A che punto è la notte

La giunta Cappellacci ha presentato, con ingiustificabile ritardo, la sua proposta per la legge finanziaria regionale 2013. La cornice generale entro cui la si vorrebbe inserire è il conflitto con lo stato centrale, enfatizzato in termini retorici. Nell’insieme però si tratta dell’ennesima dimostrazione di impotenza e/o di inadeguatezza di questa compagine governativa, di chi la guida e di chi la sostiene.

Una manovra da 6 o 7 miliardi di euro, grosso modo come la precedente, articolata su pochi punti fondamentali, quasi tutti largamente velleitari o insufficienti, il tutto poi privo di qualsiasi visione sistemica. Sullo sfondo, la fissazione per l’abbattimento del Piano Paesaggistico e il via libera alla cementificazione, unico vero obiettivo di Cappellacci e dei suoi sponsor, unico risultato che in realtà questa giunta si prefigge di raggiungere davvero. Il resto sono espedienti per portare a conclusione la legislatura con qualcosa da spendere in campagna elettorale.

Al solito, la classe politica autonomista si rivela priva di risorse teoriche e di prospettive di ampio respiro, quando si tratta di compiere scelte fondamentali. Non basta presentarsi come paladini dei diritti e delle necessità della Sardegna contro lo stato centrale oppressore, quando nei fatti si è i custodi più fidati della nostra debolezza e della nostra sottomissione. Cappellacci spera di poter sfruttare ancora la propria visibilità mediatica e gli artifici narrativi su cui si basa da sempre la sua parabola istituzionale. La complicità e la debolezza della finta opposizione in consiglio regionale contribuiscono a legittimarlo, anziché rivelarne l’incapacità facendo proposte di spessore e di segno radicalmente diverso. Nel frattempo, i cittadini sardi vivono sulla propria pelle gli effetti della distanza tra la mera comunicazione manipolatoria e i problemi reali a cui bisognerebbe far fronte.

Risulta dunque persino patetico il tentativo di accreditarsi come grandi statisti ricorrendo a misure di facciata (tipo il ripristino della agenzia di riscossione dei tributi regionali, spacciata ingannevolmente come sostitutiva di Equitalia, agenzia per altro chiusa proprio da Cappellacci non più di due anni or sono) o appropriandosi mediaticamente di uno strumento come Sardex, sicuramente estraneo tanto ai giochi di potere del Palazzo quanto alle stesse capacità di progettazione della classe politica dominante.

La triste verità è che ancora per un anno o giù di lì la Sardegna sarà governata da personaggi non all’altezza del ruolo, secondo logiche aliene alle nostre necessità strutturali. La possibilità di dare una svolta decisiva alla nostra inerzia politica dipenderà da tanti fattori, naturalmente. Uno sarà la crescita della consapevolezza dei cittadini sardi circa la propria condizione storica. Un altro l’offerta politica. In entrambi i versanti della questione sarà importante il ruolo delle formazioni sociali intermedie (partiti, associazionismo, categorie produttive, intellettualità, mass media, ecc.), la loro capacità di generare coscienza collettiva e di fornire strumenti interpretativi, la loro competenza progettuale. Ipotizzare semplicisticamente (e demagogicamente) che basti spazzare via una esprienza di governo fallimentare come quella di Cappellacci per risolvere tutti i nostri problemi è pericolosamente illusorio. Non basterà sostituirlo con una compagine diversa, sempre di matrice italiana, magari riverniciata di sovranismo, per avviare la rottura politica, civile e culturale che ci servirebbe.

È lo sguardo di partenza che deve cambiare, è la propensione fondamentale di chi si cimenta in ambito politico a doversi rovesciare. Non più tatticismi finalizzati al mantenimento di rendite di posizione per sé e per i propri mandanti e clienti, non più le mani rapaci sulle risorse della Sardegna, spesso dirottate verso interessi privati e per lo più estranei al nostro tessuto produttivo e culturale, non più la dipendenza mortifera da centri di potere esterni. Servono competenze, onestà e credibilità. Servono riferimenti sociali radicati nel nostro territorio e tra la nostra gente, fuori da logiche clientelari o corporative. Servono una prospettiva generale e una pianificazione puntuale in tutti i settori strategici. Ipotizzare che di tutto ciò possano farsi carico i vari PDL, UDC, PD, SEL, IDV e gli altri partiti loro complici (o quel che ne resta) fa abbastanza ridere (per non piangere), se solo ci si ragiona su con un minimo di lucidità. Così come è ridicolo pensare che possa essere il poujadismo grillesco o quello dei vari zonafranchisti, complottisti antisignoraggio e quant’altro produca il micidiale mix tra analfabetismo funzionale, pulsioni reazionarie e disinformazione sistematica, a tirarci fuori dai guai.

Tolto tutto questo, quel che resta è poco? Non lo so. Rifiutare ogni forma di intermediazione sociale e di rappresentanza, nel sistema socio-politico vigente, è solo una fuga verso autoritarismi populistici più o meno mascherati e comunque poco attraenti. Altre soluzioni in realtà sono già sul tappeto, per esempio in qualche amministrazione comunale, e non sono certo meno utopiche dell’affidamento ai personaggi e alle congreghe che ci hanno condotto a questa disarticolazione economica, sociale e culturale. Quel che resta insomma è la responsabilità di tutti noi verso noi stessi. Sarà antipatico sentirselo dire, ma non per questo è meno vero. Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.