Ci sono alcuni aspetti significativi nell’episodio della rivolta degli immigrati di Elmas.
Intanto, era la terza rivolta in pochi giorni, cosa che è emersa nelle cronache solo per via dell’occupazione dello scalo aeroportuale, ossia del disagio concreto creato all’esterno, a noi altri. Esiste un Centro di Prima Accoglienza vicino a Cagliari, dunque. Una notizia che non solo le cronache quotidiane ma la nostra stessa coscienza civile hanno rimosso o hanno rifiutato di accogliere. Forse perché sappiamo di cosa si tratti, in fondo. Cioè di centri di reclusione, inflitta senza processo e senza nemmeno che i condannati abbiano commesso alcun delitto, a parte la circostanza di esistere e di aver “violato” i nostri confini. Una aberrazione giuridica, oltre che etica, che solo uno stato da farsa come l’Italia può aver concepito.
Poi, c’è il fascino della ribellione senza speranza. Cosa si aspettavano questi rivoltosi? Erano chiaramente senza scampo. Anzi, dovevano essere consapevoli che questo gesto avrebbe aggravato la loro posizione, fornendo una ragione meno nebulosa per la loro condanna al rigetto, all’esclusione. Eppure ci hanno provato lo stesso. Certo, la penosa condizione di reclusi, le difficoltà materiali e morali di una segregazione non certo confortevole, sono già una buona motivazione. Ma ho l’impressione che qui entri in gioco quello strano meccanismo che spinge gli esseri umani a ribellarsi comunque, a dispetto di qualsiasi calcolo sui rapporti di forza. L’aspirazione a una libertà che in circostanze di questo genere spinge per trasformarsi in azione pura, disinteressata, fine a se stessa.
E poi c’è un parallelismo inquietante. Da noi ci si autoreclude per rivendicare tutela, ci si isola doppiamente, parossisticamente, compulsivamente. Ci si preclude qualsiasi alternativa in nome di un presente precario che si vorrebbe cristallizzare, come per esorcizzare la responsabilità di noi stessi e dei nostri discendenti che il tempo stesso ci addossa. Si fugge da noi e dal mondo per paura di prendere in mano la nostra sorte e restituirne una migliore ai nostri figli. E questi altri cosa fanno, invece? Questi dannati della Terra. Questi nostri fratelli, vicini di casa, in tutto e per tutto nostri simili, cosa sperano, provano, intendono ottenere? Un respiro di libertà, un assaggio di luce. Nemmeno la libertà piena e definitiva, ma giusto un momento in cui sentirsi vivi, esistenti al mondo. Non è forse una grande lezione, per noi spiriti perennemente depressi, sempre in attesa di un salvatore? Di un padrone che ci domi ma che ci protegga, soprattutto da noi stessi?
Nessun essere umano è clandestino sulla Terra. In nessun luogo del pianeta. Non dove arriva viaggiando, né dove è nato. Anche noi dobbiamo uscire dalla nostra prigione.