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	<title>tecnocrazia Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>L&#8217;ondata nera che minaccia il mondo e la sorte della colonia sarda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jan 2025 13:40:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Donald Trump si insedia alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e nell’agro di Selargius viene dato alle fiamme il presidio anti-Tyrrhenianlink. Un evento globale e uno locale difficilmente collegabili, che tuttavia ci offrono una possibile chiave di lettura (per nulla consolatoria) circa i tempi che stiamo affrontando. Il nuovo successo elettorale di Trump,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2025/01/21/londata-nera-che-minaccia-il-mondo-e-la-sorte-della-colonia-sarda/">L&#8217;ondata nera che minaccia il mondo e la sorte della colonia sarda</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='L&#039;ondata nera che minaccia il mondo e la sorte della colonia sarda' data-link='https://sardegnamondo.eu/2025/01/21/londata-nera-che-minaccia-il-mondo-e-la-sorte-della-colonia-sarda/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="700" height="466" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1-700x466.jpg" alt="" class="wp-image-5872" style="width:571px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1-700x466.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1-640x426.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1-768x512.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1-800x533.jpg 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/01/image-1-1.jpg 860w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
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<h3 class="wp-block-heading"><em>Donald Trump si insedia alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e nell’agro di Selargius viene dato alle fiamme il presidio anti-Tyrrhenianlink. Un evento globale e uno locale difficilmente collegabili, che tuttavia ci offrono una possibile chiave di lettura (per nulla consolatoria) circa i tempi che stiamo affrontando.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il nuovo successo elettorale di Trump, lungi dall’essere la buona notizia che troppi compagni obnubilati affermano, è solo un momento di una più complessiva deriva reazionaria in corso nel civile e democratico Occidente. In questo, sempre meno difendibile rispetto ai regimi avversari (o presunti tali).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il guaio di chi intende opporsi al “Sistema” – negli USA e in Europa, ma anche per certi versi in America Latina e ad altre latitudini – è che il Sistema ha molti mezzi per garantire la propria sopravvivenza e anzi per accrescere il proprio dominio. Uno è quello di crearsi un finto nemico a destra come unica alternativa alla generalizzata egemonia tecnocratica e finanziaria. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non sto tirando in ballo mega-complotti-globali o altri deliri deresponsabilizzanti, ma meccanismi concreti delle relazioni sociali contemporanee, dentro la fase finale dell’era capitalista. Fase finale che può durare parecchi decenni, sia chiaro. Con esiti che si preannunciano spiacevoli su vasta scala.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non c’è solo Trump, infatti. In Europa, il governo finto centrista di Ursula von der Leyen ha presto mostrato una propensione tutt’altro che sofferta a cercare sostegno a destra. In Francia, pur di non affidare il governo a una compagine troppo sfacciatamente di sinistra (per i parametri attuali), il presidente Macron (emblema e campione del finto progressismo liberale) si dedica a sofisticate alchimie politico-istituzionali, confidando nel soccorso nero. In altri stati, Italia compresa, la destra governa serenamente ed egemonizza il discorso pubblico. Siamo messi così.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non esiste più alcun ambito della vita associata, nel democratico Occidente, che non sia sistematicamente aggredito e ri-orientato verso una società della paura e del controllo, dell’avversione per qualsiasi cosa disturbi il piatto conformismo reazionario. Le propensioni militariste sono esplicite, ma non è detto riguardino davvero pretesi nemici esterni: le misure repressive contro il dissenso e le proteste sociali sono sempre più evidenti e ampiamente rivendicate.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È uno scenario per troppi versi simile a momenti bui della storia novecentesca, pur con tutte le differenze del caso. Sapersi districare tra analogie e differenze, senza perdere la lucidità, dovrebbe essere uno dei compiti degli/lle intellettuali, se non fosse che questa categoria ormai da tempo è stata in larga misura cooptata dentro il perverso meccanismo egotico del successo mercenario e del consumismo culturale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Contrastare il capitalismo globalizzato, sostenuto dall’ideologia ordo-liberista, serve a poco, se non si fonda su una visione realmente alternativa, radicalmente conflittuale, con degli obiettivi non retorici e non astratti. Che non possono ridursi a meri slogan estratti dalle memorie degli anni Settanta dello scorso secolo. Tanto meno ha senso se si accettano le ossessioni geo-politiche propagandate dall’intellettualità organica al blocco sociale dominante come unica chiave di lettura storica. E invece troppa “compagneria” ha interiorizzato tali ossessioni, altamente tossiche, e ne fa l’unico strumento di comprensione del mondo. Sbagliando sistematicamente analisi e bersagli.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le dichiarazioni al limite del sincero affetto tra Trump e Putin dovrebbero far suonare un campanello di allarme in molte teste che fin qui hanno considerato i due autocrati (uno in potenza, l’altro in atto) quasi alla stregua di campioni del socialismo. Del resto, il giubilo incondizionato di tutta la fascisteria europea, già sostenitrice di Putin, per l’elezione di Trump qualcosa avrebbe già dovuto suggerire. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Siamo messi così, dunque, sballottati dai flutti sempre più neri e tempestosi di una storia che non promette nulla di buono.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Mi consolerei se, almeno a livello locale, si intravvedesse qualche spiraglio. Invece anche la derelitta isola sarda non se la passa affatto bene.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Facevo cenno al recentissimo episodio dell’<a href="https://www.unionesarda.it/news-sardegna/provincia-cagliari/selargius-bruciato-lultimo-presidio-contro-il-tyrrhenian-link-da-mano-anonima-ma-i-mandanti-sono-evidenti-lfvvoqhl" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >incendio a Selargius</a>, la devastazione di un luogo simbolico della resistenza popolare non alle fonti rinnovabili di energia in quanto tali, ma all’imposizione coloniale dell’ennesimo saccheggio estrattivo. Episodio di una gravità estrema, se fosse accertata la sua natura dolosa.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna, da tempo, come altri “margini” geografici e politici dello stato italiano, è un luogo di sperimentazioni e di esternalizzazioni perniciose. Al disboscamento selvaggio ottocentesco, alle servitù minerarie, agrarie, industriali e militari, fino all’attuale aggressione speculativa sulle FER (fonti di energia rinnovabili) hanno corrisposto nel tempo varie forme di egemonia culturale e politica, idonee a tenere sotto controllo la situazione (ne ho già parlato in ogni dove, non mi ci dilungo ora). Oggi però siamo in un momento di crisi la cui gestione non è più così facile per la classe politica podataria chiamata a governarla.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le crisi si risolvono in vari modi. Non esiste un modo che contempli e soddisfi tutti gli interessi e le aspettative in gioco. Non è mai esistito. La fanno sempre da padrone i rapporti di forza. Dovremmo chiederci, con tutta la preoccupazione del caso, quali soluzioni si prospettino per la crisi sarda attuale. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non possiamo escludere forme poco limpide di contrasto alle opposizioni politiche fuori dal Palazzo, dall&#8217;inquinamento manipolatorio del dibattito pubblico alla vera e propria strategia della tensione. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Di sicuro, al momento, per la Sardegna non c’è in campo alcun programma di democratizzazione e conquiste civili, di crescita culturale e progresso sociale. Non c&#8217;è nelle compagini che si contendono la maggioranza nel Consiglio regionale, protette da una legge elettorale disgustosamente anti-democratica. Tanto meno c&#8217;è nell’agenda di chi può influenzare in vari modi la nostra politica da strapazzo, ossia i governi di Roma e i centri di potere e di interesse che egemonizzano la politica italiana.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È tragicomico che nella stampa italiana, sia di destra sia sedicente progressista o addirittura di sinistra, la giunta Todde sia spacciata come avversaria dell’aggressione coloniale energetica in corso. È in parte un espediente propagandistico, in parte il frutto della solida &#8211; e stolida &#8211; misconoscenza dei fatti sardi oltre Tirreno. In Sardegna mi pare abbastanza assodato che la maggior parte delle persone non vincolate da interesse diretto o da propensione sentimentale (immagino ne esistano) verso il cetrosinistra (o campolargo che dir si voglia) non la vedano così.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La giunta Todde è stata in qualche modo imposta – con la complicità diretta o preterintenzionale delle destre – per garantire “gli investitori” (come dichiarato più di una volta da Alessandra Todde stessa). Il clamore suscitato dalla sua <a href="https://indip.it/todde-dichiarata-decaduta-le-sette-contestazioni-e-cosa-succede-ora/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >decadenza dalla carica, dichiarata dal Collegio regionale di garanzia elettorale</a> per mancati adempimenti legali in sede di campagna elettorale, deve far riflettere non tanto sugli aspetti giuridici e istituzionali della vicenda (su cui invece si sono soffermati pressoché tutti i commentatori, interessati e non), bensì soprattutto sul problema dell’opacità delle fonti di finanziamento della campagna elettorale stessa. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Io sono molto più curioso di sapere quanti soldi ha avuto a disposizione Alessandra Todde e, nel caso, dove li ha presi. Le sue contraddittorie dichiarazioni al riguardo &#8211; che restano agli atti e sono state più volte evidenziate &#8211; lasciano aperto ogni possibile scenario. Il dubbio in proposito non è lesa maestà – come sembra pensare lei insieme ai suoi spalleggiatori – bensì l’esercizio di un diritto/dovere democratico.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La protesta popolare, la mobilitazione conseguente, la frustrazione diffusa per aver visto respinto ogni tentativo di interlocuzione e di confronto, con lo smacco simbolico (più ancora che politico e giuridico) del rifiuto di discutere il progetto di legge di iniziativa popolare “Pratobello24”, sono acuite dalla constatazione della mancanza di soluzioni alle grane strutturali mai risolte. Una situazione completamente fuori controllo, per il blocco politico dominante. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le trame di Palazzo che si intrecciano intorno alla vicenda della decadenza di Alessandra Todde (proclamata, possibile, <em>sub judice</em>, quel che è) non sono una risposta ai problemi concreti della Sardegna attuale. Sono solo giochi di potere all’interno di una stessa compagine sociale, distinta e aliena, spesso ostile, rispetto al resto della popolazione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L’oligarchia clientelare, finto-autonomista, che domina la politica sarda si trova davanti a una situazione per cui non è preparata, né dispone della legittimazione sufficiente a garantire un minimo appoggio di massa alle proprie scelte. E nessun regime, anche il più autoritario, può reggersi senza un certo consenso, sia pure minoritario, nella società dominata.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Visti i guai in cui ci troviamo, non so quanto possa reggere ancora la finzione pseudo-democratica che fin qui ha occupato la scena. E tuttavia, al possibile crollo del sistema oligarchico-clientelare, in questo momento non corrisponde un’alternativa abbastanza strutturata da poterne prendere il posto. <em>In nuce</em> qualcosa c’è, ma non sarà facile tradurre la mobilitazione in corso e il materiale ideale che la anima in un progetto politico compiuto.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Questa debolezza è tanto più pericolosa, proprio in quanto a livello sovralocale non siamo in una situazione tranquilla, ordinaria. Gli interessi che stanno dietro l’aggressione coloniale in corso sono enormi. I grandi fondi di investimento e i gruppi finanziari globali non si cimentano in operazioni di questo tipo senza aver fatto bene i conti e senza essersi presi delle garanzie. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Se sulla Sardegna gravano richieste di autorizzazione per impianti di produzione energetica che superano di uno o più ordini di grandezza il fabbisogno locale non è solo un fatto di ingordigia suscitata e protetta da decisioni del governo italiano. O meglio, quest’ingordigia c’è e il governo italiano (quello Draghi così come quello Meloni, ma se fosse un altro sarebbe lo stesso) ha la sua precisa responsabilità. Dovremmo chiederci però a cosa diavolo serva tutta questa energia, se pure solo una frazione di quella progettata fosse alla fine prodotta.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La deriva destrorsa della politica mondiale non è un evenienza casuale, slegata da processi profondi di natura materiale. C’è una dialettica interna al capitalismo attuale, attriti vari, a volte forti, tra le sue diverse anime. Ma su un principio di base queste anime concordano tutte: il saccheggio deve continuare. È il meccanismo economico così com’è a spingere su questa china pericolosa (e non c’era bisogno di leggere <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/scienze-sociali/economia/il-capitale-nellantropocene-saito-kohei-9788806260088/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Saitō Kōhei</a> per capirlo, ma, se non l’aveste capito, leggerlo non vi farà male).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I massicci investimenti tecnologici si orientano ormai su pochi fronti strategici: le tecnologie della comunicazione e del controllo globale e l’ambito militare. Gli investimenti nella cosiddetta intelligenza artificiale e la stessa corsa allo spazio sono strettamente connessi a questi due ambiti, che a loro volta sono collegati tra loro e con l’ossessiva finanziarizzazione dei meccanismi di scambio, ormai orientati alle cripto-valute. (La faccenda delle cripto-valute dovrebbe essere studiata bene: a naso, mi pare la solita storia di una trovata apparentemente anti-sistema che finisce per diventare strumento potente di dominio a vantaggio del sistema.)</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Uno dei fattori decisivi di questa enorme partita economica è la disponibilità di energia, al riparo dalle fluttuazioni del mercato dei combustibili fossili o comunque in connubio con essi. La retorica sulla transizione energetica è pura propaganda colorata di verde. Non può esistere alcuna transizione energetica e tanto meno ecologica senza modificare radicalmente i modi di produzione, distribuzione e consumo dell&#8217;energia e dei beni e servizi necessari alla vita. Questo deve essere tenuto presente.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per far funzionare i server potentissimi necessari all’intelligenza artificiale e alle transazioni finanziarie iperveloci, di energia ne serve parecchia. I gravami e i costi della sua produzione – secondo la tipica logica capitalista – devono essere scaricati da qualche parte. Esternalizzati, come si usa dire. Non c&#8217;è nulla di anche solo vagamente ecologico in tutto questo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I vari “margini” geografici e socio-economici del mondo, ormai anche dentro i paesi ricchi, fanno comodo, in questo senso. Da tempo si è rotto l’argine interno che proteggeva i paesi colonialisti ed “esportatori di civiltà” dal subire le politiche che i loro governi riservavano ai paesi “sottosviluppati”.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il fenomeno del “colonialismo interno”, in realtà sempre esistito e mai venuto meno, oggi è in fase di accelerazione. I primi territori a pagare questa fase parossistica del neo-colonialismo sono appunto quelli tradizionalmente sottoposti a questo tipo di relazione asimmetrica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La Sardegna ne fa parte a pieno titolo. Non illudiamoci che basteranno a sottrarci a un destino di subalternità accentuata, povertà, devastazione ambientale e decrescita demografica spinta i giochetti di palazzo interni alla scalcagnata politica nostrana.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tanto meno suonano pertinenti e “a piombo” le espressioni di tifoseria geo-politica di troppe persone e di troppe compagini – più o meno formalizzate – del nostro scenario politico alternativo. Non credo sia più il tempo (posto che ce ne sia mai stato uno) di gingillarsi con questi diversivi. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ambientalisti, indipendentisti, anti-militaristi, anti-capitalisti e anti-colonialisti vari, attivisti dei comitati contro la speculazione energetica, cittadinanza attiva, associazionismo culturale, mondo del volontariato, ecc. ecc. dovrebbero provare a uscire dalle proprie zone di comfort e lasciar perdere slogan e settarismi per provare a comporre un blocco politico magari eterogeneo ma coeso su pochi, decisivi punti strategici.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non sarà Trump, da solo o in combutta con l’amico Putin, e nemmeno Xi Jinping per quello, a salvarci. Né qualsiasi governo salga in cattedra a Roma. Non sarà nemmeno qualsiasi giunta regionale venga fuori dalla lotteria coloniale della politica podataria sarda, centrosinistra o centrodestra che si chiami. Dovremmo averlo capito.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il problema è che lo si dice da anni e la situazione non è mai migliorata (tutt’altro). Secondo un noto detto popolare <em>s’apretu ponet su betzu a cùrrere</em> (l’urgenza fa correre persino il vecchio). Non vorrei che la nostra collettività umana, abitante il lembo di crosta terrestre emersa chiamato Sardegna, sia ormai troppo decrepita e debilitata per provarci.</p>
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		<title>Il declino dell&#8217;Europa nella transizione storica in corso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 10:43:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il prezzo da pagare nella transizione storica dal tardo-capitalismo a qualsiasi cosa verrà dopo potrebbe rivelarsi alto, per una fetta consistente della popolazione mondiale, non esclusi i ceti medi e bassi e le minoranze del continente europeo. Focalizzarsi su uno o l&#8217;altro degli epifenomeni enfatizzati dalle cronache rischia, come sempre, di farci sfuggire il quadro...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il declino dell&#039;Europa nella transizione storica in corso' data-link='https://sardegnamondo.eu/2024/11/19/il-declino-delleuropa-nella-transizione-storica-in-corso/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="538" height="740" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/11/image.jpg" alt="" class="wp-image-5856" style="width:385px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/11/image.jpg 538w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/11/image-349x480.jpg 349w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /></figure>
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<h3 class="wp-block-heading">Il prezzo da pagare nella transizione storica dal tardo-capitalismo a qualsiasi cosa verrà dopo potrebbe rivelarsi alto, per una fetta consistente della popolazione mondiale, non esclusi i ceti medi e bassi e le minoranze del continente europeo. Focalizzarsi su uno o l&#8217;altro degli epifenomeni enfatizzati dalle cronache rischia, come sempre, di farci sfuggire il quadro generale e toglierci lucidità a proposito dei processi profondi.</h3>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I conflitti in corso, l&#8217;elezione di Donald Trump, una certa deriva destrorsa in corso in Europa sono le increspature di un onda lunga e profonda. Per questo da qualche anno parlo di transizione storica: è come se il vecchio stesse morendo, ma all&#8217;orizzonte non si scorgesse ancora il nuovo. È la classica situazione in cui Gramsci intravvedeva (a ragione) i rischi più grandi.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Interpretare il conflitto politico con gli schemi e le cornici novecentesche non serve a nulla, se non a manipolare e/o mobilitare gruppi legati ad appartenenze puramente simboliche, ma ormai prive di un referente concreto. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La stessa etichetta di fascismo va usata con giudizio. Non perché sia una minaccia inesistente (come sostenevano benpensanti liberali e esponenti del centrosinistra, specie PD, quando se ne parlava negli anni pre governo Meloni), bensì proprio perché è una minaccia che in parte si sta già traducendo in atto.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">A questo proposito, va segnalato uno degli equivoci più stranianti di questo periodo, fonte di dissidi all&#8217;interno di quello che dovrebbe essere l&#8217;ambito della sinistra sociale, politica e culturale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Anche in questo caso, il problema nasce nell&#8217;applicazione, strumentale o ingenua a seconda dei casi, di quadri interpretativi sostanzialmente a-storici, quasi metafisici. L&#8217;anti-americanismo e l&#8217;ostilità retorica verso la NATO, l&#8217;incomprensione delle dinamiche storiche degli ultimi cinquant&#8217;anni, una certa mal riposta nostalgia verso l&#8217;URSS e altre fallacie logiche e concettuali conducono molte persone e interi gruppi verso pericolosi avvicinamenti alla destra estrema, rossobruna o fascista tout court.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;abbiamo visto nel caso della guerra in Ucraina, così come in precedenza a proposito del conflitto siriano e in altre circostanze ancora. Fino ad arrivare al cortocircuito del tifo per Putin e al contempo per Hamas e persino per Trump. Cortocircuito speculare a quello dei conservatori, dei &#8220;liberali&#8221; e dei sacerdoti della supremazia dell&#8217;Occidente (tutti sinceri democratici) che tifano per il proseguimento della guerra in Ucraina (più che per l&#8217;Ucraina), in funzione anti-russa, e per Israele, in quanto propaggine &#8220;occidentale&#8221; (quindi giusta e civile) nell&#8217;ostile Medio Oriente (o Asia Mediterranea, sarebbe meglio dire).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Intanto il mondo va per conto suo e la prosopopea della civiltà europea, nelle sue varie diramazioni, suona sempre più ridicola, a fronte dei propri fallimenti, delle proprie ipocrisie e del crescente peso delle altre civilizzazioni umane. Che non sono necessariamente più ignobili o illegittime della nostra. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Al contempo, sarebbe auspicabile che la presunta superiorità &#8220;occidentale&#8221; venisse dimostrata nei fatti, promuovendo e realizzando ciò che nelle retoriche dominanti la giustifica: democrazia, inclusività, diritti, dialogo interculturale, solidarietà internazionale, impegno ambientale, ecc. Ma è proprio su questo fronte che l&#8217;Occidente ha fallito storicamente.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;equivoco drammatico su questo punto, in una parte consistente delle sinistre europee (di cultura europea), è non vedere che il superamento dialettico di questo impasse non può avvenire rifiutando la civiltà europea tout court.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Auspicare la distruzione dell&#8217;egemonia USA sulla civiltà europea e sull&#8217;intero pianeta può essere una prospettiva sana e condivisibile, a patto che non sia a qualsiasi prezzo. Senza considerare che del resto del mondo, perlopiù, gli ossessionati dalla geopolitica sanno davvero poco o nulla. E non hanno nemmeno tanta voglia di saperne di più.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La civiltà europea, compresa la sua propaggine nordamericana, ha avuto successo tramite le sue due facce: secoli di conquiste politiche e civili all&#8217;interno (a prezzo di guerre e tragedie immani, va detto) e colonialismo, imperialismo e razzismo sistemico verso l&#8217;esterno. Il tutto condito dall&#8217;imposizione globale del modello economico capitalista, con la sua potentissima dotazione ideologica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La forza egemonica delle classi ricche europee si è fondata sulla supremazia tecnologica e militare e sulla (falsa) buona coscienza delle proprie intenzioni. Fin dalle crociate gli europei hanno dato per scontato di avere il diritto di conquistare terre altrui e asservirle ai propri interessi e alla propria civilizzazione. Quando il mondo si è improvvisamente ingrandito, questo modello è stato espanso su scala planetaria, salvo poi sostituire al proselitismo cristiano quello capitalista. La stessa &#8220;democrazia&#8221; è diventata ad un certo punto un vessillo ideologico dietro cui commettere le peggiori nefandezze.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Unico intoppo in questo processo plurisecolare è stato, per una strana ma direi prevedibile contorsione interna dell&#8217;apparato ideologico europeo, l&#8217;avvento sulla scena della critica alla civiltà europea stessa e ai suoi fondamenti ideologici. Non a caso di parla di Marx, Nietzsche e Freud come dei tre grandi smascheratori. Ci aggiungerei Gramsci e qua e là qualche altro nome, comprese le grandi costruzioni teoriche della scienza contemporanea, specie la relatività, la meccanica quantistica e i teoremi di incompletezza di Gödel. Nell&#8217;insieme, la cultura europea ha elaborato dentro se stessa la propria dissacrazione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Un lungo periodo, culminato negli anni tra fine dei Sessanta e primi dei Settanta del secolo scorso, ha prodotto un enorme patrimonio di concetti, di proposte teoriche e di pratiche che metteva in radicale discussione proprio la legittimità della superiorità europea sul mondo e cercava di imporre un modello di convivenza umana più solidale, giusto, libero.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Certo, con molte contraddizioni, inevitabilmente. Lo stesso comunismo è diventato, nelle sue realizzazioni storiche, un tradimento delle sue stesse premesse. Il mancato superamento del dogmatismo e dell&#8217;autoritarismo, le schematizzazioni rigide cui la Guerra fredda costringeva la militanza politica e intellettuale hanno sterilizzato un&#8217;eredità di pensiero e possibilità concrete altrimenti ben più feconda. Anche lì l&#8217;ossessione geopolitica ha giocato brutti scherzi. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La crisi di molte coscienze comuniste e in generale di sinistra in occasione dell&#8217;invasione sovietica dell&#8217;Ungheria (1956) e poi della repressione della Primavera di Praga (1968) hanno segnato profondamente il processo di costruzione di un&#8217;alternativa democratica e popolare dentro la civilizzazione europea. Negli stessi anni in cui le nuove generazioni chiedevano invece un superamento in avanti dell&#8217;ordine sociale borghese, capitalista e consumista già in vigore.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tutto ciò che è stato conquistato nel secondo dopoguerra e fino ai primi anni Settanta del ventesimo secolo è stato attaccato, messo sotto assedio, debilitato e infine sconfitto da un processo di reazione che ha avuto notevoli mezzi a propria disposizione. Processo di cui sono state protagoniste le parti più retrive e rapaci delle classi dirigenti europee e nordamericane in combutta con l&#8217;apparato industriale e militare prima e poi, non in sostituzione ma in aggiunta, con quello finanziario. Non un complotto ordito in qualche segreta stanza da poche menti diaboliche, ma un insieme di azioni, scelte politiche, articolazioni materiali, sostenuto da ideologie coniate o rinverdite all&#8217;uopo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;ideologia cosiddetta (per semplificare) neoliberista o neoliberale, basata sulle elaborazioni di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_von_Hayek" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Friedrich von Hayek</a> e soprattutto di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Milton_Friedman" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Milton Friedman</a> e della &#8220;scuola di Chicago&#8221;, ha trovato applicazione nelle politiche dei governi Thatcher e Reagan, imponendosi nell&#8217;ambito degli studi economici e piegando ai propri dogmi l&#8217;intera politica economica europea. Fino a oggi. Dalla fine degli anni Settanta è come se le lancette dell&#8217;orologio storico fossero state riportate indietro di un secolo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ma a dire il vero, se si guarda alla storia contemporanea europea, diciamo dalla Rivoluzione francese in poi, è facile osservare come le prospettive di progresso sociale e culturale siano state combattute senza quartiere e con ogni mezzo ovunque si siano presentate. Dalla Comune di Parigi in poi c&#8217;è stato un lavorio costante di delegittimazione di ogni possibile alternativa endogena, popolare, democratica all&#8217;ordine costituito realizzato, protetto e perpetuato dai ceti ricchi e dai loro portavoce politici.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ogni conquista sociale e politica è costata sangue e vite umane e, se non fosse stato per l&#8217;inopinata presa del potere dei bolscevichi in Russia, quale che sia il giudizio che possiamo dare dei suoi esiti, non ci sarebbe stato nemmeno il &#8220;trentennio d&#8217;oro&#8221; post seconda guerra mondiale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Dopo il fallimento storico e la fine dell&#8217;URSS, il tentativo di globalizzazione consumistica a guida USA ha avuto un momento di successo, specie in termini di egemonia culturale, senza ovviamente mantenere alcuna delle promesse fatte dal liberismo. Ma è stata una parentesi, Quella fase è finita. Il mondo è cambiato. La gran parte del pianeta è abitata da genti che non si riconoscono nella civilizzazione europea a guida statunitense. In certi casi la considerano nemica, o comunque rivale. E la vecchia Europa non ha alcun argomento solido per pretendere che si riconosca ancora, senza discutere, la sua supremazia morale e culturale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Alla fin fine, una delle vittime di tutto questo sconvolgimento in corso è proprio l&#8217;Europa. Per propria responsabilità. O meglio, per responsabilità dei suoi ceti politici e per la stupidità dei suoi gruppi (economicamente) dominanti. Ora che negli USA sta per salire al governo per la seconda volta Donald Trump, ben sapendo cosa ci aspetta, i governi europei si dimostrano divisi, illusi, ottusi, incapaci di una prospettiva che non sia conservativa, vecchia, incompatibile con le dinamiche storiche attuali.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo scenario che ci si sta dispiegando davanti a me ricorda pericolosamente quello di un bel romanzo per ragazzi (ma non solo) di pochi anni fa, di cui avevo parlato <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/08/20/fiume-europa-un-libro-necessario/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui su SardegnaMondo</a>: <em>Fiume Europa</em>, di Andrea Pau Melis e Andrea Atzori. Una distopia a cui mi pare che ci stiamo avvicinando a grandi passi.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Come ho argomentato più volte (per es. <a href="https://sardegnamondo.eu/2017/07/31/autodeterminazione-e-universalismo-dialettica-vitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>, <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/12/16/nazioni-nazioni-senza-stato-nazionalismi-sovranismi-indipendentismi-democrazia-molta-confusione-sotto-il-cielo-europeo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a> e <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/15/il-poco-sorprendente-compromesso-tra-tecnocrazia-e-populismo-e-la-colonia-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>), la finta opposizione tra un ordine liberista, blandamente autoritario, antipopolare e conservatore da un lato e la deriva populista reazionaria e fascista dall&#8217;altro non ci offre alcuna possibilità di salvezza collettiva nemmeno nel medio periodo. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo svuotamento della democrazia rappresentativa non si contrasta con l&#8217;affidamento a leadership carismatiche senza mediazioni (il cui modello di riferimento è appunto, ancora e sempre, Mussolini). Ma non si contrasta nemmeno restringendo ulteriormente gli spazi di partecipazione popolare, le possibilità di alternative politiche dal basso, delegittimando le prospettive che non rispettano l&#8217;ordine costituito (come, per dire, <a href="https://www.unionesarda.it/politica/legge-pratobello-todde-niente-scorciatoie-i-legislatori-siamo-noi-ni9l63p1" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >ha fatto di recente</a> la presidente della Regione Autonoma Sardegna, Alessandra Todde).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In generale, bisogna uscire dalla trappola ideologica delle coppie oppositive obbligate (che, declinata in modo volgare e meschino nello scenario politico odierno, in Sardegna come in Italia, significa anche dover scegliere tra le due facce della stessa medaglia di fango, centrodestra e centrosinistra). In proposito (e anche su altri aspetti), sono illuminanti le tesi di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Donna_Haraway" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Donna Haraway</a>. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Bisogna uscire anche dalla trappola ideologica del neoliberismo (o quel che è). Non ricadendo in vecchi e inutilizzabili schemi concettuali, ma con uno sforzo di fantasia. In questo caso, continuo a promuovere gli studi economici dello <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Manfred_Max-Neef" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >&#8220;sviluppo su scala umana&#8221;</a>, che coniugano rigore scientifico e rispondenza alle concrete necessità della vita.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Se ha senso provare a difendere la vecchia Europa e i suoi popoli in questa fase storica così delicata, ce l&#8217;ha solo in nome di un superamento in avanti della crisi. Ossia, di una ulteriore conquista democratica. Il che implica una profonda revisione dei meccanismi di decisione politica a livello continentale e locale e il superamento degli stati-nazione così come ereditati dai due secoli precedenti.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In un&#8217;ottica confederale e solidale, aliena tanto da qualsiasi pulsione tecnocratica oligarchica quanto dalle derive identitarie, nazionaliste, reazionarie.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo stesso discorso della &#8220;difesa comune&#8221; europea assume significati diversi a seconda della prospettiva in cui è inserito. Se la prospettiva è la difesa delle classi dominanti attuali e dell&#8217;ordine sociale e politico così come si sta imponendo in questi anni, allora è un discorso da respingere in toto. Alla fine, si tratta solo di alimentare ancora e sempre di più l&#8217;industria bellica e il suo indotto di corruzione e degrado umano. La stessa difesa del diritto dell&#8217;Ucraina a esistere (diritto sacrosanto) cambia di senso se la si attua in una prospettiva di progresso sociale e politico, di solidarietà internazionale, di pace o se invece, come si fa adesso, la si sbandiera solo come pretesto per proseguire nei soliti giochi geopolitici e per perpetuare lauti affari a vantaggio di una parte del capitalismo continentale e nordamericano.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Così come è stato per la pandemia, contraddittoria occasione in cui alla solidarietà e allo sforzo comune di affrontare una crisi generalizzata si è sovrapposto presto, fino a sopravanzarlo, soprattutto in Italia, il solito teatro propagandistico a sostegno di misure autoritarie, repressione del dissenso e business senza scrupoli.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sono tutte situazioni in cui la &#8220;sinistra&#8221;, qualsiasi cosa voglia dire oggi questa locuzione, si è spaccata e ha dato pessima prova di sé.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Senza uno sforzo di elaborazione nuovo, senza tenere fermi i punti cardine di una vera prospettiva di emancipazione collettiva &#8211; diritti, eguaglianza, solidarietà, anti-imperialismo e anti-colonialismo (da qualsiasi parte provengano), responsabilità ambientale, difesa dei beni comuni, autodeterminazione delle persone e dei popoli, pace &#8211; la china in cui stiamo scivolando diventerà sempre più ripida, conducendoci dritti verso lo sprofondo della peggiore oscurità storica. E non sarà colpa della Cina, o della Russia, o dell&#8217;islam, o degli USA o di chissà chi altri.</p>
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		<title>Transizione storica conflittuale e scenari prossimi venturi, dalla prospettiva dell&#8217;autodeterminazione democratica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 10:59:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dice: il mondo va a rotoli e non si intravvede nemmeno una possibile alternativa a questa deriva. Non lo so. L&#8217;alternativa secondo me si intravvede pure. Ma si vede ancora meglio lo scenario verso cui le forze storiche dominanti ci stanno conducendo. Se prestiamo orecchio al rumore di fondo, alla confusione organizzata che impera sui...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e scenari prossimi venturi, dalla prospettiva dell&#039;autodeterminazione democratica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2020/01/07/transizione-storica-conflittuale-e-scenari-prossimi-venturi-dalla-prospettiva-dellautodeterminazione-democratica/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img decoding="async" src="https://external-content.duckduckgo.com/iu/?u=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FHGbqKuwFu8A%2Fmaxresdefault.jpg&amp;f=1&amp;nofb=1" alt="(1 HOUR) The Matrix Green Code - YouTube" width="660" height="370"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Dice: il mondo va a rotoli e non si intravvede nemmeno una possibile alternativa a questa deriva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non lo so. L&#8217;alternativa secondo me si intravvede pure. Ma si vede ancora meglio lo scenario verso cui le forze storiche dominanti ci stanno conducendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se prestiamo orecchio al rumore di fondo, alla confusione organizzata che impera sui media, ci illudiamo di essere informati puntualmente e tempestivamente su tutto, quando invece siamo solo prigionieri di una trappola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di cosa parliamo quando parliamo degli eventi macroscopici che ci accadono intorno? E cosa vuol dire transizione storica?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là del dibattito sui mutamenti climatici, alimentato ad arte dai negazionisti, è evidente che l&#8217;impatto umano sul pianeta sta producendo effetti distruttivi su una scala inedita e con tempi non assimilabili dalla biosfera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riscaldamento globale c&#8217;è, ma non è l&#8217;unico fattore di rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare alla drastica e repentina &#8211; su scala geologica e biologica &#8211; riduzione della biodiversità (sentite <a href="https://youtu.be/XjOHVRY-wqE?t=2701" target="_blank"  rel="nofollow" >qui</a>). Basti pensare all&#8217;inquinamento, ai problemi di reperimento e distribuzione dell&#8217;acqua potabile, al consumo di suolo fertile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò ha effetti su scala storica. Le migrazioni, che tanto atterriscono xenofobi, sovranisti, fascisti e altro ciarpame analogo, sono giusto il minimo che ci possiamo aspettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ci andrebbe di lusso se si trattasse solo di quello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricollocare qualche milione di esseri umani in aree del pianeta abitate da *centinaia di milioni* di persone, aree che ormai presentano una natalità bassissima o negativa, non sarebbe davvero un grande problema, se fossimo davvero una specie *<em>sapiens</em>* come ci piace definirci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è più complessa di così, purtroppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono tanti fattori da considerare, tante variabili di cui tenere conto e alcune persino non del tutto conosciute o prevedibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel che mi pare certo è che i gruppi dirigenti planetari &#8211; e quelli europei in primis &#8211; non stanno affatto cercando di capire cosa fare per scongiurare gli esiti peggiori, ma molto più prosaicamente stanno cercando di garantire se stessi, sia pure ai danni della maggioranza dell&#8217;umanità, magari avvantaggiandosi proprio di questi esiti peggiori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Caso mai i dubbi, dentro quelle combriccole di privilegiati, riguardano quanta parte della restante umanità preservare per servire ai loro scopi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;enfatizzazione dell&#8217;ideologia liberista porta a conseguenze drammatiche, sul medio termine. E non possiamo sentenziare, pilatescamente, che nel medio termine saremo comunque tutti morti, perché non è nemmeno del tutto vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro, non voglio fare il complottista da quattro soldi. Certe dinamiche storiche non dipendono dalla volontà cosciente di questa o quella persona. E chi tira in ballo Soros ogni tre per due (ma mai Zuckerberg, per dire) è solo un imbecille funzionale alla sua stessa sottomissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia è ovvio e direi evidente che le classi dominanti del pianeta ragionino in termini &#8211; espliciti o impliciti &#8211; di lotta di classe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo fanno sempre e lo fanno anche ora, che pure la lotta di classe sembrerebbe vinta definitivamente. Da loro, s&#8217;intende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La responsabilità dei maggiori guasti ecologici ricade sulla minoranza umana detentrice della più grande fetta di ricchezze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono studi, dati, tabelle che lo raccontano, a volte con una certa dose di cinismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è abbastanza scontato. Il nostro modello di consumo è deleterio di suo, ma necessariamente chi usa e consuma più mezzi e risorse è chi ha maggiore disponibilità economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I guasti climatici ed ecologici del pianeta sono direttamente riconducibili al nostro modello economico (con tutte le sue varie articolazioni concrete) e di conseguenza alla politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un problema sistemico e strutturale, collettivo insomma, non una responsabilità individuale. Al contrario di quanto pretende la propaganda colpevolizzante che domina la scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono un poveraccio che deve far campare una famiglia con un reddito penoso e/o precario, ma dovrei dissanguarmi per mangiare solo prodotti bio, usare solo mezzi ecologici, selezionare accuratamente usi e consumi; mentre il riccone del quartiere bene può spostarsi in suv, viaggiare in aereo anche tutti i giorni, farsi consegnare la mozzarella fresca dell&#8217;isola di Chiloe a tremila Km di distanza, intanto che investe contemporaneamente in incendi amazzonici (o australiani) e in imprese di antincendio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi è in prima pagina la crisi tra Iran e USA. E sembra un fatto contingente, nato in un contesto specifico e tradizionalmente problematico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggior parte di noi sente di non poterci fare nulla e al massimo si limita a schierarsi in una delle tifoserie sugli spalti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha a che fare questa crisi con le questioni ambientali e socio-economiche? Non si direbbe, a leggere gli editoriali e le analisi degli esperti (veri o sedicenti tali) di geo-politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha a che fare con i guasti del nostro modello produttivo, con la diseguaglianza patologica, con lo sfruttamento rapace di esseri umani e risorse? Ma quando mai!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece credo e temo che la connessione tra tutti questi fenomeni esista e sia più forte e diretta di quanto appaia (o di come ce la raccontano).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così come sono connessi tutti i fenomeni di protesta popolare, di sommovimento sociale in corso nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlo di transizione storica proprio perché in questo periodo della vicenda umana si sono accumulate forze e contraddizioni che non è più possibile tenere a freno dentro forme di convivenza e di controllo politico stabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nulla è mai davvero stabile (è colpa del <a href="http://www.edutecnica.it/chimica/entropia/entropia.htm" target="_blank"  rel="nofollow" >secondo principio della termodinamica</a> e dei suoi corollari), ma a volte vengono meno anche quei labili punti di riferimento &#8211; nel nostro modo di procurarci e distribuirci le risorse, nelle forme con cui regoliamo relazioni e conflitti, nel nostro rapporto con l&#8217;ambiente, nel nostro modo di occupare uno spazio geografico, ecc. &#8211; che nelle epoche più statiche ci fanno apparire grosso modo ordinate e comprensibili le vicende umane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi per noi è molto più facile, rispetto a cinquanta, quaranta e anche trent&#8217;anni fa, capire come si sentissero gli abitanti dell&#8217;impero romano verso tra la fine del IV e gli inizi del V secolo e nei decenni seguenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Teniamo conto che la transizione dall&#8217;Antichità propriamente detta al cosiddetto Medioevo è durata secoli. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche la transizione tra il cosiddetto Medioevo e la nostra contemporaneità &#8211; il periodo che siamo abituati a definire Era Moderna &#8211; è stata anch&#8217;essa lunga e complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta mai di singoli eventi o di momenti puntuali, con un prima e un dopo netti e ben stagliati sullo sfondo della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra transizione storica, che avviene al momento del trionfo globale della civiltà di stampo europeo e capitalista, sia pure con interpretazioni diverse a seconda della longitudine, non si presenta facile né promette di essere breve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è nemmeno detto che avrà un esito storico verificabile. Puta caso che ci autodistruggiamo come specie prima di vedere come va a finire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto però qualcosa dovremo pur fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio, in Sardegna, potremmo rassegnarci al nostro ruolo di spettatori dello spettacolo in corso a reti unificate, facendo finta di non essere una pedina sacrificabile e un mero oggetto storico facilmente maneggiabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono molte forze sociali e politiche che lavorano a mantenere viva questa illusione. Con efficacia decrescente, ma ancora con considerevoli mezzi a propria disposizione per trovare alla bisogna diversivi e scappatoie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure possiamo provare a immaginare un ruolo diverso per noi, come collettività storica; non da soli, ma in collaborazione con altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo tutto, siamo &#8220;al centro della civiltà europea&#8221; (cit.), non proprio così lontani e isolati come amiamo dipingerci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E tutto intorno a noi o appena più in là succedono cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaro, non mi azzardo nemmeno per scherzo a immaginare prese di posizione sensate o addirittura scelte politiche di spessore internazionale &#8211; e figuriamoci storico! &#8211; da parte della nostra miserrima classe politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che, dal canto suo, mi sembra fin troppo impegnata a spolpare l&#8217;osso finché c&#8217;è ancora qualche brandello di ciccia da strappare, e al domani ci penseremo&#8230; domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la politica si può e si deve fare anche fuori dal Palazzo, come ci diciamo tante volte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle cose che succedono intorno a noi è la forte pressione storica esercitata dai popoli senza stato europei sulle strutture politiche di cui sono cittadini. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra è la crisi dell&#8217;Unione Europea, tramortita dalla propria debolezza politica, dalla Brexit e dalle spinte contraddittorie dei processi in corso su scala globale, che essa non è in grado di contenere né di cavalcare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il tutto a stretto contatto con aree geografiche percorse da conflitti, trasformazioni rapide, fenomeni migratorii di massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(L&#8217;Italia non possiamo onestamente prenderla in considerazione data la sua natura fittizia e meramente diversiva. Poco divertente, per altro. Prima di tutto per gli italiani stessi.)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dibattito sul futuro dell&#8217;Europa e, in Europa, delle sue cosiddette nazioni senza stato dovremmo a mio avviso inserire la questione della democrazia e della pace come elementi connaturati nel nuovo processo di autodeterminazione in corso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I movimenti autodeterminazionisti, sia per virtù proprie, sia per le circostanze in cui si trovano ad agire, sono più avanti di altre forze politiche e sociali su alcuni temi strategici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio sul tema del monopolio della forza, su quello della rappresentanza politica, sul terreno dei diritti fondamentali, sulle questioni socio-economiche e ambientali, sulle stesse ideologie nazionaliste, sulle relazioni internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non a caso si stanno già verificando convergenze con alcuni movimenti sovranazionali, come Frydays For Future o Non Una di Meno (ed esperienze di lotta analoghe), e sono da tempo in corso relazioni con contesti conflittuali ma significativi per l&#8217;apertura di una possibile prospettiva democratica generalizzata come il Rojava (vilmente abbandonato dai governi europei alle mire imperiali e oscurantiste di Erdogan).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai movimenti autodeterminazionisti sono associabili anche movimenti popolari più circoscritti, ma che hanno maturato modalità di azione, riflessioni e obiettivi molto simili, come il movimento NoTAV della Val Susa in Piemonte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Manca, è vero, una cornice concettuale e ideologica unificante, una dogmatica di riferimento. Che può essere per alcuni versi un fattore utile, ma secondo me non necessario e, per altri versi, potenzialmente distruttivo, sul medio/lungo periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dogmatica, il fideismo, la battaglia per l&#8217;egemonia interna hanno devastato il socialismo e più in generale l&#8217;ambito della sinistra in Europa: non è il caso di ripercorrere le stesse strade e di ripetere i medesimi errori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vero però che un apparato concettuale di riferimento e una qualche forma di consonanza ideale devono esserci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo me ci sono, in effetti. Per questo all&#8217;inizio dicevo che qualche barlume di alternativa possibile si intravvede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è niente di semplice, di lineare o di strutturato, è chiaro. Ma non siamo del tutto sprovvisti di strumentazione teorica, di esperienza pragmatica e di memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se i movimenti autodeterminazionisti democratici sapranno assumere un ruolo di lievito emancipativo, dentro il più ampio cotesto delle lotte intersezionali e delle rivendicazioni sociali e ambientaliste, potranno essere nei prossimi decenni uno degli elementi forti dell&#8217;alternativa alla distopia a cui siamo destinati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una possibilità, non un esito già scritto. Bisogna lavorarci e lottare. Contro di essa giocano molti fattori. Ma chi ha mai detto che sarebbe stato facile? E varrebbe davvero la pena di provarci, se lo fosse?</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e scenari prossimi venturi, dalla prospettiva dell&#039;autodeterminazione democratica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2020/01/07/transizione-storica-conflittuale-e-scenari-prossimi-venturi-dalla-prospettiva-dellautodeterminazione-democratica/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Transizione storica conflittuale e scenari prossimi venturi, dalla prospettiva dell&#039;autodeterminazione democratica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2020/01/07/transizione-storica-conflittuale-e-scenari-prossimi-venturi-dalla-prospettiva-dellautodeterminazione-democratica/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2020/01/07/transizione-storica-conflittuale-e-scenari-prossimi-venturi-dalla-prospettiva-dellautodeterminazione-democratica/">Transizione storica conflittuale e scenari prossimi venturi, dalla prospettiva dell&#8217;autodeterminazione democratica</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>La destra che avanza, i nuovi fascismi e la radicalizzazione della lotta di classe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 12:21:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I fatti raccontati dalla cronaca politica sembrano emergere da cause e fenomeni estemporanei, ma quasi mai è così. Sotto l&#8217;increspatura della superficie ci sono processi profondi di cui è necessario essere coscienti. Per lottare meglio. La vittoria elettorale di Bolsonaro in Brasile non è un fulmine a ciel sereno e non rappresenta alcuna svolta nel...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2018/10/30/la-destra-che-avanza-i-nuovi-fascismi-e-la-radicalizzazione-della-lotta-di-classe/">La destra che avanza, i nuovi fascismi e la radicalizzazione della lotta di classe</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La destra che avanza, i nuovi fascismi e la radicalizzazione della lotta di classe' data-link='https://sardegnamondo.eu/2018/10/30/la-destra-che-avanza-i-nuovi-fascismi-e-la-radicalizzazione-della-lotta-di-classe/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.actionaid.it/app/uploads/2015/06/mondo_mani_5391.jpg" alt="https://www.actionaid.it/app/uploads/2015/06/mondo_mani_5391.jpg" /></p>
<h4>I fatti raccontati dalla cronaca politica sembrano emergere da cause e fenomeni estemporanei, ma quasi mai è così. Sotto l&#8217;increspatura della superficie ci sono processi profondi di cui è necessario essere coscienti. Per lottare meglio.<span id="more-2990"></span></h4>
<p>La <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2018/10/29/news/bolsonaro_primo_discorso_da_presidente_questa_e_una_missione_di_dio_-210313149/" target="_blank"  rel="nofollow" >vittoria elettorale di Bolsonaro</a> in Brasile non è un fulmine a ciel sereno e non rappresenta alcuna svolta nel corso di questa drammatica transizione storica.</p>
<p>Certo, il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Brasile" target="_blank"  rel="nofollow" >Brasile</a> è un grande stato, ha più di 200 milioni di abitanti ed è uno dei paesi emergenti di questo inizio di millennio.</p>
<p>Ma dopo l&#8217;avanzata delle destre in Europa e la vittoria di Trump negli USA diciamo che i segnali di questo fenomeno storico c&#8217;erano già tutti.</p>
<p>Non si tratta affatto di una deriva populista nata dall&#8217;ignoranza degli elettori e dall&#8217;efficacia comunicativa dei leader di destra.</p>
<p>Così tendono a raccontarla i mass media principali e anche le forze politiche che hanno dominato la scena fin qui, ma è una rappresentazione di comodo.</p>
<p>Entrambi &#8211; mass media e forze politiche &#8211; non sono entità autonome, ma dispositivi che rappresentano interessi e motivazioni molto concreti.</p>
<p>Che hanno radici più distanti e profonde di una campagna elettorale.</p>
<p>La fine della minaccia sovietica (più putativa che reale) e la vittoria del mondo capitalista, colonialista e imperialista su tutte le possibili alternative (vittoria ottenuta quasi sempre con la violenza, la guerra, l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Sankara" target="_blank"  rel="nofollow" >eliminazione fisica</a> dei possibili competitori) ha condotto, oggi, alla situazione in cui siamo.</p>
<p>La scena è stata dominata, per trent&#8217;anni, da un&#8217;élite globale che è riuscita a dettare le regole (il cosiddetto neo-liberismo, con tutti i suoi corollari politici, sociali, bellici) e a mettere in tutti i posti chiave suoi mandatari o agenti.</p>
<p>Ciò è risultato tanto più efficace in quanto il mondo nel frattempo si è piegato all&#8217;illusione della &#8220;fine della storia&#8221; e si è accomodato su una deriva consumistica, ipocrita e perbenista, veicolata dalle maggiori agenzie di formazione del consenso e dalla stessa organizzazione istituzionale del sapere.</p>
<p>Ha prevalso la strampalata idea che i fatti umani non siano di per sé conflittuali e complessi, contraddittori e dinamici.</p>
<p>L&#8217;oligarchia dominante è riuscita a illudere un numero notevole di persone di un sacco di sciocchezze, spesso in contrasto tra loro, ma tutte funzionali all&#8217;ottundimento delle coscienze.</p>
<p>Un vero capolavoro ideologico, insomma, dove &#8220;ideologia&#8221; significa &#8211; col buon vecchio Marx &#8211; &#8220;falsa rappresentazione della realtà&#8221;.</p>
<p>Perciò, tutti a pensare che non esistano interessi o vantaggi collettivi, ma che conti solo l&#8217;individuo.</p>
<p>O che non esistano ricette e soluzioni complesse,  ma solo risposte decise o indecise alle varie situazioni.</p>
<p>O che il conflitto di classe sia magicamente scomparso e che le scelte politiche siano o giuste o sbagliate, in assoluto, non &#8220;di destra&#8221; o &#8220;di sinistra&#8221;.</p>
<p>O che la conoscenza e la cultura siano un peso inutile e che gli scienziati e gli intellettuali siano dei parassiti presuntuosi (salvo quelli organici ai grandi centri di interesse e di potere, naturalmente).</p>
<p>Ma di esempi potrebbero essercene altri.</p>
<p>Dopo i primi anni di spiazzamento e di impreparazione, persino internet è stato piegato alla normalizzazione delle masse.</p>
<p>C&#8217;è del metodo, in tutto ciò. Votato al male, ma c&#8217;è.</p>
<p>Le tecnocrazie, che hanno finito per impersonare il vero governo del mondo, per un pezzo non hanno avuto troppi problemi a gestire l&#8217;ordinaria amministrazione.</p>
<p>C&#8217;erano stati di tanto in tanto degli scricchiolii, è vero.</p>
<p>Alla fine dell&#8217;ultimo decennio del XX secolo sulla scena era comparso un protagonista di massa, transnazionale, plurale, dotato di strumentazione critica consistente e anche di capacità di mobilitazione.</p>
<p>Per giunta esterno alla sinistra tradizionale, ormai votata alle &#8220;terze vie&#8221; aperte da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bill_Clinton" target="_blank"  rel="nofollow" >Clinton</a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tony_Blair" target="_blank"  rel="nofollow" >Blair</a>, sostanzialmente organiche al neo-liberismo e alla sua tecnocrazia globale.</p>
<p>Le mobilitazioni <em>no global</em> rappresentavano invece un fattore di rischio concreto per l&#8217;oligarchia mondiale.</p>
<p>I vari Social Forum, i libri come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/No_logo" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>No Logo</em></a> di Naomi Klein e gli studi di sociologi, storici, economisti, scienziati indipendenti dalla tecnocrazia e dal grande capitale stavano costruendo un paradigma ideologico forte e diffuso, estremamente minaccioso per il padronato globale.</p>
<p>Il problema era, allora come oggi, che la coscienza della finitezza delle risorse del pianeta e l&#8217;impossibilità di generare processi di eguaglianza e benessere diffusi senza intaccare i privilegi dei grandi ricchi stava diventando evidente.</p>
<p>I grandi ricchi e i loro esecutori materiali sanno perfettamente da almeno quarant&#8217;anni dove sta andando il mondo.</p>
<p>Avrebbero preferito tenerselo per sé ed agire del tutto indisturbati, chiaramente.</p>
<p>Per altro, la crisi finanziaria emersa con l&#8217;esplosione della <a href="http://www.traderpedia.it/wiki/index.php/La_bolla_speculativa_%E2%80%9CDot_Com%E2%80%9D" target="_blank"  rel="nofollow" >bolla della new economy</a> era un segnale da non sottovalutare.</p>
<p>Se la crisi si fosse ingrandita e diffusa? Non era da escludere un rivolgimento di massa, difficile da sedare, anche perché ormai globalizzato.</p>
<p>Le democrazie di stampo occidentale, benché indebolite, consentivano ancora una certa agibilità a forze alternative, anche radicali.</p>
<p>Era necessario indebolirle ulteriormente, svuotarle dall&#8217;interno, impedire che le forze sociali popolari e le pulsioni territoriali, critiche del modello padronale ed estrattivo dominante, si saldassero e condizionassero la politica degli stati.</p>
<p>Cosa sia successo nel 2001 lo sappiamo tutti. Il fatto più determinante, però, non è stato l&#8217;attacco dell&#8217;11 settembre agli USA.</p>
<p>Il fatto che ha chiarito a cosa stavamo andando incontro è stata l&#8217;organizzazione-trappola del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_del_G8_di_Genova" target="_blank"  rel="nofollow" >G8 a Genova</a>, nel luglio di quell&#8217;anno.</p>
<p>Certo, con l&#8217;11 settembre c&#8217;è stato un ulteriore passaggio nella direzione voluta (a prescindere dalle circostanze reali e dalle responsabilità dirette di quei fatti).</p>
<p>Repressione manu militari del dissenso e &#8220;guerra al terrorismo&#8221; sono due aspetti della stessa deriva.</p>
<p>Che ha contemplato anche: smantellamento delle conquiste sindacali, privatizzazione sistematica di servizi anche essenziali e di beni comuni, indebolimento dell&#8217;organizzazione pubblica del sapere a partire dalla scuola, neo-colonialismo, nuova corsa agli armamenti.</p>
<p>Un certo, relativo (e precario) avanzamento nel campo di alcuni diritti civili, avvenuto di recente, non ha affatto bilanciato l&#8217;arretramento nel campo dei diritti sociali né favorito una ridistribuzione della ricchezza.</p>
<p>Le classi medie, tuttavia, si sono fatte infinocchiare da queste labili e in fondo innocue aperture nell&#8217;ambito del costume e delle libertà individuali.</p>
<p>Aperture sacrosante, sia chiaro, ma usate per dividere il fronte democratico.</p>
<p>Molti attuali difensori dello status quo tecnocratico contro l&#8217;avanzata delle destre  appartengono alle classi medie istruite. Le stesse che hanno in odio i poveri, il popolo dei marginali e dei precari, le forme di lotta più radicale.</p>
<p>È stato un gioco da ragazzi, in questo modo, privare le masse popolari di rappresentanza e di punti di riferimento teorici.</p>
<p>Nel frattempo la minoranza più ricca del pianeta ha <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_capitale_nel_XXI_secolo" target="_blank"  rel="nofollow" >continuato ad arricchirsi</a>, mentre le classi intermedie hanno perso progressivamente il loro peso economico e politico.</p>
<p>La grande crisi esplosa nel 2008 (episodio macroscopico della crisi sistemica iniziata negli anni Settanta precedenti) ha esacerbato tutte le energie distruttive della nostra <a href="https://www.youtube.com/watch?v=mLNvhlcyiN8" target="_blank"  rel="nofollow" >specie problematica</a>.</p>
<p>Anche in questo caso c&#8217;è stata una risposta di massa potenzialmente pericolosa (i vari movimenti Occupy Wall Street, Indignados, le &#8220;primavere arabe&#8221;, ecc.), ma è stata sedata abbastanza rapidamente e con pochissimi cedimenti. Anzi, con nessun cedimento, da parte dell&#8217;oligarchia.</p>
<p>La residuale pseudo-sinistra filo padronale ha perso la sua funzione, tuttavia.</p>
<p>La sua credibilità presso le masse è ormai calata sotto il livello di guardia. In molti casi è scomparsa del tutto. Tranne dove sta ripescando forza e radicalità (come negli USA con Sanders e in parte nel Regno Unito con Corbyn).</p>
<p>La stagione del recupero di sovranità popolare e il processo di emancipazione sociale avviati in Sud America negli ultimi vent&#8217;anni hanno perso smalto e stanno uscendo a loro volta sconfitti.</p>
<p>Il capitalismo come modo di produzione egemone resta saldo al suo posto e protetto da dispositivi ideologici e politici sempre robusti.</p>
<p>Anche perché le classi dominanti non di stretta osservanza occidentale (in Cina e in Russia su tutti, ma anche nel mondo arabo) non hanno alcuna intenzione di metterlo in discussione.</p>
<p>E tuttavia questo successo a tutto campo non ha fatto sparire il disagio sociale, l&#8217;impoverimento materiale e immateriale delle popolazioni, i problemi ambientali.</p>
<p>L&#8217;obiettivo delle classi dominanti non è però risolvere questi problemi epocali, bensì preservare se stesse.</p>
<p>Illudersi che esse non ricorrano anche ai più estremi rimedi per riuscirci sarebbe davvero stupido.</p>
<p>L&#8217;esasperazione delle masse va dunque controllata e tutt&#8217;al più incanalata.</p>
<p>Oltre alla disarticolazione sociale e all&#8217;indebolimento delle condizioni di vita materiale, sono stati necessari ulteriori strumenti.</p>
<p>Il ricorso a narrazioni menzognere e manipolatorie; l&#8217;utilizzo massiccio dello stimolo della paura e della rabbia; l&#8217;elargizione di spiegazioni semplici e immediate: tutti espedienti che solleticano l&#8217;amigdala del cittadino-spettatore senza chiedergli sforzi di comprensione.</p>
<p>Questi mezzi hanno ottenuto un prevedibile successo.</p>
<p>Per questo è abbastanza ridicolo meravigliarsi oggi dell&#8217;avanzata delle destre.</p>
<p>È un fenomeno che ha una precisa radice materiale e ideologica.</p>
<p>Ma non è affatto un fenomeno contingente, né è un fenomeno addebitabile alle sue cause più dirette e mediaticamente più esposte.</p>
<p>Attribuire la responsabilità di questa deriva politica ai suoi protagonisti (da Le Pen a Salvini, da Orban a Trump, da May a Duterte o, adesso, a Bolsonaro) e a una loro presunta qualità politica specifica, ovvero spiegarne i successi con l&#8217;ignoranza del popolo (che dunque bisognerebbe privare del diritto di voto) è, se va bene, una auto-giustificazione ingenua (e pericolosa), ma spesso è solo un espediente di comodo.</p>
<p>Ma contro questa deriva c&#8217;è poco da opporre, in questa fase. Per lo più si contrappongono i nostalgici appelli ai principi della democrazia liberale e la rassegnazione più passiva, a volte venata di opportunismo.</p>
<p>Entrambe queste pulsioni, derivanti dallo stolido istinto di sopravvivenza della nostra specie, spingono anche una fetta non marginale dell&#8217;intellighenzia un tempo di sinistra (soprattutto quella di osservanza stalinista, o comunque di tendenze dogmatiche) a guardare con favore i populismi e i sovranismi attuali .</p>
<p>Eppure avremmo bisogno di nuove riflessioni, di un nuovo approccio teorico, di un nuovo e radicale coraggio civile e politico. Anche ripescando e attualizzando temi e cornici concettuali del passato.</p>
<p>La lotta di classe non è mai finita, semplicemente per ora l&#8217;abbiamo persa.</p>
<p>E purtroppo, ora come ora, non abbiamo strumenti idonei a combatterla con speranze di successo.</p>
<p>Non abbiamo una prospettiva politica a breve ma nemmeno a medio termine, se non l&#8217;affidamento a quelle stesse tecnocrazie che ci hanno già bellamente abbandonato.</p>
<p>Non abbiamo organizzazioni adatte alla bisogna né sedi di confronto e di pianificazione politica adeguate.</p>
<p>La dialettica egemone, oggi, è tra le tecnocrazie padronali e i nuovi signori dell'&#8221;internazionale nera&#8221;, la destra rampante e in ascesa.</p>
<p>Quelle stesse destre che sorgono e prosperano nel deserto valoriale e ideale in cui sono state abbandonate le masse, tradite appunto dalla classe intellettuale e dalle sinistre.</p>
<p>Il confronto sul campo dunque è tra due destre, non così nemiche e opposte come sembra (e come esse stesse raccontano, in modo interessato).</p>
<p>È un gioco delle parti, in cui a vincere saranno comunque i detentori della ricchezza e delle informazioni, ossia una ristretta oligarchia.</p>
<p>I famosi &#8220;mercati&#8221;, che dettano legge sulla vita di tutti noi, non hanno mai reagito negativamente ad alcuna delle vittorie della destra. Non sta succedendo nemmeno oggi, in relazione alle elezioni brasiliane. Chiediamoci il perché.</p>
<p>Il disegno politico in corso è abbastanza esplicito. Proseguire la lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze, a costo di sacrificare una parte consistente dell&#8217;umanità (del resto, il pianeta è sovrappopolato) e lo stesso ecosistema planetario.</p>
<p>È un obiettivo a medio termine per la realizzazione del quale saranno usati tutti i mezzi necessari.</p>
<p>Se ci illudiamo che la semplice ordinaria amministrazione basterà ad evitare i disastri peggiori, siamo già un bel pezzo dentro ai guai.</p>
<p>Non sarà il gioco di ruolo della democrazia rappresentativa a toglierci dai pasticci. È uno strumento troppo facilmente manipolabile, come dobbiamo constatare.</p>
<p>E, nonostante questo, il poco di democrazia di cui disponiamo non può né deve essere sacrificato, in nome di un tanto peggio tanto meglio che di meglio non porterà nulla.</p>
<p>È contraddittorio? Sì, spesso la realtà lo è.</p>
<p>Bisogna barcamenarsi dentro la complessità delle relazioni di cui è composta la nostra esistenza concreta in questa dimensione spazio-temporale, senza farsene travolgere.</p>
<p>Possibilmente con la mente sgombra di false rappresentazioni e di speranze mal riposte.</p>
<p>Le destre montanti, oggi in festa per il risultato in Brasile, sono il nemico, sicuramente, ma non più delle élite tecnocratiche che imperversano sulle nostre esistenze.</p>
<p>Il neo-colonialismo, l&#8217;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2017/11/13/estrattivismo-globalizzazione-ambiente-diritti-umani/" target="_blank"  rel="nofollow" >estrattivismo</a> rapace e i dispositivi di propaganda e di controllo sociale che essi impiegano a proprio vantaggio sono una minaccia ovunque e vanno combattuti ovunque, con strumenti adeguati alle specifiche realtà territoriali e storiche in cui la lotta si svolge.</p>
<p>Con la coscienza, tuttavia, che la lotta è una sola, dappertutto. E che senza la lotta non si ottiene nulla.</p>
<p>La lotta per un mondo in cui sull&#8217;egoismo e sugli interessi particolari e a breve termine prevalgano gli interessi collettivi di ampio respiro, la solidarietà, l&#8217;eguaglianza, la democrazia reale, la responsabilità, la dignità delle persone e dei popoli, la salvaguardia dell&#8217;ecosistema e della biosfera.</p>
<p>Vale in Sardegna non meno che altrove.</p>
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		<title>Autodeterminazione e universalismo, dialettica vitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2017 16:22:05 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2017/07/31/autodeterminazione-e-universalismo-dialettica-vitale/">Autodeterminazione e universalismo, dialettica vitale</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Autodeterminazione e universalismo, dialettica vitale' data-link='https://sardegnamondo.eu/2017/07/31/autodeterminazione-e-universalismo-dialettica-vitale/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p>Reduce dal <a href="http://www.altafelicita.org/" target="_blank"  rel="nofollow" >Festival ad Alta Felicità</a> di Venaus, mi porto dietro suggestioni eterogenee e immagini forti. Non ne parlerò. Non ancora, almeno. <span id="more-2650"></span></p>
<p>Tra tutte le cose viste e sentite, però, mi preme riesaminare una questione emersa nel corso di un dibattito, a proposito del libro di Daniele Pepino e Walter Ferrari <a href="https://tabor.noblogs.org/post/2014/05/03/escartoun/" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>Escartoun. La federazione delle libertà </em>(Tabor)</a>.</p>
<p>Discutendo di autonomia e autodeterminazione delle comunità, di imposizioni di modelli colonialisti, di minorizzazioni culturali e linguistiche (tutte cose che suonano incomprensibili ai sardi, no?), <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Serge_Quadruppani" target="_blank"  rel="nofollow" >Serge Quadruppani</a>, presente tra il pubblico, in un suo intervento ha sollevato l&#8217;obiezione della possibile deriva localistica ed escludente delle culture locali, enfatizzando invece la necessità dell&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Universalismo" target="_blank"  rel="nofollow" >universalismo</a> come contraltare salvifico e spesso persino desiderabile.</p>
<p>La possibilità di sfuggire, cioè, alla morsa delle chiusure identitarie particolaristiche grazie all&#8217;accesso a un panorama culturale, valoriale e pragmatico più ampio e condiviso, ulteriore e a tratti incompatibile rispetto alla mera condizione locale o alle singole culture specifiche.</p>
<p>Tra i tanti spunti emersi in quella discussione (lunga, partecipata, densa), mi è sembrato uno di quelli più fecondi.</p>
<p>Mi è venuto spontaneo, già lì per lì, intervenire per ammetterne la centralità. È una tematica decisiva, quando ci si occupa di emancipazione collettiva e di autodeterminazione, e richiama problemi che è inutile, o addirittura pericoloso, eludere.</p>
<p>La dicotomia &#8220;autonomia (intesa in senso lato) vs. universalismo&#8221; esiste, ma non è necessariamente uno scontro da cui è necessario che emerga un vincitore.</p>
<p>È invece una dialettica feconda, che può animare un nuovo modo di intendere le relazioni umane, partendo dal locale e ridisegnando il globale. Un globale, in questo senso, &#8220;su scala umana&#8221; (come direbbe <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Manfred_Max-Neef" target="_blank"  rel="nofollow" >Manfred Max-Neef</a>).</p>
<p>La pulsione all&#8217;autonomia, al governarsi da sé, è insopprimibile in qualsiasi comunità umana appena definita. A definirla, al di là delle teorizzazioni essenzialiste, sono prevalentemente fattori contingenti ed esterni, come quelli geografici, le risorse disponibili, il clima, l&#8217;orografia, la fauna e la flora con cui interagisce.</p>
<p>Non è insomma questione di caratteristiche proprie, innate e immutabili delle singole comunità umane. A tal proposito rimane insuperata la lezione di Jared Diamond e del suo <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie" target="_blank"  rel="nofollow" >Armi, acciaio e malattie</a></em>.</p>
<p>Ogni comunità umana, non appena superi un certo grado di complessità, produce cultura. Cultura in senso ampio, da quella materiale a quella artistica, musicale, narrativa e poetica.</p>
<p>E naturalmente, nella diversità di condizioni, latitudini e usi, si formano e si articolano le lingue umane, si generano narrazioni e si tramandano tradizioni.</p>
<p>Assumere tali fattori culturali come assoluti, perciò discriminanti e necessariamente divisivi, è una delle basi di qualsiasi etnocentrismo e di qualsiasi xenofobia. Su cui può allignare il razzismo (che è sempre un potente <em>instrumentum regni</em>).</p>
<p>Ma non solo. È proprio la dimensione autocentrata delle comunità, specie quando piccole, a diventare un limite. Chiunque, anche nell&#8217;Europa contemporanea, sia nativo di una piccola comunità, magari periferica, sa quanto possa esserne soffocante l&#8217;abbraccio.</p>
<p>L&#8217;incrostarsi e lo stratificarsi di usi, regole implicite ed esplicite, preponderanze religiose, gerarchie sociali risulta difficilmente scalfibile nel caso di una piccola comunità, al di là delle virtù e dei vantaggi che essa può offrire.</p>
<p>Solidarietà, condivisione delle risorse, riconoscimento dei ruoli, riparo dalle avversità sono opportunità che invece le piccole comunità di solito garantiscono ai propri membri più delle grandi collettività umane. Ma non sempre e comunque può non bastare a farne il posto migliore in cui vorresti vivere.</p>
<p>D&#8217;altro canto le collettività più vaste e variegate tendono ad essere in realtà omologanti, liquefatte e ricombinate al proprio interno dalla spersonalizzazione e dalla massificazione dell&#8217;organizzazione sociale, del consumo, delle stesse infrastrutture urbane, schiave di modelli e valori eteronomi quasi sempre subiti passivamente.</p>
<p>Rimane dunque insuperabile il bisogno di autodeterminazione. Un bisogno che discende dalla necessità di gestire le proprie risorse e le proprie relazioni, di rispondere a regole che si comprendono, di vivere dentro una sfera di valori, costumi, linguaggi e forme di socializzazione in cui ci si riconosce.</p>
<p>In più, nei casi più complessi (ossia di interi popoli e territori storicamente e/o geograficamente definiti), si tratta prevalentemente della possibilità concreta, storica, di raggiungere una qualche forma di democrazia e di emancipazione sociale, dentro una dimensione geografica e antropica proporzionata ai mezzi disponibili e alle reali possibilità di vita.</p>
<p>Il che è il nucleo fondamentale di qualsiasi autonomia e di qualsiasi autodeterminazione, molto più e molto più decisamente di qualsiasi discorso identitario e strettamente culturale.</p>
<p>Insistere nella pretesa che l&#8217;unica sfera emancipativa e liberante sia quella universalista conduce a forme di alienazione non facili da contrastare.</p>
<p>Inoltre non va dimenticato che le pretese universalistiche, nel corso della storia, hanno sempre costituito la base ideologica delle peggiori pratiche di dominio, da quelle fondate sulla religione a quelle di stampo squisitamente colonialista (la civile Europa al salvataggio dei popoli e dei territori &#8220;arretrati&#8221;).</p>
<p>Se si riuscisse a mantenere viva la dialettica tra l&#8217;autodeterminazione necessaria e una sfera più ampia di valori universali si potrebbero trarre vantaggi da entrambe.</p>
<p>La pulsione all&#8217;autonomia non diventerebbe mai soffocante ed escludente, perché esisterebbe un insieme di valori, idee, linguaggi, dispositivi, relazioni esterno, più ampio, il cui accesso consentirebbe di moltiplicare le possibilità di libertà.</p>
<p>Libertà intesa in senso plurale e concreto, non nel senso astratto e di comodo propalato dalle varie forme di individualismo egoistico. A loro volta sempre funzionali a processi politici di natura autoritaria e/o allo sfruttamento cleptocratico.</p>
<p>L&#8217;autonomia e l&#8217;autodeterminazione sarebbero il limite delle pretese egemoniche di qualsiasi universalismo e l&#8217;universalismo sarebbe il limite alla chiusura cui tutte le autodeterminazioni rischiano di ridurre la condizione umana.</p>
<p>Come si vede in questo discorso non ho citato la nazione, come soggetto storico di qualche rilevanza. L&#8217;idea di nazione che abbiamo oggi, figlia della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche, è un&#8217;idea transeunte, su cui non si può fare affidamento per sempre né in senso assoluto.</p>
<p>Ma negare l&#8217;esistenza storica delle nazioni o sminuire l&#8217;assolutezza della loro rilevanza non significa negare l&#8217;esistenza dei popoli e delle comunità umane, né delle differenze culturali, linguistiche, demoantropologiche, sociali, economiche tra essi.</p>
<p>Significa piuttosto inquadrarle in un contesto dinamico, che tenga conto della realtà umana così come si presenta e si sviluppa nel tempo, ma senza assolutizzarne alcuni tratti, arbitrariamente, per usarli come strumento politico.</p>
<p>Vivere dentro la dialettica tra autonomie e universalismo può essere fecondo e produttivo, dunque, sia in termini socio-economici, sia in termini culturali, sia anche in termini politici.</p>
<p>Ma non è la dialettica prevalente, oggi. Dall&#8217;organizzazione del sapere istituzionale e dai mass media dominanti l&#8217;aspirazione all&#8217;autonomia e all&#8217;autodeterminazione viene facilmente liquidata come retriva, anacronistica, marginale.</p>
<p>Che si tratti del Movimento NoTav della Val di Susa o del processo di indipendenza catalano o di qualche mobilitazione di protesta contro grandi opere o speculazioni di vario genere in qualche territorio più circoscritto, le cornici concettuali e persino le parole utilizzate, nonché spesso le pratiche repressive sfoderate, sono sempre le medesime.</p>
<p>Viene invece enfatizzata a profusione un&#8217;altra dicotomia, quella tra tecnocrazia e nazionalismi (e/o populismi). In questo caso si genera artificiosamente una falsa dialettica, creando due elementi discorsivi senza referente concreto e assumendoli come soggetti politici generali e rilevanti, in opposizione tra loro.</p>
<p>Così, a seconda della propria parte e del proprio ruolo nel gioco, ci si rivolge a un interlocutore apparentemente ostile e alternativo, ma invece indispensabile.</p>
<p>È chiaramente una trappola, totalmente organica alle forme della cleptocrazia imperante, una messinscena dalle potenzialità reazionarie evidenti.</p>
<p>Non le sono estranee le retoriche contro l&#8217;immigrazione e contro l&#8217;islam, così come l&#8217;impiego sistematico della paura come arma di manipolazione delle masse.</p>
<p>Anche in questo la dicotomia autonomie-universalismo è utile.</p>
<p>Allo spauracchio dell&#8217;Europa intesa come dominio delle tecnocrazie, a cui bisognerebbe rispondere con il nazionalismo, la chiusura, la xenofobia e il protezionismo, andrebbe invece contrapposta un&#8217;Europa fondata sui suoi popoli reali, sui suoi territori, con le loro storie e le loro culture, dentro un quadro di reciproco riconoscimento (anche stabilito giuridicamente) e di libertà universali garantite.</p>
<p>È necessario riflettere su questo tema. Specie in un luogo come la Sardegna, dove è evidente che il quadro politico, sulla scorta di processi culturali profondi, si sta progressivamente spostando all&#8217;interno di un orizzonte sardo-centrico.</p>
<p>Assistiamo tuttavia al tentativo &#8211; non dichiarato né sempre evidente &#8211; di ricalcare, sull&#8217;isola, i dispositivi retorici e le pratiche narrative che egemonizzano il dibattito pubblico italiano ed europeo.</p>
<p>C&#8217;è inevitabilmente un forte interesse a mantenere povero e debole il dibattito politico, ossia a non delegittimare del tutto l&#8217;apparato di potere dominante.</p>
<p>Esiste già ed agisce alacremente una pletora di esponenti politici che, a prescindere dal proprio percorso, dalle proprie azioni e dalla propria collocazione attuale, si qualificano di volta in volta (facendo molta confusione) come autonomisti, identitari, nazionalitari, sardisti, sovranisti o persino indipendentisti.</p>
<p>Tra di loro ci sono personaggi che recitano la parte del fuoriuscito ostile, pur rimanendo nella stessa identica collocazione ideologica, solo rivestita di parole nuove, mutuate da un altro ambito.</p>
<p>Ci sono opportunisti indefessi, voltagabbana, arrivisti, semplici esecutori materiali di ordini altrui, ecc. E cominciano ad esserci razzisti, fascisti più o meno rivestiti, reazionari.</p>
<p>Un processo inevitabile, probabilmente, da seguire con attenzione, di cui però si parla poco, a volte si nega, di solito si sminuisce. Invece è una questione decisiva.</p>
<p>Riflettere sulla dialettica tra autonomie e universalismo, tra autodeterminazione e una sfera più ampia di valori e relazioni, non è un vezzo da intellettuali distaccati dalla vita reale, bensì una prima, robusta precauzione contro un futuro fatto di problemi strutturali irrisolti semplicemente confezionati dentro una nuova narrazione, apparentemente più accattivante.</p>
<p>Un antidoto a qualsiasi tentativo di rivoluzione passiva, insomma.</p>
<p>Aver focalizzato questo tema non è una delle cose meno preziose che mi porto dietro dal Festival ad Alta Felicità.</p>
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		<title>Lezioni da imparare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2015 10:35:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un fantasma si aggira per l&#8217;Europa, è il fantasma del populismo. Sotto questa etichetta di comodo finiscono un po&#8217; tutti i risultati elettorali che rompono lo status quo dell&#8217;establishment continentale, dalla vittoria di Syriza in Grecia, al successo dei nazionalisti polacchi a quello di Podemos e analoghi in Spagna. Cosa sia questo populismo, altrimenti detto...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Lezioni da imparare' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/26/lezioni-da-imparare/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Un fantasma si aggira per l&#8217;Europa, è il fantasma del populismo. Sotto questa etichetta di comodo finiscono un po&#8217; tutti i risultati elettorali che rompono lo status quo dell&#8217;establishment continentale, dalla vittoria di Syriza in Grecia, al successo dei nazionalisti polacchi a quello di Podemos e analoghi in Spagna. <span id="more-1831"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa sia questo populismo, altrimenti detto &#8220;antipolitica&#8221;, non è affatto chiaro. In effetti si tratta di una categoria concettuale forgiata nell&#8217;ambito dei mass media mainstream e utilizzata a piene mani dai leader dei partiti dominanti, con chiara accezione dispregiativa. Se poi è un populismo di sinistra, apriti cielo! Come a dire: questi qui raccontano panzane solo per carpire voti, ma è gente pericolosa, incapace, niente a che fare con la competenza dei politici tradizionali e dei tecnici delle istituzioni europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Da notare che tale posizione è sostenuta da gente alla Renzi o corrispettivi stranieri e dai loro reggicoda. Una bella faccia tosta. Faccia tosta che serve a mascherare la tragica consistenza di una lotta di classe combattuta senza lesinare sui mezzi a disposizione, avviata quarant&#8217;anni fa dalle elite occidentali e dai loro complici nei paesi amici, il cui obiettivo è accaparrarsi il più in fretta possibile tutte le risorse e utilizzare l&#8217;umanità che ne è priva come fonte di lavoro servile o come zavorra da mollare all&#8217;occorrenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Inevitabile che per ottenere tale risultato sia necessario appropriarsi a scopo di lucro dei beni comuni (dal territorio, al sistema sanitario, dalle infrastrutture strategiche ai beni culturali, ai servizi sociali e alla scuola), eliminare o limitare sensibilmente la sfera di diritti conquistata dopo il secondo conflitto mondiale (si vedano in Italia i vari provvedimenti alla Italicum, Jobs Act e Buona Scuola), frustrare fino ad escluderle dal discorso pubblico le aspirazioni di giustizia sociale, di libertà e di eguaglianza che hanno innervato tutta l&#8217;epoca contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che si aggira per l&#8217;Europa, dunque, non è un fantasma ma è una risposta, varia, articolata, nient&#8217;affatto uniforme ma tutt&#8217;altro che impolitica, a quel che succede in ambito economico, sociale e istituzionale. Ed è, almeno sul versante di sinistra e in gran parte del fronte indipendentista europeo, una risposta vivace, fantasiosa, spesso costruttiva. Il fatto che contenda il terreno ai demagoghi xenofobi e reazionari dovrebbe essere un&#8217;ottima notizia, invece sembra aggiungere motivi di disagio per chi comanda il vapore. Il che è estremamente istruttivo, se ci pensiamo un attimo.</p>
<p style="text-align: justify;">In più ci si mettono anche quei matti degli Irlandesi col loro referendum favorevole ai matrimoni omoaffettivi. Altra pietra dello scandalo. Persino la chiesa cattolica deve fare buon viso a cattivo gioco, spiazzando così la schiera di integralisti ipocriti, di atei devoti e di oscurantisti ottusi che infestano il Vecchio Continente.</p>
<p style="text-align: justify;">La diversità europea mostra in questi casi tutta la sua efficacia nel contrastare i tentativi autoritari. È un fatto già constatato (penso a quel che scriveva qualche anno fa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jared_Diamond" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Jared Diamond</a>) ma molto sottovalutato: le differenze sono una fonte di emancipazione. L&#8217;offerta di soluzioni diverse deve essere grande, per poter rispondere efficacemente alle spinte della storia. Il sogno di un&#8217;Europa uniforme, piattamente conforme a un solo modello sociale e politico, estranea o ostile alle peculiarità dei suoi stessi popoli, sarà anche il sogno dei tecnocrati del grande capitale che oggi dominano le nostre vite, ma non è per forza il migliore dei mondi possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Europei hanno molto da farsi perdonare dalle altre popolazioni della Terra, ma è anche vero che le loro differenze, il loro spirito di emulazione, la possibilità di avere così tanti modelli possibili in uno spazio geografico tutto sommato così piccolo, hanno consentito di creare cultura e bellezza, di conquistare diritti e pace, sia pure al prezzo di conflitti tremendi. Integrazione europea non deve per forza significare riduzione delle diversità, né perdita di ricchezza culturale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna il mondo è troppo complesso e difficile da dominare anche per i potentissimi padroni dei nostri tempi, esponenti di quella minoranza a cui appartiene la maggioranza delle risorse economiche, che detiene il monopolio delle informazioni strategiche e che controlla i mass media. Hanno voglia di raccontarcela! Spostare l&#8217;attenzione dei cittadini, ostruire il flusso di informazioni con false notizie, manipolare spudoratamente fatti e circostanze non è sufficiente a controllare ogni possibile variabile storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essere consolante, per chi abbia intenzione di cambiare le cose. Invece a volte si perde di vista la realtà e si cede troppo facilmente alle trappole che, tramite i mass media principali, vengono confezionate ad arte per orientare i giudizi e prima ancora le percezioni dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci mettiamo tutti del nostro, beninteso. In Sardegna lo sport preferito è interpretare i fatti internazionali alla luce di poche e imprecise informazioni, applicandovi sopra cornici tutte nostre, non compatibili con la realtà che si pretende di analizzare e di rendere intellegibile.</p>
<p style="text-align: justify;">È piuttosto ridicolo, per esempio, che a proposito del risultato delle elezioni a Barcellona la sola preoccupazione di molti sia il tasso di indipendentismo o di &#8220;unionismo&#8221; della neo-sindaca della capitale catalana. Un problema fondamentale, in effetti. Solo quei fessacchiotti dei barcellonesi non sono stati in grado di coglierlo in tutta la sua portata. Dovevamo mandare una delegazione di politologi nostrani a istruirli convenientemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe utile invece cercare di trarre da quel che succede altrove qualche lezione pragmatica per il nostro caso. Per esempio, che bisogna prima di tutto sapere dove si vive e quali dinamiche storiche articolino la nostra vita collettiva. Dopo di che si può anche pensare di organizzarsi, di mobilitare le forze che emergono dalla società e proporsi per rappresentarle nel gioco elettorale. Ma sempre standoci dentro, partecipando alle vertenze e alle lotte, cogliendo le linee di faglia della nostra vita associata, i contenuti concreti della nostra dialettica sociale, restando attaccati alla realtà in modo fecondo e fantasioso.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna invece non sappiamo niente. Sappiamo poco del mondo e sappiamo ancor meno di noi stessi. Ci affidiamo a dati raccogliticci, spesso ricavati da fonti improprie o non nostre e poi male assemblati, crediamo alle panzane sfacciate di chi ci governa oppure le contestiamo a botte di slogan stereotipati. Di fatto non sappiamo mai bene come stiano le cose. Però ci divertiamo un mondo a chiacchierare. Pigrizia e amore per il pettegolezzo ci denotano molto più delle presunte magagne ataviche che di solito amiamo attribuirci, al solo scopo di non assumerci alcuna responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">È un problema gravoso, di cui non si può nemmeno affidare la risoluzione al nostro ceto intellettuale accademico, per lo più del tutto organico al sistema di dominio vigente, né a una classe dirigente che fin qui non è mai esistita.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre si intensifica la lotta di classe contro le popolazioni, i lavoratori, le minoranze, mentre procede senza ostacoli il deterioramento della biosfera, facciamo fatica a raccapezzarci. Non va bene, è un lusso che non possiamo permetterci. La guerra incombe e la nostra condizione di dipendenza anche per i beni di prima necessità non è precisamente la migliore posizione in cui trovarsi, quando le cose si metteranno al peggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo all&#8217;anno zero, però. Comitati di cittadini, intere comunità locali, alcune categorie produttive, una parte del mondo della cultura e dell&#8217;informazione sembrano aver intrapreso la strada dell&#8217;assunzione di responsabilità. Non sono rappresentati nelle istituzioni, specie in quella regionale (anche per via di una normativa elettorale scandalosa), ma non è vero che non abbiano alcun peso. È un segnale di dinamismo che va colto. Siamo dentro la Storia, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Bisogna scegliere se starci da soggetti o da oggetti in mani altrui.</p>
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