Sessant’anni fa, a Parigi…

Sessant’anni fa veniva firmata a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento fondamentale dell’allora neonata ONU. La stesura del documento, promossa e coordinata da Eleanor Roosevelt, tenne conto degli eventi bellici appena conclusi e della riflessione sugli orrori che in tale contesto erano stati compiuti. Non dimentichiamo poi che in Europa si emergeva allora dall’epoca dei totalitarismi nazi-fascisti. Insomma, era un momento di catarsi e di speranza per un futuro migliore.

A sei decenni di distanza possiamo misurare quanta parte di tale elencazione di principi resti ancora da realizzare. Alcuni articoli sembrano invecchiati senza aver mai raggiunto la maturità (ossia, una qualche forma di seria applicazione pratica). E non solo in paesi problematici, in regimi ufficialmente autoritari o non democratici, ma prima di tutto nella culla storica di quei medesimi principi, nei ricchi e potenti stati occidentali.

Benché, a rileggerli, i trenta articoli della Dichiarazione suscitino ancora un forte sentimento di elevazione spirituale e una spontanea condivisione etica, bisognerebbe forse indulgere meno alle celebrazioni retoriche e riflettere di più sui motivi che hanno decretato, in un lasso di tempo tutto sommato abbastanza breve (misurato sui tempi storici), il loro fallimento.

Una delle ragioni, care al positivismo giuridico, è che difficilmente può risultare realmente cogente una forma normativa che non preveda un uso, potenziale ma concreto, della forza. Inoltre, al di là della vigenza formale di un precetto, quel che conta è la sua effettività, l’adesione che ad esso presta la maggioranza di coloro che sono chiamati a rispettarlo. Come si sa, la Dichiarazione non gode di una giuridicità completamente riconosciuta, ossia le manca lo strumento coercitivo della potenziale costrizione al suo adempimento. Benché fior di scuole giuridiche e politiche si siano sin da subito affannate a proclamarne la vigenza come insieme di norme giuridiche a tutti gli effetti, stante la sua stretta relazione con lo Statuto dell’ONU, la verità è che tale giuridicità si è sempre scontrata con i limiti e le lacune di quello che comunemente si definisce diritto internazionale.

Tutti sappiamo, almeno dai tempi della Guerra del Peloponneso di Tucidide (V,84-113), quanto contino nei reciproci rapporti tra comunità umane le forze reali da una parte e i dettami dell’etica, anche condivisa, dall’altra. E sappiamo altresì (o dovremmo saperlo) quanto siano determinanti, anche a livello di ordinamento giuridico, gli interessi di quell’elemento fondante della Modernità che è il capitalismo: i precetti della Dichiarazione Universale ne sono in parte il frutto (in quanto forza storica che ha contribuito a produrre quella Modernità da cui scaturiscono), ma anche la  totale o parziale negazione. Nella misura in cui potrebbero negare le basi, gli strumenti o gli effetti del capitalismo, essi sono stati semplicemente ignorati. Ovunque.

Senza voler per forza fare esercizio di cinismo, non rimane che arrendersi all’evidenza: posto che nel futuro appaiano altrettanto edificanti e meritevoli di realizzazione, i principi enunciati nella Dichiarazione dovranno attendere un’altra epoca per essere messi in pratica.

C’è poco da vantarsene, cari contemporanei.