La rimozione delle cause e altre debolezze

Ripropongo qui la lettura di un importante articolo di Limes, in cui si intervista Eugene Rogan, storico oxfordiano. Una lettura che offre parecchi spunti sulla nostra attualità mediterranea, europea e anche sarda.

Non si tratta di nozioni o informazioni esoteriche, di difficile accesso, eppure faticano a prendere piede nel dibattito pubblico e a farsi largo nel senso comune dei cittadini.

In questo naturalmente la responsabilità dei mass media e anche del mondo intellettuale è al solito notevole. Ma lascerei sullo sfondo questo problema e mi concentrerei su quanto Rogan spiega nella conversazione riportata, restituendo alle cose la loro corretta sequenza cronologica e causale, senza rinunciare alla loro complessità.

Pochi hanno idea da cosa nasca l’odierna situazione di disordine del Medio Oriente, pochissimi si interrogano su cosa significhi appunto Medio Oriente, sull’evidente radice ideologica ed eurocentrica di tale denominazione.

Eppure non sono passati ancora cent’anni dalla fine dell’Impero ottomano, evento decisivo per quest’area. La storia recente dell’area tra il Marocco e la Turchia, passando per Egitto, Mesopotamia e Penisola araba, è una storia che ci chiama in causa. Quello che oggi chiamiamo Medio Oriente nasce lì.

Di questa storia è parte integrante la folle accondiscendenza e l’ancor più folle appoggio politico dell’Europa e degli USA al disegno sionista di costruire ex novo uno stato ebraico in Palestina, dove la popolazione ebrea residente era integrata, da piccola minoranza, in un tessuto etnico e sociale in larga parte arabo.

Ne sono parte le vicende dei cosiddetti “mandati” internazionali, che le potenze europee si fecero conferire dall’appena nata Società delle Nazioni (precorritrice non troppo virtuosa dell’ONU) per dividersi l’influenza sulla sponda sud del Mediterraneo e sull’area araba. Vicende spesso non troppo edificanti, fatte di accordi traditi, imposizioni di stampo coloniale, maneggi geopolitici ed economici del tutto indifferenti alla sorte dei popoli coinvolti.

La ricostruzione proposta nell’articolo, benché necessariamente sintetica, non solo fa giustizia di alcuni luoghi comuni e comunque della diffusa ignoranza in merito a tutto ciò, ma suona anche come un ammonimento ai governi presenti. Intervenire nel cosiddetto Medio Oriente da padroni o da portatori di interessi desiderosi solo di far valere il proprio esclusivo tornaconto è un tragico errore. Pretendere di non pagare il prezzo dei guai a cui abbiamo contribuito, persino quando sia minimo come l’accoglienza di qualche centinaio di migliaia di profughi, è schifosamente meschino.

Di quei profughi, come di qualsiasi altro fuggiasco da fame, malattie e guerre provocate e alimentate dagli interessi della parte ricca del mondo, bisogna farsi carico. Ogni singolo povero cristo morto nel tentativo di raggiungere l’Europa è una nostra colpa. Ogni bambino orfano o peggio deceduto, ogni genitore privato dei propri figli gravano sulla nostra coscienza. È vero che molti (?) di noi non sono razzisti e tendenzialmente capiscono che in quelle fughe, in questa migrazione di massa, non c’è alcuna colpa, non c’è alcunché di cui chiedere scusa, non è insita alcuna minaccia, ma forse non ci è abbastanza chiaro che in gioco non c’è solo una faccenda etica o politica ma prima di tutto economica e sociale ed anche ecologica. Per loro e per noi. Il confine tra “loro” e “noi” è fin troppo labile e in Sardegna dovremmo saperne qualcosa.

In ballo ci sono i modelli economici dominanti, le forme della divisione del lavoro, i diritti fondamentali, gli equilibri tra risorse e consumi, le possibilità di vita libera e dignitosa per milioni di esseri umani. È tutta roba molto concreta, che ha una consistenza fisica non comprimibile, che pesa, che fa massa, che puzza di ingiustizia, di sfruttamento, di paura e di fatica, di malattia e di brutta morte. E ci sta arrivando addosso, dall’esterno e anche dall’interno. Ci stiamo in mezzo, dentro.

La conversazione di Eugene Rogan offre anche spunti politici ulteriori, suona come un’evocazione di cose ancor più vicine a noi sardi in particolare.

Oggi nessuno in buona fede, a patto di non essere del tutto sprovveduto, può negare la portata epocale, in Sardegna, della nostra crisi sistemica e della questione della nostra autodeterminazione. Eppure su questo terreno, pure ormai in qualche modo entrato nell’agenda politica e nel dibattito pubblico, siamo ancora fermi alle scaramucce retoriche, ai posizionamenti tattici dentro un quadro socio-economico, politico e strategico che nessuno ha davvero voglia di mettere in discussione.

Importa davvero poco che siamo o no convinti della necessità dell’indipendenza della Sardegna. La cosa costituisce una questione importante, ma resta su un piano formale e giuridico, che andrà affrontato prima o poi con le dovute conoscenze e competenze. Tuttavia oggi si tratta di impostare la discussione più sugli aspetti materiali, culturali, sociali, economici e strategici della questione, che su quelli formali.

Qual è la condizione storica dell’isola e dei suoi abitanti? Quali sono le questioni strategiche prioritarie? In base a quale impostazione andrebbero affrontate? In nome di chi? E da chi?

Questi interrogativi incombono su di noi e se decidiamo di eluderli stiamo solo lasciando che le risposte le trovino altri, nel loro interesse, e non noi nel nostro. Noi come collettività storica cosciente di sé. Illuminanti in proposito le parole di Rogan riguardo i Curdi. Lì c’è una lezione politica da apprendere al più presto.

La costruzione di condizioni di vita dignitose nel presente e di una possibilità per il futuro che non sia fatta solo di povertà, malattie e spopolamento ha come premessa che si formi in Sardegna una massa critica quanto meno consapevole del proprio posto nel mondo e dei propri problemi. Prevede anche che le forze sociali che raggiungono tale consapevolezza esprimano una classe dirigente (usiamo questa definizione per comodità) che si faccia carico delle scelte strategiche fondamentali.

È impressionante ad esempio la sottolineatura di come i Curdi, tra le cose basilari grazie a cui stanno costruendo la loro indipendenza, in particolare stiano riscrivendo la loro propria storia, dal proprio punto di vista. È una faccenda estremamente problematica, ma dato che tocca temi trattati spesso in questo spazio, la segnalo come elemento specifico di riflessione.

Ma soprattutto i Curdi, a differenza di altre popolazioni della regione nei decenni trascorsi dopo la caduta dell’impero turco, stanno maturando una propria classe dirigente degna di questa definizione. E non lo stanno facendo certo ponendosi al servizio, nelle varie regioni del Kurdistan, di forze politiche esterne, ostili alla loro autodeterminazione, ma caso mai facendo valere il peso della propria diaspora o delle proprie comunità presso i centri di potere da cui ancora formalmente dipendono.

Chiaramente le condizioni delle popolazioni curde non sono sovrapponibili a quelle dei Sardi. Non lo sono in termini demografici, non lo sono in termini socio-economici. Non dimentichiamo che laggiù si vive da molti anni in una situazione di conflitto più o meno aperto, l’aspetto militare della questione ha il suo peso.  Però i tratti generali di quel processo storico dovrebbero richiamare la nostra attenzione ed ammonirci ad una maggiore serietà nell’affrontare i nostri problemi.

Serietà che latita o manca del tutto in quella che in Sardegna si presenta come classe dirigente locale e che invece, come sappiamo, è solo un ambiente malsano fatto di podatari (o aspiranti tali), di avventurieri, di prestanome, di intermediari, di arrivisti di bassa lega. Un eterogeneo gruppo sociale dalla mentalità tragicamente provinciale, tenuto insieme solo da ragioni di bassa convenienza, animato e rappresentato da personaggi che non riescono nemmeno ad avere l’apparenza di statisti, benché ne rivendichino a volte, grottescamente, lo status.

Siamo più vicini alle popolazioni del Medio Oriente e della sponda sud del mediterraneo di quanto ci piaccia pensare. Da molti punti di vista. Forse, anziché scimmiottare l’atteggiamento prevalente in Italia (quello di chi sta meglio e non vuole rinunciare a nulla del proprio benessere, salvo indignarsi o darsi al più schifoso razzismo, a comando), dovremmo maturare una nostra visione delle cose e collocarci opportunamente in un contesto storico internazionale che ci vede comunque pesantemente coinvolti. A noi decidere se assumere la parte della vittima sacrificale o quella del soggetto dotato di voce e forza proprie. Per la prima, siamo già ben attrezzati e basta lasciare le cose come stanno. Per la seconda, bisogna ancora darsi molto da fare.

 

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