Di ricorrenze patriottiche, statue e senso della storia (propria e altrui)

Ieri, 2 giugno, non tutti in Sardegna hanno celebrato patriotticamente la ricorrenza. Oltre ai manifestanti di Teulada, sono state varie le prese di posizione critiche, non tanto sul significato del referendum del 1946, quanto sul suo senso attuale e soprattutto sulle celebrazioni che ne accompagnano l’anniversario.

Il mio pezzo di ieri rientra tra queste riflessioni critiche, per altro senza aggiungere molto di nuovo a cose dette e scritte da tante persone, anche italiane, spesso di sinistra, non certo solo da inveterati nazionalisti sardi o da monarchici e/o nostalgici del duce (i fascisti oggi, nei mass media principali, vengono spesso definiti così: “nostalgici”; ma senza mai specificare di cosa)..

Insomma, niente di cui stupirsi troppo. Caso mai, questo sì, sarebbe stato interessante imbastire in proposito un dibattito pubblico, in Sardegna, alla luce dei settantacinque anni trascorsi da quel 2 giugno 1946, degli esiti storici di una lunga stagione politica e civile, di cui possiamo tracciare oggi un consuntivo.

Invece noto con dispiacere che, complici gli infernali meccanismi dei social media, chi aveva qualcosa da dire, lo ha fatto a spizzichi e bocconi, per allusioni, per slogan e dichiarazioni apodittiche, senza cercare confronto ma solo conforto nelle rispettive cerchie di conoscenze personali.

È un peccato. Da tempo ho constatato e ho sollevato il problema della mancanza in Sardegna di un dibattito pubblico aperto, leale, fecondo. Difficilmente lo si può aspettare dai mass media, che per lo più (non sempre e non comunque) sono organi di propaganda o agenzie di disinformazione. Impossibile aspettarselo dai social media, che non sono fatti per questo scopo, ma solo per alimentare raccolte di dati tramite la creazione di spazi autoreferenziali e la ludificazione delle relazioni umane.

Bisognerebbe trovare un modo e una o più sedi in cui aprire e alimentare il dibattito pubblico, restando sui temi, senza svicolare, evitando comode fallacie argomentative (quella dell’argumentum ad hominem, quella “del fantoccio”, ecc.).

Provo a fare un esempio concreto, che direttamente o indirettamente mi chiama in causa.

Prendiamo i post dedicati alla critica del 2 giugno scritti su Facebook da Gianni Fresu. Gianni Fresu è uno studioso di Gramsci, marxista, con esperienze di ricerca e insegnamento anche all’estero. Una persona adeguatamente preparata, insomma.

Chiarisco subito che non ci conosciamo e non abbiamo mai avuto a che fare direttamente, quindi tutto questo discorso è prettamente impersonale e obiettivo (nel senso che non entrano in gioco rapporti personali, appunto). Ma i suoi post mi sono stati segnalati da contatti Facebook che evidentemente condividiamo e, trattandosi di post pubblici, mi sento autorizzato a farvi riferimento (ricorrerò allo screenshot, scordatevi che vi linki qualcosa di FB in questo spazio; andate a cercarveli).

In un suo post della serata del 2 giugno scrive questo:

Ora, sicuramente io non c’entro nulla, ma “niente da festeggiare” è precisamente la frase che compare nel titolo del mio pezzo di ieri qui su SardegnaMondo, proprio a proposito del 2 giugno. La prendo come una coincidenza, considerato che la stessa considerazione l’hanno fatta anche altri, e provo ad entrare nel merito dell’obiezione di Fresu.

Mi pare che nel post su riportato siano evidenti diversi errori interpretativi (per così dire).

Uno, centrale, è l’attribuzione della critica verso le celebrazioni del 2 giugno a una pretesa preferenza verso la monarchia e/o il fascismo. Dato che so come va il mondo – almeno, il mondo della comunicazione social odierna – nel mio pezzo di ieri avevo esordito precisando subito che considero la repubblica italiana “nata dalla Resistenza” sicuramente un guadagno storico rispetto agli scalcagnati Savoia e al regime nazionalista-razzista-reazionario-colonialista-padronale di Mussolini (spero di non aver dimenticato nulla).

Sulla mia posizione antifascista non credo proprio di dover dimostrare qualcosa, ma non si sa mai. Perciò, eliminiamo ogni equivoco sul punto.

Detto ciò, perché mai non si potrebbe esprimere una critica alle celebrazioni del 2 giugno partendo da posizioni anti-fasciste, repubblicane, fortemente anti-monarchiche, esplicitamente anti-sabaude?

Se qualcuno avesse detto “critico il 2 giugno (la celebrazione del) perché preferirei vivere in una monarchia che avalla un regime fascista” allora l’obiezione di Fresu avrebbe senso. Io però non ho letto alcuna dichiarazione di tale tenore (magari ce ne sono state e mi sono sfuggite, può essere), tanto meno è quel che penso io, benché io stesso abbia dichiarato che “non c’è niente da festeggiare”.

Nella bacheca di Gianni Fresu trovo anche un altro post, di oggi, sempre in materia di contestazione delle celebrazioni del 2 giugno:

In questo caso è un post ironico (non satirico, perché la satira dovrebbe colpire i potenti e le ipocrisie del potere, cosa che qui non c’entra gran che).

Anche in questa circostanza non presumo di essere tra i bersagli dell’obiezione, tuttavia si dà il caso che io sia tra quelli che bramano la rimozione dell’orribile statua di Carlo Feroce dal suo posto simbolicamente e politicamente centrale nella conformazione urbana di Cagliari.

Non sono tra coloro che affermano l’inutilità del referendum con cui “gli italiani cacciarono i Savoia”, questo no. Caso mai posso dolermi della tardività di tale scelta. Però ho come l’impressione che qui ci sia un’altra argomentazione scorretta, in questo caso rientrante nella fattispecie della “fallacia del fantoccio”, o “dello spaventapasseri” (strawman argument). La quale consiste nell’attribuire alla controparte una posizione estrema o caricaturale, comunque chiaramente degna di stigma negativo, e argomentare contro quella, anziché contro le cose che la controparte ha realmente affermato.

Ribadisco: non ho letto da nessuna parte affermazioni contro il referendum del 2 giugno 1946 in quanto tale, nessuna nostalgia monarchica e/o fascista, tanto meno negli spazi presidiati da indipendentisti, antagonisti, anti-militaristi e compagnia cantante. Di sicuro nessuno di coloro che ieri hanno manifestato a Teulada si sogna di rivendicare posizioni del genere (e su questo, abbiate pazienza, credo di poter fare affermazioni impegnative e definitive senza tema di smentita).

Ho letto invece critiche alle celebrazioni di oggi (come già detto), al loro significato attuale, al loro senso rispetto alla condizione storica della Sardegna, dentro l’Italia repubblicana.

Nell’insieme, mi pare che il fastidio espresso in questo modo allusivo e con argomentazioni a mio avviso fallaci da Gianni Fresu sia sincero nella sua consistenza, ma ipocrita nelle sue motivazioni.

Ipocrita, perché nega le ragioni della controparte e non fa il minimo sforzo per affrontarle e discuterle. E anche perché prescinde dalla storia stessa, dal fatto che da quel 2 giugno 1946 siano passati tre quarti di secolo, con eventi, processi, conseguenze ed effetti su cui non solo è lecito ma è anche doveroso interrogarsi criticamente. Non ricorrendo all’auctoritas di testi citati come fossero raccolte di dogmi a cui sottomettersi, ma magari utilizzando quegli stessi testi – specialmente quelli di Nino Gramsci – secondo la portata politica, teorica, pragmatica che essi hanno oggi, nella nostra condizione attuale, per le nostre vite.

Criticare l’Italia repubblicana – soprattutto se lo si fa in nome dell’evidente tradimento delle sue stesse premesse e alla luce dei suoi evidenti limiti storici, tanto più se lo si fa dalla Sardegna – non ha nulla di retrivo, regressivo, reazionario. Direi invece che tali attribuzioni possano essere serenamente associate a chi vorrebbe celebrare acriticamente e metafisicamente, disincarnandolo, quel mero accadimento di settantacinque anni fa.

Parlare della storia come un “processo unitario all’interno del quale si situano rotture e salti dialettici” (cito da un commento dello stesso Fresu) suona decisamente anacronistico (questo sì) e lontano da qualsiasi concetto attuale, meditato, teoricamente ed euristicamente validato, di storia. In ogni caso, è una argomentazione fuori focus rispetto alla presa di posizione che si vorrebbe discutere.

Mi pare davvero poco materialista e ben poco gramsciana, una modalità dialettica del genere. Che non saprei a cosa attribuire se non a una sorta di dissimulato nazionalismo italiano, ammantato di “patriottismo costituzionale”, come va di moda in molta sinistra, anche comunista, italiana. E italiana in Sardegna. Perché qua c’è un nodo che non si può ignorare. Un nodo al quale il pettine arriva subito, se si affronta il discorso con onestà intellettuale e senza pregiudizi.

L’irrisolta subalternità della Sardegna, la mancata realizzazione di una democrazia almeno decente, la durevole condizione para-coloniale o coloniale tout court dell’isola, la minaccia incombente di un futuro prossimo fatto di spopolamento, impoverimento, inquinamento, degrado civile e culturale, dipendenza politica: tutto questo non può essere ignorato né rimosso in un discorso storico onesto e aderente ai dati di realtà. Sicuramente, non in nome della pretesa sacralità di un evento lontano, significativo, sì, ma che per l’isola non ha avuto effetti sempre e solo positivi, o addirittura sulla base di mere formule retoriche arbitrariamente suffragate da citazioni impegnative quanto anodine.

In questo equivoco si manifesta anche il problema costituito dall’egemonia, nella sinistra sarda di questi decenni, dello sciovinismo italiano, al servizio della classe padronale soprattutto settentrionale, mascherato da modernizzazione e da lotta all’arretratezza. Uno sciovinismo chiaramente (e spesso esplicitamente, fuori e dentro i confini dello stato) razzista.

Le teorie della modernizzazione sono un dispositivo coloniale tra i più usati e tra i più deleteri. La loro messa in discussione e la loro decostruzione critica ha raggiunto risultati notevoli, negli studi post-coloniali e in quelli sulla subalternità. E anche dal punto di vista storico-economico le sue premesse e le sue prescrizioni sono state ampiamente destituite di fondamento.

Eppure, in Sardegna è ancora un discorso dominante, sia nella politica, sia nei mass media, sia nei percorsi di studi e di ricerca a livello accademico. Non a caso è uno dei temi centrali, in senso inverso, anche del percorso di ricerca e di dibattito di Filosofia de Logu, affrontato tanto nell’omonimo libro collettivo (in particolare nel saggio di Alessandro Mongili, ma più o meno direttamente anche in altri), quanto in una delle presentazioni fatte nelle settimane scorse.

La rimozione della realtà storica della Sardegna in nome di un’adesione normativa all’italianità e alla logica statolatrica dell’unità dello stato; il persistente sguardo sul mondo solo attraverso filtri ideologici esogeni; l’incombere di una dimensione fittizia, di un “come se” che mortifica ogni tentativo realmente emancipativo, tanto in senso epistemologico, quanto in senso politico e sociale: sono tutti elementi di una questione fondamentale ancora aperta, che momenti particolari come le ricorrenze nazionali e nazionaliste (italiane) tendono ad enfatizzare.

Sarebbe opportuno e penso molto fecondo farsi domande su tutto questo. Tanto meglio se si innescasse un dibattito vero, pubblico, secondo tempi umani, centrato sui temi e sulle questioni reali, senza rincorrere il flusso diarroico dell’infosfera.

Penso che sarebbe ben più utile, per la crescita democratica, culturale e sociale della nostra collettività, di qualsiasi autocompiacimento narcisista alimentato dalle nostre bolle social.

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