Stranieri a noi stessi

In tempi di crisi conclamata, tra proteste e rivendicazioni destinate a non produrre risultati concreti, e in assenza di qualsiasi risposta credibile da parte della politica, offre materia di riflessione il fatto che ci sia qualcuno disposto a rischiare il tutto per tutto – a volte pure perdendolo – per arrivare in Sardegna.

Magari a noi sembra strano, ma per una grossa fetta di umanità noi rappresentiamo una delle porte verso una dimensione spazio-temporale diversa, la via di fuga da una realtà fatta di sofferenza e privazioni verso un futuro migliore. E si tratta di una umanità prossima, di là dal nostro cortile di casa, molto più vicina di altre collettività con cui ci sentiamo affini, se non proprio partecipi di una stessa identità.

Sul barcone affondato a largo di Capo Spartivento pochi giorni fa, così come su quello arrivato fortunosamente fino alle nostre coste nei giorni precedenti, c’erano nordafricani e mediorientali, gente del Mediterraneo, nostri vicini da sempre, nostri consanguinei (anche in senso clinico!). Eppure, anche per noi, questi esseri umani, questi altri “noi stessi” che si arrischiano tra le onde per raggiungerci a casa nostra, spesso sono solo dei “clandestini”.

Come si faccia a definire un essere umano clandestino sul nostro pianeta è un vero mistero. È un paradosso senza soluzione. Sappiamo di vivere dentro narrazioni, dentro sovrastrutture immateriali che si intersecano e si sovrappongono alle strutture stesse della nostra esistenza materiale, finendo per conformarle e dotarle di un senso che di per sé non avrebbero. Perciò, il fatto di essere cittadini di un ordinamento giuridico particolare – dato di fatto storico e formale, contingente, non certo naturale – ci pare una condizione ovvia, data, uno status che si acquisisce spontaneamente e che crea distanze e differenze anche laddove non ce ne sarebbero.

Il che è ancora più paradossale se applicato a una popolazione come la nostra, più dedita all’emigrazione che all’accoglienza di immigrati. Almeno negli ultimi centoventi anni.

Perché in realtà non è sempre stato così. Proprio in quanto isola, la Sardegna è per definizione una terra di migrazioni. Gli esseri umani ci sono arrivati da altre terre, attraversando il mare, dalle sponde del Mediterraneo Non c’è sardo che non discenda, più o meno da lontano, da qualcuno che è arrivato da fuori.

Quale dovrebbe essere dunque la nostra visione di un fenomeno storicamente definito, come l’attuale movimento migratorio mondiale, ma in effetti del tutto connaturato nella nostra specie nomade? Quali sentimenti, quale immaginario dovrebbe suscitare la tragica epopea di queste migliaia di nostri simili in cerca di condizioni di vita migliori? E quale risposta politica dovremmo dare?

La legislazione vigente in Italia in materia di immigrazione e accoglienza degli stranieri del tutto insufficiente e per certi versi addirittura inaccettabile. Anche in questo la Sardegna e i sardi non dovrebbero condividere un approccio politico legato a interessi e problemi demografici del tutto inconciliabili con i nostri. Non possiamo ritenere giustificabile l’avversione verso l’immigrazione pacifica né dal punto di vista etico-politico, né da quello pragmatico.

Non solo tali processi storici non si possono arrestare con la semplice imposizione di norme restrittive e punitive, difficilmente accettabili dal punto di vista etico; ma la Sardegna non ha nulla da temere dall’immigrazione nemmeno in termini di convenienza pratica e di bilanciamento tra risorse, produzione e riproduzione dei beni indispensabili e pressione umana sull’ambiente. Il compito della politica (se ci fosse oggi una classe politica degna di questo nome in Sardegna) sarebbe quello di gestire e rendere meno traumatica questa complicata fase di assestamento.

Invece prevalgono approssimazione, incuria e demagogia. Si preferisce prendere atto di una legislazione italiana assurdamente disumana, oltre che del tutto inefficace, e applicarla ottusamente, da bravi primi difensori dell’Italia, anziché creare le condizioni sociali e culturali per un’accoglienza efficiente e umanamente decorosa. E magari anche le condizioni per una permanenza dignitosa e libera, fruttuosa sia per gli stranieri che arrivano sia per i sardi che li accolgono.

La Sardegna di un futuro non tanto lontano, finalmente soggetto politico e storico, dovrà essere – sia per la forza dei processi in cui siamo immersi, sia per non tradire la nostra vocazione culturale profonda – aperta e accogliente verso tutti coloro che vorranno fare della nostra terra la loro terra, sardi tra i sardi e, come sardi, aperti al confronto responsabile e consapevole con tutti gli altri popoli del Mediterraneo, dell’Europa e del mondo.