L’annuncio di una tregua tra USA e Iran non rimuove le preoccupazioni per una fase storica conflittuale, che sembra condannare gran parte dell’umanità all’incertezza e alla paura. Affrontarla in una posizione di subalternità e dipendenza peggiora le aspettative.
Ed è proprio questa, la condizione della Sardegna. Dipendente e subalterna, sottodimensionata quanto a produzione, esposta alle fluttuazioni di mercato e alla volontà dei grandi attori finanziari e politici globali.
La tregua stabilita dall’amministrazione Trump con la leadership iraniana, se da un lato sancisce la sconfitta degli USA in questa particolare circostanza, non rappresenta però una rassicurazione sufficiente su ciò che ci aspetta.
Che si tratti di una sconfitta USA non possono esserci dubbi. La quantità di condizioni poste dall’Iran che saranno accettate dalla controparte ne stabilirà la portata. Chiaramente, la propaganda trumpiana presenterà la faccenda in termini completamente diversi.
D’altra parte, a Trump medesimo cosa può interessare di quello che pensano le opinioni pubbliche internazionali e persino quella del suo stesso paese? Il sospetto che dietro le sue altalenanti dichiarazioni e le sue incoerenti decisioni ci siano calcoli e sostanziosi interessi privati (soprattutto quanto a speculazioni spregiudicate sui mercati finanziari) non è così peregrino.
È un aspetto dello scenario da non sottovalutare, ma chiaramente non è il solo. Anche una certa convenienza per la Russia putiniana non sembra del tutto estranea a certe scelte di Trump. Putin dopo tutto è un suo complice, un suo alter ego nient’affatto ostile. Ideologicamente si intendono bene e condividono l’avversione viscerale per l’Europa democratica, la sua società aperta, la sua laicità, la sua vocazione civile.
L’Europa rimane una delle vittime preferite dei vari regimi reazionari e autoritari che al momento cavalcano l’onda nera globale. Con tutti i suoi difetti (concentrati soprattutto nelle sue leadership), resta un fastidioso ostacolo nei disegni neo-imperiali e nelle ambizioni sfrenate degli attori finanziari.
Le varie leadership si possono corrompere e/o ricattare, ma ormai il nucleo forte dell’Europa risiede nelle abitudini democratiche, nelle modalità di relazione e interrelazione acquisite dalle sue popolazioni, più che nelle sue procedure istituzionali e nell’architettura politica dell’UE.
In questo scenario, esistono differenze marcate tra territori e popoli. Certo, pur sempre dentro un quadro relativamente stabile e garantito, specie rispetto a larga parte della restante umanità.
La Sardegna fa parte dell’Europa più fragile e suscettibile di subire conseguenze drammatiche a seconda di quel che succede tutt’attorno. Priva di una classe dirigente quanto meno decente, vede addensarsi nubi nere al suo orizzonte, sia per le sue irrisolte carenze generali, ormai sclerotizzate (demografiche, socio-economiche, infrastrutturali, fiscali, culturali), sia per via della contingenza storica.
Prendiamo lo scossone al prezzo dei combustibili fossili e dei fertilizzanti causato dal conflitto in Iran. Un’evenienza che per altre aree europee è una minaccia per i consumi e alcuni aspetti dell’esistenza materiale della popolazione, per la Sardegna rischia di risultare disastrosa.
Non solo infatti acquistiamo all’esterno una quota enorme dei beni che soddisfano il nostro fabbisogno alimentare, ma a questo va aggiunta la dipendenza da fertilizzanti e mangimi di importazione, così che la stessa produzione agro-alimentare interna viene messa a rischio.
Lo stesso, inevitabilmente, vale per molti altri prodotti di largo consumo.
Non è tanto la condizione insulare in sé a costituire un problema (come invece continuano a sostenere i nostri esponenti politici), bensì la sua gestione.
La Sardegna è un’isola grande, con vaste zone a vocazione agricola. Benché non particolarmente fertile in tutte le sue regioni interne, ce ne sarebbe abbastanza per sostenere una produzione agro-alimentare – e la relativa industria di trasformazione – molto maggiore.
Possiede anche risorse non banali, ivi compresa la disponibilità di sole, vento, geotermia, infrastrutture idroelettriche che consentirebbero, con un approccio ben pianificato, non unicamente orientato al profitto privato, né agli interessi “nazionali” italiani, di avviare una vera e democratica transizione energetica.
Non è tanto un discorso di autosufficienza – difficile da ottenere in ogni caso e non necessariamente auspicabile – ma prima di tutto di sicurezza. L’eventuale incremento delle esportazioni, oggi largamente condizionate dai prodotti di raffinazione petrolifera (vedi alla voce SARAS), sarebbe una conseguenza virtuosa in una situazione di relativa garanzia di sussistenza.
Siamo ben lontani da questa possibilità. La politica non sembra darsi troppo pensiero di tutto ciò. Le sole preoccupazioni espresse da esponenti del governo regionale, nella presente situazione, sono state quelle dell’assessore Cuccureddu, che ha visto nella penuria di carburanti e nelle difficoltà dei trasporti solo un problema per i turisti.
È comprensibile: per un martello, qualsiasi altra cosa è un chiodo. Il nostro personale politico, anche quando è relativamente più capace, ragiona sempre e solo in termini corporativi e settoriali. Quando non risponde direttamente a un qualche gruppo di interesse, a qualche loggia massonica e/o a qualche mandante esterno.
Poi c’è il problema generale dell’ignoranza profonda e dell’incapacità di concepirsi come collettività umana portatrice di necessità e di aspettative proprie.
Non c’è problema strutturale in Sardegna che non venga affrontato a testa in giù. Anziché partire dai bisogni concreti, dagli interessi generali, dai diritti di cittadinanza (astrattamente garantiti), il primo pensiero è sempre: se faccio questo, cosa ci guadagno (o cosa ci guadagna il gruppo o il soggetto a cui rispondo dele mie scelte)?
La soggezione allo stato italiano e a chi lo governa/controlla è una delle cause profonde di questa situazione, e a sua volta produce l’effetto politico della mediocrità e dell’inadeguatezza della nostra classe dirigente. Un circolo vizioso che, nella fase storica presente, comporta rischi molto più gravi rispetto alla norma, pure al limite del disastroso, degli scorsi settant’anni.
Così, eccoci qui a consultare bollettini di guerra e notiziari più o meno attendibili per provare a orientarci sul futuro prossimo e meno prossimo, quasi mai capaci di valutare davvero gli eventi e le loro conseguenze, ma disinvolti nel commentarli a stretto giro (vale anche per me, sia chiaro).
L’ansia indotta dall’infodemia imperante non è un effetto casuale e non voluto, ma fa parte del gioco manipolatorio a cui si sta riducendo la sfera pubblica anche nei paesi democratici.
I mercati finanziari reagiscono agli annunci dei leader internazionali in modo compulsivo, spesso a traino delle manovre speculative più spregiudicate attuate dalle combriccole ben informate. Lo stesso avviene più in piccolo, ma non meno attivamente, per i consumi quotidiani delle masse. Fino al prossimo annuncio, magari di segno contrario.
E nessuno, in Sardegna, soprattutto nei suoi gruppi dirigenti, che accenni anche solo a un qualche straccio di prospettiva strategica per sottrarci alle peggiori conseguenze di questa epoca conflittuale. La peggiore classe dirigente sarda dalla Perfetta Fusione, nel peggiore dei momenti storici dal 1943.
L’unico motivo di vaga speranza è che tutto sommato l’isola di momenti bui ne ha conosciuto diversi, nei millenni di permanenza umana sul suo suolo. Anzi, spesso, dalle crisi apparentemente peggiori ne siamo usciti con soluzioni efficaci, soprattutto quando siamo stati lasciati in pace (alla faccia della “Sardegna abbandonata a se stessa!).
Vero è che ci troviamo in una condizione inedita non solo per la Sardegna ma per l’intera umanità, con guai assortiti (climatici, ecologici, demografici) di dimensioni planetarie, che i meccanismi socio-economici in funzione, le attuali strutture politiche e i modelli di leadership dominanti sono evidentemente inadeguati a fronteggiare.
A maggior ragione dovremmo rivedere categorie analitiche, cornici interpretative, prospettive ideali, posture pragmatiche. A partire dalla situazione locale, che, nel nostro caso, ha la peculiarità di essere alquanto “situata”, geograficamente peculiare. Tanto più esposta agli scossoni storici, quanto meno abbiamo consapevolezza della nostra posizione nel mondo e della nostra condizione reale.