente non sembrano essere afficaci. Ma si può sempre migliorare.

Dubito però che saprà o potrà farlo l’attuale maggioranza in Consiglio regionale e sono certo che alla Giunta Pigliaru non interessa affatto. Non interessa a nessuno di coloro che oggi siedono in quei consessi istituzionali. Perciò è senz’altro opportuno che la mobilitazione su questi temi prosegua, possibilmente trovando un focus più appropriato. Il mondo della scuola avrebbe tanto da dire, in Sardegna, se solo avesse il coraggio di diventare un elemento emancipativo, di prendere posizione sui temi strategici, per quanto delicata possa essere tale scelta. Da pedere, come si vede, è rimasto davvero poco.

One response

  1. S’assessora est de SEL, duncas est aintro de custa detzisione, mancari a unu ddi bèngiat de pensare ki dd’ant posta incue proite ddoe aiat logu e bastat.

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