Da una recente scoperta, nuova luce sul disastro ambientale sardo di fine Ottocento

Una fortuita scoperta, nei pressi della località Buchi Arta e della Codula di Ilune (Dorgali), rivela interessanti dettagli del selvaggio disboscamento della Sardegna nella seconda metà dell’Ottocento, arricchendo le nostre conoscenze e dandoci nuovi spunti di riflessione.

Pepinu Mereu, in una delle sue Lettere a Nanni Sulis, scriveva;

Unu die sa pòvera Sardigna
si naiat de Roma su granàriu;
como de tale fama no nd’est digna.
Su jardinu, su campu, s’olivàriu
d’unu tempus antigu, s’est mudadu
ind’unu trist’ispinosu calvàriu.
Buscos chi mai b’haiat intradu
rajos de sole, miseras sachetas
hant bestid’e su log’ant ispozadu.
Arvures chi pariant pinnetas,
pro ingrassare su continentale,
afrontadu ant undas e maretas.
Inue tot’est passada s’istrale
pro sèculos e sèculos, de tzertu
si det bider funestu su signale.
Vile su chi sas giannas at apertu
a s’istranzu pro benner cun sa serra
a fagher de custu log’unu desertu.
Sos vandalos, cun briga e cuntierra,
benint dae lontanu, a si partire
sos frutos, da chi si bruiant sa terra.
Isperamus chi prestu at a finire
cust’istadu de cosas dolorosu:
meda semus istancos de suffrire.

Mereu sapeva di cosa parlava. La devastazione ambientale ottocentesca aveva lasciato segni profondi non solo sull’ecosistema sardo, ma anche sul tessuto socio-economico e su quello culturale. La spoliazione delle foreste sarde, voluta per sostenere l’industrializzazione del Nord Italia, sia come materia per traversine ferroviarie sia come carbone di legna, è uno dei fattori più decisivi della nostra storia contemporanea.

Non gode però di grande considerazione storiografica, sebbene qualsiasi cronaca storica minimamente dignitosa debba farne almeno cenno. È menzionata come un elemento quasi accessorio o comunque sostanzialmente neutro del difficile rapporto tra il centro, ossia lo Stato italiano, e la periferia, marginale e “arretrata”, rappresentata dalla Sardegna.

Venerdì 10 luglio, presso l’auditorium della biblioteca S. Satta di Nuoro, è stata presentata una scoperta, apparentemente minore, relativa proprio al periodo di massimo sfruttamento delle foreste sarde. Due graffiti, realizzati con mezzi di fortuna in un piccolo riparo lungo un costone delle alture carsiche del Supramonte di Dorgali.

I graffiti rappresentano due imbarcazioni, stilizzate ma dense di particolari anche tecnici (come rivelato dalla corposa e approfondita analisi dell’ingegnere Antonio Forma). Dunque realizzati necessariamente da una mano esperta.

Quei luoghi oggi appartengono all’immaginario della Sardegna selvaggia e ancestrale, meta di escursionisti avventurosi e di trekker ben allenati (salvo i casi di avventizi poco pratici che tocca recuperare con l’elicottero, diverse volte all’anno).

Nella relazione di Giovanni Strinna, filologo e storico dell’Università di Sassari, e in quella dell’esperta guida escursionistica Giovanni Dore, sono stati invece evidenziati i profondi cambiamenti subiti da quei luoghi proprio a causa dell’azione umana.

Dilavamento e impoverimento del suolo, eliminazione di interi ecosistemi, mutamenti nel regime delle acque e nella stessa linea di costa. Tutti fenomeni che, su più ampia scala, hanno riguardato enormi estensioni del territorio sardo in quei decenni. Con conseguenze di lungo periodo.

Il geografo francese Maurice Le Lannou, nel suo celebre Pastori e contadini di Sardegna, pubblicato nel 1941, esprimeva dubbi sull’esistenza in Sardegna delle grandi e rigogliose foreste decantate in molte fonti dei secoli precedenti. I suoi viaggi nell’isola gli avevano mostrato territori brulli e riarsi, di quando in quando intervallati da distese di macchia mediterranea, ma poche tracce di significative presenze arboree.

Era vero. Ancora a quel tempo e poi anche successivamente intere porzioni di Sardegna erano poverissime di vegetazione arborea. Lo stesso Monte Ortobene di Nuoro (al cui disboscamento – che vedeva coinvolto suo padre stesso – Grazia Deledda dedicò la novella Colpi di scure e il romanzo Il nostro padrone) solo di recente ha riacquisito la sua copertura boschiva. Basta imbattersi in qualche foto degli anni Cinquanta del secolo scorso per constatare la drastica differenza.

La scoperta sul Supramonte di Dorgali illustra dettagli tecnici di un’industria estrattiva (in molti sensi) che comportava buoni, se non ottimi, margini di profitto per gli “investitori” forestieri e giusto qualche spicciolo di indotto locale (per carrettieri, guide “indiane”, qualche printzipale dei centri coinvolti, amministratori compiacenti).

Le conseguenze ambientali erano del tutto trascurate, allora, e lo sono state sempre, in Sardegna. Soprattutto dai nostri ceti dirigenti. Compreso il nostro presente di aggressione speculativa su tanti fronti.

Lo stesso Giovanni Strinna, nella sua relazione introduttiva, non ha mancato di accennare un parallelo tra l’approccio sostanzialmente coloniale di quell’epoca e il nostro tempo.

Questa suggestione, che pure dovrebbe essere centrale e darci il destro per una riflessione più profonda, è rimasta tuttavia sullo sfondo, nella serata di presentazione della scoperta. Lì per lì ho avuto anzi la netta impressione che non sia stata affatto colta dal pubblico presente. Come fosse un tema a cui le orecchie del nostro ceto medio istruito siano insensibili; parole a cui non si riesce a connettere alcun referente concreto; oppure tabù da rimuovere. La cosa non mi ha stupito.

Nelle comunicazioni relative alla scoperta e anche alla sua presentazione pubblica ugualmente le connotazioni drammatiche dell’epopea industriale entro cui il disboscamento della Sardegna è inserito sono scomparse o sono rimaste implicite.

Nella stessa cronaca, pure puntuale, che ne ha fatto Luciano Piras sulla Nuova, gli aspetti più problematici restano abbozzati e non sviluppati fino in fondo.

Il ruolo subalterno e strumentale dell’isola nel processo di industrializzazione italiana risulta quasi “naturale”, ordinario, inevitabile. Anzi, sembra quasi che dovremmo essere contenti di avere avuto una parte significativa in tale processo.

Contribuire al progresso e allo sviluppo economico dell’Italia (del Nord) è un ruolo a cui non dovremmo sottrarci, dato che è l’unica cosa che un posto come la Sardegna, così povero, socialmente e culturalmente degradato, insufficiente a se stesso, può offrire alla “comunità nazionale” (italiana).

Un po’ la stessa visione da cui oggi discende il rimprovero alla popolazione sarda di non accondiscendere passivamente all’aggressione speculativa in ambito energetico, strategicamente necessaria all’Italia (soprattutto ai tanti data center in allestimento dalle parti di Milano), di cui pure siamo parte e a cui dovremmo essere grati.

Ragionare invece, dati alla mano, sulla dimensione del saccheggio ottocentesco dell’isola, usata come “colonia di sfruttamento”, ad opera degli “spogliatori di cadaveri”, ci darebbe degli spunti di riflessione anche sul nostro oggi.

Certo, i dati, prima di essere “alla mano”, andrebbero reperiti, analizzati, studiati e restituiti in forma storiografica (prima) e divulgativa (poi). La cronica mancanza di studi approfonditi su troppi aspetti della nostra storia contemporanea ci condanna invece ad affrontare il presente privi della necessaria “cassetta degli attrezzi”.

L’ottusità con cui il nostro ceto medio istruito rimuove totalmente la realtà coloniale della Sardegna, ignora o rilegge in modo parziale la nostra storia, soprattutto recente, e si lascia manipolare da una visione sempre italo-centrica dell’isola, ha degli effetti concreti dolorosi a cui è difficile rimediare.

Se una scoperta come quella fatta nel Supramonte di Dorgali servirà almeno un poco ad accendere la curiosità su quel periodo tribolato e a suscitare qualche riflessione più consapevole sulle nostre cose, il suo apporto sarà molto più prezioso della sua portata apparentemente circoscritta.

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P.S. I materiali della scoperta e le relative analisi dovrebbero essere pubblicati nel corso di quest’anno. Attendiamo fiduciosi.

P.P.S. Nello stesso luogo dei graffiti è stata rinvenuta una poesia in sardo, incisa anch’essa nella roccia, dedicata a un valente avvocato che a quanto pare aveva salvato lo scrivente da una condanna. Secondo Giovanni Strinna, alla luce del suo sguardo da filologo (ma anche a lume di buon senso), tale incisione non avrebbe alcun legame con le altre.

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