La rimozione del problema e la stupidità appresa

In occasione della visita a Nuoro del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella si è aperto uno strano dibattito, prevalentemente sui social media, che tuttavia si è arenato su aspetti secondari o di superficie e ha sostanzialmente eluso il nucleo problematico emerso da questa circostanza.

Mattarella era a Nuoro per l’inaugurazione dell’anno deleddiano (l’ennesimo), per via del centenario del Nobel conferito a Grazia Deledda nel 1927, ma per il 1926 (quindi gli anni deleddiani saranno due: teniamoci forte).

Poteva essere una buona occasione per mettere il sommo rappresentante dello Stato italiano davanti alle magagne e alle contraddizioni del rapporto asimmetrico tra Italia e Sardegna, a partire da questioni molto concrete, tipo l’aggressione coloniale in ambito energetico, il punitivo dimensionamento scolastico (con annessa esclusione dai fondi PNRR), la faccenda dei detenuti in regime di art. 41bis trasferiti in massa nell’isola e le altre questioni aperte da decenni (asservimento militare, questione linguistica, vertenza entrate, ecc. ecc.).

Certo, andava fatto in termini efficaci e con consapevolezza dei problemi, del momento, dei ruoli, del contesto. Sarebbe stato bello, in tale occasione, disporre di una classe dirigente e di un ambito intellettuale all’altezza della situazione. Ma non ne disponiamo.

Forse Nuoro era la sede meno adatta per trasformare l’evento in una manifestazione di dignità e di rivendicazione politica ad ampio spettro. Nuoro, per i suoi gruppi dirigenti e per la stragrande maggioranza del suo ceto medio istruito, è una città italiana di provincia con speciali meriti culturali, di cui anela il riconoscimento oltre Tirreno. La Sardegna non esiste, nell’orizzonte del nuorese istruito medio, e per il suo ceto politico esiste giusto Cagliari, in quanto sede di potere, potenziale trampolino verso la vera meta agognata: Roma.

L’accoglienza offerta a Mattarella, così disperatamente subalterna e servile da essere quasi caricaturale, non può essere una sorpresa. Chi si è soffermato su aspetti contingenti e tutto sommato innocui ha preso un abbaglio o ha volutamente spostato il focus dal nucleo problematico della faccenda. Che invece ha analizzato bene Federica Marrocu su S’Indipendente.

Tutto quello che poteva essere sbagliato è stato sbagliato. Dalla mancata ostensione della bandiere ufficiale della Sardegna (con la scusa del protocollo, che però è stato tranquillamente superato in altre circostanze), all’intonazione della canzone d’amore No potho reposare al posto del ben più significativo inno Su patriotu sardu a sos feudatàrios (per altro, anch’esso inno ufficiale della RAS), fino all’entusiasmo imbarazzante con cui si è accolto l’inno dello Stato italiano (pessimo, da vari punti di vista).

La piaggeria e la gratitudine invero inspiegabile con cui si è cosparsa l’intera giornata lasciano un forte senso di vergogna in chi abbia un minimo di coscienza politica e sociale. Il problema è, appunto, che non ce ne possiamo stupire.

A complemento del ragionamento esposto da Federica Marrocu nel suo pezzo, ripropongo la lettura di un mio post di poco tempo fa, in cui parlavo di “impotenza indotta” e di ignoranza diffusa. Là ci sono già un po’ di argomentazioni che possono fornire elementi di riflessione su quest’ultimo episodio e sulla sua collocazione.

A questo aggiungo un ragionamento su un’altra circostanza recentissima, che mi sta dando da pensare. Credo esista una connessione.

Non molti giorni fa, il sito del collettivo Wu Ming ha ospitato una mia disamina sulla questione della transizione energetica in Sardegna, le sue forme, i suoi sviluppi, le sue criticità. A cui si è aggiunta, come appendice, una risposta a un articolo invece critico verso le mobilitazioni popolari in corso.

Ebbene, nonostante esista in Sardegna una parte di opinione pubblica, soprattutto nel summenzionato ceto medio istruito (o riflessivo, come a volte lo si definisce), perlopiù organica allo schieramento politico italiano di centrosinistra, ostile verso le mobilitazioni popolari e in generale verso le manifestazioni culturali autoctone, indifferente alla questione linguistica e infastidita (eufemismo) da qualsiasi discorso anche vagamente autodeterminazionista e tanto più dalle istanze indipendentiste, questa compagine sociale ha evitato di entrare nel dibattito.

Di solito, questo raggruppamento sociale è molto sensibile a ciò che viene veicolato da media e interlocutori di oltre Tirreno. Una tematica sarda acquisisce rilevanza solo se viene captata e riconosciuta in Italia. I personaggi di riferimento preferiti sono quelli che hanno trovato legittimazione in Italia. La visuale che si adotta per leggere le cose sarde è quella filtrata dallo sguardo esterno italiano (quello esterno di altra provenienza di solito è troppo spiazzante e poco rassicurante, per questa compagine sociale perennemente afflitta da vergogna di sé).

Mi sarei aspettato che portare il discorso in uno spazio come Giap, molto seguito dalle persone sarde che leggono, si ritengono informate, che si identificano come progressiste e pongono attenzione al dibattito culturale italiano (l’unico che conta), avrebbe suscitato qualche reazione, anche solo di contestazione. Invece nulla. A parte un paio di commenti su Facebook (dove Wu Ming non c’è e io stesso dichiaratamente non interagisco da anni), il silenzio.

È una circostanza minima e contingente che però acquisisce i contorni di un sintomo. Sommata alle reazioni alla visita di Mattarella a Nuoro ci offre lo spunto per ragionare ancora una volta di questo enorme problema che ci portiamo appresso da un paio di secoli.

Possiamo ridurlo alla formula del “tradimento dei chierici”, ossia della separatezza quasi antropologica, oltre che culturale, sociale e politica, tra ceti intellettuali (in senso ampio) e quella che per comodità chiamiamo sinteticamente “questione sarda”.

Non è solo separatezza e indifferenza, ma, come dicevo, vera e propria ostilità. Il che farebbe pensare anche a una sorta di auto-difesa “di classe”. Se per la carriera, il successo o anche banalmente le possibilità professionali l’integrazione nell’ambito culturale italiano – compresi il linguaggio, i gusti, l’habitus – funziona, tutto ciò che può metterla in discussione è una minaccia.

Il disconoscimento dell’italianità “naturale” della Sardegna è un pericolo esiziale. La pretesa che esistano una storia sarda e un patrimonio culturale sardo fuori dall’alveo della storia e del patrimonio culturale italiani è un elemento di forte disturbo, da opacizzare, minimizzare, folklorizzare e, se serve, persino negare.

Che esistano in Sardegna pulsioni sociali e culturali non subalterne, aspettative non controllate e indirizzate dai centri culturali e politici egemonici è vissuto come una devianza perniciosa.

Tanto più in questi anni, in cui la crisi dei corpi sociali intermedi, la disintermediazione e la disarticolazione delle agenzie formative e dei mass media mainstream ha lasciato molto più spazio a forme di comunicazione e di interazione da un lato manipolabili e orientabili (come vediamo nel successo delle destre, non certo effetto casuale) ma anche sfruttabili per liberarsi di filtri, forme di controllo, imposizione di “un’unica storia“.

È un contesto estremamente problematico e contraddittorio, che in Sardegna produce tanto derive pericolose, quanto occasioni di emersione di forze collettive altrimenti invisibilizzate e comunque delegittimate.

Il grosso problema, di cui seguitiamo a pagare il prezzo, è che nella prospettiva di un processo di emancipazione storica, di conquiste sociali e politiche, serve un ceto medio riflessivo cosciente della realtà in cui è situato e disponibile ad agire di conseguenza. Non bastano minoranze consapevoli o presunte (a volte sedicenti) avanguardie illuminate e non bastano solo momenti di mobilitazione dal basso, su questioni specifiche.

La necessaria politicizzazione della questione sarda, nel suo insieme, con i suoi auspicabili esiti concreti, non può non passare da una presa di coscienza che coinvolga una porzione consistente del mondo della scuola, del funzionariato pubblico, del mondo delle professioni, del giornalismo, della produzione culturale e delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Senza negare l’inevitabile dialettica tra i vari gruppi sociali, ovviamente, ma ricollocandola in uno spazio di autopercezione finalmente aderente alla realtà.

Al momento questo fattore latita e anzi esiste una resistenza forte da parte soprattutto di chi ha ruoli pubblici influenti, formali o informali, ad assumersi la responsabilità di riconoscere la violenza epistemica e la subalternizzazione socio-economica e politica subita dalla popolazione sarda in questi ultimi due secoli, e nell’ultimo soprattutto.

Nella subalternità e nella dipendenza i ceti sardi dominanti hanno prosperato fin qui, salvo dimostrarsi sempre inadeguati ad affrontare le sfide decisive. Forti dei loro status sociali, delle loro possibilità di ricatto e di controllo delle risorse pubbliche, legittimati dai centri di potere e di interesse esterni, hanno fin qui superato i momenti di crisi contingente tergiversando, inventandosi diversivi, mobilitando all’occorrenza le proprie clientele e i propri intellettuali organici.

Non è detto che questo gioco possa durare ancora a lungo. L’incredibile appello della presidente Todde a una mobilitazione popolare contro il riversamento in Sardegna di una gran parte dei detenuti in regime di 41bis è il sintomo di una debolezza e di una inadeguatezza che fin qui i trucchi retorici e la propaganda asfissiante hanno a mala pena velato.

Sembrerà paradossale, ma è la stessa presidente Todde che snobbava la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare Pratobello24, dichiarando che “i legislatori” erano loro, e che più volte ha replicato, anche in forme sopra le righe, a qualsiasi obiezione o contestazione dal basso, esterna al circolo ristretto dell’oligarchia dominante.

Se non saremo in grado di maturare una forte risposta culturale, prima ancora che politica, una ri-connessione tra le diverse anime scisse della nostra collettività umana, in termini progressivi, emancipativi, democratici, lo spazio politico che si sta aprendo sarà inevitabilmente colmato da discorsi retrivi, leadership populiste e reazionarie, istanze identitarie escludenti. E precipiteremo dalla padella alla brace.

E la “colpa” non sarà certo dei soliti indipendentisti o di chissà quale altro bersaglio ideologico o capro espiatorio trovato all’occorrenza. Sarà solo il fallimento definitivo di chi fin qui si è auto-rappresentato come la parte più sana e più competente della nostra disgraziata comunità umana, quando invece è da troppo tempo una zavorra insostenibile e dannosa.

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