Gli ultimi anni hanno visto un’accelerazione delle modalità di manipolazione delle opinioni pubbliche e un salto di qualità nell’invadenza della propaganda in tutti i mezzi di comunicazione. Non un fenomeno nuovo in sé, ma nuovo nelle dimensioni e nella pervasività, finendo per creare paradossi dai tratti surreali e fare vittime inaspettate.
Riconoscere che un mio interlocutore o una mia interlocutrice usino, parlando con me, frasi fatte, argomenti stereotipati e slogan di chiara origine propagandistica, mi crea molto disagio. Se la persona in questione ha, per quanto ne sappia io, i mezzi per rendersi conto della cosa, al disagio si somma la frustrazione e in certi casi la rabbia.
Non voglio dire che io ne so di più di chiunque e che sono in grado di riconoscere le informazioni false o parziali o tendenziose più di altri. Mi sforzo però di non farmi condizionare dalla propaganda, di qualsiasi parte, e cerco di esercitare una costante critica delle fonti, alla luce degli strumenti che decenni di studio, di riflessione e anche di attivismo intellettuale e politico mi hanno fornito.
Non che questo mi esima da pregiudizi, bias di conferma e altri errori del genere. Siamo tutti fallaci, dopo tutto. Non vuol dire neanche che io rinunci a prendere posizione. Spero però di rendermi conto degli errori e soprattutto mi auguro di sfuggire il più possibile ai tentativi di farmi interiorizzare verità preconfezionate da altri per scopi opachi, o magari addirittura opposti a ciò che la mia sensibilità politica e la mia coscienza mi suggeriscono come giusto e prima di tutto come vero.
Questo pippone auto-riferito è una premessa che sento come necessaria prima di affrontare il tema di questo post. Perché è un tema che mi interroga e mi angoscia da tempo.
Leggendo il pur pregevole articolo di Fabio Sabatini La fabbrica del caos, in combinazione con il precedente pezzo dello stesso Sabatini La guerra invisibile, benché convenga sul merito di quanto vi ho letto (e d’altra parte sono dati abbastanza oggettivi), non ho potuto fare a meno di notare la mancanza di un’avvertenza, secondo me indispensabile: questa è solo una parte della storia.
Non ho alcun dubbio sulla natura e la portata della “guerra ibrida” o “invisibile” che soprattutto la Federazione russa e in parte la Cina stanno attuando contro l’Europa (*soprattutto* contro l’Europa). Tuttavia mi pare che al discorso manchi l’analisi sul ruolo rilevante che le piattaforme informatiche statunitensi (col loro corollario di intrattenimento) hanno nelle nostre esistenze, insieme agli altri strumenti più o meno noti, più ordinari, da sempre utilizzati dalle amministrazioni USA per tenere al guinzaglio i paesi “alleati”.
Manca anche – e a mio avviso è il problema più interessante – un accenno di risposta al quesito: perché la propaganda russa, o cinese, o comunque di destra e di estrema destra (perché lì andiamo a parare), ha così tanto successo? E persino in gruppi sociali che si identificano come di sinistra, quasi sempre “radicale”?
In proposito mi torna sempre in mente la famosa sentenza di Gilbert K. Chesterton: “Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano in nulla: credono a tutto“. In Dio e, aggiungerei, in Marx o in qualsiasi altro succedaneo dogmatico ci siamo scelti nel contesto culturale europeo dalla rivoluzione francese in poi.
La sentenza di Chesterton fa il paio con la battuta di Eugene Ionesco (attribuita a Woody Allen): “Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento molto bene”.
Citazioni singolari, devo ammettere, per quanto mi riguarda: una ripresa da un autore cattolico e una da un autore diciamo “anarchico di destra” (come Ionesco è stato a volte catalogato). Ossia, non proprio le mie collocazioni ideali di riferimento. Ma tant’è.
Del resto, si parla da qualche anno di “post-verità”. Corpose invettive contro “l’analfabetismo funzionale”, con tanto di referenze a sostegno, perlopiù apocrife o comunque nient’affatto decisive, hanno riempito pagine di quotidiani e settimanali, nonché post su siti serissimi (o forse solo seriosi). Insieme agli anatemi contro il volgo ignorante e credulone e alle reprimende contro le masse che infesterebbero con la loro protervia da incolti tutti i social media.
Qualche anno fa spopolava il film Idiocracy, che prefigurava uno scenario distopico in cui il mondo, a partire dagli USA, andava a rotoli perché prendevano il potere gli imbecilli, avvantaggiati dal fatto di riprodursi di più delle persone colte e intelligenti. Molto consolatorio e fin troppo indulgente per il ceto medio riflessivo, ma davvero poco utile alla comprensione della realtà e ancor meno ad affrontare la deriva in corso. E infatti…
La questione è un po’ più complessa di così. Lo abbiamo visto bene con la pandemia di covid-19, soprattutto in Italia, uno dei paesi più arretrati e ignoranti (soprattutto nei suoi ceti dirigenti) del Vecchio continente. E lo vediamo ancora riguardo alla guerra in Ucraina.
Mi stupisco e mi interrogo per la facilità con cui la propaganda di destra, ma potremmo dire serenamente fascista (sia pure a volte camuffata, dissimulata, surrettizia), dilaga e viene interiorizzata da strati diversi delle nostre società democratiche. Comprese fasce sociali che non apparterrebbero, secondo le narrazioni in voga, alla plebe incolta ed esposta alle manipolazioni.
Molta propaganda di destra, nelle sue varie declinazioni (tradizionalista, anti-femminista, anti-LGBTQ+, socialmente conservatrice, razzista, ecc.), si avvantaggia nel suo presentarsi come anti-sistema (che vuol dire poco) e in certi casi come anti-atlantista (nella declinazione dei vari Dugin e compagnia) per conquistare terreno nelle fasce di opinione pubblica ancorate a una visione radicale ereditata dagli anni Settanta del secolo scorso (con varie articolazioni, non sempre reciprocamente conciliabili).
Da qui, il diffuso fenomeno del rossobrunismo, spesso non volontario, direi preterintenzionale, a volte sinceramente inconsapevole. Su cui lucrano alcuni gruppi che si occupano di organizzare il consenso attorno a certe tematiche apparentemente alternative alla narrazione dominante, ma sempre un po’ opache quanto a orientamenti di fondo, obiettivi, valori di riferimento.
Penso a spazi tipo l’Antidiplomatico o la stessa Ottolina tv e persino siti dichiaratamente di sinistra marxista come Contropiano. Sono solo pochi esempi di un ecosistema mediatico che ha molta presa sull’opinione pubblica di sinistra cosiddetta radicale.
Il fatto che questi spazi veicolino sistematicamente e senza filtri contenuti che spesso risultano prodotti direttamente dalla macchina di propaganda del Cremlino o da opinion maker vicini all’amministrazione Trump, utilizzando cornici retoriche oggettivamente reazionarie, non sembra scalfire le granitiche certezze della maggior parte delle persone che, in buona fede, accolgono e rilanciano tali contenuti.
Ma è un problema che si era manifestato già anni fa, per esempio sulla questione siriana, laddove una parte della sinistra italiana e sarda appariva schierata apertamente o implicitamente col regime di Assad, solo perché individuato come baluardo contro l’imperialismo statunitense (o NATO, come si diceva e si dice anche oggi, facendo e creando un po’ di confusione).
Da queste porzioni della sinistra, a suo tempo emersero posizioni ostili alla rivoluzione confederalista democratica del Rojava, atteggiamento riemerso anche di recente (al di là delle criticità interne a quel modello, pure così originale e interessante). E come è successo, sempre da poco, per le grandi manifestazioni di protesta in Iran, etichettate, più o meno esplicitamente, come esito di subdole manovre USA.
Da poco Luigi Manconi ha stigmatizzato questi fenomeni parlando di una certa propensione della sinistra (senza precisare *quale* sinistra) per le dittature (purtroppo il pezzo è su Repubblica, a pagamento). Manconi ha ricevuto varie risposte, non sempre pertinenti (questa è una, ad esempio).
Non so se le cose stiano proprio come sostiene Manconi. La sua mi sembra una semplificazione. Però l’effetto pratico nel dibattito pubblico alla fine è quello da lui segnalato. E nel caso della guerra in Ucraina il problema si presenta in modo particolarmente acuto.
A sinistra, in Italia e anche in Sardegna, persino nell’ambito indipendentista (che purtroppo su certe cose è mooolto italiano), si è rinunciato a procurarsi una propria visuale sulle cose internazionali, a maturare una critica dell’esistente non basata su posizionamenti “identitari” e slogan preconfezionati.
Manca un’analisi spassionata degli eventi e delle loro cause e implicazioni, un’analisi onestamente materialista e possibilmente democratica, con una base intransigente di studio e di vaglio delle fonti.
Se qualche persona di ambito progressista o dichiaratamente di sinistra, magari dotata di conoscenze e competenze consolidate, ci prova, viene liquidata come traditrice e come “atlantista”, termine evidentemente contrapposto a… europeista? No, perché anche l’europeismo è un bersaglio di questa congerie di posizioni contraddittorie. Tanto meno perspicuo in tempi di oggettiva alleanza ideologica e tattica tra l’amministrazione Trump e il regime di Putin.
Insomma, ancora oggi, a quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, si sentono e si leggono commenti del tipo: l’Ucraina non esiste se non come provincia della Russia; in Ucraina c’è un governo nazista; Zelensky sta uccidendo il suo popolo per sete di potere; l’Ucraina fa una “guerra per procura” contro la Russia; la Russia aveva il diritto di difendersi; va protetta l’autodeterminazione del Donbas; l’Ucraina di Zelensky ha perseguitato i russofoni (=russofili?) del Donbas; ecc. ecc.
Affermazioni se va bene parziali, spesso quasi del tutto prive di riscontro fattuale, in molti casi palesemente false.
Sostanzialmente, si prendono pari pari le argomentazioni del regime di Putin e le si rilancia sic et simpliciter, a volte con le stesse identiche formule. A dispetto di qualsiasi resoconto obiettivo, della storia stessa di quei luoghi, di fatti pure accertati e conclamati (a volersi abbeverare a fonti serie).
Naturalmente, non cedere alla propaganda russa (la stessa su cui si basa Trump e che viene rilanciata dalle destre estreme europee), non significa eludere le questioni aperte relative alle scelte dell’amministrazione Zelensky e alla dialettica interna alla collettività ucraina.
Ma negare la dignità di una popolazione che, sotto i bombardamenti, in un inverno gelido, privata di beni e servizi essenziali, con una cospicua fetta di gioventù al fronte, non si arrende e non demorde, mi pare un vero peccato di disonestà intellettuale e politica. Che non mi meraviglia quando proviene dall’area fascista e para-fascista, ma mi riempie di costernazione quando viene da sinistra e dall’ambito indipendentista.
Qui non so quanto sia valida, e fino a dove, l’analisi summenzionata di Fabio Sabatini, così come altre analoghe. Occorrerebbe una riflessione di tipo diverso. Prima di tutto forse occorrerebbe abbandonare cornici interpretative consolidate, ma datate, e rassegnarsi ad accettare che viviamo in un’epoca di dura transizione storica, in cui i paradigmi del passato, anche recente, non valgono più.
E andrebbero prese in maggiore considerazione le notizie che emergono dalla pubblicazione degli “Epstein files”, con la loro brutale crudezza circa l’ideologia, gli obiettivi e le pratiche dei ceti ricchi occidentali (e non solo) e la loro propensione dichiarata per le destre reazionarie, razziste e anti-popolari (ma magari populiste).
Tutto questo, non per rinunciare a una visione di cambiamento dello stato delle cose. Caso mai il contrario: per attivare collettivamente un cambiamento che sia emancipativo, liberante e solidale. Alla massima distanza dalla fascinazione del cupio dissolvi, dagli auspici di caos purificatore (che vada tutto in malora, così la NATO impara!), così come dai posizionamenti “interessati” del liberalismo europeo affarista e filo-bellico (quanto a giro di denaro) e ovviamente dalla marea nera, reazionaria e oscurantista oggi dilagante.