Chi vive sperando…

La diffusa percezione, quasi istintiva, della gravità del momento, corroborata dalle notizie che i mass media italiani riversano confusamente sulla popolazione, produce uno stato di stordimento sospeso, un’anestesia delle capacità di giudizio. È come se per un attimo ci si chiedesse se davvero ci troviamo nel bel mezzo di questo marasma, nella speranza recondita che si tratti solo di un incubo, da cui sia possibile risvegliarsi presto.

In Sardegna questo effetto straniante è ancora più forte, perché tra la rappresentazione mediatica e la nostra realtà storica esiste un ulteriore diaframma, del quale spesso si tende a ignorare l’esistenza, benché se ne sentano gli effetti pratici.

È il diaframma che la geografia e la storia inevitabilmente frappongono tra le vicende italiane e le vicende sarde. Una separatezza più profonda di qualsiasi differenza possa intercorrere tra una regione italiana e un’altra, una cesura, uno iato incolmabile, che sancisce l’incompatibilità di fondo tra le necessità e le aspettative dei sardi e gli interessi dell’Italia (posto che qualcuno se ne voglia fare carico). A sostegno di questa evidenza gli esempi si sprecherebbero, se solo qualcuno si prendesse la briga di cercarli. D’altra parte sono sotto gli occhi di tutti: solo la potente macchina egemonica che ci domina fin nelle nostre percezioni, che ci dota dell’armamentario mentale che poi dobbiamo utilizzare per interpretare la realtà, riesce in qualche misura a nasconderli.

Nondimeno, tale incompatibilità è strutturale e i suoi effetti sono molto concreti. Da ciò discende un ragionevole timore (che di fatto è una certezza) circa la sorte che attende la Sardegna in questa epoca di iper-crisi, di transizione di civiltà, se non cambia drasticamente e radicalmente il nostro approccio alla faccenda.

Quand’anche le ricette ottocentesche che il governo di Mario Monti si appresta ad applicare all’Italia risultassero efficaci – e non devastanti come presumibilmente saranno – comunque alla Sardegna non ne verrà niente di buono. E non per una volontà punitiva da parte dello stato italiano nei nostri confronti, bensì semplicemente perché gli elementi costitutivi della nostra vita associata, il nostro tessuto produttivo, i nostri rapporti sociali, la rete di relazioni culturali che ci caratterizzano come collettività storica hanno poco a che fare con quelle su cui l’azione governativa intende intervenire.

Di più: come è già successo da ormai più di un secolo e mezzo, alcune scelte del governo italiano si configureranno esplicitamente e direttamente come un danno per la Sardegna. Sarà inevitabile. E non ci si potrà fare nulla, dato che come regione dello stato italiano siamo vincolati anche noi alle necessità del medesimo.

Fanno dunque specie le chiacchiere di tanti sardi, impegnati o no che siano in ruoli di responsabilità politica o comunicativa, volte a cercare appigli di speranza ovvero motivi di dubbio sul nuovo governo italiano, su quel che farà e su come lo farà. Sembra di assistere alla riproposizione in versione da bar dei talk show politici televisivi italiani. Con l’aggravante che sentirli riprodurre in Sardegna e tra sardi fa l’effetto di uno spettacolo grottesco, se non di una scena da manicomio.

I continui rimandi a qualche appello da inoltrare a Roma, che ancora in questi giorni si sentono fare da molte forze politiche e sociali così come da cariche istituzionali, suonano come la reiterazione compulsiva di formule apotropaiche, di scongiuri contro una malasorte che però sappiamo essere già qui tra noi. Si direbbe che procrastinare l’ora di assumersi responsabilità proprie serva a illudersi che quel momento non arriverà mai.

Invece è arrivato. Quel momento è adesso. I partiti maggiori in Sardegna sono tutti impegnati nel pre-campagna elettorale, intenti a contare le tessere, a instaurare alleanze trasversali, a blandire gli indecisi o, se è il caso, a minacciarli o ricattarli. Cercano appoggio presso centri di interesse forti, che ai loro occhi (parlo dei dirigenti dei partiti) sono gli unici interlocutori degni di essere considerati. Da qui discende, ad esempio, l’improvviso attivismo ossessivo e acritico di personaggi del centrodestra come Mauro Pili o dell’intero PD a proposito del GALSI (operazione su cui sui mass media si dice poco e quel poco di solito è fasullo). Di qui il tentativo di accelerare l’abbattimento di qualsiasi vincolo alla definitiva devastazione paesaggistica e ambientale da parte di Cappellacci e dei suoi. Per non parlare delle manovre nel sottobosco della sanità pubblica e dei vari enti controllati dalla politica.

Per i problemi veri, che ci pensi Monti. O al più Napolitano. Noi da soli non possiamo risolvere nulla, come ripetono le più alte cariche regionali davanti a chi manifesta contro Equitalia e chiede di prendere in mano la questione delle entrate.

Chiaramente non è vero che non si possa fare nulla. Non si può fare nulla perché si ragione nell’ottica del servo, se va bene del dipendente, del mandatario, e non in quella di chi deve governare una terra e un popolo.

Non conta nemmeno molto pretendere dai sardi che si sbarazzino da un giorno all’altro dell’attuale classe politica. Anche questa è una formula semplicistica, consolatoria forse, ma del tutto inservibile dal punto di vista pragmatico. È necessario costruire intanto una forte coscienza collettiva, una consapevolezza di noi stessi che spezzi l’incantesimo in cui siamo avvinti. Questo è il compito che dovrebbero porsi i sardi di buona volontà, oggi, a cominciare dagli intellettuali, se ce ne fossero, e a proseguire con chi occupa posti di responsabilità nelle amministrazioni pubbliche, nelle scuole, nelle stesse imprese.

Nessun appello al governo o al presidente della repubblica italiana ci salverà. Nè ci salverà l’eventuale, difficile salvezza dell’Italia. E non basterà nemmeno sostituire l’attuale governo regionale con un altro, magari un po’ più presentabile, ma non meno subalterno. I nodi vanno sciolti. O tagliati. E con il concorso di una ampia massa critica di cittadini coscienti della posta in gioco. Altre ricette non ce ne sono. Meglio farsene una ragione.