La fine degli stati e delle nazioni e le sue conseguenze

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L’esistenza degli stati e la loro coincidenza con le nazioni è un dato solo apparentemente scontato, ma che non ha nulla di storicamente fondato, tanto meno di naturale.

La stessa confusione tra i due concetti è il risultato di una egemonia culturale forte e radicata, ma è solo un banale fraintendimento, purtroppo ancora molto in voga.

Dando per ammesso che le nazioni esistano davvero, esse sono delle collettività umane considerate nei loro tratti distintivi, ma non coincidono necessariamente con gli stati.

Lo stato a sua volta è nient’altro che un ordinamento giuridico, dotato della sovranità e del monopolio della forza.

Nell’Ottocento la retorica nazionalista esaspera il concetto di nazione codificato con la Rivoluzione francese e lo assolutizza.

Al contempo viene assolutizzato anche il concetto di stato, rendendolo un elemento trascendentale, a-storico.

Le due cose sembrano inseparabili, perché è la retorica nazionalista delle classi dominanti europee che li associa in un’endiadi indissolubile: stato-nazione.

Un’operazione puramente ideologica, evidentemente.

Questo processo si inserisce dentro il gioco geopolitico a cui si dedicano da qualche secolo le potenze politiche europee e lo esaspera fino al parossismo.

Col risultato che, senza alcuna ragione sensata al di là della mera “volontà di potenza”, l’Europa prima sottomette il mondo al proprio imperialismo, poi lo trascina per un quarantennio (1914-45) nella più grande tragedia della storia umana.

E i guai non finiscono lì.

La confusione tra nazione e stato ha continuato a regnare sovrana e ha contaminato sia il processo di decolonizzazione, sia le forme delle relazioni tra i popoli.

La stessa ONU, benché si dichiari un’organizzazione di nazioni, è invece un’organizzazione di stati (o, meglio ancora, di governi).

Oggi si ipotizza una fine più o meno imminente della forma stato e con essa si associa la fine delle nazioni.

Se della prima cosa non sono così sicuro, o almeno non sono sicuro della sua imminenza, della seconda lo sono abbastanza.

Le nazioni, posto che siano mai esistite (e non lo credo), sono morte. Se non altro nella forma che hanno assunto storicamente negli ultimi due secoli.

Chiaro, come dispositivo politico sembrano ancora rilevanti e utili. Ma a conti fatti la parola nazione mi sembra ormai solo un suono, un mero significante senza referente concreto.

Le società umane sono sempre più meticce. Associare a una comune origine e collocazione geografica le identità delle persone e di intere comunità è sempre più una finzione ideologica.

Tanto meno appare sensato e legittimo distribuire diritti e possibilità di vita sulla base di appartenenze statiche, sempre meno giustificate sul piano storico.

D’altra parte il servizio che la nazione ha reso all’umanità non è stato particolarmente meritorio. Non dovremmo stracciarci le vesti per la sua dipartita.

Non mi straccerei le vesti nemmeno per la morte dello stato, se fossi sicuro che al suo posto emerga una forma di organizzazione della convivenza umana che non ce lo faccia rimpiangere.

Certo, dal fraintendimento della natura e del ruolo dello stato è derivato, per esempio, il deragliamento totalitario del socialismo.

Ricordiamoci che il socialismo, anche il marxismo, avevano come obiettivo l’abolizione dello stato e la creazione delle condizioni storiche per la più completa e compiuta libertà umana, sia pure mediata dalle relazioni sociali e da interessi generali (=non puramente egoistici) non comprimibili.

Nella sua enfatizzazione come strumento di emancipazione, lo stato doveva essere appunto uno strumento, non un fine.

Ma questo aspetto del discorso è andato perduto, nella sua declinazione storica, soggetta alle dinamiche etologiche della nostra specie.

È andato perduto perché si è inquadrata una dinamica profonda dentro cornici contingenti.

Una volta individuato il funzionamento del meccanismo capitalista, è stato profondamente errato individuarne la correzione radicale nella appropriazione dei mezzi di produzione e nella statalizzazione dell’economia.

Che dunque non diventava più libera né era riconnessa con i bisogni profondi e diffusi delle persone e della collettività nel suo insieme.

Su questo, sulla scorta di Gramsci e poi di Foucault, sarebbe stato utile fondare un nuovo discorso socialista che superasse l’impasse idealista, l’assolutizzazione dello stato, la visione totalitaria che ne discende.

Sembra che la sinistra marxista-leninista non ci sia mai riuscita.

Molti eredi dello stalinismo e delle sue declinazioni occidentali non capiscono questo aspetto e sono particolarmente sensibili alla confusione tra stato e nazione.

Equivoco che li porta a privilegiare la lettura geo-politica della realtà. che, com’è evidente, è una lettura oggettivante e dunque disumanizzante.

Oggi sono per lo più schierati dalla parte dei sovranismi reazionari.

Ma il problema dello stato e della nazione non è solo una questione teorica che riguarda sinistra e destra, o marxisti e liberali, ossia un livello puramente teorico del discorso.

Oggi vediamo come questi concetti – stato e nazione – non siano più sufficienti a fondare una prospettiva realmente emancipativa, solidale, pacifica e al contempo funzionale a un equilibrio tra il benessere della nostra specie e la salvaguardia della biosfera.

Entro certi limiti sono sempre e quasi esclusivamente ormai un dispositivo di dominio in mano alle élite privilegiate del pianeta.

Persino i sovranisti reazionari, che pretendono di difendere i popoli dai guasti della globalizzazione, in realtà intendono semplicemente controllare questi dispositivi – stato e nazione appunto – a proprio vantaggio.

E non certo a vantaggio delle popolazioni, quanto piuttosto come mera ri-appropriazione egoistica dei mezzi del potere.

Un’opzione promossa dalle oligarchie locali di molte aree del pianeta, a loro volta indebolite dalla globalizzazione, ma non certo disposte a farsi da parte.

L’Italia è un caso esemplare di questo fenomeno.

In questo senso è vero che il nazionalismo attuale è solo una forma di opposizione alla globalizzazione, o ad alcune forme della globalizzazione.

Ma appunto è una opposizione regressiva, autoritaria e del tutto anti-democratica e anti-popolare, benché ammantata di populismo.

Il suo contraltare, la tecnocrazia oligarchica, è l’altra faccia della stessa medaglia, come detto e argomentato più volte.

Perciò, dentro questa dicotomia non c’è spazio per un percorso realmente progressivo ed emancipativo.

Ma se si è ostili alla globalizzazione padronale e rapace così come al nazionalismo reazionario cosa rimane?

È una domanda che dovremmo farci tutti, ma prima degli altri chi propugna una autodeterminazione dei popoli democratica e solidale.

Benché gli indipendentismi attuali non siano tutti uguali, in generale i popoli senza stato sono uno degli oppositori più forti del neo-nazionalismo reazionario.

Questo, perché si tratta di istanze politiche votate a una ri-democratizzazione delle relazioni politiche e a un recupero di sovranità popolare più vicino ai bisogni delle persone, più aperto e solidale.

È necessario dunque, proprio dentro le vertenze dei popoli senza stato, dotarsi di un apparato teorico robusto e innovativo.

Se non si vuole incorrere nel rischio di condurre una battaglia di retroguardia, bisogna andare oltre le teorizzazioni acquisite e le situazioni storiche consolidate.

Se lo stato-nazione ottocentesco è il nemico dell’emancipazione dei popoli, non può esserlo negli stessi termini in cui esso è demonizzato e combattuto dalla globalizzazione oligarchica e cleptocratica.

E se il nemico è la globalizzazione oligarchica, non lo è negli stessi termini in cui lo è per i nazionalismi reazionari.

Ai processi di autodeterminazione democratici non può dunque bastare l’aspirazione a farsi stato, sic et simpliciter.

Tanto meno può bastare l’accettazione passiva delle condizioni storiche vigenti.

Il mondo umano odierno è un ribollire di conflitti e di contraddizioni, su una scala mai prima sperimentata. Bisogna essere all’altezza di questa sfida.

Avere le stesse basi ideologiche e le stesse prospettive che potevano sembrare legittime cento o cinquant’anni fa non ha molto senso, nel momento in cui le relazioni sociali, i modelli produttivi e la tecnologia disponibile sono mutati tanto radicalmente.

La fine dello stato e la morte delle nazioni possono essere un’opportunità per la nostra specie e per le sue articolazioni concrete, situate nel tempo e nello spazio.

Dobbiamo farcene carico, in una visione plurale e al contempo rispettosa di peculiarità e necessità collettive specifiche.

Innanzi tutto fondando una nuova prospettiva sociale e politica basata sui bisogni reali delle persone e delle comunità.

Poi destrutturando teoricamente e poi, in modo coerente, anche pragmaticamente i meccanismi di “dominio-sottomissione”, di “accumulazione-impoverimento”, di “monopolio delle informazioni-ignoranza”.

Aspirare a fondare uno stato nuovo, posto che sia necessario, non è sicuramente sufficiente.

Ancorare tale prospettiva unicamente a concetti come “appartenenza culturale” o “etnica” o addirittura “identità nazionale” è sbagliato.

Sbagliato se non altro in una prospettiva liberante, democratica e solidale.

Non è facile, ma questo sforzo di riformulazione teorica e ideologica va fatto. Insieme e in parallelo con un’intensificazione, radicalizzazione e diffusione delle lotte.

Niente di buono si otterrà senza lottare. Questo deve essere chiaro.

E vediamo che il mondo in questo senso ci dà segnali piuttosto chiari, dalle donne dello stato indiano del Kerala ai “gilet giaune” francesi, dalle manifestazioni in Tunisia alle mobilitazioni in Catalogna, ecc. ecc.

Le lotte per la democratizzazione politica, per la riappropriazione collettiva delle decisioni sulle questioni generali, per la conquista dell’autodeterminazione, per l’emancipazione sociale e per un rapporto più equilibrato tra economia, ambiente e bisogni umani sono tutte un’unica lotta.

Insieme, se approfondite e connesse da una nuova visione di ampio respiro, possono essere la risposta al declino verso cui il dominio dell’individualismo egoistico, la dittatura del profitto e del denaro, la rapacità dell’oligarchia mondiale stanno conducendo non solo gli stati e le nazioni, ma l’intera umanità.


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