2 giugno 2021, niente da festeggiare

Il 2 giugno 2021 non c’è nulla da festeggiare. La Repubblica italiana, certamente preferibile alla scalcinata e cialtronesca monarchia sabauda e al fascismo, è però un’incompiuta storica e anche un inganno.

La costituzione italiana non è affatto la “più bella del mondo” così come è una balla sciovinista che l’Italia raccolga la maggior parte del patrimonio artistico umano. Questi sono elementi mitologici della grande narrazione nazionale italiana a cui molti credono e che l’establishment politico-mediatico continua a propalare, ma si tratta di evidenti millanterie.

Tuttavia, la costituzione italiana esiste, è in vigore da settantatré anni: sarebbe stato interessante vedere cosa sarebbe successo se fosse stata applicata fino in fondo. Lo è stata solo in parte, sempre con la massima attenzione a non toccare il nucleo oligarchico e classista dello stato e gli interessi della classe dominante che lo ha incarnato e animato in questi decenni.

Una democrazia fin dall’inizio vaga, sfilacciata, condizionata, sempre sotto ricatto non ha prodotto un corpo sociale emancipato, pluralista, laico, dinamico. L’Italia repubblicana è stata una continuazione delle Italie precedenti con altri mezzi.

Pensiamo solo alle strutture stesse dello stato, formali e informali (funzionari pubblici, prefetti, forze dell’ordine, magistratura, quadri intellettuali e accademici, mass media), sostanzialmente rimaste le medesime nel trapasso dal fascismo alla repubblica.

Ma non c’è solo questo. È proprio la genesi storica dello stato unitario ad essere decisiva. Come aveva lucidamente osservato Gramsci, il Risorgimento e l’unificazione italiana sono stati in larghissima misura una rivoluzione passiva, condotta e realizzata spesso a dispetto e quasi sempre a danno delle masse popolari e di ampie porzioni territoriali del nuovo stato.

Una realizzazione storica di matrice congenitamente coloniale, che ha poi esportato tale modello anche fuori dai propri confini, dall’Eritrea all’Istria, dalla Libia all’Albania, ecc.

Efferatezze, razzismo, ostilità verso le classi popolari di qualsiasi latitudine non sono incidenti momentanei, non sono parentesi patologiche di una storia altrimenti virtuosa. Su questo Benedetto Croce aveva torto marcio e aveva invece ragione Piero Gobetti. Il fascismo è solo una recrudescenza esplicita della natura prettamente dispotica e oligarchica dell’Italia in quanto stato.

Le modalità con cui è stata gestita la pandemia di covid-19 e le conseguenze che tale nuova formula politica lascia sul campo ne sono una conferma. Il popolo va ammansito, controllato, quando è il caso impaurito e se proprio c’è bisogno represso con la forza.

Niente deve mettere in discussione le gerarchie sociali, i diversi livelli di libertà, la disparità consolidata nell’accesso alla ricchezza, specie quella pubblica. Niente deve mettere davvero in discussione i rapporti sociali, le diseguaglianze, la subalternità delle masse impoverite e di interi territori.

La retorica sull’unità, sulla solidarietà nazionale, sulla “coesione sociale”, ancora largamente impiegata, appare sempre meno aderente a una realtà sociale che minaccia di diventare esplosiva.

È soprattutto dai margini del corpaccione sclerotico di questo stato fantoccio che la realtà delle cose appare in tutta la sua sgradevole consistenza. Dal confine orientale alla Val di Susa, dalla frontiera marittima delle isole siciliane alla Sardegna; dai campi della schiavitù bracciantile ai grandi centri della logistica, dal mondo dei subappalti al precariato perenne a cui sono condannati giovani, donne, immigrati.

Da lì si vede la verità. Quella che viene combattuta, minimizzata, negata dall’apparato della disinformazione in servizio permanente effettivo. A cui partecipano allegramente, confermandone il dominio, le strampalate fantasie di complotto reazionarie e diversive che ammorbano i social e gli stessi mass media mainstream.

Non c’è niente di sano nella repubblica dei disastri annunciati, sempre causati dall’avidità e dall’irresponsabilità dei padroni e dei loro complici politici; nella repubblica dell’eterno post-qualcosa, dell’ipocrisia, della vanagloria nazionalista a reti unificate.

Come sia possibile ancora prestare fede alle celebrazioni istituzionali è davvero un mistero. O forse in realtà l’unanimismo dichiarato è solo l’ennesima finzione di comodo e non c’è alcun mistero.

Qualsiasi conquista civile, politica, sociale di questi tre quarti di secolo è stata pagata a durissimo prezzo e non è mai stata facile né sicura. In più è stata controbilanciata da fenomeni di patologia politica e culturale che hanno costantemente inquinato lo spazio civile della repubblica, che hanno attenuato qualsiasi spinta emancipativa, che hanno trasformato molto presto ogni rivoluzionario (a parole) in conservatore a guardia del sistema (nei fatti).

Chiedersi, dalla Sardegna, a cosa ci sia servita la Repubblica suona come una domanda ironica. Basterebbe elencare i guasti di questi decenni di autonomia “ottriata”, concessa benevolmente dall’alto e sempre tenuta al guinzaglio.

Decenni di modernizzazione passiva, di mitologie di subalternità spacciate per “vera identità sarda”, di dipendenza crescente e di mediocrità politica dilagante. Di sistematico approccio coloniale verso il territorio e le risorse dell’isola, dagli ampi spazi occupati militarmente, allo sfruttamento industriale, turistico e oggi energetico.

Ha dunque più senso di quanto sembri rispondere oggi alle celebrazioni ufficiali con una grande manifestazione in uno dei luoghi simbolo del colonialismo militare italiano in Sardegna: Teulada. Centro costiero in costante impoverimento economico e demografico, a differenza di altri comuni marittimi sardi, soffocato dall’assistenzialismo e dalla mancanza di prospettive economiche endogene.

Una manifestazione organizzata da A Foras, come altre in passato, anche in solidarietà alla Palestina. Non una scelta banalmente ideologica, dato che in Sardegna lo stato israeliano mantiene e incrementa le sue ottime relazioni istituzionali e accademiche. Una presenza inquietante di cui l’intellighenzia (sedicente) progressista isolana fa finta di non accorgersi.

Non troverete molte notizie su questa manifestazione nei mass media. Se ci saranno incidenti o qualcosa da addebitare ai manifestanti, ne verrà data testimonianza, riprendendo come al solito le veline delle forze dell’ordine o dei vertici militari. Tutta roba già vista. E non è escluso che qualche altra militante, qualche altro attivista finiranno per far compagnia alle decine di giovani già sotto processo per fatti analoghi.

È una di quelle circostanze in cui emerge con chiarezza la vera anima nera e reazionaria dello stato italiano. Uno stato irrecuperabile, dannoso per i propri stessi cittadini e inospitale per chi vi cerca rifugio. Uno stato che si può solo abbattere ed eventualmente ricostruire su basi nuove, realmente democratiche, plurali, confederali, insieme al resto dell’Europa, nell’interesse primario di chi lo abita. Uno stato da cui, più realisticamente, uscire il prima possibile.

Buon 2 giugno.

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