Referendum costituzionale: una doppia trappola su cui ragionare

Il dibattito sul prossimo referendum costituzionale non appassiona il grande pubblico. Non c’è da stupirsene e non è nemmeno il tema che vorrei affrontare in questa disamina.

Meglio però riassumere prima di tutto di cosa si tratta. Il parlamento, con entrambe le sue camere, ha approvato in doppia seduta, ma NON con la maggioranza qualificata richiesta (2/3), la riforma di alcuni articoli della costituzione, il cui effetto, se approvata, poterà il numero totale dei parlamentari a 600, dai 945 attuali. Ne spetterebbero 400 alla Camera dei deputati e 200 al Senato (contro i 630 e i 315 attuali). Secondo l’art. 138 della costituzione, la mancata maggioranza qualificata comporta la possibilità, se richiesto da almeno un quinto dei membri di una camera (come in questo caso) o da 5 consigli regionali o da almeno 500mila elettori, di ricorrere a un referendum confermativo, per il quale – attenzione – *non c’è bisogno di un quorum*. Valgono i voti espressi e non importa la quantità di astenuti.

Il “taglio” dei parlamentari è una proposta del Mov. 5 stelle, avallata e appoggiata dalla Lega nella prima parte dell’attuale legislatura (quando stavano insieme al governo, con Conte Presidente del Consiglio, ricordiamolo). Il PD allora era compattamente e decisamente schierato sul fronte del NO.

Oggi Il PD sembra diviso, con la segreteria che ha ripiegato sul SI, per ragioni di mera tattica politica (essendo al governo col Mov. 5 stelle, ex nemico), e una parte di notabili e militanti invece ancora posizionata col NO. Le altre forze politiche si posizionano sui due fronti, in base ai medesimi calcoli di convenienza.

Come si vede, una proposta nata populista e per questo avversata da un ampio fronte delle forze politiche, ora viene accolta come spendibile da chi prima la avversava o, viceversa, viene avversata da chi in un primo momento sembrava guardarla con favore.

Quale sia l’oggetto del contendere, sembrerebbe, alle forze politiche dominanti non interessa gran che. Forse è più di un’impressione malevola.

La politica in Italia è ridotta a mera rappresentazione scenica, come già ampiamente argomentato da queste parti. Si tratta di occupare gli spazi mediatici e il dibattito politico con questioni il più possibile rumorose e il meno possibile di sostanza. Se pure qualche sostanza c’è, bisogna fare in modo che, quale che sia l’esito finale, lasci inalterato lo status quo o che addirittura consolidi le posizioni di potere attuali.

I più furbi (o che si ritengono tali, e penso a un Matteo Renzi e alla sua cerchia) cercano di muoversi in modo tale da conquistarsi crediti presso diverse parti allo stesso tempo, onde poter comunque minimizzare le perdite o persino passare all’incasso, una volta conclusa la partita.

Lo stesso nucleo normativo e istituzionale della riforma appare davvero poca cosa, rispetto all’investimento di chiacchiere e di retorica che la riguarda. Una mera riduzione aritmetica del numero di rappresentanti dei cittadini, non agganciata ad alcuna ulteriore riforma legislativa sugli altri ambiti collegati, in primis a una nuova legge elettorale. Sì, se n’è parlato, è una faccenda che i partiti hanno dovuto menzionare nelle loro dichiarazioni, facendo addirittura finta di occuparsene. Ma sappiamo che in realtà è tutta fuffa.

A nessuno là in mezzo importa molto del numero dei parlamentari. Tendenzialmente, se fossero di meno, con una legge elettorale ben congegnata (ma anche con quella vigente), sarebbero più controllabili dai gruppi dominanti e dal governo, eventualità che non dispiace a nessuno.

Nel dibattito in corso, tuttavia, gli schieramenti devono dissimulare le proprie reali aspettative e difendere posizioni (fintamente) di principio, sia pure modificandole all’occorrenza. Da un lato si usa la questione come strumento retorico “anti casta” (con l’aspetto paradossale di volerla ulteriormente restringere, la casta, e renderla dunque ancora più oligarchica); dall’altra si grida sfacciatamente all’attentato alla rappresentanza democratica, dopo anni di costante svuotamento del significato stesso del voto (tra liste bloccate, esautoramento di fatto del Parlamento delle sue funzioni ad opera dell’esecutivo e selezione dei candidati in base a un criterio demeritocratico).

In Sardegna le forze politiche rappresentate in consiglio regionale, succursali delle organizzazioni italiane o loro satelliti, non si sbottonano e restano allineate e coperte. Come sempre, aspettano ordini. Solo chi è fuori da tali doveri di obbedienza, prova a discutere sul serio nel merito del quesito referendario.

In particolare, nell’ambito della sinistra “non allineata” e dell’indipendentismo, si è generata una radicale polarizzazione delle posizioni, altrimenti per molti versi e su altri temi convergenti. Con annesse polemiche sui social media, Facebook su tutti.

Lascio stare quel che ho già detto su Facebook, ossia che non è la sede per alcuna discussione minimamente seria. Prima lo capiamo, meglio è. Ma, al di là di questo aspetto, ce ne sono altri, più significativi in questo frangente, che vorrei far emergere.

Prima di tutto mi sembra assurdo e al contempo estremamente dannoso alimentare la discussione sul referendum facendosi imprigionare in forme di coinvolgimento totalizzante, in stile campagna elettorale. Campagna elettorale che, per altro, è già in atto, relativamente al rinnovo di molte amministrazioni locali. A maggior ragione mi domando perché si arrivi con tanta facilità alla polemica più feroce, sul tema referendario, e addirittura a delegittimare la posizione contraria, con l’attribuzione reciproca di insipienza politica.

Care/i compagne/i, amiche/i, lettrici e lettori: non ha alcun senso!

A meno che non si sia coinvolti con le forze politiche che hanno interessi tattici diretti in questa cosa (dunque di sicuro NON il movimento indipendentista, nelle sue diverse articolazioni, né la sinistra non irregimentata o il progressismo liberale a piede libero), non ha senso investire ragionamenti, tempo, energie in una discussione sterile e alla fine solo fuorviante.

Avrei capito di più tanto trasporto riguardo alle imminenti elezioni locali, quelle sì campo di sfida alle consorterie dominanti.

Sulla questione referendaria, invece, basterebbe affrontare la vicenda col dovuto distacco critico, pur senza rinunciare ad esprimere il proprio voto. Chi, per ragioni di principio che reputa importanti, propende per il NO, andrà a votare e voterà NO. Chi, per ragioni di principio diverse, propende per il SI, andrà a votare SI. E chi sostiene che questo referendum non ci riguarda affatto, non andrà a votare e farà appello all’astensione. E amen.

Ho letto buone e ponderate argomentazioni da parte di tutti i fronti in campo, in Sardegna. Nessuna è pienamente convincente. L’unico motivo per cui personalmente propenderei per il NO è perché tutta questa operazione referendaria mi pare la solita baracconata all’italiana, che però mette le mani dove non dovrebbero essere messe, non senza le dovute cautele e le misure accessorie del caso (cosa che invece, come detto, non succederà). E poi perché non mi piace, proprio per una astratta questione di principio, che per prima cosa si riduca la rappresentanza democratica.

Il discorso della ridotta rappresentanza dei cittadini sardi nel parlamento italiano purtroppo è un’argomentazione debole, di per sé. Segnalo tuttavia il paradossale effetto della vittoria del SI riguardo alla rappresentanza di altri elettorati regionali: la rappresentanza del Trentino e del Sud Tirolo ne uscirebbe accresciuta. In Sardegna non siamo mai nemmeno riusciti a far valere, sul terreno elettorale come in tutti gli altri (pensiamo alla questione scolastica), la condizione di più ampia minoranza linguistica dentro lo stato italiano. Già questo fatto delinea abbastanza bene su che terreno ci muoviamo, quando discutiamo di queste tematiche.

Considerando la possibile riduzione dei parlamentari e i ventilati vantaggi che porterebbe, va detto che abbiamo visto come queste operazioni portino solo a una riduzione delle possibilità di elezione di outsider, di elementi non del tutto subalterni ai principali centri di potere. È già successo e precisamente in Sardegna, con l’abolizione dei consigli provinciali (non delle province, attenzione) e soprattutto con la riduzione dei consiglieri regionali. Riforma populista di stampo oligarchico accompagnata, nell’isola, da una delle più spudorate e anti-popolari leggi elettorali vigenti nei paesi nominalmente democratici.

Come si vede, questi giochi politici di norma hanno un solo esito concreto: ridurre gli spazi di democrazia reale. Sarà così anche in questo caso e sarà così comunque, persino se prevarrà il NO referendario. O qualcuno spera davvero che la vittoria del NO sarà valutata come un’espressione di volontà democratica e come tale considerata in tutti i suoi risvolti?

L’eventuale vittoria del NO sarà acquisita come vittoria di parte e avrà il suo peso solo dentro il gioco di potere tra fazioni. Certificherà una (pretesa) legittimazione degli assetti esistenti da parte dei cittadini. Verrà presa a fondamento di ulteriori riforme restrittive degli spazi democratici, non appena qualche compagine conquisterà la forza numerica per far valere i propri obiettivi. Datemi pure del pessimista, se credete.

La domanda dunque è: vale davvero la pena di dividere il fronte democratico sardo su questa faccenda? È il caso di farne un elemento dirimente?

Prevengo l’obiezione relativa al precedente immediato, in ambito di riforme costituzionali, quello della riforma renziana del 2016. In quel caso il tentativo reazionario e antidemocratico era decisamente più concreto e pericoloso e fu notevole la consapevolezza con cui l’elettorato sardo lo affrontò e lo sconfisse. Ma era un’altra cosa.

In Sardegna c’è estrema e stringente necessità di irrobustire, sia in termini di contenuti e di proposte, sia in termini organizzativi e pragmatici, l’ampio fronte popolare che da tempo si è tirato fuori dal gioco truccato della politica clientelare e coloniale dominante. È questo l’orizzonte strategico in cui bisogna muoversi. Enfatizzare la discussione sul referendum costituzionale del 20 e 21 settembre non ha alcun senso, in un’ottica politica realistica e storicamente fondata.

È del tutto legittimo assumere una posizione chiara, argomentarla ed anche esporla pubblicamente, ci mancherebbe. Ma non vedo la necessità di discuterne con animosità e addirittura arrivare alla polemica più ostile. Tanto meno trovo alcuna giustificazione plausibile nell’uso diffuso di emettere giudizi categorici su chi abbia deciso di sostenere una posizione diversa. Vogliamo fermarci a ragionarci su un momento?

L’ambito politico italiano è per sua intrinseca natura ostile alla Sardegna, a qualsiasi tentativo di conquistarle una qualche voce in capitolo, persino sulle questioni strategiche che la riguardano. Lo scarso peso demografico, dunque elettorale, dell’isola si somma a una storia di subalternità costruita nel tempo, alla perpetuazione di un rapporto di forza sbilanciato che la classe dirigente sarda non ha mai nemmeno tentato di ribaltare o attenuare, ma si è limitata a gestire a proprio vantaggio. La selezione del personale politico inviato a Roma a rappresentare i cittadini sardi si è sempre basata sull’organicità alle forze dominanti in Italia, alla rappresentazione di interessi estranei all’isola, quando non apertamente ostili, garantiti da un assetto di potere locale fondato sul clientelismo e sullo svuotamento dei processi democratici, anche quando formalmente attivi.

Questo è il quadro storico in cui ci si muove. Negarne il peso e gli effetti è, se va bene, una pia illusione. Le forze politiche sarde di fedeltà oltremarina, anche quando non animate da pura e semplice rapacità egoistica, non sono in grado, anche volendo o dichiarando di volerlo, di agire in un senso diverso. La loro azione politica si basa in modo essenziale e costitutivo sull’eliminazione dalla scena della questione sarda o sulla sua riduzione a feticcio retorico, a diversivo, da agitare al bisogno.

Nessuna riforma costituzionale e/o elettorale prevederà un mutamento drastico nella condizione dell’isola, a meno che non muti radicalmente il suo scenario politico-culturale e assumano una decisa egemonia le forze realmente democratiche e popolari espresse dal corpo sociale.

In mancanza di questa condizione, ogni discussione relativa a questioni politiche italiane, per rilevanti che siano in linea di principio ed anche come effetti concreti, per la Sardegna resterà una sorta di puro esercizio teorico o una testimonianza ideale, al più la partecipazione periferica a un gioco deciso altrove e che altrove dispiegherà i suoi effetti principali. In Sardegna si riverberano, di solito, effetti indiretti e quasi sempre deleteri.

Alle considerazioni critiche sulla natura e sugli scopi reali del referendum prossimo venturo si sommano dunque, riguardo all’ambito sardo, questi elementi di valutazione, a mio modo di vedere non eludibili.

Mi piacerebbe che emergessero nella discussione in proposito, soprattutto quando si farà inevitabilmente più fitta e più intensa.

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