Ci sono occasioni in cui si manifesta con evidenza sorprendente il retaggio della nostra ideologia dominante. Non c’è nemmeno bisogno di inventarsi niente, la debolezza e la mediocrità della nostra classe politica e direi dell’intera nostra classe dirigente emergono per inerzia, come per un riflesso pavloviano.
Prendiamo la prossima visita del papa in Sardegna. Inevitabile il dispendio di retorica su un evento tanto rilevante. In Sardegna, però, tale retorica deve sempre condirsi di autodenigrazione. E non in canali comunicativi secondari o spontanei, ma al massimo livello istituzionale. Il che comporta che tali messaggi abbiano un peso notevolmente maggiore.
L’immagine riportata è emblematica. È ripresa dal sito della Regione Autonoma Sardegna. La nostra massima rappresentanza istituzionale presenta la nostra isola come una terra di frontiera, dunque marginale e periferica, per di più disperata e senza possibile salvezza. L’unica è quella dell’anima, si direbbe. Da qui, il saluto al papa, buon pastore, sempre vicino ai diseredati. La condizione di marginalità è ovviamente collegata all’insularità. Essere isola – non importa se grande e centrale, come nel nostro caso – è “da sempre un gravame”. Da sempre. Da che esiste la Sardegna e – si suppone – esistono i sardi, siamo sempre stati gravati da questo destino infame.
Ciò però non ha intaccato il nostro orgoglio (e dunque “non gettiamo la spugna”: complimenti per l’allegoria tipicamente cristologica) né la nostra ospitalità (non vinta nemmeno dalla “globalizzazione dell’indifferenza”).
Questo, temo, è solo l’inizio. Assisteremo presto a una litania di lamentazioni, orazioni, suppliche, che colmeranno per un paio di giorni il totale vuoto politico che ci circonda. Questo sì è un gravame. Solo, non c’entra nulla col fatto che la Sardegna sia un’isola ma c’entra molto con la disonestà, la mediocrità e il dipendentismo ossessivo della nostra classe dirigente politica e intellettuale.
E senza toccare il tasto dolente dei soldi pubblici (dei sardi) che saranno spesi per l’evento (soldi che appartengono a tutti, anche a chi cattolico non è). Facciamo che stiamo accogliendo come si conviene un capo di stato straniero e, almeno da questo lato, siamo a posto con la coscienza.
In tutto questo c’è davvero poco di cui inorgoglirsi e molto invece di cui provare imbarazzo. Il giorno che saremo in grado di accogliere un papa o un qualsiasi altro eminente rappresentante religioso o politico senza piagnistei da sfigati della storia o atteggiamenti vittimistici squalificanti, allora vorrà dire che siamo sulla strada giusta per recuperare la nostra soggettività storica, e la nostra emancipazione collettiva sarà a buon punto.