Per sottrarsi al dominio bisogna sconfiggerne l’egemonia: verso una via sarda alla democrazia (2/2)

Orgosolo il paese dei murales e del Supramonte

La Sardegna, oltre al primato delle aree adibite a usi militari dell’intero territorio statale (circa il 60%) e a quello delle aree inquinate da bonificare (Aree SIN, ecc.), vanta anche il primato di suicidi e di uso di antidepressivi.

E anche quanto a ludopatia non siamo proprio agli ultimi posti.

Non so questi dati siano correlati tra loro. Onestamente non credo che ci sia una relazione diretta.

Tuttavia, che in Sardegna si viva un forte disagio esistenziale diffuso, è palese. Spesso a dispetto di potenzialità e di condizioni che sembrerebbero invece favorire un’elevata qualità della vita.

Già qui c’è qualcosa che non quadra.

Ma se sei stato abituato a pensare che non ci sia nulla da fare, che le cose non possono che andare male per colpa tua, per via di come sei fatto o per la sfortuna di essere nato in un posto maledetto, è difficile che ti venga voglia di capire di più, tanto meno di darti da fare.

Il costante lavorio di omissione, propaganda e disinformazione ha fatto sì che non si formasse una visione di insieme di tutti i problemi macroscopici che affliggono l’isola.

Non ne abbiamo una percezione organica e storicamente collocata.

Ci siamo abituati ad accettare situazioni, dati di fatto e fenomeni sociali che, in una condizione di democrazia pienamente dispiegata e di consapevolezza diffusa, sarebbero – tutti insieme e anche presi singolarmente – del tutto inaccettabili.

E al contempo non sappiamo quasi nulla di quel che succede davvero nell’isola. Soprattutto non abbiamo idea delle cose buone e belle di cui disponiamo.

Anche perché, troppo spesso, chi dovrebbe svolgere la funzione intellettuale di critica e chiarimento, lo fa in modo capzioso e autoriferito, a vantaggio della classe dominante e/o di se stesso.

Attenzione, non è una questione culturale. Ciò succede in funzione di ben precisi rapporti sociali, di una sottomissione delle risorse e delle forze umane dell’isola a logiche estrattive, di natura coloniale o para-coloniale.

Viviamo in un ambiente tossico (cioè intossicato), disarticolato socialmente e culturalmente, indebolito moralmente. I lestofanti, le lingue biforcute e gli aguzzini ci campano alla grande. Sono nel loro habitat preferito.

Non c’è “nazione sarda” che tenga, davanti al conflitto sociale e alle diseguaglianze, ai privilegi da un lato e alla miseria indotta dall’altro. Non siamo tutti sulla stessa barca.

A fronte di questo disastro, tuttavia, non è nemmeno vero che i sardi siano sempre e solo oggetti passivi della storia. Non tutti, almeno.

In realtà è vivo e attivo un grande fermento civile, culturale, politico ed anche economico.

Si tratta di fenomeni ancora minoritari, dispersi, che non mutano il segno negativo dell’insieme.

Eppure esistono e sono numericamente consistenti.

Ed esistono lotte, mobilitazioni, azioni collettive non solo di protesta ma anche di proposta.

Uno dei problemi è che godono di pessima stampa e non hanno mai l’appoggio di sponsor e testimonial di impatto.

Se dunque da un lato non fanno parte di una rete connessa e organicamente operante nel tessuto sociale dell’isola, da un altro sono facili bersagli di narrazioni ostili.

Se ne sa poco o nulla proprio in virtù dell’apparato egemonico, costantemente attivo nel sopire, sedare, nascondere, mistificare.

Come fare per tradurre le tante energie positive e sane ancora esistenti in Sardegna (non si sa fino a quando)?

Certamente è indispensabile un profondo e diffuso lavoro di analisi, di critica, di reperimento di un nuovo armamentario concettuale e anche di studio.

Sarebbero indispensabili ricerche approfondite in diversi ambiti. Ma sperare che questo compito venga assunto dai due atenei sardi è un esercizio di ottimismo fin troppo astratto.

Bisogna arrangiarsi.

Non mancano le forze intellettuali che possano lavorare a una nuova forma di intelligenza collettiva, libera da cornici concettuali subalterne, critica verso la “ragion coloniale”, propositiva quanto a idee, parole chiave, nuove prospettive.

Ma un fronte decisivo sarà soprattutto quello di una nuova prassi.

Fare le cose, non solo dirle.

Mettersi insieme e creare/offrire/condividere possibilità concrete. Partendo dalle basi.

Ovunque siano in gioco necessità vitali frustrate dall’incuria, dal malgoverno, dalla rapacità dei padroni e dei loro sgherri, là c’è uno spazio di azione concreta.

Poi, naturalmente, c’è l’ambito politico.

In questo campo sono venute meno molte certezze e hanno presentato il conto molti errori fatti nel passato.

Un errore, per esempio, è l’estrema personalizzazione della politica (il famoso leaderismo).

Dovremmo bandire l’idea stessa di avere capi da seguire, per come la vedo io, se vogliamo parlare di nuovo modello democratico sardo.

Nessun percorso politico può essere vitale, se la sua sorte è legata a quella di una persona sola, per valente, onesta e generosa che sia (sempre che lo sia).

Un altro errore è stato quello di puntare sulla forma-partito novecentesca. Partito di massa, partito-chiesa. Che si occupa di tutto ed è organizzato secondo una logica militare.

Non ci sono le basi perché possa funzionare tale modello.

Non ci sono le basi demografiche, né quelle sociali e nemmeno la disponibilità dei necessari, ingenti finanziamenti.

Dove vi si è fatto ricorso, ha invece funzionato la socializzazione del sapere e la costruzione di comunità “esperte”, su singole vertenze.

Penso al più clamoroso degli ultimi anni, il successo della lotta contro il Progetto Eleonora della SARAS, ad Arborea.

Non serve organizzazione, dunque? Questo non lo credo. È sulla forma dell’organizzazione che bisogna intendersi. E anche sui suoi scopi.

Con questo rispondo anche a una sollecitazione in proposito di Cristiano Sabino, sul manifesto sardo.

A me sembra che in parte quello che ci serve ci sia già. Tuttavia, probabilmente manca un coordinamento e forse sono almeno parzialmente errati gli obiettivi.

Le tante realtà agenti in luoghi e ambiti diversi, capaci di mobilitarsi e mettersi assieme a seconda della necessità, devono trovare il loro ambito di azione più proficuo e una forma di relazione strutturata.

Bisognerebbe trovare una formula perché questa configurazione modulare e dinamica potesse fare sintesi e acquisire peso ed efficacia anche a livello meramente elettorale, quando serve.

Senza però avere come priorità la partecipazione alla grande rappresentazione scenica delle elezioni politiche e/o regionali.

Quel livello lì deve essere lasciato in secondo piano, vi si dovrebbe ricorrere solo in termini tattici e solo a valle di un lavoro più profondo e capillare.

Partecipare a quel “gioco del trono” si è sempre rivelato deleterio. dopo tutto, sia che si siano ottenuti risultati pessimi, sia che si siano ottenuti inaspettati successi.

Perché si tratta di un gioco comunque vincolato a rapporti di forza, forme di relazione, meccanismi da cui non si può sfuggire, e che tanto meno si possono modificare dall’interno, come qualcuno si è illuso di fare.

La “conquista del potere”, in ogni caso, è impossibile, nell’attuale situazione storica.

È impossibile sia per ragioni oggettive, sia perché, se mai accadesse, la reazione sarebbe durissima.

Costruire un processo democratico popolare, in Sardegna, renderlo forte e *dominante* è una faccenda che ha a che fare molto più con la rivoluzione che col riformismo parlamentarista. Di questo dobbiamo essere coscienti.

Democratizzare la Sardegna, farla uscire dal suo status coloniale, emancipare la classe lavoratrice sarda, pretendere di relazionarci col mondo in termini paritetici, di avere una voce in capitolo su tutte le partite strategiche che ci riguardano, anche senza necessariamente la veste giuridica dell’indipendenza, è uno sconvolgimento di interessi e rapporti di forza consolidati.

Non basterà vincere un’elezione regionale per farcela. E non è da lì che bisogna partire.

Perciò anche le forme organizzative del fronte democratico dovranno adeguarsi.

E dovranno agire prima di tutto dentro le nostre comunità e dentro le articolazioni sociali e le lotte che animano la nostra collettività.

Deve essere chiaro chi è il nemico politico, contro cosa si agisce e a cosa si intende essere alternativi.

Non basta sventolare bersagli astratti o lontani, o additare capri espiatori di comodo, e nemmeno obiettivi vaghi e fumosi.

Non servono slogan e semplificazioni. E non è certo il tempo dei settarismi e delle chiusure autoreferenziali.

Dovremmo sapere che il primo e più ostico problema da risolvere è come sconfiggere e disarmare la classe dominante sarda attuale.

Una classe dominante che ha avuto due secoli per consolidarsi e per oliare i meccanismi del suo potere.

Una classe dominante che è sì minoritaria, ma che dispone di armi politiche e strumenti di persuasione ancora fortissimi, nonché di robusti sostegni esterni.

Primo compito: far emergere questo dato. Chi ci guadagna dalla condizione deficitaria della Sardegna? Tutti? Qualcuno? Chi?

Bisogna fare in modo che le fasce sociali irretite dall’apparato egemonico si liberino almeno mentalmente.

Sia il cosiddetto ceto medio istruito, che vive in una bolla spazio-temporale fatta di fraintendimenti e illusioni, non sapendosi nemmeno riconoscere come classe lavoratrice; sia i ceti popolari, rincretiniti dalla televisione, impoveriti, marginalizzati, deprivati, ricattati.

Democratizzare la Sardegna vuol dire prima di tutto restituire piena cittadinanza a tutti. Far uscire il maggior numero di persone possibile dallo stato di minorità.

Fare le cose, non solo dirle, è molto utile per mettere le persone di nuovo in relazione, per far scattare i meccanismi solidaristici tra pari che troppo spesso sono ostacolati da percezioni distorte, da mitologie tossiche, da divisioni fittizie.

Mai più credito agli imbonitori e ai padroni di pacchetti di voti, ai dispensatori di favori, ai delegati coloniali dell’ennesimo padrone d’oltremare. Lì c’è una delle incarnazioni del nemico.

E nemmeno più alcun credito ai troppo intelligenti (o forse troppo furbi), quelli che sanno tutto loro e bisogna solo fare quello che dicono.

Il sapere o è un bene condiviso o è uno strumento di potere. Nel secondo caso, siamo fuori dalla strada che porta a una emancipazione collettiva e a una vera democrazia.

Il nemico da sconfiggere è tra noi, dunque.

È la borghesia rapace e “compradora” che domina la scena da due secoli.

È l’accozzaglia di cooptati, miracolati, opportunisti, faccendieri a cui si è ridotta la politica sarda coloniale.

È l’ambito intellettuale organico a questo agglomerato di potere e di interessi.

Non è un nemico invincibile. Ma bisogna sfidarlo con raziocinio e batterlo senza aspettare la battaglia campale delle elezioni.

Si deve agire ambito per ambito, producendo contenuti e risultati materiali, contendendo il terreno, realizzando di meglio.

Non ci piacciono i festival letterari troppo succubi dell’agenda cultural-televisiva italiana? Anziché stare a contestarli e a insultarli, organizziamone di diversi, più belli, più nostri.

Organizziamo una Die de sa Sardigna vera, popolare, coordinata su scala nazionale, senza aspettare la Regione né affidarci all’improvvisazione e al mero spontaneismo.

Non ci piacciono gli articoli e i libri che vanno per la maggiore? Scriviamone altri. Un buon libro è ancora oggi uno strumento potentissimo, se usato bene.

Vogliamo restituire al sardo una dignità di lingua viva e ri-socializzarne l’uso? Senza aspettare futuribili riforme scolastiche, organizziamo noi i cosi di alfabetizzazione in sardo.

E così via.

Fare le cose, non parlarne soltanto.

È possibile e in realtà sta già avvenendo, benché in modo non sistematico.

Lo stesso potere di ricatto della politica podataria (ossia, sostanzialmente l’intero arco politico rappresentato in consiglio regionale) si sta indebolendo.

Va a votare la metà degli elettori, ormai. E le fazioni dominanti sono sempre più screditate. Se togliamo le rimanenti sacche clientelari e qualche appetito opportunistico, non dispongono di alcun consenso reale, tanto meno libero.

Non siamo all’anno zero, né dispersi senza mezzi nel deserto, benché ci aspettino tempi ancora più difficili.

La lotta contro il moloch egemonico coloniale è già iniziata. Ora va irrobustita e connessa alle vertenze sociali e politiche aperte, trasformata in una spinta potente per riconquistare dignità e consapevolezza collettive.

Senza ricalcare le stesse strade del nemico, senza mutuarne tattiche, forme, vezzi, linguaggi. Ma imparando a conoscerli e a disinnescarli.

Sarà già questa una forma di emancipazione, di liberazione. Il percorso è importante quanto la meta, in questo senso.

Ma la meta deve essere chiara: una democrazia finalmente compiuta, piena, responsabile, popolare, solidale, autodeterminata.

Una democrazia che irradi dalle nostre comunità fino al vertice della politica sarda e la innervi con buoni contenuti, buone prassi e una nuova forza morale.

Solo così la Sardegna potrà diventare un interlocutore forte dello Stato italiano e dei vari centri di interesse privato che la usano secondo i propri scopi.

E, prima ancora, solo così si potrà costituire un blocco sociale capace di contrastare quello oggi dominante.

Quello che sarà dopo, lo vedremo. Ma queste sono le condizioni perché il futuro non ci riservi solo il disastro annunciato o una qualche forma di rivoluzione passiva che perpetui la sostanza del dominio e della subalternità sotto altre forme.

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