Le vere intenzioni

Niente come l’imminenza delle elezioni rivela, in un modo o nell’altro, le reali aspirazioni di chi si cimenta nell’agone politico o fa addirittura della politica istituzionale il proprio mestiere. Il che ci dà modo di fare qualche riflessione sul panorama politico sardo attuale.

La prima evidenza è che alla classe politica sarda interessa pressoché esclusivamente la propria autoperpetuazione. Qualsiasi altro elemento è preso in considerazione esclusivamente in funzione di questo scopo generale e prioritario. L’appartenenza ideale è solo un fattore accessorio, che fa propendere per una o l’altra area politica in relazione alla formazione personale, all’ambiente familiare, agli stimoli ricevuti nel contesto di vita di ciascuno, e orientano superficialmente le dichiarazioni e a volte le scelte di chi arriva a occupare ruoli pubblici. Ma il meccanismo a cui poi ci si piega è il medesimo, indistintamente.

L’ambito politico sardo, per chi aspiri a “fare carriera” dentro questo sistema, è solo una tappa, non un punto di riferimento, tanto meno di arrivo. Si tratta di una sorta di apprendistato, in cui mostrarsi degni del grande salto, che rimane quello oltre Tirreno.

La selezione del personale politico in questo sistema è gestita dalle grandi forze organizzate italiane, a cui poi si ispirano anche i partiti locali, in base a criteri che a tutto servono tranne che a generare una classe dirigente in senso moderno: rigidità, gerarchizzazione, opacità valoriale, fedeltà (al capo prima che al partito), ripudio di idee dissonanti e/o sganciate da un tornaconto immediato, ambiguità etica, clientelismo. La preparazione personale è una componente accessoria non richiesta e, nel caso ci fosse, da tenere a bada o da mettere a disposizione della corrente o del clan di appartenenza. Avere molti conoscenti e una parentela numerosa è meglio che essere intelligenti e soprattutto onesti.

Naturalmente procedendo in questi termini si rischia di dare un quadro facilmente etichettabile come qualunquista. È facile sentire lamentele o addirittura invettive rivolte ai “politici”, basate sull’idea che chi fa politica sia una entità distante, dalla soggettività non ben precisata, ma sicuramente aliena al mondo concreto con cui hanno a che fare i cittadini “comuni”. Una narrazione veicolata dai mass media negli ultimi anni ha costruito la cornice concettuale della politica come mero esercizio del potere per interessi di parte, la retorica della “casta”. Alla fin fine, una forma di deresponsabilizzazione dei cittadini. Come se il consenso su cui comunque si basa il pur arrugginito sistema della democrazia rappresentativa non arrivasse ai “politici” da coloro stessi che li contestano.

È vero tuttavia che rispetto al passato si percepisce qualcosa di nuovo, come se si fosse generato un cambiamento di paradigmi non ancora definito, ma forte, evidente. Gli esiti di questo mutamento non sono chiari, perché per ora prevale la dinamica distruttiva. L’astensionismo elettorale in crescita è un segnale, in questo senso. Un sintomo, dunque, non una terapia: sappiamo che l’astensionismo NON è la soluzione.

Occorre anche specificare che l’insieme delle forze politiche organizzate in Sardegna, quelle che occupano gli spazi istituzionali e gli enti pubblici, non esaurisce tutto l’ambito politico in senso stretto e ancor meno la sfera politica nel suo senso più ampio. Altri segnali meno visibili ma forse più concreti si intravvedono nelle dinamiche sociali e nel riposizionamento di alcune risorse e forze propulsive, a livello economico e culturale.

La Sardegna in questo non manca di precedenti significativi. Quando i sardi sono stati messi alle strette dalle circostanze sono riusciti a fare tesoro di ciò che avevano a disposizione, declinandolo in termini efficaci, con soluzioni che hanno attraversato le epoche, adattandosi agli stimoli storici e ai mutamenti di fase in modo elastico, a dispetto della narrazione che ci vuole per nostra natura impermeabili alle sollecitazioni esterne e inerti davanti al flusso della storia. Penso al complesso ordinamento socio-economico e giuridico su cui si basò la civiltà giudicale, il retaggio della quale ha poi consentito ai sardi di sopravvivere alla cancellazione della memoria stessa di quella nostra epoca storica, preservandone però alcuni elementi strutturali (a livello produttivo, per esempio, con la proprietà indivisa, e anche politico, con le potestà dei villaggi poste in termini dialettici con i “diritti” feudali) anche dentro un contesto diverso (come appunto l’ordinamento feudale imposto dalla conquista iberica).

La capacità di fare tesoro del passato per tradurlo nel presente e nel futuro in fondo ci appartiene. Alcuni segni di questa propensione sono evidenti anche adesso, specie nel riattivarsi delle reti, delle relazioni, sia a livello territoriale, sia a livello produttivo, sia come forma di riorganizzazione di intere filiere e interi settori, sia economici sia culturali. È un livello al quale la politica delle forze organizzate di matrice italiana ormai non ha accesso, tanto meno ne ha il controllo.

Il livello del discorso pubblico mainstream è concentrato sulle tematiche funzionali al mantenimento dello status quo (vertenze industriali obsolete, proteste di categoria di tipo corporativo, soluzioni tampone improvvisate, retorica della povertà inevitabile, rivendicazionismo sterile, pettegolezzo di Palazzo): tutta roba appartenente alla fase precendente, che naturalmente non può scomparire dall’oggi al domani e che anzi, in una fase di transizione, può produrre ulteriori e più gravi guasti. Tuttavia risulta difficile nascondere del tutto le nuove forme e i nuovi modelli che empiricamente, anche fuori da un quadro sistemico predefinito, si stanno attivando nella realtà fattuale sarda contemporanea.

Queste forze e queste risorse si stanno attivando senza avere alcuna sponda politica, anzi, spesso in aperto conflitto con i modelli che la politica dominante vorrebbe perpetuare, ma senza fare ancora massa critica né produrre nel dibattito pubblico e nell’immaginario collettivo una contro-narrazione efficace, che conduca anche a una rappresentanza politica strutturata. Probabilmente è la natura stessa di questo diverso modello a prestarsi poco alla massificazione indistinta dei grandi partiti novecenteschi e alla rappresentazione mediatica ereditata dal secolo scorso. Giusto internet riesce a darne conto in modo efficace, per la corrispondenza della struttura reticolare aperta tra la realtà e il medium che la rappresenta.

Quanta distanza corra tra questi fenomeni socio-economici e culturali e la politica “politicante” è evidente. Da un lato si pensa a primarie, posti a Palazzo, beghe tra consorterie e clan per accaparrarsi privilegi e prebende, dall’altro si cercano (e a volte si trovano) soluzioni pragmatiche efficaci, si mobilitano intelligenze, si sperimenta, si investe sul futuro in un’ottica costruttiva.

La discrepanza tra livello politico-istituzionale e livello concreto della nostra convivenza associata è un vuoto che le dinamiche storiche si occuperanno di colmare, in un modo o nell’altro. L’auspicio è che queste nuove forze emergenti riescano anche a proporsi politicamente, senza troppe mediazioni, ma non in modo estemporaneo, bensì applicando alla politica gli stessi nuovi modelli che si vanno sperimentando in altri ambiti, senza rifiutare la responsabilità pubblica né pensare di poter fare a meno della politica in assoluto. Tutti noi agiamo politicamente quando entriamo in relazione con la nostra comunità e con l’ambiente in cui esistiamo fisicamente. La politica non sono solo le elezioni e i giochi di potere tra partiti dominanti, ma sono anche tutte le scelte e i discorsi che attengono alla sfera collettiva, sovrapersonale. Portare nuova linfa già dentro il sistema della democrazia rappresentativa, dentro l’ordinamento vigente, è importante, anzi fondamentale. Sia per non lasciare tutto lo spazio di manovra ai centri di interesse che hanno dominato fin qui, sia per preparare la strada ai nuovi possibili modelli che le condizioni storiche dei prossimi decenni e secoli (Maya permettendo) renderanno praticabili o richiederanno.