Democrazia non vuol dire nulla, se non coltiviamo il nostro orto

Per quanto possa disturbarci l’idea, gli esseri umani sono oggetto di fenomeni che appartengono alla sfera naturale molto più che a quella “culturale”, mostrano cioè un che di biologico, rispondendo a forze che esulano dalle interpretazioni razionalistiche e antropocentriche che solitamente ne diamo. È una meccanica quantitativa, basata sui grandi numeri e sulla lunga durata, e ad essa rispondono anche le relazioni sociali, le appartenenze culturali, i rapporti di forza e i modi di appropriazione e di esercizio del potere, dunque la politica e persino il diritto.

Per quanto ci sembri di vivere in modo totalmente diverso dalle generazioni che ci hanno preceduto, specialmente quelle più lontane nel tempo, alla fin fine abbiamo a che fare con problemi molto simili e con dinamiche che si ripropongono grosso modo uguali, benché sotto mentite spoglie. Cambiano alcuni fattori materiali e alcuni aspetti esteriori e cambiano le cornici mentali con cui li interpretiamo, ma la sostanza dei fenomeni rimane la medesima, come hanno sempre riconosciuto i saggi di tutte le epoche.

Prendiamo i regimi politici. A noi europei contemporanei viene spontaneo pensare che oggi viviamo in un’epoca tutto sommato più ricca, più giusta e più libera di qualsiasi epoca precedente. Il mito della democrazia è entrato profondamente nel nostro armamentario intellettuale e non facciamo nemmeno tante distinzioni tra democrazia tout court, democrazia rappresentativa, democrazia diretta o democrazia partecipativa e le loro rispettive connessioni pratiche. In realtà ciò che la maggioranza di noi chiama democrazia si riduce al diritto ad eleggere i propri rappresentanti, dunque alle forme della democrazia rappresentativa di stampo liberale. Poniamo astrattamente che questo sia in tutto e per tutto la forma di governo vigente: in ogni caso questo dato da solo non ci fornisce alcuna informazione su aspetti sostanziali della nostra esistenza (rapporti sociali, condizioni materiali, forme di riproduzione culturale, distribuzione delle risorse, relazione con l’ecosistema, ecc.). Eppure noi annettiamo alla democrazia in quanto tale anche significati sostanziali che però hanno poco a che fare con la forma di governo in senso stretto.

L’idea che abbiamo noi delle nostre forme di convivenza è un insieme di costrutti narrativi non necessariamente verificabili. È un mito, si basa su una costruzione ideale che abbiamo interiorizzato e che riproduciamo spontaneamente, senza farci alcuna domanda sulla sua rispondenza a qualcosa di storico, di realmente esistente nel tempo e nello spazio. Quello che noi consideriamo la migliore forma di governo mai concepita dall’essere umano in realtà è un’immagine complessa che mette insieme sia la sfera politica, sia altri fattori, materiali, sociali, culturali e che discende da un’esperienza diretta limitatissima e una disponibilità di informazioni solitamente molto lacunosa. Tendiamo a generalizzare quel poco che ci sembra di aver capito e di aver vissuto, utilizzando il materiale cognitivo e i frammenti di immaginario a cui abbiamo avuto accesso. Arriviamo così a enfatizzare una condizione storica contingente e nient’affatto universale come se fosse un sistema coerente che si giustifica e si spiega al proprio interno, tramite gli elementi stessi che lo compongono. Questa è prima di tutto una fallacia epistemologica, come potrebbero insegnarci le scienze sociali, la storia e anche il secondo teorema di incompletezza di Gödel. E comunque questo discorso vale solo per chi si faccia delle domande in proposito e abbia un minimo di dotazione cognitiva per cercare delle risposte.

In realtà noi non viviamo in un’epoca più felice, più equilibrata o più libera di altre. O meglio, per alcuni aspetti questo si potrebbe anche affermare, tenendo conto dei vari mutamenti relativi intervenuti nelle forme di produzione, nella tecnologia, nella demografia, ecc. ecc. Ma in termini generali è arbitrario e in fondo anche ingiusto ritenere che, in rapporto alle condizioni di vita, ai rapporti sociali e alla relazione tra realtà storica e strumenti di comprensione della stessa, la forma politica attualmente vigente sia la migliore di sempre. Non solo è possibile che in altre epoche gli esseri umani abbiano conosciuto forme di convivenza più serene ed equilibrate della nostra, da vari punti di vista, ma è anche probabile.

Non facciamoci trarre in inganno dal fatto di poter votare ogni tanto per eleggere dei rappresentanti che si occupino di prendere delle decisioni per conto nostro. I regimi democratici rispondono alla forma che assumono le nostre relazioni con gli altri esseri umani e col mondo circostante di questa epoca. Ma i meccanismi di scambio materiale e culturale e le forme di accesso alle risorse e alle informazioni tendono a perdere forza dinamica e a cristallizzare le gerachie politiche, sociali e culturali esistenti. Alla fin fine il loro funzionamento tende ad assestarsi nella condizione della stasi sociale e politica, quale che ne sia la forma esteriore.

Il vero meccanismo universale di riproduzione dei gruppi di potere è la cooptazione, sempre, che si tratti dei regimi democratici contempranei o dell’Antico Regime o del Medioevo feudale o delle epoche più antiche ancora. D’altra parte, per dire, anche il feudalesimo corrispondeva a necessità storiche e a rapporti di forza e di produzione di un certo periodo, necessità e rapporti che condussero da uno stadio primordiale di conflitto e di assestamento a uno più ordinato e codificato, per finire con una crisi e una transizione storica. A ben pochi, nell’epoca dell’affermazione del feudalesimo, veniva in mente di pensare a quella forma di organizzazione economica, sociale e politica come a una cosa sbagliata e ingiusta. Tutta la costruzione mitologica che la riguardava, elaborata e gestita dall’intellettualità organica all’élite dominante, garantiva l’inevitabilità e la sacrosanta giustizia di tale forma di convivenza umana. Né più né meno come è accaduto nel passaggio dall’Antico Regime all’epoca contemporanea, con l’assestamento novecentesco. Quest’ultimo ha prodotto un modello dominante (l’economia capitalista su cui si fonda la forma “stato nazionale” con un regime politico rappresentativo, cioè elettivo, in misura più o meno estesa e libera) che ormai sta entrando in crisi, come prima o poi era inevitabile che succedesse. E succede dunque sotto i nostri occhi e sulla nostra pelle. La crisi di transizione storica non sarà breve né indolore, specie perché ci troviamo nella sfortunata situazione di essere sette miliardi di esseri umani sull’unico pianeta abitabile accessibile che per giunta sta consumando molto rapidamente le sue risorse e il suo ecosistema, e questo senza esserci dotati di un piano B.

Pretendere che sia impossibile veder peggiorare radicalmente i fattori che costituiscono la nostra esistenza è un banale errore di valutazione. Così come ritenere che i meccanismi della nostra vita collettiva siano originali e non comparabili con quelli di altre epoche. Credere che nella nostra età contemporanea non si possano formare gerarchie sociali che tendono a irrigidirsi e a riprodursi per cooptazione solo perché viviamo dentro ordinamenti giuridici nominalmente democratici è una superstizione. Ed è una superstizione pericolosa, perché conduce all’incomprensibilità del presente. Il verso della storia non è fisso e può benissimo tornare indietro o andare avanti verso un baratro oscuro e profondo.

Visto che ne abbiamo i mezzi, equilibrare la possibilità di accesso agli strumenti cognitivi e alle informazioni con il livello di complessità dei fattori storici potrebbe essere un obiettivo politico generale per i prossimi decenni, se solo questo non si scontrasse drammaticamente con l’esigenza (e la volontà) delle oligarchie dominanti di mantenere la propria condizione di superiorità. In un periodo di aspettative e di risorse decrescenti come quello presente tale tendenza alla cristallizzazione dei rapporti sociali sarà accentuata, non indebolita, come d’altronde è sempre successo. Riconoscere che il modello capitalista sta finendo per produrre sempre maggiore diseguaglianza alla fin fine è solo un fatto di sincerità quasi ingenua, più che una sconvolgente rivelazione. Inoppotuno, rispetto al necessario conformismo, forse. Ma non c’è nulla di misterioso in questo, tanto meno di rivoluzionario.

In definitiva non c’è nulla da fare? Tocca rassegnarsi? No, non è detto. La ricerca di un senso alle cose e alle proprie esistenze, benché minata dalle scempiaggini con cui ci hanno intasato i neuroni in questa fase crepuscolare della civiltà capitalista, non solo ha sempre ragion d’essere ma è anche doverosa. E per quanto sia arduo ipotizzare un drastico rimescolamento di carte o un possibile mutamento in meglio delle cose, non provare a realizzarli sarebbe delittuoso. A meno di non volersi rassegnare a una consolante passività minerale, per cui però fatti non fummo. E qualcuno, pur contestando la pretesa che viviamo nel migliore dei mondi possibili, offriva tuttavia l’esortazione a coltivare comunque il nostro orto. Coltiviamolo dunque, sforzandoci di non farci abbindolare dai trucchi più grossolani della narrazione egemonica. Usiamo la nostra intelligenza e facciamone dono con liberalità, senza ritegno, ma anche senza superbia, con la coscienza che ognuno di noi esiste dentro una rete di relazioni senza la quale l’individuo non ha alcun senso, nemmeno il più ricco e/o potente. Rendiamo difficile il perseguimento dell’infelicità generalizzata a vantaggio del potere e della supremazia di pochi. Può essere anche divertente, tutto sommato, e in fondo cosa abbiamo da perderci?