Si dice spesso che nell’ambito culturale italiano c’è più gente che scrive che gente che legge. Guardando alla mole di titoli pubblicati ogni anno (siamo intorno agli ottantamila), c’è da crederci. E prosperano auto-pubblicazioni e editori a pagamento (che non sono veri editori, meglio precisarlo). Esiste una sorta di feticismo del libro e una corsa a pubblicare che in realtà non ha alcuna giustificazione ragionevole.
Lo so, detto da uno che scrive per mestiere e pubblica libri da anni può suonare paradossale. Ma fidatevi, parlo proprio per esperienza.
L’idea che i libri siano rilevanti è un abbaglio dovuto all’incomprensione del nostro tempo. Chi ha dimestichezza con la lettura non riesce a capire come sia possibile farne a meno. Eppure ci sono tantissime persone, acculturate, attente, informate, che non leggono libri. I giovani poi meriterebbero un’analisi a parte.
Chi si fa affascinare dalle cronache culturali e guarda con ammirazione e desiderio le star letterarie italiche passare da una trasmissione tv a un festival e poi a un podcast e così via pensa che sia tutto meravigliosamente glamour e appagante.
Lo è, forse, per una ristrettissima cerchia di autori e autrici con ottime entrature, relazioni amicali “giuste”, sponsor influenti. Non sempre, va detto, la fama e la presenza mediatica corrispondono alla quantità di libri venduti.
Perché qui c’è uno degli equivoci. Ormai il prodotto non è più il libro, bensì chi lo scrive. I personaggi più in vista del mondo editoriale lo sono in quanto personaggi mediatici, al di là di ciò che scrivono.
Una mia amica, che ne sapeva e si sapeva muovere, mi diceva spesso che le entrate vere di un autore o un’autrice di successo non vengono dalla vendita dei libri, ma da tutte le altre attività collaterali: contratti di collaborazione con la tv o altri mass media; diritti SIAE discendenti da qualche piece teatrale tratta dalle loro opere o ritagliata su misura intorno al loro personaggio; diritti sulla trasposizione televisiva o cinematografica di qualche loro scritto; gettoni pagati da festival o altri eventi pubblici; cose così.
Il libro in sé conta poco. *Devi* pubblicare, ma quello è solo il primo passo per legittimarti in un mondo culturale che si fonda su tutt’altro. Del resto, in un paese dove si legge pochissimo, sarebbe strano il contrario.
Eppure c’è sempre tanta gente che scrive e c’è la corsa a farsi pubblicare. Come diceva Victor Hugo, in questo ambito c’è letteralmente chi “paga per vendersi”. E c’è un enorme equivoco tra popolarità e bravura, tra successo (mediatico) e merito.
E in Sardegna? In Sardegna ugualmente si scrive tanto, tantissimo. Perlopiù in italiano, ma direi ormai anche abbastanza in sardo e un po’ anche nelle altre lingue di Sardegna. E si legge un po’ di più rispetto alla media italiana. Il che è sorprendente e direi paradossale, per certi versi. Ma non inspiegabile.
Se resta vera la dolorosa scissione – individuale e collettiva – derivante dall’irrisolta questione linguistica, il fondamento storico della passione sarda per la parola recitata e raccontata esiste e ha una consistenza innegabile. La sua radice è profonda.
Il problema del mondo librario in Sardegna nasce anche su quel terreno, sulle fondamenta pericolanti del nostro rapporto con la lingua, con la scrittura, col senso collettivo del racconto e della poesia. Essere costantemente in bilico tra appartenenze diverse, senza riuscire mai a risolverle in un meticciato fecondo, in un’accettazione della complessità pacificata, complica molto la relazione del pubblico isolano con i libri.
Non è un difetto congenito della nostra razza esotica, sia chiaro. È un effetto della nostra storia “coloniale”, costantemente rimossa e costantemente riemergente, apertamente o inconsciamente, in ogni ambito della nostra vita collettiva.
I festival letterari ubicati in Sardegna sono molti, alcuni anche di valore. Ma spesso sono pensati per un pubblico televisivo, per chi segue le cronache (e i pettegolezzi) culturali italiani attraverso i mass media. Gran parte del ceto medio istruito sardo soffre di questa alienazione. Essere culturalmente colonizzati ha un prezzo anche per chi ritiene di essere integrato nel contesto culturale dominante.
Se hai successo e sei riconosciuto oltre Tirreno *allora* hai valore ed è giusto darti voce in capitolo in Sardegna. Basta che non ti metta a smontare stereotipi e luoghi comuni degradanti ma deresponsabilizzanti, in cui ci crogioliamo con tanto compiacimento.
In questo modo, dalle nostre parti, la maggioranza di chi ha un buon livello di istruzione rinuncia ad attingere ad una ricchezza culturale più vasta, benché non intercettata dalla scuola e dai mass media italiani.
Al contempo, però, il sostrato culturale “indigeno” non addomesticato fa capolino qua e là, si intromette, interferisce. È difficile lasciarlo fuori.
Ci provano, sia chiaro. L’esclusione dalle maggiori kermesse letterarie sarde della produzione libraria locale è sistematica, ma furba: c’è sempre qualche autore o qualche autrice provenienti dall’isola che trova spazio. Di solito sono quelli che disturbano meno, quelli che non costituiscono un vero problema.
Il che non vuol dire che non siano di valore. A volte lo sono pure. Ma è un valore difficile da separare dal favore di cui godono presso i mass media principali e dalle buone relazioni su cui fondano la loro visibilità. E quello che resta fuori?
Per dire, nel mondo del canto a tenore esiste una conoscenza profonda e diffusa del nostro patrimonio poetico. Qualsiasi cantore, specie chi interpreta il ruolo di boche, conosce a memoria decine e in certi casi centinaia di componimenti poetici, più o meno lunghi, antichi e recenti, pubblicati e non, famosi e del tutto nuovi.
È un patrimonio demo-antropologico e letterario, in senso proprio, che però non è affatto intercettato dal mondo culturale mainstream (chiamiamolo così), che non ha dignità di presenza nei festival più alla moda, che resta escluso dalla discussione sui libri e ciò che essi rappresentano.
Allo stesso tempo esiste una produzione letteraria, romanzesca, di vario genere, che pur essendo di qualità evidente non ha alcun successo mediatico dunque non riscuote il riconoscimento che meriterebbe. Penso alle opere di un Nanni Falconi o a quelle, in ambito fantascientifico (ebbene sì), di una Clelia Farris. E sono solo due esempi.
Se ci spostiamo nell’ambito della saggistica, i libri che vanno per la maggiore sono quelli un po’ sensazionalistici o quelli che soddisfano la diffusa sete di conoscenza storica con narrazioni consolatorie, a tratti megalomani. Che non sono affatto un problema, a patto che non siano le uniche pubblicazioni che rispondono a tale curiosità legittima e del tutto motivata.
Ci sono anche libri che cercano di “spiegare” la Sardegna, soprattutto al pubblico italiano, ma perlopiù si tratta di ciarpame. In proposito e detto per inciso, sono curioso di leggere la recentissima uscita per Iperborea (ottima, piccola casa editrice, di suo) del nuovo volume della collana The Passenger, dedicato in questo caso proprio alla Sardegna.
La mole di pubblicazioni interessanti, stimolanti, feconde sulla nostra terra offrirebbe a chi ha l’insana passione per la lettura tante occasioni di conoscenza e ragionamento. Il problema è che visibilità e qualità, come detto, nel sistema culturale italiano e in quello della provincia oltremarina sarda, non combaciano se non occasionalmente.
L’editoria locale non può competere con le grandi case editrici italiane, fa fatica a sostenere i costi di distribuzione e di promozione delle proprie pubblicazioni ed è costretta a lavorare sulla quantità dei titoli, nel percorso perverso del mercato librario all’italiana. Spesso non riesce nemmeno a restituire rendiconti puntuali ad autori e autrici, né a retribuirne il lavoro secondo i termini contrattuali. Non è sempre per mala fede (lo dico da controparte).
Altra faccia della questione è che in Sardegna non esiste un dibattito culturale decente. Il mondo politico se ne tiene rigorosamente alla larga, salvo quando può usare la cultura (in un’accezione vaga e spesso degradata) a proprio vantaggio. I mass media, in primis quotidiani e televisioni, non lo favoriscono, né lo alimentano; ne hanno anzi timore, essendo troppo vincolati da prudenze politiche o da interessi specifici dei propri editori. I social fanno più danni che altro.
I festival, come detto, soggiacciono troppo spesso a una mentalità elitaria, provinciale, subalterna e politicamente pavida (cose che possono convivere serenamente). Il mondo accademico è restio al confronto e teme l’erosione della sua già debole egemonia in vari ambiti tematici.
In definitiva, a cosa serva scrivere e pubblicare libri, in un contesto simile, resta un quesito senza risposta. Probabilmente serve a poco. E però “poco” non equivale a “niente”.
Non serve a chi scrive per campare dignitosamente del lavoro di scrittura. Almeno nella maggior parte dei casi. Su questo vorrei sfatare le troppe illusioni di chi aspira a vedere il proprio nome su una copertina stampata, credendo così di dare una svolta alla propria vita.
Tuttavia, si tratta ancora di una delle tante modalità di narrazione umana, insieme a fumetti, serie tv, cinema, teatro, videogiochi: la nostra specie non può farne a meno. È una forma di trasmissione del sapere, sempre meno frequentata ma più resistente di altre. È una grande memoria collettiva. È un modo per moltiplicare le esperienze, aprire gli orizzonti, immaginare il futuro.
La speranza, al di là dell’amor proprio individuale, è che, col tempo, le cose di valore, i libri che hanno qualcosa da dire di rilevante, lascino una traccia. Non daranno fama e successo a chi li ha scritti, ma questo non significa che siano stati inutili. E, in fondo, sono comunque testimonianze del nostro tempo, per chi verrà dopo di noi. Sempre che qualcuno venga dopo di noi.
Ci si accontenta di questo. E si va avanti.