La sindrome del telespettatore

Tutti lì a seguire in tv gli sviluppi della crisi di governo italiana, a rimirare in stato di catatonia la congrega di cariatidi reazionarie che ha sostituito il circo di Arcore come se fosse un’epifania divina. Dico a noi, noi sardi italiani speciali. Che cavolo avrete da starvene lì incantati? Volete assistere in diretta al momento in cui si fa la storia? Ma così buttate via la giornata!

Del resto, sembra che l’unica possibile soluzione ai nostri mali siano le lettere di doglianze, le suppliche al sovrano. È utile capire a chi rivolgerle, da oggi. Quanta corrispondenza ricevono il presidente della repubblica italiana e il governo di Roma con mittente sardo? Consiglio regionale, singole forze politiche, cittadini, sindacati, movimenti spontanei… Tutti a lamentarsi e poi, via, due righe messe giù in fretta e furia, in presunto italiano standard, sperando che il padrone si dimostri benigno.

Caduto l’ennesimo governo amico, si confida in una maggiore solerzia di quello nuovo. Riuscirà a superare i predecessori nel venir meno alle promesse? Be’, per ora promesse non se ne sono sentite. Non c’è stato il tempo oppure non c’è alcuna intenzione di farne. Almeno, rivolte a noi. Non avete anche voi la sensazione che la Sardegna semplicemente non esista, nell’agenda politica italiana? Se l’avete anche voi, bene, è un buon segno: riconoscere il male è il primo passo per provare a sconfiggerlo. La rimozione che ci ha soffocato fino ad oggi è stata pessima consigliera.

Eppure chi ha voce in capitolo nella sfera pubblica, in Sardegna, non sembra ancora essersi risvegliato dall’incantesimo. Pare che questa gente – e ci metto dentro mass media, intellettuali (non tutti ma la maggior parte), accademici, sindacati, associazioni di categoria – viva sospesa in un limbo di insensatezza, dove vigono leggi fisiche diverse da quelle del mondo come lo conosciamo. Farneticano di nuovi piani di rinascita, rivendicano l’aiuto dell’Italia, pretendono ascolto e accoglienza, millantano la propria influenza oltre Tirreno, assicurano che si farà di tutto per risolvere le cose: tutto un farfuglio di nonsensi politici, logici, retorici.

Intanto ci ritroviamo sempre più relegati al ruolo di periferia marginale e sacrificabile. Chi in Sardegna si illude circa presunti benefici che ci deriveranno dal cambio di governo sta davvero molto male: un caso da ricovero coatto. Oppure – ben sapendo come stiano le cose – si tergiversa, si prende tempo, in attesa di vedere un po’ come si riposizionano i referenti o i padroni a Roma per regolarsi di conseguenza.

Il problema grave è che se pure l’Italia per qualche strano intreccio di cause si tirerà fuori dal pantano, ciò non comporterà affatto la salvezza della Sardegna. Anzi, potrebbe anche avvenire a nostro danno. I rapporti di forza sono quelli che sono e tra le nostre necessità fondamentali e quelle dell’Italia c’è una tale incompatibilità strutturale che non si vede proprio come possano conciliarsi.

Senza contare che ci troviamo di fatto in una situazione pre-rivoluzionaria, e non solo in Italia. Il tampone reazionario, confessionale e solidamente capitalista che i centri di potere internazionali hanno deciso di imporre all’Italia (e alla Grecia, prossimamente alla Spagna e poi chissà) non è affatto detto che riuscirà nel suo obiettivo senza incidenti. Che poi sarebbe spolpare quel che c’è ancora da spolpare. Così come non è detto che la passino liscia gli altri governi occidentali. Se l’Italia piange, non è che il resto d’Europa abbia molto da ridere. E gli USA sono – se possibile – messi pure peggio, per tanti versi.

L’unico auspicio che mi sento di fare, per ora, è che da questa situazione non ne venga fuori una nuova controrivoluzione preventiva, come tra le due guerre mondiali. È uno scenario possibile, di cui si intravvedono i prodromi. Il che significa anche che non è affatto esclusa dal nostro orizzonte l’eventualità di un grande conflitto bellico su scala mondiale.

Sarà bene che la Sardegna si rimbocchi le maniche, faccia un po’ l’inventario delle forze e delle risorse di cui dispone e le metta a frutto per rendersi il più possibile indipendente di fatto già in questi anni. L’alternativa è ritrovarci nel 2050 (cioè domani) più poveri, più vecchi, assediati da campi da golf in abbandono e alberghi diroccati, inquinati da complessi industriali fatiscenti, bombardati in aree militari sempre più estese, affamati e pochi, maledettamente pochi, avviati sulla strada dell’estinzione come popolo.

Se con tutto questo abbiamo ancora voglia di dar credito al mondo incantato propinatoci dalla televisione italiana, nell’illusione di farne parte, be’ qualsiasi cosa di brutto ci succeda ce la saremo meritata.