Diritto all’autodeterminazione, azione repressiva dello stato e diritto alla democrazia

A proposito dello stretto legame tra processo di autodeterminazione, lotte politiche e sociali, democrazia reale, informazione, condizione coloniale e repressione in Sardegna.

Ieri sono stati sottoposti ad una perquisizione della polizia giudiziaria e al sequestro dei passaporti alcuni noti militanti politici sardi.

La notizia ha subito animato una vasta discussione e una presa di posizione collettiva, specialmente a sostegno e in solidarietà con Luisi Caria, principale indagato.

Le informazioni su quest’indagine, prese direttamente dalle veline della questura e dai lanci d’agenzia, sono state sollecitamente rilanciate, senza alcun vaglio critico, dai mass media sardi e italiani.

È un aspetto della faccenda su cui sarà bene tornare.

I titoli dei vari lanci e degli articoli usciti in rapida successione (servizi nei telegiornali compresi) parlavano di un foreign fighter sardo in Siria, fermato dalle forze dell’ordine poco prima che tornasse nel Kurdistan siriano, dove era già stato a combattere.

Ora, il termine “foreign fighter” da tempo è entrato nel gergo giornalistico come sinonimo di mercenario, specialmente riguardo agli arruolati internazionali nelle file di Daesh, lo Stato Islamico, o ISIS.

Attribuire tale qualifica a una persona significa catalogarla immediatamente e così presentarla alla prima impressione del lettore/spettatore.

Si applica cioè un frame, una cornice concettuale, che conforma lo stesso contenuto successivo della notizia (sempre che qualcuno, di solito una minoranza, si prenda la briga di leggerla o seguirla fino in fondo).

Tuttavia, in questo caso la persona sottoposta a tali misure di polizia era (è) accusata di aver combattuto *contro* l’ISIS, nelle file delle YPG (Unità di Protezione del Popolo).

L’ipotesi di reato resa nota dalle prime notizie fa riferimento alla fattispecie prevista all’art. 270-bis del Codice Penale, ossia quello che configura la partecipazione ad “associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico”.

Ipotesi di reato molto grave, ma piuttosto generica, che non può non suscitare considerazioni ulteriori rispetto alla vicenda in sé stessa. Considerazioni ulteriori su cui tornerò più avanti.

Le reazioni dell’opinione pubblica, almeno di quella più avvertita, non si sono fatte attendere, specie sui social media.

La persona coinvolta, Pierluigi Caria, noto Luisi o Luiseddu (come si premurano di specificare gli organi di stampa), è un militante indipendentista abbastanza conosciuto e ben voluto nell’ambiente.

Ha all’attivo una lunga attività politica, nonostante l’età ancora giovane, ed è soprattutto il figlio del compianto Angelo, tra i fondatori di Sardigna Natzione e portavoce principale del movimento indipendentista nei primi anni Novanta del secolo scorso. Come si sa, Angelo Caria è prematuramente scomparso nel 1996, lasciando un certo vuoto dietro di sé.

Qualche ora dopo le prime notizie, poi, è emerso che un altro degli indagati sarebbe Antonello Pabis, persona anch’essa impegnata in politica e nel sociale e anch’essa ben conosciuta negli ambienti della militanza sarda.

Da sottolineare che quando si dice “persona ben nota”, significa che si tratta di persone che – come tutti i militanti politici impegnati nel sociale o nel movimento indipendentista – agiscono pubblicamente alla luce del sole. Niente attività coperte, niente complotti segreti, niente trame oscure.

La risposta collettiva alle accuse così formulate è stata circostanziata quanto unanime.

Primo, non sta in piedi l’accusa di terrorismo, dato che chi combatte l’ISIS combatte precisamente il terrorismo.

Secondo, le YPG e i suoi battaglioni internazionali sono forze armate regolari della Federazione della Siria del Nord, la regione autonoma nota anche come Rojava, che da anni sperimenta un modello politico basato sulle teorizzazioni di Abdullah Öcalan. Non sono formazioni terroristiche né sono segnalate come tali dai competenti organismi internazionali.

Terzo, il fatto di essere stato in Rojava non determina automaticamente l’aver imbracciato le armi, dato che la solidarietà internazionale alla Federazione della Siria del Nord si esprime da anni in molti modi, dai reportage, al rifornimento di beni di prima necessità, all’apporto di know how (medico, tecnico, ecc.).

Quarto, ma più importante di tutto, le fonti di indizio usate per formulare l’accusa, per quel che si sa, sono così indeterminate (una foto, dei pezzi di intercettazione ambientale, ecc.), che si fatica a credere che siano bastate a giustificare l’azione di polizia.

Le reazioni sui social media non sono limitate al solo contesto sardo, comunque. Basta fare un giro su FaceBook o su Twitter per rendersene conto.

La notizia insomma ha suscitato molta giustificata sensazione in tutti gli ambienti in cui si seguono le vicende dei movimenti sociali, delle lotte anti-imperialiste e dei processi di autodeterminazione.

In ogni caso, al di là del merito della vicenda – ancora da chiarire, per altro, in tutti i suoi risvolti giuridici e giurisdizionali e sulla quale si è espresso lo stesso Luisi Caria – ci sono però due aspetti ulteriori che dovrebbero interrogarci. Ma direi anche allarmarci.

Su questi vorrei soffermarmi, al di là della solidarietà politica e umana che mi sento di esprimere anche in questa sede alle persone coinvolte nell’indagine.

Un risvolto, come più sopra accennato, è quello che riguarda la copertura giornalistica di questa vicenda.

Da tempo sono giunto alla conclusione che la stampa non è più il cane da guardia della democrazia ma caso mai il cane da difesa dei padroni. In Italia (e in Sardegna in particolare) più che altrove.

Considerazione amara, che esula dalla personale statura etica e deontologica dei singoli cronisti (spesso bravi, volenterosi, onesti) e che investe l’insieme dell’apparato dell’informazione, il meccanismo di formazione e di circolazione delle notizie.

In questo caso, per esempio, è mancato qualsivoglia vaglio critico a un’informazione evidentemente ripresa pari pari dalle comunicazioni degli inquirenti stessi.

Non solo non la si è vagliata accuratamente, come pure sarebbe stato doveroso fare, ma la si è anche rilanciata con enfasi.

È come se il giornalismo ormai fosse stato sostituito definitivamente dalla caccia ai click.

Basta anche solo questo, a determinare l’esistenza di un serio problema, senza nemmeno scomodare ipotesi più severe o addirittura complottiste.

Si ha un bello scagliarsi contro le fake news, i populismi e il loro uso smodato della Rete (patria di tutti gli imbecilli, notoriamente), l’analfabetismo funzionale (feticcio ideologico, ormai) del “popolo bue” a cui bisognerebbe sottrarre il suffragio universale.

Il problema della stampa oggi è che ha perso il monopolio dell’informazione e non sa come riacquistarlo.

E non lo ha perso per colpa dei social media, ma perché semplicemente non è percepita più come autorevole, né onesta. Direi di più: non è più percepita come democratica.

In altri contesti culturali non è ancora del tutto così e anche gli organi di informazione, almeno quelli che non praticano infotainment e scandalismo, godono ancora di una certa considerazione.

Nel contesto italiano la deriva del mondo dell’informazione è ormai di lungo corso ed è endemica e strutturale.

Il contesto sardo è un degno figlio di quello italiano, in questo senso, con l’aggravante di essere un contesto colonizzato e subalterno.

Lo ripeto, è un problema che esula dalla qualità indviduale dei singoli giornalisti. Ne conosco io stesso non solo di integerrimi ma anche di professionalmente impeccabili.

Ma la situazione politica in cui si colloca l’informazione in Sardegna, i rapporti di forza che rispecchia e gli interessi che protegge non sono fattori neutrali, senza conseguenze sull’offerta di notizie, sulla loro selezione, sulla loro confezione.

In questa circostanza sarebbe stato lecito aspettarsi, proprio perché facilmente eseguibili anche senza lasciare il proprio posto davanti al pc, delle verifiche puntuali sul chi e sul cosa, prima di cliccare “invio” e pubblicare una notizia così clamorosa e così tendenziosa.

Sarebbe interessante capire quale sia stata la quota di svogliatezza, conformismo, disattenzione e quale quella di compiacimento e/o di adesione ideologica (anche inconsapevole) a una certa cornice, ad un certo tipo di messaggio con tutti i suoi sottintesi e sottotesti.

C’è anche da dire che, in seguito alla reazione praticamente di massa alle prime notizie, la maggior parte degli organi di informazione ha dovuto correggere il tiro e ha fornito ulteriori precisazioni, spesso dando voce alla contestazione delle accuse e alla solidarietà agli indagati.

Ma il problema resta. Resta, perché è un problema strutturale e strategico e non si presenta oggi per la prima volta. Anzi, ho il timore che il ruolo dell’informazione sarà sempre più delicato, nei mesi e negli anni a venire, in Sardegna.

E qui veniamo all’altra questione che vorrei affrontare.

In Sardegna questo genere di interventi repressivi non è affatto inedito. Dovremmo saperlo e ricordarlo.

Per esempio è abbastanza nota la vicenda del cosiddetto “complotto separatista” degli anni Ottanta del secolo scorso (qui ricostruita, in modo documentato, da Federico Francioni).

Una vicenda dai contorni che definire torbidi è un eufemismo.

Più di recente – negli anni 2000 – abbiamo visto all’opera lo stesso meccanismo con l’Operazione Arcadia, contro un presunto complotto terroristico di matrice “anarco-insurrezionalista” (come piaceva chiamarla all’ex ministro degli Interni Pisanu, che qualcuno oggi rischia – ma solo per un attimo – di farci rimpiangere).

E, parallelamente ad essa, il processo a Bruno Bellomonte ed altri con l’imputazione di aver ordito un attentato terroristico al poi annullato vertice dei G8 alla Maddalena, nel 2008.

Il primo procedimento, a distanza di docici anni, è ancora pendente, senza che si sappia più nemmeno di cosa sono accusati precisamente i militanti della sinistra indipendentista chiamati in causa.

Il secondo si è risolto in un nulla di fatto, con un’assoluzione piena, dopo i canonici tre gradi di giudizio, ma intanto Bruno Bellomonte si era fatto 29 mesi di carcere preventivo, per di più lontano dalla Sardegna, ed è stato licenziato dalle Ferrovie dello Stato di cui era dipendente.

Se guardiamo allo scenario complessivo in cui tali vicende si sono svolte non possiamo non cogliere alcune coincidenze.

La prima vicenda, quella che coinvolse Bainzu Piliu e Doddore Meloni, avvenne negli stessi anni in cui soffiava il famoso “vento sardista”.

Da tempo il dibattito interno al sardismo aveva dato vita a una diffusa richiesta di radicalizzazione e di precisazione degli obiettivi politici, sulla scia della riflessione di Antoni Simon Mossa.

Alla fuoriuscita di una parte di militanti propensi a perseguire direttamente l’indipendenza della Sardegna, lo stesso PSdAz aveva risposto dotandosi di un nuovo statuto, al cui art. 1 compare proprio la finalità dell’indipendenza come obiettivo strategico del partito.

Ciò non aveva spaventato l’elettorato sardo, se è vero che alle prime elezioni regionali utili, nel 1983, il PSdAz aveva ottenuto il più alto risultato della sua storia post seconda guerra mondiale (il 13,8% dei voti).

Addirittura, il leader del partito, Mario Melis, era stato eletto dal consiglio regionale (allora funzionava così) a presidente della giunta, sostenuto da una maggioranza formata dai sardisti e dalla sinistra italiana.

Erano gli anni in cui anche la sinistra a sinistra del PCI si muoveva verso il riconoscimento della questione sarda. Note le aperture di Democrazia Proletaria nell’isola alla prospettiva dell’autodeterminazione.

Insomma, era un momento di grande fermento, in cui le istanze indipendentiste, basate soprattutto su una lettura anti-imperialista e anti-colonialista della condizione storica sarda, stavano uscendo dall’angolo in ombra del dibattito politico e sconfinavano nella politica istituzionale e nell’informazione mainstream.

Come sia andata a finire lo sappiamo.

Anche nel secondo caso possiamo parlare di un momento di particolare mobilitazione dei sardi a favore di una prospettiva di autogoverno e di maggiore sovranità.

Erano gli anni della grande mobilitazione di massa contro l’ipotesi che la Sardegna venisse scelta per ospitare una nuova centrale atomica e come deposito unico per le scorie radioattive italiane.

Nasceva allora una nuova fase dell’indipendentismo sardo, con la fondazione di iRS e di aManca pro s’Indipendèntzia, senza che fosse venuta meno del tutto la militanza delle generazioni precedenti.

La stessa elezione di Soru alla presidenza della Regione, a capo del movimento Progetto Sardegna (66mila voti, alle elzioni del 2004), portava con se un auspicio di maggiore incisività politica e di abbandono dell’opportunismo, dei clientelismi, della passività verso i governi centrali.

L’Operazione Arcadia calò su tutto questo, mentre si attenuava la carica innovativa della stessa presidenza Soru (con Soru che scioglieva il proprio movimento per confluire nel neonato PD).

Questa è cronaca. Sono fatti ben noti. Li riepilogo e metto in fila solo per avere un quadro d’insieme delle vicende.

La criminalizzazione dell’intero indipendentismo sardo (perché questo era lo scopo evidente), benché non riuscita completamente nel proprio intento, nondimeno ottenne qualche effetto.

Basti solo pensare al veleno e alla diffidenza che tali circostanze inocularono nel contesto eterogeneo e non coeso del movimento indipendentista e nelle frange di opinione pubblica che ad esso si stavano avvicinando.

Perché rievoco tutto ciò, a rischio di farla troppo lunga e di stancare chi legge?

Perché ho il timore (non voglio ancora dire il sospetto) che alle manovre di inquinamento dei processi politici sardi non abbiamo ancora finito di assistere.

Sappiamo che nella scorsa tornata elettorale per la Regione le formazioni che si ispiravano più o meno esplicitamente alla prospettiva dell’autogoverno dell’isola hanno racimolato molte decine di migliaia di voti.

Molte decine di migliaia. Non lo “zero virgola”, come spesso leggiamo ancora oggi tra i detrattori del processo di autodeterminazione e a volte tra qualche suo (indeciso?) fautore.

Il processo di autodeterminazione della Sardegna non è un’increspatura della superficie nel grande mare della storia. È una corrente profonda, che procede per conto suo, anche se i suoi effetti visibili nella cronaca politica sono mutevoli, contraddittori, a fasi alterne.

Il prossimo febbraio ci saranno di nuovo le elezioni, in Sardegna. Le elezioni che contano di più. Quelle per il consiglio regionale e per la presidenza della Regione.

Arrivarci in un contesto di libero dibattito pubblico, di aperta competizione delle idee, delle prospettive, dei programmi, senza zavorre improprie, senza condizionamenti esterni, è una necessità e un diritto.

Un diritto che dobbiamo ricordarci di detenere e che dobbiamo difendere.

Rileggiamo il dispositivo dell’art. 270-bis del Codice Penale, sulla base del quale è stata formulata l’ipotesi di reato in capo a Luisi Caria e agli altri inquisiti.

È facile intravvedervi non solo e non tanto un’accusa di essere avventurosamente andati a sostenere la Federazione democratica della Siria del Nord, ma anche (se non soprattutto) una possibile accusa di voler compiere atti di “eversione dell’ordine democratico”.

Associare l’indipendentismo sardo, comunque praticato e dichiarato, con il terrorismo è un facile escamotage per depotenziarlo e renderlo perseguibile giudiziariamente.

Accettare che si imponga questo frame nella narrazione pubblica e negli organi di informazione sarebbe un errore inescusabile.

Non per i militanti e gli attivisti politici potenzialmente coinvolti, ma per l’intero corpo sociale sardo.

L’aspirazione a una democrazia compiuta, a un’autodeterminazione democratica e pacifica, al godimento pieno e non condizionato di tutti i diritti umani e civili per tutti gli abitanti della Sardegna deve essere riconosciuta come legittima da tutti.

La tiepidezza o addirittura il compiacimento con cui troppe volte la nostra classe politica dominante e la nostra intellettualità hanno guardato alle vicende repressive contro l’indipendentismo è una responsabilità molto grave.

Non tanto riguardo al merito delle singole vicende, ma soprattutto per la palese incomprensione di quale sia il contesto generale e la prospettiva politica in cui tali vicende sono collocate.

Per questo mi aspetto che ci sia una mobilitazione generalizzata a difesa della libertà di tutti i militanti e di tutti gli attivisti in ambito sociale e politico indipendentista, anti-colonialista e anti-fascista.

La questione sarda e la prospettiva dell’autodeterminazione non costituiscono una tematica che riguarda solo “gli indipendentisti” (che non esistono, come corpo sociale a sé stante).

Non c’entrano qui questioni identitarie o rivendicazioni etno-centriche, tanto meno pulsioni xenofobe e di chiusura. Tutt’altro.

È ben noto come l’indipendentismo sardo, così come la maggior parte degli indipendentismi europei contemporanei, sia largamente orientato in senso democratico, popolare, emancipativo, solidale e internazionalista.

Questo è un fatto e deve essere chiaro a tutti, al di là delle mistificazioni e delle cornici concettuali falsificanti.

Nessuno che professi la sua adesione alla prospettiva dell’autodeterminazione sarda può essere legittimamente accusato di eversione, tanto meno di eversione terroristica, solo per il fatto di credere nella prospettiva dell’indipendenza.

Nel caso lo fosse, mi aspetto che in molti, specie tra coloro che hanno più voce in capitolo, anche in ambito italiano, non solo sardo, si schierino apertamente a difesa del diritto di fare militanza attiva in tal senso.

Dobbiamo poter coltivare un dibattito politico libero e realmente democratico, in Sardegna, e dobbiamo farlo al riparo da pressioni indebite, da paure indotte e da interessi esterni di natura centralista, autoritaria e/o coloniale.

O sarà così, o non potremo parlare ancora legittimamente di democrazia in Sardegna.

Visti i tempi, potrebbe essere il colpo di grazia a qualsiasi prospettiva di reale riscatto storico dell’isola e persino alla banale aspettativa di poterci fregiare ancora dello status di cittadini e non di sudditi, o peggio.

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