Mobilitazioni popolari e loro interpretazione, tra dogmatismi, paure ed equivoci

FOTO PIANETA TERRA PER SFONDI DESKTOP | Settemuse.it

Devo tornare sul tema affrontato nell’ultimo pezzo, qui su SardegnaMondo.

Lo faccio, perché, negli stessi giorni e quasi nelle stesse ore, si sono moltiplicati gli interventi sul medesimo tema, ma – mi pare – spesso con vistosi limiti di visione e anche di metodo.

Nessuno può negare la singolare concomitanza di una serie di proteste popolari, mobilitazioni, ribellioni di massa che stanno scuotendo molti stati del mondo.

Sud e Centro America, Vicino Oriente, Europa, Africa, Asia: sembra che enormi masse di persone si siano date appuntamento nelle piazze e per le strade.

A volte è accaduto quasi in senso letterale.

Le piattaforme rivendicative sembrano spesso distanti, tanto da dare l’impressione di non poter essere connesse in alcun modo.

In effetti, qualche osservatore ha negato la sovrapponibilità di questa o quella protesta con altre.

Quasi sempre, però, si è partiti da una visuale locale e parziale e da lì si sono giudicate le altre vicende.

Oppure si è privilegiata una lettura secondo cornici ideologiche rigide ed esclusive, che dunque contemplano qualsiasi variazione dallo spartito come differenze sostanziali o distanze politiche incolmabili.

In Italia la pochezza del dibattito su questi temi è sconcertante. Basti pensare a come è stata a lungo trattata (ed è ancora trattata, da più parti) la questione catalana.

Le eccezioni sono poche e sempre più o meno viziate da uno sguardo ombelicale, timoroso, a volte a-storico.

A me pare che invece sia necessario uno sguardo d’insieme, che contempli i fenomeni nella loro pluralità e nella loro complessità.

È quello che ho provato a fare, appunto. nell’ultimo pezzo prima di questo.

Bisogna applicare uno sguardo materialista, ma in senso ampio, dialettico e problematico, secondo i dettami degli stessi padri del materialismo storico e di chi ne ha approfondito le intuizioni.

Un patrimonio concettuale e di metodo che troppo spesso viene evocato come deposito di dogmi da seguire meccanicamente, anziché come armamentario analitico e pragmatico da applicare di volta in volta alla realtà storica concreta.

Il che in fondo è già un tradimento dell’approccio materialista dialettico.

Certo, non è lecito dire che tutte le lotte in corso sono uguali. Prima di tutto perché non nascono nel medesimo contesto geografico, storico, sociale e politico.

Tuttavia hanno dei tratti in comune.

Una diffusa insoddisfazione, soprattutto giovanile. Una contrapposizione crescente verso dinamiche di potere chiuse e rigide, contro la corruzione e l’elitarismo, contro la sproporzione nelle condizioni di vita delle classi sociali, contro la negazione del diritto a decidere e a partecipare alle scelte fondamentali.

La mobilitazione sulla questione climatica interseca e spesso si somma a queste rivendicazioni.

Avviene anche in Sardegna, dove il movimento studentesco “Friday for Future” ha lucidamente sposato la causa della lotta contro l’occupazione militare e l’opposizione alla servitù energetica della “metanizzazione”.

Un fatto significativo, che apre nuove prospettive nel processo di autodeterminazione e di democratizzazione dell’isola.

Ma inevitabilmente per la Sardegna i segnali del fermento popolare sono meno intensi e soprattutto molto meno raccontati (dunque meno percepiti) rispetto a quelli che si manifestano altrove nel mondo.

Di fatto ci troviamo in un momento di grande crisi globale, che diventa sempre più politica e sempre più profonda, a dispetto dei tentativi di normalizzazione, marginalizzazione o repressione attuati dalle classi dominanti locali e globali.

La complessità della situazione mondiale e della condizione umana attuali impone che la reazione popolare a tale crisi non assuma dei contorni definiti e ideologicamente omogenei.

Non siamo nel post Prima guerra mondiale, con la rivoluzione alle porte in mezzo mondo, e nemmeno nell’Europa del 1848.

Non disponiamo di punti di riferimento teorici e organizzativi come quelli rappresentati per molti decenni dal socialismo internazionale.

Eppure non è arbitrario intravvedere le connessioni tra le lotte e la potenzialità emancipativa che esse rappresentano.

Chi le teme e le contrasta ha gioco relativamente facile a rispondere caso per caso, avvantaggiandosi di mezzi e di una forza che solo gli apparati degli stati e le loro classi dominanti possiedono.

Chi però nutre idee e principi di democrazia, eguaglianza e pace, chi intende battersi contro le devastazioni ambientali e l’arricchimento rapace di pochi ai danni di tutti gli altri, non ha molte vie davanti a sé.

Si tratta di dotarsi di una strumentazione teorica minima, ma condivisa: un secolo e più di lotte sociali, di decolonizzazioni, di riflessione teorica non è passato invano.

Poi naturalmente bisogna agire. Declinando le varie lotte nei contesti loro propri e con strumenti adeguati, ma dentro un movimento globale che miri a un cambiamento significativo dei paradigmi socio-economici e politici e dei rapporti di forza su scala planetaria.

Più che di dogmatiche prescrittive abbiamo dunque bisogno di orizzonti valoriali, di obiettivi condivisi di ampio respiro.

Paradossalmente alcuni strumenti emersi nel contesto dell’economia estrattiva – come le tecnologie informatiche – possono essere impiegati come dispositivi di emancipazione, di azione collettiva, di lotta di classe.

Non bisogna aver paura di parlare di lotta di classe. È un aspetto decisivo, in questo frangente storico.

È scorretto, o comunque poco utile, attribuire ad alcune delle lotte in corso – come quella catalana o come quella di Hong Kong – uno scarso significato sociale (o addirittura una cifra politica conservatrice).

In realtà, nella battaglia catalana per una democrazia compiuta, i temi e gli obiettivi strettamente di sinistra sono evidenti, se non dominanti.

E nelle proteste di Hong Kong non c’è solo o tanto il rifiuto del comunismo (in salsa cinese), ma soprattutto il timore dell’autoritarismo, del dogmatismo, della negazione dei diritti civili e sociali.

Internazionalizzare senza appiattire le lotte su una visione stereotipata e astratta è dunque necessario.

Così come accettare l’intersezionalità delle vertenze, senza contrapposizioni artificiose.

Lotta contro il “caro vita”, battaglie transfemministe e di genere, aspirazione all’autodeterminazione democratica, opposizione alle oligarchie e al capitalismo estrattivo rispondono tutte a una logica di liberazione e di empowerment sia delle minoranze oppresse sia delle masse subalterne o subalternizzate.

Chi ha da perdere da questo enorme movimento popolare, spesso animato dal basso e senza leadership gerarchiche, sono prima di tutto i padroni, i grandi ricchi, i gruppi dominanti nell’economia e nella politica, i loro fiancheggiatori, gli apparati della repressione, gli inquinatori, l’industria delle armi e della guerra.

Un fronte apparentemente eterogeneo, ma in realtà estremamente coeso, quando si tratta di difendere i grandi interessi costituiti.

Ma molti gruppi di sinistra, di matrice comunista e ancora più precisamente stalinista (il più delle volte, ma non sempre), faticano ad accettare di avere lo stesso nemico di altre posizioni ideali e altre forme di lotta.

Spesso perché alla lotta hanno rinunciato da un pezzo e si accontentano di delimitare con tutte le forze rimaste il proprio piccolo e asfittico angolo di comfort.

Ovvero hanno declinato verso posizioni reazionarie, o rossobrune, o comunque astrattamente dogmatiche, riducendosi al ruolo di utili guastatori e produttori di diversivi. A vantaggio di chi, vedete voi.

Bisogna essere consapevoli di chi sia la controparte, senza sbagliare bersaglio politico.

E bisogna anche essere consapevoli che queste è la grande lotta politica della nostra epoca.

Un’epoca di passaggio che rischia, come mai è successo prima, di essere tremendamente decisiva per le sorti stesse dell’umanità su questo piccolo pianeta blu.

L’unico di cui disponiamo.

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