Tra il dire e l’essere

Il presidente della Regione Autonoma Sardegna, Ugo Cappellacci, aveva esordito nel suo mandato con un solenne discorso programmatico davanti al Consiglio regionale, il 20 marzo  scorso, inneggiante all’identità del popolo sardo, alle sue peculiarità e alla necessità di dar loro corpo in termini di sviluppo economico e riscatto politico. E fin qui, tutto già masticato, digerito e qualche volta rigurgitato. Dopo di che, celebrando la Giornata del Popolo sardo, il 28 aprile scorso (Die de sa Sardigna), il medesimo personaggio ha alzato il tiro. Forse per tenere buoni i sardisti destrorsi che ne sostengono la giunta – i quali tanto amano la retorica etnocentrica (quella che serve tanto a finire sui giornali, senza mai mettere realmente in discussione gli assetti istituzionali e di potere vigenti) – Cappellacci ha fatto appello nientemeno che alla Nazione Sarda, equiparandola esplicitamente alle altre nazioni senza stato europee (baschi, catalani, scozzesi, ecc.). Un discorso alquanto roboante, nel quale si mescolavano asserzioni apodittiche e proclami impegnativi (a volerli prendere alla lettera), rivendicazioni, piagnistei e singulti di orgoglio frustrato. Parole che sembravano squarciare il torpore televisivo in cui sono imprigionati molti sardi.

Come se non bastasse, più o meno negli stessi giorni, proprio i sardisti di destra, complici di Cappellacci nel governo della Sardegna, proponevano in consiglio regionale una mozione in cui chiedevano l’impegno dello stesso Cappellacci a perseguire chiaramente e senza por tempo in mezzo l’indipendenza dell’Isola (con la precisazione che ciò non comportava la conseguenza di un’uscita dalla maggioranza nel caso la mozione fosse disattesa).

Quando ormai si faceva fatica a contenere le reazioni popolari a tali dichiarazioni pubbliche in sede istituzionale e l’allarme da parte dello Stato italiano diventava massimo, ecco che, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica italiana, il nostro governatore, tramite apposita “nota” (di cui si è data notizia in qualche telegiornale, ma non rimane traccia sui giornali del giorno dopo e nelle fonti ufficiali), esprimeva tutto l’irrinunciabile senso di appartenenza  all’Italia dei sardi e ribadiva l’orgoglio ad essersi sacrificati per essa, respingendo sdegnosamente non già qualsiasi ipotesi indipendenstista (che non rimanga traccia della parola stessa, in una comunicazione ufficiale rivolta all’esterno della nostra riserva indiana!), bensì anche solo qualsiasi lamentela per ipotetiche carenze nella realizzazione della autonomia regionale. Si ribadiva altresì – così riportava il tg – la rivendicazione della propria peculiarità identitaria e della propria specialità. Il buon Ugo torna repentinamente all’ovile, dunque: identità folkloristica, orgoglio e integrazione, da buoni italiani speciali.

Ora, i casi sono due: o Cappellacci è posseduto da un demone burlone che di tanto in tanto gli fa dire cose a vanvera; ovvero quelli che gli scrivono i discorsi sanno benissimo come manipolare l’intontita opinione pubblica sarda. Io propenderei per la seconda ipotesi, ma non escludo niente.

Quanto ai sardisti di destra, siamo in attesa che venga discussa in aula la loro mozione indipendenstista e che loro, comunque vada, non ne traggano alcuna conseguenza.