
Lo sciopero generale del 22 settembre, chiamato in solidarietà alla causa palestinese, ha non solo avuto un notevole successo di partecipazione, ma ha anche inevitabilmente suscitato molte riflessioni. Anche in Sardegna.
Lo stupore per la riuscita di quella manifestazione non mi pare giustificato.
Momenti di solidarietà collettiva, pubblica, anche in occasioni mediatiche di rilievo, si sono succeduti nel corso degli ultimi anni. L’ostensione di bandiere palestinesi è ormai fatto comune in moltissimi centri abitati, grandi e piccoli, del Vecchio continente, Italia e Sardegna comprese.
Che, in un certo momento, tutte queste energie emotive abbiano trovato un punto di caduta non deve stupire. Non deve stupire nemmeno che l’occasione sia stata estranea all’azione dei partiti maggiori e dei sindacati confederali, ormai privi di qualsiasi credibilità politica, su questa faccenda come su altre (ma in questo caso con aggravanti).
Notevole, piuttosto, l’adesione delle giovani generazioni, non solo in età universitaria ma anche adolescenti. Notevole, ma anche in questo caso non sorprendente. La gioventù ha da sempre un senso istintivo per il giusto e l’ingiusto, che con l’avanzare dell’età viene filtrato ed elaborato attraverso studio, esperienze, propensioni, pregiudizi. Al contrario di quanto si dice, la gioventù di oggi non è più stupida, stordita, menefreghista o ignorante di quelle che l’hanno preceduta.
Quel che è successo in Palestina (e non solo nella Striscia di Gaza) fino alla labile tregua imposta da Trump è talmente abnorme da non poter essere edulcorato neppure dai potentissimi dispositivi degli establishment statali, continentali, internazionali. Travolge qualsiasi tentativo di sviamento, di manipolazione, di disinformazione.
Va sempre tenuto conto che tutto ciò si inserisce in una generale deriva reazionaria, attiva a vario livello. Le destre che si contendono lo spazio politico europeo e occidentale – quella oligarchica ordo-liberista e quella para, cripto, neo fascista – sono impegnate sia sul fronte della contesa tra loro, sia su quello della criminalizzazione del dissenso e di ogni istanza realmente emancipativa. Non tollerano alcuno slittamento politico verso una riformulazione democratica e solidale dei rapporti internazionali e verso qualsiasi forma di riconquista di diritti sociali e civili.
Alcuni osservatori (come Jacobin o i WuMing) hanno parlato di un nuovo “movimento”, grosso modo globale, alla stregua delle mobilitazioni pre G8 di Genova 2001, o di quelle pacifiste del 2003, o di quelle suscitate dalla crisi finanziaria del 2008. Probabilmente il parallelo è giustificato. L’entusiasmo un po’ meno, visto come sono andati a finire questi precedenti.
Poi, “finire” è una parola grossa. Più che altro si tratta di sconfitte contingenti dentro una dinamica storica profonda, in cui siamo immersi dalla fine della Guerra fredda. Sono fenomeni che non scompaiono del tutto. L’andamento è carsico. Basta un minimo ricambio generazionale, che per altro non annulla la partecipazione dei reduci delle esperienze passate, e il gioco ricomincia.
In ogni caso, mi convince l’approccio del collettivo WM, con il richiamo alla riflessione di Rodrigo Nunes. Mi convince anche perché mi sembra particolarmente fecondo riguardo alla situazione sarda.
Anche nell’isola le manifestazioni pro-Palestina – il 22 settembre e in altre circostanze – sono state diffuse e tutte alquanto partecipate. Da tempo è facile imbattersi in bandiere palestinesi sventolanti dai balconi di molti municipi e dalle finestre di molte case private. E poi in occasione di festival culturali, raduni pubblici di varia natura, feste di piazza, manifestazioni sportive.
Francesca Albanese, qualche settimana fa, ospite del festival “Capudanne de sos poetas” (Settembre dei poeti) di Sèneghe (OR), ha dichiarato che per lei è più facile parlare di quel che succede in Palestina in contesti che hanno esperienza e coscienza di colonialismo. Forse è stata un po’ ottimista, soprattutto perché si rivolgeva a un pubblico formato prevalentemente da persone del ceto medio istruito sardo, tipicamente ostile o quanto meno timoroso verso la “questione sarda”, ma non aveva torto.
In Sardegna da molti anni esiste una diffusa solidarietà verso il popolo palestinese ed è attiva l’Associazione di Amicizia Sardegna-Palestina. Non di rado e da anni le bandiere palestinesi sventolano nelle manifestazioni contro l’invadente occupazione militare dell’isola (occupazione ad opera del Ministero della Difesa italiano, ricordiamolo).
La questione ora, in Sardegna come in Italia, in Italia come in Europa e anche in altri paesi “occidentali” (ma non solo), è: come e quanto sarà possibile politicizzare a far diventare una forza politica di massa questo vasto e policromo movimento popolare, specie ora che il peggio sembra (sembra) passato? E siamo dispost3 a sobbarcarci le conseguenze di una rinnovata, prevedibilmente lunga, stagione di mobilitazione politica?
Conseguenze che comprendono, visti i tempi, la repressione più dura e varie tecniche più o meno subdole di inquinamento e disarticolazione del fronte democratico. Non esclusa una nuova “strategia della tensione”. Il vittimismo messo in scena da tutte le destre dopo l’omicidio di Charlie Kirk negli USA e altri episodi minori in Italia e altrove, amplificati a dovere, lascia intravvedere la possibilità di una prossima ulteriore stretta autoritaria.
Il recentissimo attacco della destra italiana al presidente della repubblica Mattarella non è un episodio estemporaneo di cattiva creanza istituzionale, ma rientra coerentemente nel vasto disegno di deviazione autoritaria in corso, sia pure nelle forme caute, in stile “rana bollita”, a cui si affida il fascismo attuale.
Questo disegno ha buone possibilità di riuscita, visto il dominio anche culturale delle destre e la mediocrità delle opposizioni organizzate.
In Europa, dove le destre comunque godono di ottima salute, la situazione è complicata dal discredito che l’UE ha guadagnato anche nelle sinistre, nei movimenti ambientalisti e democratici radicali e autodeterminazionisti. Col risultato paradossale che anche da quelle parti sostanzialmente si lavora – spesso inconsapevolmente – per un ritorno agli stati-nazione nella loro forma più chiusa e reazionaria.
In Sardegna, parliamone. E per parlarne non si può prescindere dalla specificità del contesto socio-culturale e politico sardo. Che va considerato in tutta la sua stratificazione.
Al fondo esiste una identificazione diffusa che fa dell’appartenenza sarda un elemento totalizzante o comunque prevalente della percezione di sé della popolazione isolana. Tale identificazione è ormai certificata da tempo. Fanno riflettere, e in certo modo anche sorridere, le periodiche reazioni di stupore, fastidio, astio, o i maldestri tentativi di smentita basati su argomentazioni fallaci da parte dei custodi dell’ortodossia culturale “nazionale” (ossia italiana); quella che ci vuole rinchiudere nell’etichetta di provincia marginale, esotica, arretrata, riottosa dell’Italia (in proposito, vedi qui, qui e qui).
C’è poi, legata alla prima, una costante antropologica/sociologica di malessere e di vago istinto di ribellione piuttosto diffusi che non ha nulla a che fare con presunte caratteristiche congenite nella “sarda genia” (come invece vuole la vulgata identitaria), bensì discende da chiare vicende storiche degli ultimi due secoli.
Su questo si innestano le cicliche riemersioni di movimenti popolari antagonisti verso l’assetto politico e socio-economico vigente, quasi sempre suscitate da circostanze occasionali ma non contingenti né casuali: dalla richiesta di riforme in ambiti specifici, alla protesta verso decisioni governative, ecc.
Su un livello più strettamente politico va considerata l’esistenza secolare del sardismo organizzato e, da un sessantennio, dell’indipendentismo contemporaneo, elementi non marginali né contingenti dello scenario politico sardo.
Oggi la mobilitazione popolare riguarda soprattutto l’aggressione coloniale di soggetti privati, spalleggiati dallo Stato italiano, che vorrebbe trasformare la Sardegna in una mega batteria elettrica.
L’operazione è stata a lungo spacciata come necessaria risposta italiana alla crisi ambientale e climatica, ma oggi ormai non se ne nasconde più la natura puramente estrattiva e l’estraneità a qualsiasi reale transizione ecologica.
Si fanno anzi dichiarazioni pubbliche a favore delle fonti fossili e addirittura si prospetta l’imposizione del nucleare. Tutto in Sardegna, naturalmente, definita dalla stessa presidente della Regione Auto(no)ma Alessandra Todde una “area di sacrificio” (da tenere a bada con sconti in bolletta).
La composizione della mobilitazione che si oppone a questa ennesima aggressione coloniale è eterogenea, spuria, meticcia. E questa è la sua forza. Ne è anche un limite, nella misura in cui non si riuscirà a politicizzarla e a farla diventare una spinta popolare verso cambiamenti politici più generali.
Questa per altro è solo una delle vertenze aperte, la più generalizzata e organizzata (a suo modo). Ma non vanno dimenticate quelle sulla sanità pubblica, quelle sui trasporti e tutte le altre mobilitazioni, più localizzate o settoriali.
Il quesito sulla natura della mobilitazione pro-Pal e sulla possibilità che essa si traduca in una forza politica reale, di massa, in Sardegna va dunque declinato alla luce della specificità locali (che non sono necessariamente localistiche). Contrapporla a quelle già in campo è sbagliato. Vanno anzi ricondotte al medesimo ecosistema di lotte dentro il quale hanno diritto di cittadinanza provenienze, posture, metodi e linguaggi diversi. Tale eterogeneità va accettata e vissuta come una ricchezza, senza tentazioni egemoniche o settarismi.
Come ho scritto altrove, la stessa mobilitazione contro il neo-colonialismo energetico potrebbe essere uno spunto per ragionare in termini più ampi, su scala sovralocale, sull’intera questione. La transizione produttiva e politica richiesta dalla crisi ambientale e climatica in corso per sua natura non può essere locale e nemmeno statale. Un terreno dunque in cui si può giocare un rilancio della prospettiva europeista, partendo dai casi locali, su una base internazionalista, solidale e confederalista.
Non a caso questi temi sono considerati da tutte le destre come temi chiave, problematici, da avversare, da delegittimare, in Europa e nell’intero Occidente. Oppure da sfruttare, capziosamente, per consolidare l’oligarchia finanziaria e speculativa che domina la scena capitalista occidentale.
Con lo sfondo del mutamento storico in corso, in cui emergono la crisi dei grandi regolatori internazionali (ONU, Corte penale Internazionale), il ritorno della guerra come mezzo ordinario di soluzione dei rapporti tra stati, le velleità imperiali dei maggiori organismi politici, dagli USA alla Cina, passando per la Russia putiniana e l’India di Modi, la forza dei grandi agglomerati economico-finanziari.
Uno dei limiti del movimento sardo così come di quello italiano (su quello di altri contesti non saprei, con precisione) è proprio il drammatico equivoco nella lettura dello scenario internazionale.
A partire dalla guerra in Ucraina. La responsabilità di questo conflitto – emerge ancora da troppi discorsi – sarebbe dell’Ucraina e, prima ancora, della NATO e dell’Occidente. Dell’Ucraina si delegittima la stessa pretesa a esistere e se ne enfatizzano o il preteso orientamento “nazista” o, oggi in modo prevalente, i problemi di corruzione, usando spesso l’argomento “del fantoccio” (ossia una rappresentazione caricaturale, forzata ad arte) ai danni della sua leadership.
Che la NATO c’entri poco con l’invasione russa delle province orientali ucraine, è un dato storico piuttosto acclarato. Così come parlare di “Occidente” e farne il nostro – ossia di noi che ci viviamo – nemico principale è una posizione vagamente surreale, in tempi di trumpismo e di anti-europeismo diffuso tra le due sponde dell’Atlantico.
Non la faccio più lunga di così, ma è un problema di lettura deficitaria della realtà. E non è un problema da poco.
Il sentimento anti-ucraino e pro-Russia è largamente diffuso anche tra chi manifesta a favore della Palestina. Anche in Sardegna. Un cortocircuito in cui proliferano disinformazione e abbagli politici.
La critica alla politica di riarmo europea – politica certamente discutibile per tanti versi – è troppo spesso astratta, infarcita di “idee senza parole”, di slogan riesumati dalle mobilitazioni del secolo scorso, di bersagli completamente sbagliati.
Il riarmo europeo andrebbe criticato su tutt’altro piano, dato che con l’Ucraina, in realtà, ha poco a che fare. E dato che la Russia è tutt’altro che una vittima, in questa faccenda.
La Russia, così come l’amministrazione Trump negli USA, ha da tempo identificato nell’Europa democratica – pur con tutti i suoi limiti – un nemico storico. Tanto più pericoloso, quanto più affascina altre popolazioni, e in primis quelle che Putin e il suo establishment vorrebbero ricondurre sotto l’ombrello imperiale russo.
Da qui quella sorta di guerra sotto traccia contro l’Europa, fatta non di grandi manovre campali con carri armati e aviazione al seguito, ma soprattutto di azioni di disturbo, provocazioni, attacchi informatici.
L’establishment politico del Vecchio continente ha il problema di essere stato a lungo compromesso col regime russo e oggi deve mostrarsi ostile a esso, mentre cresce l’influenza russa nella politica interna degli stati europei, grazie alle molte e robuste teste di ponte (fasciste, più o meno dichiarate, o rossobrune, che è lo stesso) su cui può contare anche a livello di governi.
Ma anche chi individua nella Russia di Putin una controparte lo fa troppo spesso in modo strumentale, con altri obiettivi, senza attribuire mai a questa minaccia la sua vera natura. Che è una manifestazione della più generale onda nera internazionale.
L’internazionale nera (comprese le sue propaggini camuffate da sinistra antagonista) si muove in modo sorprendentemente coerente. Basta frequentare un po’ i social, per vedere come nel giro di poche ore partano vere e proprie campagne in cui migliaia e migliaia di profili, molti dei quali corrispondenti a persone vere, magari che conosciamo direttamente, si muovono all’unisono, usando le stesse parole chiave, le stesse frasi, gli stessi stratagemmi manipolatori.
Non è uno scherzo e non si tratta di una campagna di occupazione degli spazi social fine a se stessa. Il futuro prossimo ci riserva un attacco duro, spietato a tutte le conquiste democratiche, portato avanti non solo e non tanto con strumenti violenti ma prima di tutto svuotando dall’interno la stessa democrazia rappresentativa e minando la solidarietà tra i popoli.
Quando critichiamo le nostre democrazie e l’Occidente, con ottime ragioni beninteso, dovremmo anche sempre tenere presente che nel resto del pianeta non è che esistano regimi meravigliosi.
L’esaltazione che vedo anche a sinistra per la nuova presunta fase multipolare e sulla crisi finale dell’egemonia USA mi sembra un abbaglio pericoloso. Non perché io faccia il tifo per il dominio imperiale globale degli USA (che ho sempre contestato e che comunque non è riuscito a compiersi), ma perché il nemico del mio nemico potrebbe essere un mio nemico ancora peggiore.
Negare che l’Europa sia una vittima designata dei vari attori forti della scena mondiale è un errore, oppure una consapevole operazione di sviamento. Gioire per la sua sconfitta non mi pare molto intelligente, da parte nostra, quale che sia il nostro giudizio sull’attuale UE.
Il mio è negativo, ma non amo il vuoto o peggio il caos, che vengono sempre riempiti da qualcosa, solitamente di brutto. E in ogni caso non rinuncerei a cuor leggero alle conquiste politiche e sociali costate tanti sacrifici a chi ci ha preceduto.
La lotta per la democrazia, per i diritti e per la solidarietà internazionale, la stessa aspirazione alla pace sono da perseguire e da rilanciare, ma basandoci su dati di realtà. Senza cedimenti – magari illusoriamente momentanei, tattici – alle istanze conservatrici o peggio reazionarie, neo-nazionaliste e oscurantiste oggi egemoniche, ma anche senza illusioni.
La stessa mobilitazione pro-Palestina non deve nascondere le contraddizioni di un mondo, quello dell’Asia occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), complesso e attraversato da pulsioni diverse, a loro volta conflittuali al proprio interno, in ogni caso non riconducibile ai nostri modelli e alle nostre cornici culturali e politiche.
La dialettica tra il preteso universalismo dei diritti umani e la concreta articolazione situata dei rapporti sociali e delle stratificazioni culturali deve indurci a contemplare sempre la complessità come cifra ineludibile della vita umana associata, a tutte le latitudini.
Ciò, tuttavia, non deve impedirci, nel nostro contesto, di perseguire la difesa e il rilancio delle conquiste sociali e politiche degli ultimi secoli della storia europea. Liberandoci della zavorra colonialista e suprematista e ri-legittimando, su un piano più avanzato di quello raggiunto con l’Unione Europea, l’internazionalismo e il solidarismo tra popoli come elemento fondante di una nuova democrazia continentale.
È l’unico contesto in cui può avere successo un processo di autodeterminazione democratica in Sardegna, necessaria via di uscita positiva della nostra crisi storica.