
Varie crisi, dentro altre crisi, dentro altre crisi ancora più grandi. È questo lo scenario del presente scorcio di ventunesimo secolo, nell’epoca di transizione post secondo dopoguerra. Il problema è che gli attori politici e chi detiene il potere reale o non sono all’altezza della situazione o sono criminali conclamati.
Le agitazioni popolari di queste settimane in tutta Europa sembrano apparentemente esiti contingenti di situazioni specifiche. La protesta degli studenti in Francia non sembrerebbe avere nulla a che fare con la mobilitazione per il diritto alla casa in Spagna e Portogallo. La protesta clamorosa degli autotrasportatori e di altre categorie nel Meridione d’Italia non c’entrerebbe nulla con le manifestazioni giovanili di massa della Serbia. E così via.
Non sono sicuro che questo sia vero. Da tempo – non da solo, certamente – mi aspettavo sommovimenti del genere nel Vecchio continente. Quando scrivevo che l’ossessione militarista delle élite europee e la retorica bellicista, insieme a quella securitaria, fossero preparatorie più alla gestione dell’ordine interno ai vari paesi, che a un conflitto aperto con la Russia, pensavo proprio a scenari tipo quello attuale.
L’establishment politico europeo e i gruppi sociali di riferimento sono ancorati a una visione di mondo sclerotica e largamente superata dagli eventi. La stessa costruzione dell’Unione Europea si basava sulla miope convinzione che davvero l’ordine neo-liberale fosse ormai la forma migliore possibile di convivenza umana, destinata a universalizzarsi.
C’è molto egoismo di classe, in tutto ciò. Confidando sul buon tenore di vita dei ceti medi, su garanzie sociali grosso modo forti e su istituzioni abbastanza stabili nei vari stati aderenti, i ceti dominanti del Vecchio continente hanno messo su un accrocchio politico-giuridico che solo in virtù delle conquiste sociali dei decenni precedenti offre ancora alle popolazioni europee condizioni esistenziali migliori di molte altre aree del pianeta.
Illudersi che questa condizione fosse ormai consolidata e al riparo da scossoni violenti e che si potesse serenamente fare affari senza preoccuparsi dei conflitti interni alle varie comunità statali è un peccato grave, che speriamo solo non si riveli mortale.
La fragilità della costruzione europea ha elementi interni ed esterni.
Quelli interni sono dovuti alla scelta deliberata di non blindare giuridicamente e con misure concrete gli assetti democratici, la vigenza universale dei diritti civili e sociali, la cura e la preservazione dei beni comuni. Dando molte cose per scontate, ci si è concentrati sulle garanzie al “libero mercato” (superstizione quanto mai deleteria), sul favore per i grandi gruppi economici e sulla protezione degli interessi “nazionali” dei paesi più forti (ossia dei rispettivi gruppi – e aree – dominanti).
Gli elementi di debolezza esterni sono dovuti alla dipendenza dagli Stati Uniti sul piano finanziario, tecnologico e militare, sulla convinzione che gli assetti internazionali non fossero mutati con la fine della Guerra fredda e l’emergere della potenza economica cinese e sulla sottovalutazione delle ragioni ideologiche dei paesi vicini, in primis la Russia, ma anche la Turchia e soprattutto Israele.
Ha a lungo prevalso l’idea che non ci sarebbero più stati grandi conflitti armati, perché sembrava ovvio che non fosse nell’interesse di nessuno. Allo stesso modo con cui si dava per scontato che non ci sarebbero più stati vasti movimenti di dissenso interno. Si scambiava così un ragionamento da bottegai (con tutto il rispetto per i bottegai) per alta strategia politica.
Le élite europee ragionano ancora così, a dispetto dell’evidenza. Basta leggere o ascoltare le dichiarazioni dei vari leader statali, dei portavoce delle categorie produttive, dei consiglieri economici di riferimento.
Persino l’ultimo, recente premio Nobel per l’economia (che non fu istituito da Alfred Nobel, ricordiamo) è un cedimento conservatore a dogmatiche egemoniche pseudo-scientifiche, senza riscontro nella realtà.
Un buon esempio della pochezza politica delle élite europee è l’ultimo discorso “sullo stato dell’Unione” di Ursula von der Leyen. Immagino che gente come Trump, Putin e Netanyahu, per il poco che possano averci capito (sono criminali d’alto bordo, ma non certo dei geni), ne abbiano tratto ottimi motivi di ilarità.
Nel frattempo i disastri su larga scala non accennano a risolversi. Tutt’altro. E le crisi interne si aggravano. La probabile vittoria delle destre reazionarie, nazionaliste e oscurantiste, spesso di vocazione apertamente o evidentemente fascista, sarà la vittoria dei grandi padroni del mondo (compresi i giganti finanziari e i guru delle piattaforme informatiche).
Le libertà che diamo per scontate e che spesso vorremmo negare ad altri popoli, solo perché soggetti a regimi nemici dell’Occidente (che non esiste, sia chiaro), dunque “buoni”, potrebbero essere soppresse più o meno rapidamente e più o meno cruentemente nel giro dei prossimi anni.
Non illudiamoci che le nostre scalcagnate e anziane democrazie abbiano anticorpi sufficienti a contrastare tale deriva. In qualche caso forse sì, ma non a buon mercato; in Italia no di sicuro.
In uno scenario in cui saranno rimessi in discussione diritti fondamentali, prima di tutto a danno di minoranze, immigrati, comunità LGBTQ+, donne, regioni marginali sottoposte a rapporti di tipo coloniale, dissenso politico e mobilitazioni sociali, la Sardegna rischia di subire danni più rilevanti di altre regioni europee e italiane.
Che questo sia un rischio concreto mi sembra talmente evidente, che non mi capacito di come la maggior parte delle persone interessate alla politica o addirittura politicamente attive perdano ancora il loro tempo in una assurda gara di posizionamento.
Posizionamento per altro pressoché esclusivamente retorico. Un contest sostanzialmente veicolato e alimentato dai social media, a cui i media tradizionali non sanno rispondere se non seguendone la scia.
La cittadinanza è disorientata e annichilita dall’infodemia, che provoca e aggrava via via la dipendenza patologica da tecnologie manipolatorie potentissime, basate sulla crescente pigrizia cognitiva a sua volta causata dall’uso smodato delle medesime tecnologie.
Il dissenso politico e sociale è del tutto privo di coordinate. Cadute le grandi ideologie novecentesche, rimane solo il consumismo ossessivo compulsivo e il desiderio perennemente insoddisfatto, con cui veniamo facilmente tenuti al guinzaglio.
Se il disagio crescente provoca reazioni di massa, è facilissimo per i governi sfruttarle per normalizzare i rapporti di potere e anzi restringere subito gli spazi democratici. Lo vediamo in Italia sotto i nostri occhi.
Ma non si può negare che i sommovimenti generalizzati e diffusi di queste settimane siano anche un segnale di risveglio delle comunità europee, delle loro frazioni meno protette, del vasto ambito dei ceti subalterni, dei lavoratori sempre più precari, delle persone giovani.
Chiunque criminalizzi le loro manifestazioni e anche le loro reazioni alla repressione violenta delle forze dell’ordine si pone da una parte precisa dello spettro politico. I moralismi facili, così come anche l’accondiscendenza verso fenomeni spuri, contraddittori, inevitabilmente meticci segnalano l’incapacità di leggere il presente della maggior parte delle persone con voce in capitolo sui media e dell’intero arco politico istituzionale.
Quand’anche fosse vero che ci siano stati condizionamenti da parte di paesi terzi ostili (di solito si tira in ballo la Russia, oppure l’Iran), non sono certo queste le cause scatenanti delle proteste e delle mobilitazioni.
Per altro, sarebbe forse meglio dare un’occhiata alle notizie circa le infiltrazioni di agenti provocatori e di gruppi neo-fascisti, con compiti di generare caos e violenza, che pure non mancano (tipo, in Italia, a Parma e a Napoli). Non è certo una novità.
Che forze esterne all’UE abbiano interesse a scardinarne la coesione e gli assetti politici e sociali è comunque un fatto acclarato. L’alleanza ideologica e strategica Trump-Putin-Netenyahu spinge per un’Europa in mano alle destre, divisa, impotente, piegata sui nazionalismi di stato più beceri, incapace di offrire un contraltare virtuoso alla deriva imperialista, violenta e repressiva che quei tre delinquenti, purtroppo non da soli, ci stanno imponendo.
Deriva non solo europea. Se in Brasile vincesse le elezioni Bolsonaro jr., avremmo un Sud-America pressoché completamente in mano alla peggiore destra, alleata naturale di Trump e in consonanza con le destre del Vecchio continente.
Nel computo delle crisi aperte e delle minacce alle conquiste democratiche va inserito anche il conflitto ucraino, su cui i fraintendimenti più o meno “spintanei” continuano a imperversare soprattutto nella sfera mediatica italiana (e sarda).
Chi fa il tifo per la sconfitta dell’Ucraina nella guerra con la Federazione Russa non ha capito nulla oppure spera in una vittoria a tutto campo dei fascismi (infatti TUTTI i fascisti fanno il tifo per Putin). Per quanto poco possa piacere Volodimir Zelensky, su quel fronte si gioca una partita decisiva; politicamente e simbolicamente decisiva, non solo e non tanto militarmente.
La guerra sta diventando uno strumento ordinario non solo di regolazione dei rapporti di forza tra potenze e tra stati, ma anche tra gruppi etnici e fazioni armate (basti vedere quel che succede in molte parti del continente africano). Ed è il sempiterno rimedio contro i sommovimenti sociali interni agli stati.
Spostare il conflitto all’esterno, facendone pagare comunque il prezzo ai popoli, è un vezzo tipico delle classi dominanti umane, comprese quelle europee.
Il tutto, mentre si scatenano gli effetti del Niño e non viene presa alcuna misura seria contro il riscaldamento globale.
È proprio una tempesta perfetta. Non è facile immaginare cosa si potrebbe fare per contrastarne almeno gli esiti peggiori. Alcuni problemi sono di scala troppo ampia, perché li si possa risolvere con azioni, anche efficaci, ma su scala locale. Altri sono comunque troppo complicati, perché li si possa affrontare con mezzi ordinari.
Se pensiamo alla classe politica da cui dipendono le nostre vite – quella europea, quella italiana e, ahimè!, quella sarda – non c’è proprio di che essere ottimisti.
Servirebbe comunque fare uno sforzo di intelligenza. Uscire dalle logiche dei social e dell’infodemia, guardarsi attorno, tornare a contatto con la realtà, ritrovare un minimo di empatia e far valere una ferma volontà di non recedere dalle conquiste politiche e sociali garantiteci dal sacrificio delle generazioni passate.
È difficile, me ne rendo conto, perché è sempre più comodo rifugiarsi nelle proprie convinzioni consolidate, negli slogan, nelle proprie “bolle”. Farsi fare i grattini sulla schiena dai propri bias di conferma e consolarci con le parole di chi la pensa come noi non ci salverà.
Come ho scritto altre volte, vedremo se saremo all’altezza delle sfide che ci attendono. In Sardegna non meno che altrove.