La guerra è iniziata ma non è quella che pensi

Crisi a Ceuta, avamposto coloniale spagnolo in Marocco. Esercitazioni militari estive in Sardegna. La terza guerra mondiale a pezzi, ma non si sa di chi contro chi. Un attacco neo-coloniale all’isola a tutto campo e quasi senza precedenti. E un dibattito pubblico inquinato da operazioni diversive e manipolazioni varie che ci fanno perdere la bussola.

Sarebbe dovuto bastare il caldo estremo di queste settimane a darci una bella svegliata sulle priorità vere del nostro tempo, invece niente da fare. Manco gli effetti concreti del cambiamento climatico accelerato convincono i più (e men che meno i “decisori”) a un sussulto di consapevolezza.

Mi pare che continui a sfuggirci il vero nucleo drammatico di questa fase storica, sia a livello generale, sia a livello locale.

Il processo principale in corso è l’espropriazione, a tratti esplicita e violenta, da parte delle élite globali e delle loro succursali locali della sfera dei diritti e delle libertà conquistata a caro prezzo soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, nonché la messa a profitto di ogni possibile bene comune. Laddove tale conquista sia stata parziale o non si sia compiuta, esiste una forte spinta a impedire che succeda.

Non è solo finito il secondo dopoguerra (e sarebbe ora che facessimo i conti con questa evidenza storica), ma sembra declinare la stessa età contemporanea occidentale, intesa come quel lungo percorso che dal Settecento illuminista ha condotto alla conquista della democrazia e dello stato di diritto.

Tutte le destre, dai tradizionalisti oscurantisti ai fascisti più o meno espliciti, sono in campo attivamente per cancellare le conquiste politiche e sociali degli ultimi due secoli e mezzo, senza tuttavia mettere in discussione uno dei fondamenti storici della nostra contemporaneità, ossia l’economia capitalista (nelle sue varie declinazioni) e il dominio dell’estrazione di valore da *tutto*, compresa la biosfera e la stessa vita umana.

La saldatura tra ideologie reazionarie, razziste, nazionaliste, violente e gli interessi dei padroni economici del mondo è sempre esistita, contenuta però dalle forti spinte ideali di natura emancipativa, caratteristiche della contemporaneità. Oggi si ripropone in termini estremamente palesi, senza più il velo retorico di cui si è dovuta ammantare soprattutto dove vigevano regimi democratici abbastanza solidi.

Chiaramente, l’esempio fornito dall’amministrazione USA targata Donald Trump è un fattore rilevante. Il suo appoggio esplicito a tutte le destre europee va di pari passo con la sua inimicizia dichiarata per l’Europa, non tanto in quanto entità politica (l’UE), quanto piuttosto come simbolo di società aperta, democrazia, stato sociale, ecc.

Il suo favore vero il regime di Putin nella Federazione russa è del tutto coerente con questa impostazione. Il che manda al macero tutte le varie posizioni anti-occidentali e anti-NATO di molta sinistra europea con simpatie più o meno esplicite verso l’attuale regime russo.

La NATO è ormai una sigla dietro cui non si capisce bene quali siano i rapporti di forza né la sua consistenza come alleanza strategica. Infatti, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, molti governi europei stanno lavorando per affrancarsi dalla “protezione” USA.

La protezione USA, fornita come barriera all’espansione sovietica durante la Guerra fredda, ha da tempo esaurito il suo ruolo dichiarato e si è palesata per quello che è: una “protezione” in senso mafioso.

D’altro canto, i governi europei e la stessa Commissione dell’UE si stanno mostrando troppo deboli e impreparati ad affrontare questa transizione storica.

Lo stesso tema del “riarmo europeo” è una sorta di diversivo o comunque una mistificazione dietro cui si cela la pulsione irrefrenabile delle nostre oligarchie a fare affari alla faccia di tutto.

Com’è evidente, non c’è alcun piano di difesa comune, in UE, solo un giro di denaro a favore del comparto industrial-militare, in cui ogni singolo stato provvede per sé, a seconda degli interessi delle sue lobby dominanti e/o di proiezioni strategiche sostanzialmente isolazioniste e alla “campi io, crepino gli altri”.

Per giunta rimane in piedi il mio timore, espresso già anni fa, sul reale bersaglio del riarmo. Che non sarà, nella maggior parte dei casi, la risposta a una fantascientifica invasione russa (pericolo che vale per gli stati baltici e la Moldova, più difficilmente per Polonia e Finlandia, ma basta così), bensì molto più probabilmente il dissenso sociale e politico interno.

Il quale minaccia di diventare esplosivo se le varie crisi che si stanno accumulando non troveranno una risposta adeguata. Ed è improbabile che la trovino, se vogliamo essere realistici.

La sorte della Sardegna, in questo frangente storico, è drammatica. A tutti i problemi accumulati nei decenni, a cui la nostra politica podataria non ha mai saputo/voluto rimediare, si sommano ora le nuove dinamiche neo-imperialiste e neo-colonialiste assunte come ordinaria modalità di governo sia dallo stato italiano, sia dalle oligarchie globali.

Definisco podataria la nostra politica, perché, proprio come gli amministratori dei feudi per conto dei baroni, nella vigenza del regime feudale, il nostro personale politico è selezionato fuori dall’isola per garantire equilibri che ci vedono come pedina sacrificabile e comunque variabile dipendente di movimenti economici, investimenti, piani strategici altrui.

È un ceto di mediatori e intermediari, che prospera nella nostra condizione subalterna e dipendente. Per questo è, nel suo insieme, ostile a qualsiasi processo democratico reale e a qualsiasi movimento popolare emancipativo.

In questi giorni la nostra politica, giunta Todde in testa, ha dato l’ennesima dimostrazione di quale sia il suo vero compito, approvando la deroga che consente le esercitazioni belliche in periodo estivo.

Ricordiamo che Alessandra Todde ha dichiarato a suo tempo di voler “garantire gli investitori” e ha parlato di servitù militari compatibili con la protezione dell’ambiente e con i diritti delle popolazioni. Non la si può rimproverare di incoerenza, in questa circostanza. Caso mai sono le persone del ceto medio istruito sardo che hanno votato questa disgraziata maggioranza a doversi fare delle domande (e magari a doversi vergognare un po’).

Nella contestazione di questa ennesima dimostrazione di subalternità e dipendenza della nostra classe dirigente (o digerente che sia) dobbiamo stare attenti a non sbagliare obiettivo e a non perderci in astrazioni diversive.

Chi contesta il riarmo europeo in nome di una “pace” troppo sospetta di appoggio morale e ideale alle mire imperialiste russe, usa spesso la retorica tipica di un’epoca molto recente ma ormai tramontata. Slogan ripetuti un po’ per abitudine, tipo il classico “a foras sa NATO” che però, temo, nascondono una mancanza di ragionamento e una perdita di contatto con le dinamiche reali del nostro tempo.

La NATO in Sardegna non c’è da un pezzo. Non per magnanimità, ma per necessità strategiche. Non che la cosa mi dispiaccia. Ho passato decenni della mia vita a contestarne il ruolo e la presenza nell’isola.

Ma bisogna essere al passo coi tempi. La nostra controparte, ora più che mai, è lo stato italiano, che a sua volta è intermediario con diversi centri di potere e interesse sovranazionali o comunque esterni. La nostra politica serve appunto, come dicevo più sopra, a garantire che le decisioni prese a livello di stato centrale siano pienamente realizzate nell’isola. Con qualche blando attrito dovuto però solo all’appartenenza di schieramento (italiano).

Altro errore da non fare è affrontare le vertenze aperte ognuna per conto proprio, senza connetterle, senza riconoscere il processo più ampio che le racchiude tutte.

La crisi demografica, sociale e culturale che attanaglia la Sardegna di oggi è valutata come una grande opportunità da chi vede nell’isola solo un territorio adatto per le proprie mire. Uno dei compiti per cui è selezionata la nostra classe politica è di fare in modo che tale poli-crisi non si risolva mai, non trovi nemmeno un inizio di risoluzione.

Per questo la rappresentanza democratica in Sardegna è ormai ridotta a una sorta di finzione e la realtà concreta è un regime oligarchico arraffone e prepotente, fondato sul ricatto occupazionale, sulla cooptazione di larghe fette del ceto medio istruito e sul clientelismo più brutale.

Perciò, ricapitolando:
– assalto speculativo in ambito energetico (non solo FER, ma anche metano e carbone);
– assalto speculativo turistico elitario (non solo Lu Fenosu/Cala Finanza: occhio alla propaganda virale a favore degli investimenti immobiliari in Sardegna, specie rivolta al pubblico USA);
– presenza ormai costante e imposta da un notevole apparato repressivo di militari israeliani e delle loro famiglie, mandati a “decomprimersi” nelle nostre località di vacanza;
– conclamata presenza mafiosa (ma direi di più camorrista e ‘ndranghetista) nell’isola, sostanzialmente promossa e protetta dallo stesso stato italiano (vedi trasferimento di detenuti in regime di 41bis e rassicurazioni istituzionali di assenza di rischio mafioso in Sardegna).

Sono solo alcuni dei fenomeni in corso, i più vistosi ma anche i più difficili da inquadrare in tutta la loro consistenza concreta e nelle loro interconnessioni.

Sia chiaro, non è che esiste un mega complotto globale che ha la Sardegna come obiettivo. È più, come succede spesso, una convergenza di vari interessi e di varie dinamiche sovralocali che trovano un punto di caduta in un contesto sociale e culturale debilitato. Una tipologia di neo-colonialismo abbastanza classica, solo, applicata all’interno di uno stato europeo.

L’onda nera montante, che potrebbe avere ulteriori esiti con le prossime tornate elettorali, specie in Francia e, negli USA, con un possibile colpo di mano di Trump e soci, avrà contraccolpi anche sulla Sardegna.

Il rischio non ci viene tanto dal riarmo europeo o dalla NATO in quanto tale – bersagli privilegiati di molta sinistra italiana e sardo-italiana, anche in salsa indipendentista – ma dalla combinazione di restringimento sostanziale degli spazi democratici (dunque della legittimità del dissenso), affarismo estrattivista senza freni inibitori, autoritarismo politico, ostilità feroce contro le minoranze, le porzioni della società ritenute eversive (della morale “tradizionale” così come dell’ordine costituito), le istanze autodeterminazioniste.

L’internazionale nera che si sta muovendo su vari livelli e in tutti i contesti non lesinerà sui mezzi per contenere qualsiasi elemento ritenuto avverso, potendo contare sul sostegno di una grossa fetta dell’establishment economico internazionale.

Le dichiarazioni relative a un preteso “pericolo comunista” o alla natura presuntamente eversiva dell’antifascismo non sono più uscite estemporanee di estremisti ai margini del discorso pubblico, ma temi in agenda dei gruppi dirigenti occidentali.

In questo senso, continuare a vedere nella Russia di Putin un contraltare dell’imperialismo USA e della tecnocrazia UE è un abbaglio pericoloso. USA e Russia sono funzionalmente e ideologicamente allineati nella loro avversione non tanto all’UE in quanto istituzione (anche a quello, ma in secondo piano), quanto soprattutto all’Europa come spazio politico, in cui vige ancora un antifascismo di fondo e gode di una certa ampia accettazione l’idea di democrazia come assemblaggio di diritti, garanzie sociali, legittimità del dissenso, tutela delle minoranze.

Riconoscere questo dato di fatto serve a comprendere meglio come sia stata deleteria l’indecisione dei governi europei nella crisi ucraina. Dapprima sottovalutata e relegata ad affari interni della sfera di influenza russa, viste le compromissioni di convenienza di molti di quei governi con la Russia (specie in materia di import di gas), ma in certi casi anche per simpatie ideologiche. Poi affidata alla speranza che ci pensassero gli USA. Un’UE dunque attendista e opportunista che ha completamente svalutato la sua postura internazionale proprio mentre la storia accelerava pericolosamente.

La rinuncia a un ruolo decisivo e pacificatore, in termini responsabili e democratici, con la condizione dell’integrità dell’Ucraina e con la difesa del suo diritto ad aderire all’UE (ossia proprio ciò che il regime di Putin temeva e teme di più, altro che NATO!), è una colpa che gli attuali governi del Vecchio continente faticheranno ad espiare.

Le chiamate alle armi di questi ultimi anni (tipo quella recente di Nathalie Tocci sull’Economist) sono solo dispositivi retorici che servono a mascherare ancora una volta lauti affari e tentazioni autoritarie.

La retorica anti-russa di certo establishment europeo non deve trarre in inganno. Se si presenterà la necessità di contrastare con forza (e con *la* forza) movimenti sociali troppo ampi e troppo incompatibili con l’ordine liberal-liberista e padronale vigente, le élite europee confidano di poter replicare il modello russo anche nei loro spazi politici. Che devono dunque restare i vetusti e anacronistici stati-nazione ereditati dai due secoli scorsi.

Quelli che piacciono tanto ai fascisti, ai nazionalisti e ai rossobruni di ogni latitudine e longitudine.

Guerrafondai (a scopo di lucro) e pacifisti (pro Putin, che ne finanzia molti del resto) tutti disposti a sacrificare il didietro altrui per i propri obiettivi esecrabili.

Le orde nere reazionarie che aspirano a conquistare i governi europei e la tecnocrazia del Vecchio continente sono consonanti, se non alleate, contro ogni progresso democratico reale, contro ogni processo di autodeterminazione democratica e contro ogni possibile spinta confederalista solidale.

Per questo motivo tutti i movimenti autodeterminazionisti europei devono comprendere che la loro prospettiva strategica non può non essere europeista (in un senso diverso da quello usato dall’establishment conservatore che domina l’UE) e non può non contestare l’ordine delle cose esistente, anche sul versante dei diritti sociali (che non sono alternativi ai diritti individuali, spero non sia necessario spiegare perché), del contrasto alle pratiche climalteranti e dannose per la biosfera, delle politiche relative ai beni comuni. E naturalmente devono essere concordemente e solidarmente schierati sul versante anti-imperialista, anti-colonialista e antifascista.

In questo senso, mi pare che svolgano un’opera meritoria organismi e entità associative e culturali come il Centro Studi Dialogo (con la relativa rivista), il gruppo Autonomie e Ambiente, partner in ambito italiano dell’European Free Alliance (che lavora a livello di istituzioni UE), le associazioni come ANS, in giro per il continente, e altre realtà analoghe. Senza dimenticare le tante organizzazioni indipendentiste, più o meno rappresentative, nelle varie realtà territoriali.

Ecco, magari su queste andrebbe fatto un ragionamento specifico, perché le vedo ancora un po’ in ritardo rispetto agli sviluppi storici in corso, ancorate a schemi interpretativi validi sino a qualche anno fa ma ormai poco utili.

È un momento di confusione e di grandi contraddizioni dispiegate fin dentro le nostre relazioni interpersonali. Tanto più in un territorio sottoposto a un crescente controllo di stampo coloniale come la Sardegna. Non sbagliare analisi e non sbagliare bersaglio delle lotte è decisivo. Così come comprendere che l’intera classe politica oggi al potere – maggioranza e opposizione, con le loro emanazioni locali, le loro sacche clientelari e i loro intellettuali organici – è un avversario oggettivo di qualsiasi prospettiva di emancipazione sociale e politica dell’isola.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.