Coazione a ripetere

Giuro, non sono io fissato. È che si intensificano le prese di posizione ostili al tema del processo di acquisizione di sovranità dei sardi. Non passa settimana che non spunti una voce contraria, la cui autorevolezza per lo più è solo presunta. Ma tant’è.
Ecco l’ennesimo esempio.

È appena il caso di sottolineare la decrepitezza delle asserzioni qui riportate: si butta lì una tesi in modo apodittico, senza alcuna forma di dimostrazione o di argomentazione, e la si spaccia per l’unica soluzione possibile.
Naturalmente, si evita con ogni accuratezza di fare i conti: a) con la Storia (che avrebbe pure qualcosa da dire in merito); b) con l’evidenza dei fatti a noi contemporanei.
Che l’esperienza autonomista sia fallita, credo nessuno possa metterlo in dubbio. Era difficile farlo sotto Soru, la cui azione era pure tutta proiettata al riscatto almeno morale dei sardi (compito nel quale in qualche misura era pure riuscito), è impossibile ora sotto il suo anonimo successore. Come possano essere risolti i problemi strutturali della Sardegna in un regime di subalternità con uno stato più grande, di cui i sardi rappresentano il 2% della popolazione e una frazione minima delle risorse e della produzione complessiva, per di più in una situazione ineludibile di separatezza geografica, rimane un mistero. Come possa emergere in tale situazione la soggettività storica di una collettività che proprio gli autonomisti di ogni colore amano tanto definire Popolo o addirittura Nazione (vedi discorso di Cappellacci in Consiglio regionale, il 28 aprile ultimo scorso), sembra questione che non merita affrontare.
Eppure i nodi sono ormai tutti venuti al pettine. Non è con la vacua e usurata retorica della contrattazione con lo Stato centrale e dei rapporti paritetici, che potremo andare avanti. La parità  (di peso politico, di condizione giuridica e di rilevanza economica) tra Sardegna e Italia è un feticcio ridicolo, che ha il solo potere di obnubilare le menti di chi lo adora. La contrattazione e la collaborazione possono dare frutti solo in un rapporto in cui le forze siano bilanciate. In caso diverso, come insegnava un saggio di 24 secoli fa, “a seconda: i più potenti agiscono, i deboli si flettono”. Ed è inevitabile che sia così, nella nostra “realtà effettuale”.
Insomma, la pavidità o, peggio, la strenua difesa di uno status quo che garantisce privilegi e posizioni di dominio ad alcuni e sottomissione e deprivazione alla grande maggioranza dei sardi, non sono più ammissibili.
Ben altri discorsi e tutt’altre prese di posizione ci aspettiamo da una classe dirigente degna di questo nome. Posto che ne esista una, in Sardegna.