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	<title>autodeterminazione Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 19:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maurizio Onnis, su S’Indipendente, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. È vero che nei momenti di maggiore crisi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/">Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 class="wp-block-heading"><em>Maurizio Onnis, <a href="https://www.sindipendente.com/2026/01/10/il-disordine-internazionale-come-risorsa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >su S’Indipendente</a>, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. </em></h2>



<p class="has-medium-font-size">È vero che nei momenti di maggiore crisi la popolazione sarda ha sempre trovato in sé la forza e le motivazioni per reagire, spesso optando per un superamento proattivo delle sfide, assumendosi il peso della responsabilità di non cedere alla difficoltà delle circostanze.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va detto che nei casi enumerati da Maurizio (che non esauriscono la casistica) esisteva una leadership consapevole o comunque in grado di cercare e magari trovare una via di superamento in avanti dei problemi. Leadership che invece in altri momenti, magari altrettanto delicati, è mancata, con la conseguenza che quelle occasioni sono andate perse. Anche nei frangenti in cui sono state fatte scelte coraggiose non sempre le cose sono andate bene. Ma – si dirà, e concordo con l’obiezione – sarebbe stato peggio non provarci nemmeno.</p>



<p>Oggi il momento storico sembra offrire le condizioni, almeno in potenza, per una accelerazione del processo di autodeterminazione in Sardegna (dando per scontato, per ora, il significato di “autodeterminazione” e il suo esito concreto). </p>



<p class="has-medium-font-size">L’ordine internazionale emerso dalla seconda guerra mondiale si è completamente disgregato. Era già condannato con la fine della guerra fredda, a mio avviso, e i tre decenni successivi non hanno fatto altro che martellare sui chiodi della bara del secondo dopoguerra. Pur con tutte le fasi e le contraddizioni del caso, fin dal 1989-91 era chiaro che il mondo stava correndo spedito verso un’altra epoca. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ma i prodromi di questo mutamento erano già attivi da parecchio. Direi che la reazione, a tratti violenta, contro le aperture democratiche, sociali, decoloniali, promesse e in parte mantenute dalla breve &#8220;età dell’oro&#8221; (cit.) post secondo conflitto mondiale doveva già offrire spunti di riflessione robusti, a chi voleva interessarsi ai destini dell’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size">All’allarme – scientificamente certificato – del Club di Roma e del <em>Rapporto sui limiti della crescita</em> (a partire dal 1972) i governi occidentali risposero con l’attacco generalizzato contro i movimenti popolari, democratici, radicali, anti-capitalisti sviluppatisi nel decennio precedente, riassorbendoli o soffocandoli, finendo per imporre l’ideologia neo-liberale e l’ordine socio-economico che essa giustifica. </p>



<p class="has-medium-font-size">All’impegno politico diffuso, di massa, specie giovanile, si sostituirono l&#8217;eroina, il consumismo e l’edonismo egotico. Lo stesso crollo del regime sovietico fu più l’effetto della pressione consumistica occidentale, riversata su una situazione sclerotizzata e di per sé in via di putrefazione, che la conseguenza di un mutamento politico basato su forze sociali e politiche alternative.</p>



<p class="has-medium-font-size">Eppure, nonostante l’evidente vittoria delle classi ricche e del capitalismo più rapace, gli anni Novanta furono abbastanza movimentati da offrire possibilità di riflessione e anche di azione contro il nuovo ordine globale a trazione USA che sembrava ormai definitivamente garantito (la <a href="https://disf.org/libri/9788851178918" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >“fine della storia” di Francis Fukuyama</a>). </p>



<p class="has-medium-font-size">Le guerre nell’ex Jugoslavia, il movimento zapatista in Messico, partito dal Chiapas, la nuova riflessione sul colonialismo dovuta tanto agli studi postcoloniali e decoloniali, quanto a eventi drammatici come il genocidio in Ruanda e altri analoghi, l’emersione e la crescita del movimento no-global: erano vicende e circostanze che smentivano l’assertività dell’egemonia ideologica occidentale, e in alcuni casi la contrastavano attivamente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Anche quelli potevano essere anni in cui provare ad affermare un percorso di progresso civile e sociale della Sardegna, in termini di uscita dalla dipendenza e dalla subalternità. La stessa crisi dei grandi partiti storici italiani, dovuta anch’essa alla fine della guerra fredda e agli scandali giudiziari da cui fu travolta tutta la politica italiana, era un’opportunità. </p>



<p class="has-medium-font-size">In effetti, nonostante la rapida decadenza elettorale del PSdAz, uscito a pezzi dalla stagione del vento sardista (anche per proprie responsabilità), erano emerse forze nuove, di matrice indipendentista, con un seguito (sentimentale, più che elettorale) in via di espansione. La leadership di Angelo Caria, forte sul piano morale e concettuale, poteva garantire una crescita complessiva del movimento. La sua scomparsa precoce fu una perdita drammatica anche da questo punto di vista. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il resto dello spettro politico sardo – tributario verso i gruppi di potere italiani &#8211; si riorganizzò in funzione del mantenimento del proprio status privilegiato dentro un quadro di relazioni tra Stato e Regione sempre meno democratico, sempre più apertamente coloniale. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il clientelismo sistemico, i legami opachi tra comitati d’affari, clan familistici, trafficoni degli apparati statali e speculatori vari, divennero la cifra ordinaria della politica sarda. Il dibattito politico, al di là dei temi promossi dal mondo indipendentista, era ormai ridotto a chicchiericcio astratto e, nei fatti, a una competizione meramente elettoralistica tra apparati che a tutto erano interessati fuorché a gestire davvero, con strategie e obiettivi di ampio respiro, le sorti dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size">Così è andato avanti il gioco fino a oggi, garantito dalla chiusura oligarchica dei partiti dominanti (ormai meri apparati di potere), dalla sempre più accentuata pressione centralistica dello stato, da una debolezza ormai cronicizzata della politica esterna al Palazzo, in primis quella indipendentista. </p>



<p class="has-medium-font-size">Una debolezza questa che purtroppo ha effetti che vanno al di là delle sorti soggettive dei vari protagonisti di questo ambito di impegno civile. </p>



<p class="has-medium-font-size">In tutto ciò, non abbiamo mai avuto a disposizione un’intellettualità realmente organica ai processi emancipativi che emergevano dal tessuto sociale e culturale sardo, ma perlopiù esponenti di un ceto medio desideroso di integrarsi nell’organizzazione del sapere e nel circuito intellettuale italiani, come tali passivi o addirittura complici nel processo di costante minorizzazione economica, storica, sociale, linguistica dell’isola.</p>



<p class="has-medium-font-size">Arrivato il nuovo millennio, nei momenti in cui sembrava che qualcosa di consistente potesse coagularsi in termini realmente alternativi all’apparato di potere coloniale dominante, quasi mai se ne è fatto tesoro. </p>



<p class="has-medium-font-size">La stagione della giunta Soru si è conclusa rapidamente con la normalizzazione di quel tentativo di modernizzare la macchina regionale e portare avanti una stagione di riforme reali. In quel caso l’indipendentismo – pure in crescita – non ha saputo esprimere una direzione strategica consistente e si è perso in beghe personalistiche o ha dovuto subire la reazione forte degli apparati di sicurezza statali. </p>



<p class="has-medium-font-size">La <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/03/eredita-ignorate-manifesto-politico-di-sardegna-possibile-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">campagna politica di Sardegna Possibile nel 2013-14</a> fu prima di tutto non compresa e in parte sabotata proprio dall’ambito indipendentista. Da lì in poi è stato solo disfacimento e abbandono, con residue manifestazioni di una vitalità calante, almeno a livello di attivismo e di proposta politica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Poi, certo, ci sono state le mobilitazioni tematiche, in particolare quella contro l’aggressione speculativa legata alla produzione di energia. Una mobilitazione iniziata, proprio in ambito indipendentista, già negli anni 2008-9 e in quelli a seguire (basta ascoltare qualche pezzo di Dr Drer e CRC posse di quel periodo per averne conferma). La sua esplosione a partire dal 2023 è dovuta al salto di qualità dell’aggressione coloniale e in parte anche alla stessa assenza dei micro-partiti indipendentisti, con le loro pretese egemoniche e le loro fisime retoriche, le loro fissazioni lessicali e la loro postura da avanguardie illuminate.</p>



<p class="has-medium-font-size">Riallargando lo sguardo, già dal 2001, con i fatti del G8 di Genova e l&#8217;11 settembre negli USA (e le sue conseguenze politiche), era diventata piuttosto chiara la direzione che stava prendendo l’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size">Le élite dominanti non solo non mollavano la presa assicuratasi con la sconfitta del socialismo e l’imposizione del capitalismo più rapace ed estrattivo, ma ormai cominciavano a uscire allo scoperto con crescente sicumera. </p>



<p class="has-medium-font-size">L’onda nera, reazionaria, oscurantista, nazionalista, anti-emancipativa, spesso di chiara matrice fascista, che oggi imperversa in molte società umane, a diverse longitudini, è solo l’ennesimo effetto di una transizione di civiltà di cui osserviamo gli esiti superficiali, a livello di cronaca, ma non possiamo valutare compiutamente i movimenti profondi e tanto meno prevedere gli sviluppi. </p>



<p class="has-medium-font-size">La deriva politica complessiva di questi anni, che va prendendo i connotati di un conflitto tra imperi (da qualcuno letto e persino auspicato come &#8220;multipolarismo&#8221;), si innesta in una crisi sistemica planetaria, a cominciare da quella climatica-ambientale.</p>



<p class="has-medium-font-size">La Sardegna ci si ritrova dentro con nessuna possibilità di avere una voce in capitolo e in una fase di particolare fragilità socio-economica, politica, demografica. Il che mi farebbe propendere per il dissenso, rispetto alla tesi di Maurizio Onnis. Purtroppo, come già successo in altre occasioni, non è detto che dalla crisi epocale emerga necessariamente una stagione o almeno un tentativo di emancipazione collettiva della Sardegna.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ci sono grandi forze in gioco e molti apparati di potere politico e/o economico non accetteranno mai di buon grado che l’isola trovi una sua via per autodeterminarsi democraticamente, a cominciare dallo stato italiano e dalle sue élite dominanti. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per altro, il contesto europeo non è mai stato così fragile, dopo la seconda guerra mondiale. Nondimeno, è anche possibile che proprio questa fragilità e l’evidente incapacità delle leadership del Vecchio continente a superarla potrebbero riaprire la partita per le istanze autodeterminazioniste europee. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che ci sono, esistono e resistono. Possono anzi diventare un fermento per un rilancio del discorso europeista su nuove basi, diverse, se non opposte, alla costruzione fondamentalmente padronale, elitaria e anti-popolare quale si è rivelata l’UE. </p>



<p class="has-medium-font-size">UE che, tuttavia, a dispetto di quanto sostengono i nazionalisti più o meno palesi e alcune frange della sinistra più confuse che compromesse, al momento rimane l’unico labile baluardo grosso modo funzionante sia contro l’aggressività dei nuovi imperialismi oscurantisti rappresentati dalla trimurti Trump-Putin-Netanyahu, sia verso i nuovi nazionalismi interni (spesso complici o se non altro affascinati dal malvagio trio). </p>



<p class="has-medium-font-size">In ogni caso, sia l&#8217;oligarchia affaristica europea sia l’onda nera montante costituiscono insieme una combo esiziale (ossia mortale) per qualsiasi prospettiva autodeterminazionista democratica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Nonostante questo, cedere a pulsioni nichiliste, propendere per il caos contro l’ordine attuale delle cose (già messo a dura prova, ma dall’alto e con intenti reazionari), non fa che agevolare i peggiori scenari che nelle dichiarazioni si vorrebbero scongiurare. </p>



<p class="has-medium-font-size">Questo deve diventare chiaro specialmente nell’ambito sfilacciato e disorientato dell’indipendentismo sardo. Che non coincide, occorre precisarlo, con le formazioni politiche che si dichiarano indipendentiste. </p>



<p class="has-medium-font-size">La stragrande maggioranza delle persone indipendentiste sarde *non* milita in alcuna formazione, spesso non ha mai fatto attivismo, ha idee piuttosto vaghe su come funzioni la politica (dato che conosce solo quella marcia delle clientele e dei capibastone locali), non ha alcuna conoscenza storica né le idee chiare su cosa sia successo in Sardegna negli ultimi trent’anni (e nemmeno prima, se è per quello), ma ha in qualche modo maturato una propensione positiva verso l’idea (vaga) dell’indipendenza, come uscita dalla condizione subalterna e colonizzata. </p>



<p class="has-medium-font-size">A tal proposito sarebbe necessario un grande lavoro di formazione e educazione politica e culturale di massa. Che poi è un po’ l’obiettivo di un’associazione come <a href="https://assembleasarda.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Assemblea Natzionale Sarda</a>. Altrimenti c’è il rischio che una possibile conquista di autodeterminazione si riveli una trasformazione solo di facciata della nostra condizione storica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per questo più su dicevo che va precisato il significato di “autodeterminazione”, il suo contenuto storico concreto, quale esito politico reale si intenda perseguire con essa. </p>



<p class="has-medium-font-size">Sulla necessaria riflessione in proposito pesa però il nodo, storicamente ingarbugliato, della distanza sociale e ideologica (in senso ampio) che da tempo esiste in Sardegna tra i ceti sociali istruiti, emancipati dal ristretto ambiente della comunità locale e dei suoi rituali di socializzazione e di scambio di informazioni, e appunto le ampie porzioni di popolazione poco istruite, limitate nei propri orizzonti, esposte al bombardamento mediatico italiano (anche sui social media). È una distanza spesso anche linguistica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Al di là delle eccezioni, che confermano la regola, è uno dei grandi problemi della Sardegna contemporanea. Ed è un ostacolo difficile da superare. Eppure bisogna farlo, affinché si formi una qualche leadership sia intellettuale sia pragmatica scevra da pulsioni egoistiche, arriviste, autoritarie, capace di orientare e dare forma alle istanze emancipative pure esistenti nella nostra collettività umana, ma troppo spesso frustrate dalla mancanza di voce, di parole, di strategia. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che tali istanze esistano lo dimostra, se ce ne fosse davvero bisogno, l’enorme mobilitazione a proposito di speculazione energetica. Un fenomeno che meriterebbe attenzione e anche studio, ma che il nostro ceto intellettuale e il nostro ceto medio (semi)istruito guardano con sospetto o con aperta ostilità, preferendo stigmatizzarlo come eterodiretto, reazionario, arretrato, ecc. ecc. </p>



<p class="has-medium-font-size">Cosa che in occasioni analoghe è quasi sempre successa negli ultimi due secoli, con conseguenze molto gravi sul tessuto civile e politico dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size">Perciò, anche in presenza di possibili circostanze oggettivamente favorevoli a una ripresa del percorso di autodeterminazione, rimangono in piedi problemi sia, per così dire, contingenti, sia strutturali. Vanno riconosciuti, ammessi e affrontati con lucidità.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le conclusioni – provvisorie – che si possono trarre da questa disamina non possono essere né ottimiste né pessimiste. Nel senso che siamo nel bel mezzo di un momento storico complicato e dinamico, piuttosto aperto a diversi esiti. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per altro, le forze popolari spesso smentiscono le previsioni più pessimiste che le riguardano e sfuggono facilmente alle cornici interpretative che si applicano loro dall’esterno. Le stesse leadership emergono dal bisogno del momento, anche laddove non se ne intravvedeva la possibilità. </p>



<p class="has-medium-font-size">È possibile che la Sardegna si trovi a dover fare i conti con la stringente necessità di autodeterminarsi, per forza di cose potremmo dire, senza esservi preparata. È una prospettiva che ho segnalato già diversi anni fa e si sta rivelando sempre meno improbabile.</p>



<p class="has-medium-font-size">Una delle cose da fare è mantenere saldi alcuni principi di fondo, ossia il rifiuto di qualsiasi deriva autoritaria, razzista, reazionaria, anti-democratica. Occorre far rifulgere più che mai, in questi tempi oscuri, la fiaccola della libertà e dei diritti, della solidarietà e dell’empatia (anche verso il non-umano) contro ogni tentazione di sacrificarli sull’altare di tesi dogmatiche, di fedi ideologiche fuori tempo massimo, di fedeltà verso qualche capo carismatico, del populismo, degli istinti peggiori della nostra specie. </p>



<p class="has-medium-font-size">Da un altro lato è indispensabile recuperare l’abitudine all’incontro fisico, l’alleanza dei corpi, la concretezza delle cose fatte insieme. E dobbiamo imparare o re-imparare a discutere senza delegittimare necessariamente chi ha un’idea anche solo vagamente diversa dalla nostra (a parte i fascisti e i razzisti, che si pongono di per sé stessi fuori da qualsiasi contesto democratico). </p>



<p class="has-medium-font-size">Dobbiamo recuperare la dimensione viva, collettiva, ecosistemica, della lotta politica e del conflitto col potere costituito. Anche in termini di mobilitazione concreta, compresa la riappropriazione degli spazi fisici, con una presenza visibile e fattiva dentro le nostre comunità.</p>



<p class="has-medium-font-size">E, ancora, bisogna recuperare una visione internazionalista solidale e competente. Bisogna allacciare relazioni forti e sistematiche con tutte le realtà autodeterminazioniste, democratiche, popolari almeno a livello di Europa e direi anche di sponda sud del Mediterraneo. </p>



<p class="has-medium-font-size">Su questo piano si dovrebbero proporre battaglie comuni non tanto negli scopi puntuali, ma nella loro impostazione di fondo, che deve essere necessariamente anti-egemonica, estranea al gioco delle parti tra diversi conservatorismi che dominano la scena. </p>



<p class="has-medium-font-size">Faccio l’esempio ancora una volta della transizione energetica, su cui (apparentemente) si scontrano le due destre dominanti, quella padronale-affaristica e anti-popolare e quella reazionaria, oscurantista, populista e/o fascista. </p>



<p class="has-medium-font-size">È un terreno fertile su cui impostare una vasta campagna politica di ridisegno dei piani strategici europei. Si dovrebbe partire dai problemi reali di degrado ambientale e dalle loro cause, cercando soluzioni che tengano conto dalle necessità concrete delle comunità, superando e rompendo i confini dei vetusti e anti-storici stati attuali. </p>



<p class="has-medium-font-size">Andrebbe tenuto conto delle caratteristiche geografiche, socio-economiche, demografiche dei luoghi reali, al di là degli interessi particolari dei ceti dominanti, per rivedere radicalmente il modello di produzione e distribuzione dell’energia. </p>



<p class="has-medium-font-size">Occorrerebbe riformulare gli stessi paradigmi teorici e operativi della ricerca e della realizzazione tecnologica, in un’ottica meno competitiva e decisamente più collaborativa e progressiva, a distanza dai meccanismi di estrazione di valore e di speculazione finanziaria che oggi imperversano in ogni settore. </p>



<p class="has-medium-font-size">Lo stesso discorso vale per molti altri beni comuni, come l’acqua, il suolo fertile, la produzione di cibo, la salubrità ambientale, i trasporti, la gestione dei flussi migratori. </p>



<p class="has-medium-font-size">Su questi temi, l’autodeterminazionismo europeo, nelle sue varie articolazioni, a prescindere dagli obiettivi specifici, potrebbe/dovrebbe avere qualcosa da dire. Nel suo insieme non costituirebbe una forza così piccola e ignorabile. Ma, certo, serve che le realtà locali facciano prima di tutto un grande sforzo di consapevolezza e poi di organizzazione, per potersi connettere al livello sovra-locale in modo attivo e costruttivo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Detta così suona come un’utopia. Ma non sono sicuro che si tratti di una mera ipotesi speculativa. A noi, per quanto ci riguarda, spetta il compito di impostare il discorso e tradurlo in pratiche efficaci nel nostro contesto. Con la consapevolezza che tutto congiura a nostro sfavore. Non a sfavore dell’indipendentismo sardo o di questa o quella sua declinazione soggettiva, ma a sfavore della stessa sopravvivenza della collettività umana sarda come da otto millenni a questa parte è arrivata, bene o male, fin qui.</p>
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		<title>Mobilitazioni pro-Palestina, movimenti popolari e onda nera: Europa, Italia, Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 16:11:05 +0000</pubDate>
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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="700" height="466" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-6149" style="width:642px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine-640x426.jpg 640w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading">Lo sciopero generale del 22 settembre, chiamato in solidarietà alla causa palestinese, ha non solo avuto un notevole successo di partecipazione, ma ha anche inevitabilmente suscitato molte riflessioni. Anche in Sardegna.</h2>



<p class="has-medium-font-size">Lo stupore per la riuscita di quella manifestazione non mi pare giustificato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Momenti di solidarietà collettiva, pubblica, anche in occasioni mediatiche di rilievo, si sono succeduti nel corso degli ultimi anni. L&#8217;ostensione di bandiere palestinesi è ormai fatto comune in moltissimi centri abitati, grandi e piccoli, del Vecchio continente, Italia e Sardegna comprese.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che, in un certo momento, tutte queste energie emotive abbiano trovato un punto di caduta non deve stupire. Non deve stupire nemmeno che l&#8217;occasione sia stata estranea all&#8217;azione dei partiti maggiori e dei sindacati confederali, ormai privi di qualsiasi credibilità politica, su questa faccenda come su altre (ma in questo caso con aggravanti).</p>



<p class="has-medium-font-size">Notevole, piuttosto, l&#8217;adesione delle giovani generazioni, non solo in età universitaria ma anche adolescenti. Notevole, ma anche in questo caso non sorprendente. La gioventù ha da sempre un senso istintivo per il giusto e l&#8217;ingiusto, che con l&#8217;avanzare dell&#8217;età viene filtrato ed elaborato attraverso studio, esperienze, propensioni, pregiudizi. Al contrario di quanto si dice, la gioventù di oggi non è più stupida, stordita, menefreghista o ignorante di quelle che l&#8217;hanno preceduta.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quel che è successo in Palestina (e non solo nella Striscia di Gaza) fino alla labile tregua imposta da Trump è talmente abnorme da non poter essere edulcorato neppure dai potentissimi dispositivi degli establishment statali, continentali, internazionali. Travolge qualsiasi tentativo di sviamento, di manipolazione, di disinformazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va sempre tenuto conto che tutto ciò si inserisce in una generale deriva reazionaria, attiva a vario livello. Le destre che si contendono lo spazio politico europeo e occidentale &#8211; quella oligarchica ordo-liberista e quella para, cripto, neo fascista &#8211; sono impegnate sia sul fronte della contesa tra loro, sia su quello della criminalizzazione del dissenso e di ogni istanza realmente emancipativa. Non tollerano alcuno slittamento politico verso una riformulazione democratica e solidale dei rapporti internazionali e verso qualsiasi forma di riconquista di diritti sociali e civili.</p>



<p class="has-medium-font-size">Alcuni osservatori (come <a href="https://jacobinitalia.it/e-nato-un-movimento/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Jacobin </a>o i <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2025/09/22-settembre/#more-58921" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >WuMing</a>) hanno parlato di un nuovo &#8220;movimento&#8221;, grosso modo globale, alla stregua delle mobilitazioni pre G8 di Genova 2001, o di quelle pacifiste del 2003, o di quelle suscitate dalla crisi finanziaria del 2008. Probabilmente il parallelo è giustificato. L&#8217;entusiasmo un po&#8217; meno, visto come sono andati a finire questi precedenti.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poi, &#8220;finire&#8221; è una parola grossa. Più che altro si tratta di sconfitte contingenti dentro una dinamica storica profonda, in cui siamo immersi dalla fine della Guerra fredda. Sono fenomeni che non scompaiono del tutto. L&#8217;andamento è carsico. Basta un minimo ricambio generazionale, che per altro non annulla la partecipazione dei reduci delle esperienze passate, e il gioco ricomincia.</p>



<p class="has-medium-font-size">In ogni caso, mi convince l&#8217;approccio del collettivo WM, con il richiamo alla riflessione di <a href="https://edizionialegre.it/product/ne-verticale-ne-orizzontale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Rodrigo Nunes</a>. Mi convince anche perché mi sembra particolarmente fecondo riguardo alla situazione sarda.</p>



<p class="has-medium-font-size">Anche nell&#8217;isola le manifestazioni pro-Palestina &#8211; il 22 settembre e in altre circostanze &#8211; sono state diffuse e tutte alquanto partecipate. Da tempo è facile imbattersi in bandiere palestinesi sventolanti dai balconi di molti municipi e dalle finestre di molte case private. E poi in occasione di festival culturali, raduni pubblici di varia natura, feste di piazza, manifestazioni sportive.</p>



<p class="has-medium-font-size">Francesca Albanese, qualche settimana fa, ospite del festival &#8220;Capudanne de sos poetas&#8221; (Settembre dei poeti) di Sèneghe (OR), ha dichiarato che per lei è più facile parlare di quel che succede in Palestina in contesti che hanno esperienza e coscienza di colonialismo. Forse è stata un po&#8217; ottimista, soprattutto perché si rivolgeva a un pubblico formato prevalentemente da persone del ceto medio istruito sardo, tipicamente ostile o quanto meno timoroso verso la &#8220;questione sarda&#8221;, ma non aveva torto.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna da molti anni esiste una diffusa solidarietà verso il popolo palestinese ed è attiva l&#8217;<a href="https://www.sardegnapalestina.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Associazione di Amicizia Sardegna-Palestina</a>. Non di rado e da anni le bandiere palestinesi sventolano nelle manifestazioni contro l&#8217;invadente occupazione militare dell&#8217;isola (occupazione ad opera del Ministero della Difesa italiano, ricordiamolo).</p>



<p class="has-medium-font-size">La questione ora, in Sardegna come in Italia, in Italia come in Europa e anche in altri paesi &#8220;occidentali&#8221; (ma non solo), è: come e quanto sarà possibile politicizzare a far diventare una forza politica di massa questo vasto e policromo movimento popolare, specie ora che il peggio sembra (sembra) passato? E siamo dispost3 a sobbarcarci le conseguenze di una rinnovata, prevedibilmente lunga, stagione di mobilitazione politica?</p>



<p class="has-medium-font-size">Conseguenze che comprendono, visti i tempi, la repressione più dura e varie tecniche più o meno subdole di inquinamento e disarticolazione del fronte democratico. Non esclusa una nuova &#8220;strategia della tensione&#8221;. Il vittimismo messo in scena da tutte le destre dopo l&#8217;omicidio di Charlie Kirk negli USA e altri episodi minori in Italia e altrove, amplificati a dovere, lascia intravvedere la possibilità di una prossima ulteriore stretta autoritaria.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il <a href="https://www.fanpage.it/politica/il-consigliere-di-mattarella-si-difende-da-accuse-di-fdi-nessun-complotto-contro-meloni-era-una-chiacchierata/" target="_blank"  rel="nofollow" >recentissimo attacco della destra italiana al presidente della repubblica </a><a href="https://www.fanpage.it/politica/il-consigliere-di-mattarella-si-difende-da-accuse-di-fdi-nessun-complotto-contro-meloni-era-una-chiacchierata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Mattarella</a> non è un episodio estemporaneo di cattiva creanza istituzionale, ma rientra coerentemente nel vasto disegno di deviazione autoritaria in corso, sia pure nelle forme caute, in stile &#8220;rana bollita&#8221;, a cui si affida il fascismo attuale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questo disegno ha buone possibilità di riuscita, visto il dominio anche culturale delle destre e la mediocrità delle opposizioni organizzate.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Europa, dove le destre comunque godono di ottima salute, la situazione è complicata dal discredito che l&#8217;UE ha guadagnato anche nelle sinistre, nei movimenti ambientalisti e democratici radicali e autodeterminazionisti. Col risultato paradossale che anche da quelle parti sostanzialmente si lavora &#8211; spesso inconsapevolmente &#8211; per un ritorno agli stati-nazione nella loro forma più chiusa e reazionaria.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna, parliamone. E per parlarne non si può prescindere dalla specificità del contesto socio-culturale e politico sardo. Che va considerato in tutta la sua stratificazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Al fondo esiste una identificazione diffusa che fa dell&#8217;appartenenza sarda un elemento totalizzante o comunque prevalente della percezione di sé della popolazione isolana. Tale identificazione <a href="https://www.ilsussidiario.net/news/siamo-prima-sardi-e-poi-italiani-il-rapporto-sulla-sardegna-identita-nazionale-e-lontana/2881852/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >è ormai certificata da tempo</a>. Fanno riflettere, e in certo modo anche sorridere, le periodiche reazioni di stupore, fastidio, astio, o i maldestri tentativi di smentita basati su argomentazioni fallaci da parte dei custodi dell&#8217;ortodossia culturale &#8220;nazionale&#8221; (ossia italiana); quella che ci vuole rinchiudere nell&#8217;etichetta di provincia marginale, esotica, arretrata, riottosa dell&#8217;Italia (in proposito, vedi <a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2025/09/13/news/il-folclore-contro-la-modernita-e-i-falsi-miti-che-ci-distinguono-dai-continentali-1.100760773" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a>, <a href="https://www.sindipendente.com/2025/09/20/perche-michele-cossa-dei-riformatori-sullinsularita-ha-torto-e-sui-luoghi-comuni-di-luciano-piras-simprenta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui </a>e <a href="https://www.sindipendente.com/2025/09/21/questione-indipendentista-questione-democratica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a>).</p>



<p class="has-medium-font-size">C&#8217;è poi, legata alla prima, una costante antropologica/sociologica di malessere e di vago istinto di ribellione piuttosto diffusi che non ha nulla a che fare con presunte caratteristiche congenite nella &#8220;sarda genia&#8221; (come invece vuole la vulgata identitaria), bensì discende da chiare vicende storiche degli ultimi due secoli.</p>



<p class="has-medium-font-size">Su questo si innestano le cicliche riemersioni di movimenti popolari antagonisti verso l&#8217;assetto politico e socio-economico vigente, quasi sempre suscitate da circostanze occasionali ma non contingenti né casuali: dalla richiesta di riforme in ambiti specifici, alla protesta verso decisioni governative, ecc.</p>



<p class="has-medium-font-size">Su un livello più strettamente politico va considerata l&#8217;esistenza secolare del sardismo organizzato e, da un sessantennio, dell&#8217;indipendentismo contemporaneo, elementi non marginali né contingenti dello scenario politico sardo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Oggi la mobilitazione popolare riguarda soprattutto l&#8217;aggressione coloniale di soggetti privati, spalleggiati dallo Stato italiano, che vorrebbe trasformare la Sardegna in una mega batteria elettrica. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;operazione è stata a lungo spacciata come necessaria risposta italiana alla crisi ambientale e climatica, ma oggi ormai non se ne nasconde più la natura puramente estrattiva e l&#8217;estraneità a qualsiasi reale transizione ecologica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Si fanno anzi dichiarazioni pubbliche a favore delle fonti fossili e addirittura si prospetta l&#8217;imposizione del nucleare. Tutto in Sardegna, naturalmente, definita dalla stessa presidente della Regione Auto(no)ma Alessandra Todde una &#8220;area di sacrificio&#8221; (da tenere a bada con sconti in bolletta).</p>



<p class="has-medium-font-size">La composizione della mobilitazione che si oppone a questa ennesima aggressione coloniale è eterogenea, spuria, meticcia. E questa è la sua forza. Ne è anche un limite, nella misura in cui non si riuscirà a politicizzarla e a farla diventare una spinta popolare verso cambiamenti politici più generali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa per altro è solo una delle vertenze aperte, la più generalizzata e organizzata (a suo modo). Ma non vanno dimenticate quelle sulla sanità pubblica, quelle sui trasporti e tutte le altre mobilitazioni, più localizzate o settoriali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il quesito sulla natura della mobilitazione pro-Pal e sulla possibilità che essa si traduca in una forza politica reale, di massa, in Sardegna va dunque declinato alla luce della specificità locali (che non sono necessariamente localistiche). Contrapporla a quelle già in campo è sbagliato. Vanno anzi ricondotte al medesimo ecosistema di lotte dentro il quale hanno diritto di cittadinanza provenienze, posture, metodi e linguaggi diversi. Tale eterogeneità va accettata e vissuta come una ricchezza, senza tentazioni egemoniche o settarismi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Come ho scritto altrove, la stessa mobilitazione contro il neo-colonialismo energetico potrebbe essere uno spunto per ragionare in termini più ampi, su scala sovralocale, sull&#8217;intera questione. La transizione produttiva e politica richiesta dalla crisi ambientale e climatica in corso per sua natura non può essere locale e nemmeno statale. Un terreno dunque in cui si può giocare un rilancio della prospettiva europeista, partendo dai casi locali, su una base internazionalista, solidale e confederalista.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non a caso questi temi sono considerati da tutte le destre come temi chiave, problematici, da avversare, da delegittimare, in Europa e nell&#8217;intero Occidente. Oppure da sfruttare, capziosamente, per consolidare l&#8217;oligarchia finanziaria e speculativa che domina la scena capitalista occidentale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Con lo sfondo del mutamento storico in corso, in cui emergono la crisi dei grandi regolatori internazionali (ONU, Corte penale Internazionale), il ritorno della guerra come mezzo ordinario di soluzione dei rapporti tra stati, le velleità imperiali dei maggiori organismi politici, dagli USA alla Cina, passando per la Russia putiniana e l&#8217;India di Modi, la forza dei grandi agglomerati economico-finanziari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Uno dei limiti del movimento sardo così come di quello italiano (su quello di altri contesti non saprei, con precisione) è proprio il drammatico equivoco nella lettura dello scenario internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size">A partire dalla guerra in Ucraina. La responsabilità di questo conflitto &#8211; emerge ancora da troppi discorsi &#8211; sarebbe dell&#8217;Ucraina e, prima ancora, della NATO e dell&#8217;Occidente. Dell&#8217;Ucraina si delegittima la stessa pretesa a esistere e se ne enfatizzano o il preteso orientamento &#8220;nazista&#8221; o, oggi in modo prevalente, i problemi di corruzione, usando spesso l&#8217;argomento &#8220;del fantoccio&#8221; (ossia una rappresentazione caricaturale, forzata ad arte) ai danni della sua leadership. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che la NATO c&#8217;entri poco con l&#8217;invasione russa delle province orientali ucraine, è un dato storico piuttosto acclarato. Così come parlare di &#8220;Occidente&#8221; e farne il nostro &#8211; ossia di noi che ci viviamo &#8211; nemico principale è una posizione vagamente surreale, in tempi di trumpismo e di anti-europeismo diffuso tra le due sponde dell&#8217;Atlantico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non la faccio più lunga di così, ma è un problema di lettura deficitaria della realtà. E non è un problema da poco.  </p>



<p class="has-medium-font-size">Il sentimento anti-ucraino e pro-Russia è largamente diffuso anche tra chi manifesta a favore della Palestina. Anche in Sardegna. Un cortocircuito in cui proliferano disinformazione e abbagli politici.</p>



<p class="has-medium-font-size">La critica alla politica di riarmo europea &#8211; politica certamente discutibile per tanti versi &#8211; è troppo spesso astratta, infarcita di &#8220;idee senza parole&#8221;, di slogan riesumati dalle mobilitazioni del secolo scorso, di bersagli completamente sbagliati.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il riarmo europeo andrebbe criticato su tutt&#8217;altro piano, dato che con l&#8217;Ucraina, in realtà, ha poco a che fare. E dato che la Russia è tutt&#8217;altro che una vittima, in questa faccenda. </p>



<p class="has-medium-font-size">La Russia, così come l&#8217;amministrazione Trump negli USA, ha da tempo identificato nell&#8217;Europa democratica &#8211; pur con tutti i suoi limiti &#8211; un nemico storico. Tanto più pericoloso, quanto più affascina altre popolazioni, e in primis quelle che Putin e il suo establishment vorrebbero ricondurre sotto l&#8217;ombrello imperiale russo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Da qui quella sorta di guerra sotto traccia contro l&#8217;Europa, fatta non di grandi manovre campali con carri armati e aviazione al seguito, ma soprattutto di azioni di disturbo, provocazioni, attacchi informatici. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;establishment politico del Vecchio continente ha il problema di essere stato a lungo compromesso col regime russo e oggi deve mostrarsi ostile a esso, mentre cresce l&#8217;influenza russa nella politica interna degli stati europei, grazie alle molte e robuste teste di ponte (fasciste, più o meno dichiarate, o rossobrune, che è lo stesso) su cui può contare anche a livello di governi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma anche chi individua nella Russia di Putin una controparte lo fa troppo spesso in modo strumentale, con altri obiettivi, senza attribuire mai a questa minaccia la sua vera natura. Che è una manifestazione della più generale onda nera internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;internazionale nera (comprese le sue propaggini camuffate da sinistra antagonista) si muove in modo sorprendentemente coerente. Basta frequentare un po&#8217; i social, per vedere come nel giro di poche ore partano vere e proprie campagne in cui migliaia e migliaia di profili, molti dei quali corrispondenti a persone vere, magari che conosciamo direttamente, si muovono all&#8217;unisono, usando le stesse parole chiave, le stesse frasi, gli stessi stratagemmi manipolatori.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è uno scherzo e non si tratta di una campagna di occupazione degli spazi social fine a se stessa. Il futuro prossimo ci riserva un attacco duro, spietato a tutte le conquiste democratiche, portato avanti non solo e non tanto con strumenti violenti ma prima di tutto svuotando dall&#8217;interno la stessa democrazia rappresentativa e minando la solidarietà tra i popoli.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quando critichiamo le nostre democrazie e l&#8217;Occidente, con ottime ragioni beninteso, dovremmo anche sempre tenere presente che nel resto del pianeta non è che esistano regimi meravigliosi. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;esaltazione che vedo anche a sinistra per la nuova presunta fase multipolare e sulla crisi finale dell&#8217;egemonia USA mi sembra un abbaglio pericoloso. Non perché io faccia il tifo per il dominio imperiale globale degli USA (che ho sempre contestato e che comunque non è riuscito a compiersi), ma perché il nemico del mio nemico potrebbe essere un mio nemico ancora peggiore.</p>



<p class="has-medium-font-size">Negare che l&#8217;Europa sia una vittima designata dei vari attori forti della scena mondiale è un errore, oppure una consapevole operazione di sviamento. Gioire per la sua sconfitta non mi pare molto intelligente, da parte nostra, quale che sia il nostro giudizio sull&#8217;attuale UE. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il mio è negativo, ma non amo il vuoto o peggio il caos, che vengono sempre riempiti da qualcosa, solitamente di brutto. E in ogni caso non rinuncerei a cuor leggero alle conquiste politiche e sociali costate tanti sacrifici a chi ci ha preceduto. </p>



<p class="has-medium-font-size">La lotta per la democrazia, per i diritti e per la solidarietà internazionale, la stessa aspirazione alla pace sono da perseguire e da rilanciare, ma basandoci su dati di realtà. Senza cedimenti &#8211; magari illusoriamente momentanei, tattici &#8211; alle istanze conservatrici o peggio reazionarie, neo-nazionaliste e oscurantiste oggi egemoniche, ma anche senza illusioni.</p>



<p class="has-medium-font-size">La stessa mobilitazione pro-Palestina non deve nascondere le contraddizioni di un mondo, quello dell&#8217;Asia occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), complesso e attraversato da pulsioni diverse, a loro volta conflittuali al proprio interno, in ogni caso non riconducibile ai nostri modelli e alle nostre cornici culturali e politiche.</p>



<p class="has-medium-font-size">La dialettica tra il preteso universalismo dei diritti umani e la concreta articolazione situata dei rapporti sociali e delle stratificazioni culturali deve indurci a contemplare sempre la complessità come cifra ineludibile della vita umana associata, a tutte le latitudini.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ciò, tuttavia, non deve impedirci, nel nostro contesto, di perseguire la difesa e il rilancio delle conquiste sociali e politiche degli ultimi secoli della storia europea. Liberandoci della zavorra colonialista e suprematista e ri-legittimando, su un piano più avanzato di quello raggiunto con l&#8217;Unione Europea, l&#8217;internazionalismo e il solidarismo tra popoli come elemento fondante di una nuova democrazia continentale.</p>



<p class="has-medium-font-size">È l&#8217;unico contesto in cui può avere successo un processo di autodeterminazione democratica in Sardegna, necessaria via di uscita positiva della nostra crisi storica.</p>
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		<title>Uscire dal tunnel: la politica di cui c&#8217;è bisogno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:41:44 +0000</pubDate>
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<h3 class="wp-block-heading">Passate le elezioni, la Sardegna ripiomba nella sua solita condizione deficitaria, senza che alle viste ci sia una svolta politica adeguata alla situazione.</h3>



<p class="has-medium-font-size">Non c&#8217;è da attendersi nulla dalla nuova giunta PD-5stelle (e soci minoritari). La sua composizione, i centri di interesse a cui risponde e la qualità dei suoi membri fanno intravvedere la solita navigazione a vista, senza sussulti, magari con qualche annuncio roboante senza alcun seguito concreto, o qualche intervento simbolico. Ci sarà un po&#8217; di spoils system, con compromessi e contrappesi che non intacchino gli equilibri consolidati e non scatenino faide difficilmente ricomponibili. Nessuna svolta strategica, nessun intervento radicale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nemmeno dall&#8217;opposizione consiliare c&#8217;è da attendersi qualcosa di buono. D&#8217;altronde, sono grosso modo sempre quelli che c&#8217;erano prima, e sappiamo come sono andate le cose.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che serva una politica meno cialtrona e decisamente più al passo con le necessità stringenti di questi tempi è un&#8217;evidenza empirica, non certo una presa di posizione ideologica. È paradossale che questa politica di cui c&#8217;è bisogno la si debba cercare fuori dalle istituzioni.</p>



<p class="has-medium-font-size">Qui c&#8217;è uno dei nodi più evidenti da sciogliere, che non sarà sciolto, <em>sua sponte</em>, nemmeno dal neo-eletto consiglio regionale né dalla giunta Todde: la legge elettorale. La già malandata democrazia rappresentativa, in Sardegna, come si sa, è ridotta a una sorta di fiction neanche tanto appassionante. Non solo per la scarsa qualità degli interpreti (quasi sempre maschi, a dispetto della retorica sulla &#8220;prima presidente donna della RAS&#8221;), ma anche, se non soprattutto, per i meccanismi di selezione e di elezione dei rappresentanti del popolo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Escludere più di metà dell&#8217;elettorato &#8211; tra astenuti e voti validi privati di esito nei seggi &#8211; da qualsiasi rappresentanza in quello che dovrebbe essere il massimo consesso democratico sardo è un vulnus innegabile e scandaloso. Di cui a Palazzo ci si dimenticherà immediatamente.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poi c&#8217;è la necessaria riforma della Regione e dell&#8217;intero ambito amministrativo sardo. L&#8217;inefficienza e la pessima qualità delle amministrazioni pubbliche isolane è un costo pesantissimo che si aggiunge agli altri. </p>



<p class="has-medium-font-size">Fuori dai confini delle carenze istituzionali e amministrative, restano sul tappeto, intonsi, tutti i problemi strutturali che ci accompagnano da decenni, in qualche caso potremmo dire da secoli. Di questione sarda, e pressoché nei medesimi termini odierni, si parla dalla fine dell&#8217;Ottocento. Mi piacerebbe che si tenesse più conto di questo dato agghiacciante.</p>



<p class="has-medium-font-size">Uno degli elementi decisivi della questione sarda, che piaccia o non piaccia, è il rapporto asimmetrico con lo Stato italiano. La condizione subalterna e dipendente della Sardegna non ha fatto che produrre guasti e disastri, anche laddove ci sono stati tentativi di intervenire strategicamente (pensiamo al Piano di Rinascita).</p>



<p class="has-medium-font-size">Di questo la politica sarda ha sempre fatto fatica ad occuparsi con la dovuta solerzia. Troppo rischioso mettere in discussione la dipendenza dell&#8217;isola dall&#8217;Italia, che implica anche questioni geo-strategiche e equilibri politici sovralocali non da poco. La nostra classe dirigente (chiamiamola così, per comodità), dalla Rivoluzione Sarda in poi, ha sempre preferito un ruolo di intermediazione e di salvaguardia dei propri vantaggi di parte, a quello di reale ceto dirigente radicato nel territorio e rappresentativo degli interessi generali dell&#8217;isola. È un tratto ancora ben visibile nella politica e persino in larga parte del mondo intellettuale e accademico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Fuori di lì, tuttavia, qualcosa si muove. Non è più nemmeno tanto il movimento indipendentista a spingere per una soluzione strategica alla situazione attuale, troppo preso dalla difesa della propria identità e della propria metafisica. Paradossalmente, alcune proposte avanzate arrivano da gruppi e ambiti sociali che sono ancora ostili all&#8217;idea della separazione dall&#8217;Italia, ma di fatto sono ormai disposti a mettere in discussione subalternità e dipendenza, affrontandone le cause.</p>



<p class="has-medium-font-size">Traggo questa sensazione dopo la campagna elettorale e dopo aver ascoltato le relazioni di un convegno organizzato il 18 aprile a Cagliari dalla Scuola di cultura politica Francesco Cocco (in rete potete recuperare l&#8217;intera registrazione video; mi ritrovo in diversi interventi, soprattutto in quello di Danilo Lampis).</p>



<p class="has-medium-font-size">In tale circostanza, esponenti del mondo accademico, della politica e delle professioni si sono alternati per delineare non solo un quadro della situazione &#8211; che del resto è sotto gli occhi di tutte e di tutti &#8211; ma anche alcune possibili linee di intervento per cominciare a invertire la rotta. Agendo, intanto, sul piano istituzionale, legislativo e appunto politico.</p>



<p class="has-medium-font-size">A dispetto delle differenze e di antiche diffidenze, va detto che la convergenza e la consonanza sono risultate sorprendenti. Partendo da punti di vista diversi e utilizzando chiavi interpretative iniziali non facilmente sovrapponibili, le necessità su cui agire e anche gli strumenti da impiegare hanno coinciso in larghissima misura.</p>



<p class="has-medium-font-size">Allo stesso modo, <em>consuona</em> con tutto questo e fa anche un po&#8217; da sintesi l&#8217;intervento a proposito di riforme istituzionali e statutarie di Tonino Dessì, che recupero da Facebook (senza linkarlo, abbiate pazienza):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Addendum. Per una nuova specialità della Sardegna. Uno Statuto federalista e dei diritti dei Sardi. <br />Il tema storico ed eminentemente politico che si pone oggi per la specialità della Sardegna non è meramente rivendicativo. Si tratta di stabilire all’interno della comunità sarda se e in quale misura essa intende e ritiene possibile e sostenibile, dal punto di vista delle risorse occorrenti, non solo finanziarie, assumere per le istituzioni dell&#8217;autogoverno (Regione e sistema delle autonomie) il massimo possibile dei poteri pubblici, compresa un’ulteriore parte di quelli statuali. <br />La riformulazione del nuovo Statuto sardo si dovrebbe fondare su questi presupposti:-la permanenza delle ragioni della specialità sarda intesa anzitutto come dato originario, ossia come ineliminabile esigenza di un ordinamento che esprima la soggettività di una comunità storica (definita sia pure incidentalmente nello Statuto vigente come “popolo sardo”), i cui tratti identitari si sono rafforzati nei sessant’anni di autonomia regionale; <br />-la permanenza della necessità dell’ordinamento speciale quale strumento per assicurare, in una realtà così differente dalle altre, la tutela dei diritti fondamentali e il conseguimento dell’uguaglianza sostanziale tra cittadini, comunità, popoli, persone appartenenti alla Repubblica; <br />-l’adeguamento a tale realtà differenziata del principio costituzionale di pari dignità tra le componenti costituzionali della Repubblica elencate dall’articolo 114 Cost. <br />Lo sfondo è costituito dalla prospettiva che nel territorio della Sardegna la Repubblica agisca in via generale attraverso i poteri regionali e locali, mentre l’altro soggetto della Repubblica, lo Stato, vi agirebbe sempre più residualmente, o, per meglio dire, sussidiariamente, non solo nell&#8217;esercizio della funzione legislativa, ma anche nell&#8217;esercizio di funzioni organizzative e amministrative. <br />La Sardegna dovrebbe quindi essere dotata di più poteri e, per esercitarli al meglio, dovrebbe poter contare su maggiori quote delle risorse prodotte nel rispettivo territorio, posto che la Regione è comunque subentrata allo Stato non solo nei servizi (istruzione, formazione professionale, sanità), ma anche nel sostegno alle attività produttive, comprese quelle superstiti dopo la privatizzazione delle Partecipazioni statali e nel far fronte alle conseguenze sociali della ristrutturazione (e del ridimensionamento) della grande industria. <br />Ma vi sono ancora altri ambiti cui è necessario rivolgere un interesse non inferiore rispetto a quello tradizionalmente concentrato sull’ampliamento delle potestà legislative o dell’autonomia finanziaria. <br />Vi è un interesse attuale e concreto alla pari dignità istituzionale nei rapporti bilaterali con lo Stato (insieme al quale, ma distintamente da esso, tutte le Regioni sono articolazioni della Repubblica). <br />Vi è un interesse attuale e concreto a essere rappresentata distintamente nelle sedi di decisione e di concertazione nazionali (ancor più dal momento in cui non si è realizzato l’obiettivo di istituire un Senato federale). <br />Vi è un interesse ormai impellente a una propria rappresentanza nelle sedi europee di concertazione e di decisione. <br />Ovviamente permane l’interesse a che siano garantiti non tanto prerogative o privilegi non giustificati nè giustificabili, bensì quella quota di diritti che caratterizzano la specificità della condizione geografica, linguistica, culturale, ambientale e paesaggistica sarda. <br />Nella dimensione così delineata il nuovo Statuto speciale potrebbe contenere importanti elementi di novità. <br />Ragionevolmente quel che sovviene, a questo proposito, è l&#8217;idea che il nuovo Statuto speciale dovrebbe contenere alcune specificazioni in tema di diritti fondamentali aggiuntive, esplicative, integrative dei contenuti della Costituzione, senza perciò esorbitare dalla naturale sfera di competenza di uno statuto regionale. <br />Si pensi ai diritti speciali dei sardi in quanto: <br />a) appartenenti a una comunità distinta e unitariamente intesa, cioè a un popolo; <br />b) titolari di un peculiare patrimonio storico, culturale e linguistico; <br />c) abitanti di un&#8217;isola. <br />Diritti che la Repubblica nel suo insieme (Stato e Regione in concorso tra loro) si impegnerebbe a garantire: <br />-per gli aspetti sub a) riconoscendo i corrispettivi poteri di autogoverno; <br />-per quelli sub b) attribuendo ai sardi il potere di coltivare e di promuovere, in condizioni di parità con la cultura italiana e con quelle europee, il proprio patrimonio identitario; <br />-per le esigenze sub c) impegnandosi ad assicurare agli isolani sia la possibilità di esplicare prioritariamente nell&#8217;Isola il proprio lavoro, sia, specularmente, il godimento di pari opportunità di comunicazione e di mobilità col resto del continente europeo. <br />Ma non vi sono ragioni per cui una Regione speciale mediterranea e insulare non possa affermare nel proprio Statuto anche principi che esaltino la sua storica attitudine a essere terra d&#8217;asilo e di ospitalità, alla luce degli ancor più vasti processi contemporanei di mobilità e quindi a esercitare una propria autonoma competenza nel campo della cooperazione internazionale e persino in quello dell’accoglienza dei migranti e dei profughi. <br />D&#8217;altra parte lo Statuto potrebbe contenere statuizioni in ordine alle caratteristiche dello sviluppo economico-sociale dell’Isola (si pensi al principio di coesione interna e alla perequazione tra i suoi territori, o al principio dello sviluppo sostenibile e quindi della tutela dell&#8217;ambiente e del paesaggio intesi come beni da preservare per l&#8217;intera specie umana e per le future generazioni). <br />Norme di rango costituzionale tali da dar luogo per un verso a competenze, per altro verso a prescrizioni o a limiti nell&#8217;esercizio delle stesse, insomma, cioè, a una specifica categoria di diritti-doveri non derogabili né da parte dello Stato, né da parte della stessa Regione. <br />Infine la collocazione nell&#8217;ambito europeo investe un ulteriore problema. <br />Si dovrebbero infatti rivisitare in chiave più attuale i temi connessi alla rinascita contemplati dall&#8217;attuale articolo 13 dello Statuto, anche alla luce del principio di insularità recentemente introdotto nell’articolo 119 della Costituzione. Lo Statuto sardo, nella sua sezione economico-finanziaria, dovrebbe sviluppare questa dimensione, con disposizioni che impegnino la Repubblica a sostenere la Sardegna al fine di ottenere regimi fiscali, doganali, di aiuto all&#8217;economia differenziati, utili all&#8217;abbattimento del costo-insularità.Uno Statuto che assumesse questo respiro dovrebbe essere concepito, prima ancora che come strumento regolatore delle competenze di enti e dei rapporti tra soggetti pubblici, come Statuto di diritti in generale. <br />Tra questi diritti dovrebbero essere precisati anche i diritti dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione: diritti di partecipazione e di interdizione, diritti procedimentali, diritti prestazionali. <br />Lo Statuto dovrebbe contenere perciò anche norme direttive vincolanti il legislatore regionale, nell’esercizio della potestà ad esso attribuita di definire, con propria legge “statutaria” rinforzata, la forma di governo e l’organizzazione interna della Regione, al fine di permeare l&#8217;ordinamento di quel tasso di democraticità che decenni di burocratismo hanno soffocato.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Come si vede, ce n&#8217;è più che abbastanza per confezionare un vero programma politico e costruirci intorno una forma di aggregazione che possa esercitare intanto, fin da subito, una certa pressione dall&#8217;esterno sulle istituzioni; ma che possa anche farsi a sua volta schieramento da sottoporre al voto, alla prima occasione.</p>



<p class="has-medium-font-size">I giochi elettorali basati sullo schema &#8211; artificioso e vuoto di senso politico &#8211; del duo-polio consociativo e oligarchico di matrice italiana sono un lusso che non possiamo più permetterci. D&#8217;altra parte, è difficile scardinarne il dominio, data la legge elettorale vigente e data la disarticolazione sociale e politica di cui soffre l&#8217;isola. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ma se le forze ancora vitali e sane, che pure esistono e sono attive, così come le residuali forze indipendentiste, il mondo della cultura e delle università non organico ai centri di potere dominanti, i gruppi sociali non assoggettati, trovassero il modo di costituire una sorta di blocco storico democratico intorno a un tale programma, non è detto che non si potrebbe mutare l&#8217;inerzia mortifera in corso.</p>



<p class="has-medium-font-size">Servirebbe uno sforzo di generosità e di pragmatismo, senza rinunciare alle proprie anime. Nessuno vieta alle forze indipendentiste di avere come obiettivo strategico la costituzione di uno stato sovrano sardo, né ai federalisti di immaginare un esito storico che risponda alla loro visione. Non c&#8217;è nemmeno bisogno di essere anti-italiani e/o nazionalisti sardi. Si tratta di provare a realizzare qualcosa di realizzabile, date le condizioni storiche attuali. Una tappa strategica necessaria, su cui poi eventualmente allestire un ulteriore confronto democratico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che dobbiamo cominciare a ragionare su un altro livello, che non siano solo slogan e rivendicazioni, ma anche risposte ai quesiti che ci pone il nostro tempo, mi pare un imperativo che non possiamo eludere.</p>



<p class="has-medium-font-size">Mi ci ha fatto pensare anche il convegno organizzato da Assemblea Natzionale Sarda la mattina del 28 aprile (Sa Die), a Cagliari. Gli interventi dei diversi ospiti internazionali hanno evidenziato quanto sia fondamentale cominciare a pensarsi come comunità sovrana, prima ancora di poter esercitare i poteri sovrani. Ci sono questioni aperte a cui non possiamo sottrarci fin da ora: la natura, la composizione e il ruolo dell&#8217;Unione Europea; le relazioni internazionali tra le due sponde del Mediterraneo e con l&#8217;est euro-asiatico; le dinamiche economiche e sociali globali; i mutamenti climatici e il degrado dell&#8217;ecosistema; la natura e la funzione dello stato e delle istituzioni internazionali. </p>



<p class="has-medium-font-size">Mi rivolgo soprattutto al mondo indipendentista, attualmente impegnato in un meritorio tentativo di ricomposizione: non basta riunire le forze se poi le si rivolge a battaglie di retroguardia o a semplici rivendicazioni identitarie. E non basta l&#8217;avanguardismo retorico. Occorre liberarsi dei paraocchi dogmatici, da setta, o da clan. La diffidenza verso i non indipendentisti, la passione per il proprio mondo fatto di parole, preferito a quello reale fatto di contraddizioni, attriti, problemi complessi, sono tutti difetti fuori tempo massimo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Mi pare che le nuove generazioni ne soffrano di meno. Confido che non soffochiamo queste labili, ma esistenti, nuove energie. </p>



<p class="has-medium-font-size">Non si può aspettare che finisca la legislatura regionale appena iniziata per provare poi a acconciare l&#8217;ennesimo accrocchio elettorale. Le battaglie vanno condotte fin da subito e con le alleanze che il terreno e le circostanze ci offrono. Dal livello locale a quello generale. Quelle che sembravano cupe nubi all&#8217;orizzonte della sorte della Sardegna si stanno addensando in una cellula ciclonica che minaccia devastazioni non rimediabili. Siamo chiamati all&#8217;ennesima assunzione di responsabilità collettiva.</p>
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		<title>La Sardegna nella crisi globale, ovvero dall&#8217;analisi alla proposta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 12:13:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Danilo Lampis ha reso pubblico in Rete un suo saggio dal titolo La Sardegna nella crisi globale tra rischi e prospettive, precedentemente uscito, in forma parzialmente diversa, in una pubblicazione della Fondazione Sardinia. Si tratta di una disamina molto accurata e documentata sulla condizione della Sardegna attuale dentro le dinamiche internazionali, con uno sguardo prospettico...</p>
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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="700" height="468" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/02/image-700x468.png" alt="" class="wp-image-5644" style="width:661px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/02/image-700x468.png 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/02/image-640x428.png 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2024/02/image.png 720w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading"><strong>Danilo Lampis</strong> ha reso pubblico in Rete un suo saggio dal titolo <em><a href="https://medium.com/@danilolampis/la-sardegna-nella-crisi-globale-tra-rischi-e-prospettive-8845e1d74c48" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" ><strong>La Sardegna nella crisi globale tra rischi e prospettive</strong></a></em>, precedentemente uscito, in forma parzialmente diversa, in una pubblicazione della <a href="https://www.fondazionesardinia.eu/ita/?page_id=175" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Fondazione Sardinia</a>. Si tratta di una disamina molto accurata e documentata sulla condizione della Sardegna attuale dentro le dinamiche internazionali, con uno sguardo prospettico rivolto non solo al passato e al presente, ma anche al futuro.</h4>



<p class="has-medium-font-size">Il saggio evoca temi e questioni trattati ampiamente anche qui su SardegnaMondo: le crisi globali nei loro risvolti socio-economici e politici, il declino della democrazia liberale europea, l&#8217;incrudirsi delle relazioni politiche e il crescente restringimento degli spazi di libertà anche nelle democrazie conclamate, l&#8217;incombere della guerra come mezzo ordinario e come scenario permanente. Riguardo la Sardegna c&#8217;è il problema della dipendenza e della subalternità, dentro una transizione storica che minaccia di soffocarne pressoché definitivamente ogni aspirazione di progresso autonomo, di benessere e di democrazia. Viene toccato il tema dell&#8217;autonomia differenziata, in agenda nel governo di destra oggi al potere a Roma. Viene messa in discussione la portata e la qualità della risposta della classe dirigente sarda alla sfida di questi tempi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Mi sembra un contributo estremamente importante, sia per la sua qualità analitica, sia per la mole di riferimenti teorici e di concetti chiave, sia per il suo respiro prospettico e strategico. L&#8217;asticella della politica sarda è drammaticamente bassa, quella del confronto intellettuale non è messa molto meglio. Il dibattito elettorale di queste settimane lo conferma, anche per responsabilità di un sistema di mass media mediocre e quasi sempre manipolatorio (sintomo di una democrazia tutt&#8217;altro che compiuta). Occorre dotarsi di un armamentario di riflessioni di alto livello, onde poter affrontare il presente e l&#8217;immediato futuro con qualche speranza di capirci qualcosa e dunque di poter agire con criterio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tanto più questo discorso è valido in tempi elettorali. Non tanto per determinare in qualche modo l&#8217;esito del voto (sarebbe impossibile), quanto piuttosto per avere un&#8217;idea di cosa fare dopo. È il &#8220;dopo&#8221; che di solito frustra i tentativi di costruire un&#8217;alternativa politica seria, in Sardegna. I motivi sono tanti. Uno è che le forze alternative al sistema oligarchico-clientelare-coloniale, che ha dominato la scena negli ultimi trent&#8217;anni (con rare e ben contenute eccezioni), non hanno mai maturato una capacità politica spendibile sul terreno della cruda realtà.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le forze sociali e culturali estranee all&#8217;apparato di potere podatario sardo si sono molto concentrate su se stesse, dedicandosi con ostinazione degna di miglior causa a irrobustire il proprio lessico, le proprie posture, i propri tic, in un circolo vizioso autoreferenziale che le ha spinte sempre più ai margini del discorso pubblico, senza impatto sulla vita concreta delle nostre comunità.</p>



<p class="has-medium-font-size">È il dramma di ogni metafisica. Scambiare il mondo delle parole per la realtà ha sempre prodotto disastri. Lo svelava Nietzsche, ne faceva un severo ammonimento Gramsci. Invece bisogna starci, dentro la realtà, con tutte le sue imperfezioni, le sue contraddizioni, le sue ibridazioni. Bisogna essere parte consapevole dell&#8217;ecosistema sociale, culturale e politico, agire dentro di esso come elemento vivo, connesso con gli altri. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il che chiama in causa prima di tutto le aspirazioni all&#8217;autodeterminazione, l&#8217;indipendentismo diffuso e quello organizzato, le istanze di radicale mutamento sociale e valoriale. Vanno ridefiniti i termini del proprio agire politico e anche le basi teoriche su cui esso si fonda. Va tenuta presente la natura transeunte della forma stato-nazione, nelle sue caratteristiche intrinseche e nel suo ruolo dentro le dinamiche contemporanee. Va ridefinita la democrazia stessa.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il saggio di Danilo Lampis offre una vasta gamma di argomentazioni e di riferimenti storici e teorici, da cui partire per avviare un dibattito produttivo e fecondo, nell&#8217;ottica di irrobustire e rendere definitiva la crisi del sistema di potere sardo, chiaramente in atto. </p>



<p class="has-medium-font-size">La crisi e la rottura del sistema di potere sardo è una condizione ovviamente necessaria, ma non sufficiente perché sia sostituito con qualcosa di meglio. Servono idee e azioni, azioni collettive, per salvarci dalle derive autoritarie, dalle tentazioni elitarie, dalle nuove forme di dipendenza, povertà e marginalità a cui sembriamo destinati. È un compito nostro, di chi vive adesso, comunque vadano le imminenti elezioni.</p>
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		<title>Un&#8217;estate pre-elettorale: ciò che c&#8217;è, ciò che servirebbe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 10:58:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono iniziate le grandi manovre pre-elettorali, in Sardegna. La prossima scadenza della legislatura regionale (febbraio 2024) sollecita attori politici e sociali al risveglio e all&#8217;azione. Ma il quadro rimane desolante, sia per la deficitaria condizione democratica dell&#8217;isola, sia per la sua precaria condizione materiale. Prima di tutto è da vedere se le elezioni avverranno alla...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/06/27/unestate-pre-elettorale-cio-che-ce-cio-che-servirebbe/">Un&#8217;estate pre-elettorale: ciò che c&#8217;è, ciò che servirebbe</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Un&#039;estate pre-elettorale: ciò che c&#039;è, ciò che servirebbe' data-link='https://sardegnamondo.eu/2023/06/27/unestate-pre-elettorale-cio-che-ce-cio-che-servirebbe/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h4 class="wp-block-heading">Sono iniziate le grandi manovre pre-elettorali, in Sardegna. La prossima scadenza della legislatura regionale (febbraio 2024) sollecita attori politici e sociali al risveglio e all&#8217;azione. Ma il quadro rimane desolante, sia per la deficitaria condizione democratica dell&#8217;isola, sia per la sua precaria condizione materiale.</h4>



<p>Prima di tutto è da vedere se le <strong>elezioni</strong> avverranno alla data &#8220;naturale&#8221; o se le frizioni politiche in atto ne decreteranno un anticipo. Improbabile, ma non impossibile. Rinunciare a pochi mesi di lauti compensi per giovarsi di un vantaggio tattico momentaneo potrebbe convincere buona parte dell&#8217;attuale consiglio regionale a far cessare prima del previsto la legislatura. Per altro va tenuto presente che è venuta a mancare quella decisiva figura di raccordo e ricomposizione tattica che è stato a lungo <strong>Giorgio Oppi</strong>.</p>



<p>La presidenza di <strong>Christian Solinas</strong>, mai stata popolare, è debolissima e sballottata tra mille problemi. Lui, Solinas, sembra disposto a tutto per garantirsi un atterraggio confortevole alla fine di una caduta che appare ormai certa. Gli altri &#8211; sodali di maggioranza e oppositori di minoranza &#8211; sono decisi a conquistare posizioni di vantaggio in vista del voto, a qualsiasi costo.</p>



<p>Ma il problema non è né è mai stato (solo) Christian Solinas. Che la sua presidenza non sarebbe stata memorabile se non in negativo, era ampiamente prevedibile. Campione di opportunismo e di furbizie democristiane (vecchia scuola a cui si è formato, all&#8217;ombra di Mariolino Floris), non ha mai mostrato scrupoli, nella sua ormai lunga carriera a Palazzo, e invece ha mostrato molta abilità nel ritagliarsi ruoli e percorsi vantaggiosi, a prescindere dal vento che tirava. Certo, ha molto da farsi perdonare, ma non da solo.</p>



<p>L&#8217;intera compagine di <strong>destra</strong> che governa la Regione e detiene la maggioranza in consiglio regionale è una congrega di figure tra il mediocre e il furfantesco, selezionate dentro forme di relazione opache e percorsi politici che valorizzano la sfacciataggine, l&#8217;a-moralità, il trasformismo e la cura ossessiva del proprio interesse personale e di clan. </p>



<p>Ma è una caratteristica propria delle destre (nostrane e/o affiliate a bande forestiere), o se ne rinviene traccia anche nel <em>matzamurru</em> chiamato benevolmente <strong>centrosinistra</strong>? A ben guardare, se si fa la tara, eliminando dalla scena slogan, riferimenti culturali (a volte solo esibiti, a volte sinceri ma desolanti) e proclami astratti, il nucleo solido della presunta controparte di Solinas e soci tende a sembrare fin troppo simile, sia nei metodi, sia negli scopi reali, agli avversari. Solo, più ipocrita.</p>



<p>Il <strong>collasso dell&#8217;autonomia (e dell&#8217;autonomismo) in Sardegna</strong> è un dato di fatto almeno da trentacinque anni, diciamo dal fallimento dell&#8217;esperienza della giunta sardista e di sinistra guidata da Mario Melis. Da allora siamo andati sempre peggiorando. Non tanto perché non ci siano stati tentativi di provare nuove strade (e qui ne cito almeno due: la giunta Soru fino al 2006 e l&#8217;esperienza di Sardegna Possibile del 2013-14), quanto perché nel suo insieme la Sardegna non è riuscita a vedere compiuta una democrazia degna di questo nome e al contempo tutti i processi economici e sociali si sono incancreniti e ripiegati su uno stato di crisi permanente.</p>



<p>Unica prospettiva svincolata dall&#8217;egemonia culturale e politica dell&#8217;ultimo trentennio è stata quella dell&#8217;<strong>indipendentismo</strong>. Prima, nell&#8217;epoca di Angelo Caria (primo lustro degli anni Novanta del secolo scorso), poi nel primo decennio del nuovo secolo, l&#8217;indipendentismo, ormai maturo dopo i suoi esordi alla fine degli anni Sessanta, ha sollevato temi e proposto nuove prospettive che sono lentamente diventate senso comune. Spesso senza che se ne riconosca l&#8217;origine. </p>



<p>Se pensiamo ai <strong>grandi problemi di oggi</strong> (dalla scuola ai trasporti, dal saccheggio energetico allo sfruttamento militare, dal turismo straccione e/o coloniale al disastro sociale e ambientale del comparto industriale, ecc. ecc.), non possiamo non riconoscere che sono stati individuati, spesso in modo estremamente lucido e precoce, dall&#8217;indipendentismo, nelle sue diverse incarnazioni. Eppure, oggi, anche questo patrimonio politico sembra inerte, inservibile, tanto che le numerose mobilitazioni suscitate dai grandi problemi ancora aperti vedono gli indipendentisti &#8211; intesi come formazioni organizzate e come leadership riconosciute &#8211; assenti o a traino. </p>



<p>L&#8217;incapacità di tradurre una visione chiara dei problemi e delle loro cause storiche in un&#8217;offerta politica consistente e robusta, con effetti concreti anche a livello elettorale e amministrativo, ha prodotto il disastro dell&#8217;indipendentismo organizzato. In un momento storico in cui invece <strong>i temi dell&#8217;indipendentismo e la sua prospettiva hanno più che mai ragioni a proprio favore</strong>. Esiste una larghissima sensibilità popolare verso il tema dell&#8217;autodeterminazione, ma pochissima fiducia e scarsa voglia di partecipare direttamente alla politica e ancor meno di dare il proprio sostegno a sigle che dicono poco o niente alla stragrande maggioranza dell&#8217;elettorato.</p>



<p>È una situazione su cui da qualche tempo si ragiona e si discute, quasi sempre fuori dalle formazioni indipendentiste ancora attive. <strong>La percezione diffusa è pessimista</strong>, la militanza attiva pressoché evanescente, quasi solo relegata nelle &#8220;bolle social&#8221; in cui si fa esercizio di retorica e ognuno recita la propria parte; e tuttavia non è certo venuta meno la chiara sensazione di impellenza e di necessità storica che sta alla base dell&#8217;orientamento indipendentista.</p>



<p>Solo che non basta più. Incatenarsi a un <strong>discorso puramente identitario</strong>, fare professione di purezza ideale e di &#8220;sardità&#8221;, reiterare slogan ormai abusati, fissarsi su pochi temi ma senza alcun aggiornamento teorico e soprattutto programmatico, hanno chiuso l&#8217;indipendentismo odierno in una sorta di vicolo cieco. Un angolo di comfort per chi vi si è stabilito e vi trova conferme sul proprio status (&#8220;essere&#8221; indipendentista), ma uno spazio senza sbocchi, autoreferenziale e difficile da frequentare (e anche da capire) per molte persone (specie se hanno meno di trent&#8217;anni).</p>



<p><strong>Claudia Zuncheddu</strong> traccia un quadro della situazione in <a href="https://www.manifestosardo.org/indipendentismo-e-oltre-quali-alleanze-per-il-cambiamento/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un suo recente intervento</a> sul &#8220;manifesto sardo&#8221;. L&#8217;analisi della situazione è condivisibile. La condanna della scandalosa legge elettorale ancora in vigore è sacrosanta. La valutazione severa su eventuali accordi &#8220;di minoranza&#8221; con le forze egemoni, specie del centrosinistra e soprattutto col PD, ha un fondamento solido. Rimane il problema del &#8220;che fare?&#8221;, che non può ridursi all&#8217;ennesimo tentativo di riunire tutte le debolezze dell&#8217;indipendentismo attuale per provare a chiedere il consenso dell&#8217;elettorato. Un tipo di operazione non certo inedito e che non ha mai portato risultati significativi.</p>



<p>Il raduno pan-indipendentista di domenica scorsa (25 giugno), di cui girano foto su Facebook, restituisce un&#8217;immagine poco rassicurante. Non per il valore soggettivo di chi vi ha preso parte, ma per ciò che esprime verso l&#8217;esterno. Un&#8217;età media ormai piuttosto elevata, tante sigle dietro cui è difficile scorgere veri partiti organizzati e l&#8217;esistenza di una base sociale consolidata, le cui differenze sono difficilissime da cogliere anche per chi abbia frequentato l&#8217;indipendentismo e i cui obiettivi, oggi, appaiono incomprensibili.</p>



<p>Lo dico mettendomi dalla parte di una persona sarda qualsiasi che si imbatta in queste immagini e nelle dichiarazioni social che le accompagnano.</p>



<p>L&#8217;indipendentismo deve essere uno o più passi avanti rispetto al resto della politica sarda, se ne vuole essere un elemento rilevante. Lo è stato, a tratti. Oggi non più. Gran parte delle persone sotto i quarant&#8217;anni che pure si professano indipendentiste o hanno simpatie per questa prospettiva NON milita in alcuna formazione. In questo senso, è già una gran cosa che esista un&#8217;entità a sé stante come <a href="https://www.assembleasarda.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" ><strong>ANS</strong> (Assemblea Natzionale Sarda)</a>, che almeno fa tesoro del fatto di NON essere un partito e garantisce la convivenza e la comunanza di azione tra attivisti e attiviste di età e provenienze diverse.</p>



<p>Un ruolo significativo potrebbe e dovrebbe averlo anche <strong>Corona de Logu</strong>, l&#8217;assemblea degli amministratori e delle amministratrici indipendentist*. Mi pare che sia un po&#8217; venuta meno al sua spinta propulsiva, ma potrebbe essere un&#8217;impressione momentanea. La mancata sottoscrizione della recente <a href="https://www.sardiniapost.it/politica/regionali-gli-indipendentisti-servono-soglie-di-sbarramento-piu-basse/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >proposta di modifica della legge elettorale regionale</a> è stato un errore oggettivo di cui non conosco le ragioni, ma che tale rimane. Certo è che se l&#8217;indipendentismo vuole avere ancora senso deve mirare a dotarsi di una ampia classe politico-amministrativa formata sul campo. Che al contempo si mantenga esente dai peccati caratteristici dei partiti di provenienza italiana e dai loro satelliti: clientelismo spinto, tatticismo eretto a regola di comportamento universale, trasformismo, vaghezza etica, carrierismo.</p>



<p>Il discorso però va allargato. Il processo di conquista democratica, in Sardegna, passa necessariamente per un <strong>percorso di autodeterminazione</strong> ma tale percorso va riempito di obiettivi concreti. Prima di tutto quello strategico generale di mutare radicalmente di segno tutti i dati e le tendenze socio-economiche e demografiche attuali. Ossia, deve puntare a generare la possibilità di vivere bene in una Sardegna prospera, sana, libera e connessa col mondo. Il progresso politico deve essere connesso a quello sociale e entrambi non possono non tenere conto del dissesto ecologico e climatico del pianeta. </p>



<p>In questa prospettiva l&#8217;indipendentismo rischia di essere non solo e non tanto inerte, vecchio e muto, ma più che altro inutile. La necessaria conquista di forme di autodeterminazione e di autogoverno, così indispensabile per la Sardegna, non passa più necessariamente per l&#8217;indipendentismo come lo abbiamo concepito tra gli ultimi trent&#8217;anni del XX secolo e il primo ventennio di questo.</p>



<p>In tal senso ha probabilmente avuto un&#8217;intuizione felice <strong>Maurizio Onnis</strong> quando, a proposito del progetto politico <a href="https://sardegnachiamasardegna.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" ><strong>Sardegna chiama Sardegna</strong></a>, ha parlato di &#8220;post-indipendentismo&#8221;. Non nel senso di una liquidazione definitiva di una lunga e ricca esperienza teorica e pragmatica qual è stata quella dell&#8217;indipendentismo sardo contemporaneo, quanto piuttosto nel senso di una sua evoluzione, di un suo superamento in avanti.</p>



<p>Partiamo dalla presa d&#8217;atto &#8211; storica, oltre che politica o ideologica &#8211; dell&#8217;<strong>incompatibilità tra un futuro positivo per la Sardegna in termini economici, sociali, demografici e la sua appartenenza allo Stato italiano</strong>, che invece la pone inevitabilmente in una condizione subalterna e dipendente. Questo dato empirico, ormai evidente a chiunque (se si valuta in buona fede), non basta da solo a generare un processo virtuoso di ri-civilizzazione. <strong>Non basta rivendicare diversità, non basta più un nazionalismo di stampo novecentesco, non basta avere come obiettivo la realizzazione di uno stato sardo indipendente.</strong> Ed è deleterio fare di queste premesse e della loro strenua difesa un fattore di ostilità verso l&#8217;esterno e di appartenenza settaria al proprio interno. </p>



<p>Il fine dell&#8217;indipendenza non può essere svincolato dalle conquiste politiche e sociali che la renderebbero un esito finale di un processo di conquista democratica. Non ha senso il motto &#8220;<em>indipendèntzia e bo&#8217;</em>!&#8221;.</p>



<p>Sia chiaro, se domani ci fosse un referendum per decidere la separazione dallo stato italiano io voterei senz&#8217;altro &#8220;sì&#8221;. Perché comunque sarebbe una svolta storica importante e ci costringerebbe a fare i conti con la realtà. Tuttavia sono conscio che i problemi della Sardegna sono talmente grandi e di tale portata che lo sforzo di fantasia e le energie necessarie ad affrontarli (non dico a risolverli) eccedono di gran lunga le forze dell&#8217;indipendentismo attuale, organizzato o no che sia, ed eccedono anche l&#8217;obiettivo di uno stato sardo indipendente, perché attengono a questioni che esulano da discorsi di sovranità statale e di mera conquista del potere locale. La scala di molte delle questioni urgenti di questo tempo è planetaria o come minimo continentale. Lo stato-nazione otto-novecentesco è sempre più uno strumento inadeguato ad affrontarle (come ho argomentato altre volte: per es. <a href="https://sardegnamondo.eu/2022/12/02/il-paradosso-degli-stati-nazione-nel-mondo-post-nazionale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>qui</strong></a>).</p>



<p>Non che manchi una certa consapevolezza di questi problemi. Non manca nell&#8217;indipendentismo e non manca in una parte almeno della società civile sarda. I partiti dominanti semplicemente non se ne interessano, ma è ovvio che anch&#8217;essi siano coinvolti in questa transizione storica. </p>



<p>In ogni caso, non bastano a tirarci fuori dai guai nemmeno le nuove forme di mobilitazione della cittadinanza, o almeno della sua parte più attiva, sulle varie vertenze aperte. La mobilitazione è necessaria, beninteso, ma serve una <strong>politicizzazione delle lotte</strong> e un loro &#8220;salto quantico&#8221; verso un livello di azione politica più ampio, non contingente, non settoriale. Occorrono, insomma un forte <strong>intersezionalismo</strong> e un <strong>nuovo dinamismo politico</strong>, accompagnati e sostenuti da una <strong>produzione culturale varia e forte</strong>, e occorre che tutto ciò si traduca (non solo ma) anche in proposta elettorale e in <strong>rappresentanza istituzionale</strong>. Non come scopo ultimo e finale, ma come necessario passaggio strumentale.</p>



<p>Per far ciò, bisogna dotarsi di forme e metodi che valorizzino l&#8217;impegno e le competenze diffusi a livello locale, nei vari ambiti, e li traducano in azione politica forte, di peso, possibilmente egemonica. Bisogna arrivare a <strong>ridisegnare lo scenario politico sardo</strong> spazzandone via i rimasugli putrescenti della vecchia politica clientelare e &#8220;podataria&#8221;, al momento ancora dominante. Bisogna marginalizzarne i gruppi dirigenti e ridurne il consenso il più possibile, delegittimarli come attori politici primari, renderli inoffensivi e al contempo occupare la scena con una nuova offerta culturale e politica non occasionale e nemmeno solo basata su frustrazione e esasperazione.</p>



<p>Una nuova progettualità politica che non può prescindere dall&#8217;impegno delle <strong>generazioni giovani</strong>, diciamo quelle intorno ai trent&#8217;anni e più giovani ancora, e nemmeno su quella grossa fetta di popolazione sarda, spesso attiva e intraprendente, che lascia la Sardegna con la triste prospettiva, rare volte desiderata, di non tornarci più.</p>



<p>In generale bisognerebbe tramutare in un <strong>grande movimento popolare</strong> tutte le forze sociali e culturali sane e propense a forme di emancipazione collettiva che pure sono presenti in Sardegna, benché spesso in termini segmentati e non comunicanti.</p>



<p>Mi ha colpito, qualche giorno fa, ciò che ho letto su Giap (il blog del collettivo Wu Ming). Il <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2023/06/in-marcia-con-gli-ent-contro-il-passante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >post</a> riguardava le lotte che a Bologna si stanno conducendo contro la cementificazione e le pratiche distruttive portate avanti dal ceto dirigente emiliano-romagnolo, inserite dentro la più vasta e generale vertenza ambientale. Il caso emiliano-romagnolo non è isolato. È nota la lunga lotta della Val Susa <a href="https://www.notav.info/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >contro il progetto TAV Torino-Lione</a>, ma in questo stesso periodo emergono altre lotte analoghe in altre zone d&#8217;Italia e d&#8217;Europa. Penso a Trento e alla <a href="https://notavtrento.noblogs.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >mobilitazione contro l&#8217;assurdo e pericolosissimo progetto di &#8220;passante ferroviario&#8221;</a>, ma penso anche alle lotte ambientaliste e sociali in corso in Francia e altrove, sempre più contrastate a colpi di repressione autoritaria dai nostri governi democratici (e dispensatori di patenti di democrazia al resto del pianeta).</p>



<p>Come si vede, le tante vertenze sarde non sono casi isolati e fuori dalla storia, bensì sono la declinazione locale di processi e conflitti diffusi e in certo modo globali. In Sardegna tali processi assumono contorni più drammatici che altrove, in Europa, perché si sommano a una storia di subalternità, marginalizzazione e sottomissione che dura da un paio di secoli.</p>



<p>Nel post su Giap, in conclusione, si passa dalla cronaca e dalla critica puntuale a una <strong>prospettiva più ampia</strong>, in cui si ridefinisce la forma e la qualità peculiare delle lotte del nostro tempo. Mi colpiscono le analogie tra le forme di lotta più durature e/o efficaci. Sono quelle che sono riuscite a mettere insieme molte anime e a trovare vari modi di perseguire obiettivi comuni pur partendo da posizioni non coincidenti. Una sorta di <strong>accettazione della pluralità e dell&#8217;eterogeneità</strong> che non diventa debolezza e frammentazione, ma al contrario conferisce forza e consapevolezza.</p>



<p>Viene citato un bel passaggio del filosofo brasiliano <strong>Rodrigo Nunes</strong>, tratto dal suo libro <em><a href="https://blogs.lse.ac.uk/lsereviewofbooks/2022/01/24/book-review-neither-vertical-nor-horizontal-a-theory-of-political-organization-by-rodrigo-nunes/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Neither Vertical nor Horizontal: A Theory of Political Organization, Verso, 2021</a></em>  (lo riprendo direttamente da <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2023/06/in-marcia-con-gli-ent-contro-il-passante/#5" target="_blank"  rel="nofollow" >Giap</a>):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Rodrigo Nunes invita a superare i dilemmi che ogni ondata di movimento si trova di fronte e su cui finisce per arenarsi, quelli riguardanti l’organizzazione. Nunes invita a pensare il movimento:<br /><br />«ecologicamente: come un’ecologia diffusa di relazioni che attraversano e mettono insieme diverse forme d’azione (aggregata, collettiva), forme organizzative disparate (gruppi di affinità, network informali, sindacati, partiti), individui che ne sono parte o ci collaborano, individui senza affiliazioni che partecipano alle proteste, condividono materiali on line o semplicemente seguono con simpatia gli sviluppi su testate giornalistiche, pagine web, profili social, spazi fisici ecc. Qualunque cosa noi consideriamo come totalità del “movimento” è in realtà un network non afferrabile nella sua totalità, fatto di tanti network diversi, un’ecologia di network in evoluzione a sua volta incastonata dentro ecologie più vaste che si sovrappongono in vari modi […] Non c’è bisogno di alcun tipo di coordinamento o addirittura di alcun contatto diretto tra le diverse componenti di un ecosistema perché possano interagire tra loro: agendo nell’ambiente che hanno in comune, possono modificare indirettamente i loro campi di possibilità […] Non si organizza una totalità: ci si organizza dentro di essa.» (traduzione nostra)</p>
</blockquote>



<p>La <strong>nuova politicizzazione del disagio e delle lotte collettive in Sardegna</strong> a mio avviso dovrebbe tener conto di questa nuova concettualizzazione, liberandosi di zavorre dogmatiche e tentazioni identitarie (nei vari sensi che può avere questo aggettivo), escludendo pratiche autoritarie e centralizzanti e ponendosi come contraltare strategico, storico, sia nei contenuti sia nei metodi, della politica politicata attuale.</p>



<p>Quanto siano distanti da questo approccio le miserevoli tattiche pre-elettorali a cui tutta la politica sarda si sta dedicando al momento, è evidente. Quanto sia aliena questa prospettiva di democrazia radicale e pluralista alla realtà concreta dei gruppi di potere che spadroneggiano oggi sull&#8217;isola è inutile sottolinearlo. Ciò non significa che dobbiamo fingere che non esistano i partiti italiani con le loro succursali coloniali e i loro satelliti opportunisti, bensì significa essere innanzi tutto consapevoli di chi siano e di cosa rappresentino. </p>



<p>Ma significa anche <strong>conquistare una coscienza più profonda delle necessità politiche della Sardegna di oggi</strong> ed essere disponibili a una maggiore generosità e a una più forte dedizione allo studio, alla creatività, al confronto e alla condivisione. Non vedo, onestamente, altre strade percorribili per tirarci fuori dal disastro epocale in corso.</p>
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		<title>Autonomia differenziata e Sardegna: posizionamenti ambigui, equivoci politici e necessità di un vero dibattito democratico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 13:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[disegno di legge Calderoli]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del disegno di legge sull’autonomia differenziata ha preso il via l’iter di una misura che potrebbe ridefinire gli assetti interni dello Stato italiano. Le opposizioni, PD in testa, lanciano allarmi, la Lega esulta, i nostalgici del duce mediano (vogliono il presidenzialismo) e gli altri stanno a guardare, cercando di...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/02/03/autonomia-differenziata-e-sardegna-posizionamenti-ambigui-equivoci-politici-e-necessita-di-un-vero-dibattito-democratico/">Autonomia differenziata e Sardegna: posizionamenti ambigui, equivoci politici e necessità di un vero dibattito democratico</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Autonomia differenziata e Sardegna: posizionamenti ambigui, equivoci politici e necessità di un vero dibattito democratico' data-link='https://sardegnamondo.eu/2023/02/03/autonomia-differenziata-e-sardegna-posizionamenti-ambigui-equivoci-politici-e-necessita-di-un-vero-dibattito-democratico/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="315" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/02/immagine.png" alt="" class="wp-image-5295"/></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Con l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del <a href="https://www.corriere.it/politica/23_febbraio_02/ddl-sull-autonomia-differenziata-testo-completo-12c0c4a8-a332-11ed-8688-ef37c5959b22.shtml" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >disegno di legge sull’autonomia differenziata</a> ha preso il via l’iter di una misura che potrebbe ridefinire gli assetti interni dello Stato italiano.</h4>



<p>Le opposizioni, PD in testa, lanciano allarmi, la Lega esulta, i nostalgici del duce mediano (vogliono il presidenzialismo) e gli altri stanno a guardare, cercando di capire cosa sta succedendo (c’è molta gente distratta, in politica).</p>



<p>Nelle regioni meridionali si paventa un’operazione tutta a vantaggio del Nord. I più romantici piangono sulla <strong>crudele sorte che attende la nazione italiana</strong>, se divisa in due. Molti richiamano questo o quel principio costituzionale per cercare di arginare la potenziale portata di questa riforma.</p>



<p>Poi c’è la <a href="http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/2022/11/10/la-proposta-di-legge-popolare-contro-lautonomia-differenziata-il-manifesto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare</a>, promossa da Massimo Villone e dal <strong>Coordinamento per la Democrazia Costituzionale</strong> che ha il seguente obiettivo (<a href="http://www.apef.unina.it/docu/20220212%20Villone%20DDL%20riforma%20Titolo%20V.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a> il disegno di legge completo):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Modifica dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione, concernente il riconoscimento alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia, e dell’art. 117, commi 1, 2 e 3, con l’introduzione di una clausola di supremazia della legge statale, e lo spostamento di alcune materie di potestà legislativa concorrente alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.</p>
</blockquote>



<p><strong>In Sardegna</strong> <strong>il pochissimo dibattito in proposito è quantitativamente e soprattutto qualitativamente modesto</strong>. Qualcosa si può leggere nel sito gestito da Andrea Pubusa, <strong>Democrazia oggi</strong>. E c’è stata una manifestazione organizzata dalla <strong>Scuola di cultura politica Francesco Cocco</strong>, in aperta polemica con la proposta di autonomia differenziata e sostanzialmente in adesione all’iniziativa per una revisione costituzionale restrittiva.</p>



<p><strong>Pubusa</strong> in proposito scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
[&#8230;] da Oristano e da Nuoro sono giunti ai relatori inviti a riprendere il discorso nella prospettiva della creazione di un movimento contro la proposta Calderoli subito e l’apertura di una riflessione per un ripensamento dell’Autonomia speciale. L’aspetto originale del convegno è stato non solo il fermo NO all’Autonomia differenziata ma l’apertura di un lavoro per ripensare lo Statuto speciale, riprendendo il pensiero dei grandi sardi democratici del passato da Angioy, a Tuveri, ad Asproni, a Gramsci e Lussu, tutti contro l”accentramento statale, tutti federalisti, tutti contro l’indipendentismo (salvo l’Angioy ormai repubblicano dell’esilio parigino).</p>
</blockquote>



<p>L’opposizione alla proposta Calderoli (ossia all’autonomia differenziata ex <a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-ii/titolo-v/articolo-116" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >art. 116</a>, comma terzo, della Costituzione “più bella del mondo”) viene messa in connessione con un <strong>ripensamento dell’autonomia speciale</strong>. E quest’ultimo dovrebbe avvenire “riprendendo il pensiero dei grandi sardi democratici del passato da Angioy, a Tuveri, ad Asproni, a Gramsci e Lussu”, beninteso “tutti contro l’indipendentismo”.</p>



<p>in <a href="http://www.democraziaoggi.it/?p=8012" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un altro intervento</a> nello stesso blog, <strong>Rosamaria Maggio</strong> a sua volta dichiara:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Noi abbiamo cercato, come Scuola di cultura politica, di riflettere anche sulla storia di questa regione, storia che non solo non deve rinnegarsi ma deve essere utile a valutare le esperienze virtuose che la Regione ha portato avanti in tempi purtroppo ormai lontani, cosa che rende utopistiche idee di riproposizione attuale di istanze indipendentiste ma anche federaliste a causa delle diverse condizioni storiche, economiche e sociali, nonché per la necessità di contestualizzazione.</p>
</blockquote>



<p>Ora, già solo dentro queste proposizioni sono <strong>evidenti <em>bias</em> cognitivi fortissimi</strong>, alcune contraddizioni di fondo e anche &#8211; va detto &#8211; un certo pressapochismo storico.</p>



<p><strong>Mettiamo subito in chiaro che mescolare pere con mattoni non è mai una buona soluzione, dal punto di vista epistemologico e di correttezza metodologica.</strong> Lasciamo stare le personalità del passato alla loro epoca e a quello che essi dicevano e facevano nel loro tempo. </p>



<p><strong>Angioy</strong> non poteva essere né autonomista né indipendentista, per il fatto stesso che tali problemi ai suoi tempi non si ponevano affatto. La prospettiva di <strong>Asproni e Tuveri</strong>, figlia della disastrosa <strong>Perfetta Fusione</strong>, aveva senso ai loro tempi. Rileggerli oggi è un esercizio utile per capire che alcuni problemi di fondo attuali hanno lì una delle loro radici, più che per trovarci soluzioni applicabili al nostro presente. </p>



<p><strong>Gramsci e Lussu</strong>, come dimostra facilmente la semplice lettura del loro carteggio (lo si può trovare <a href="https://www.ilisso.it/prodotto/scritti-sulla-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a>), non erano concordi su quasi nulla, con Gramsci molto più lucido sulle cause dei problemi strutturali dell’isola (da lui definita una “colonia di sfruttamento”) e sulla possibile soluzione (una rivoluzione che portasse alla costituzione di una repubblica socialista sarda, confederata con le altre repubbliche socialiste dell’ex Regno d’Italia e magari con quelle dell’intero continente).</p>



<p>Lussu dal canto suo era molto più spaventato di Gramsci dall’ipotesi indipendentista e molto più succube della propria formazione culturale italiana, vissuta come una sorta di riscatto necessario (come teorizzato da <strong>Camillo Bellieni</strong>, che però politicamente aveva le idee molto più chiare di Lussu). Tuttavia, propendeva per una forma di autonomia molto forte, assai distante da quella scaturita dalla Consulta regionale nel 1946-7 e poi approvata dall&#8217;Assemblea costituente nel 1948.</p>



<p>Detto questo, è comunque piuttosto dubbia l&#8217;utilità di un&#8217;elencazione di nomi noti, a prescindere dalla correttezza di questi accostamenti, giusto per conferire autorevolezza a <strong>una posizione che rimane ambigua</strong>.</p>



<p>È altrettanto fallace &#8211; in termini logici oltre che storici e politici &#8211; <strong>evocare un</strong> <strong>preteso passato edificante dell&#8217;autonomia sarda</strong> (quale? quello del Piano di Rinascita? o quello del fallimentare &#8220;vento sardista&#8221;?) <strong>per tacciare di utopismo (in senso dispregiativo) la prospettiva indipendentista e anche quella federalista</strong>.</p>



<p>Cosa vuol dire infatti <strong>sostenere una contro-proposta legislativa che elimini gli spazi di autonomia concessi</strong> (maldestramente, siamo d’accordo, ma perché incoerenti e non compiuti) dalla riforma del 2001 <strong>e al contempo auspicare</strong> (senza addurre argomenti e prospettive) <strong>un ripensamento dell’Autonomia speciale</strong>?</p>



<p><strong>A cosa serve precisare di continuo che si vuole ridiscutere l’Autonomia, ma ponendo come contraltare – in modo un po’ ossessivo &#8211; la prospettiva indipendentista?</strong> Per giunta quasi sempre senza averla studiata e soppesata, senza conoscerne la storia e gli sviluppi teorici, assumendola in forma caricaturale, come argomento fantoccio?</p>



<p>È coerente &#8211; e, se sì, in che termini &#8211; <strong>auspicare un ripensamento dell’Autonomia speciale e al contempo sposare una proposta neocentralista</strong>? Si ha un&#8217;idea quanto meno onesta e storicamente fondata di cosa possa significare per la Sardegna una <strong>clausola di supremazia statale</strong>?</p>



<p>Dalla spinta – egoista e truffaldina, senza dubbio – dell’autonomia differenziata dovremmo <strong>trarre spunti per rilanciare</strong> a nostra volta, in una prospettiva sardo-centrata, <strong>una nuova conquista di autodeterminazione democratica</strong>. Perché in fondo, come detto più volte (in ultimo <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/01/21/la-politica-sarda-a-un-anno-dalle-elezioni-e-la-rimozione-del-problema/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>), è di realizzare finalmente una democrazia vera in Sardegna, che si tratta.</p>



<p><strong>Su molte materie a &#8220;legislazione concorrente&#8221;</strong> ricomprese nell’<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-ii/titolo-v/articolo-117" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >art. 117 della Costituzione</a>, che le regioni del Nord vorrebbero farsi devolvere in toto e che gli oppositori vorrebbero invece restituire in via esclusiva allo Stato centrale, <strong>ce ne sono alcune che, per la loro natura strategica e per la loro particolare declinazione locale in Sardegna, dovrebbero costituire il tema di un confronto serrato con lo Stato</strong> per ottenerne a nostra volta la piena competenza.</p>



<p>Su questo <strong>è persino imbarazzante la contraddizione che si può rilevare nel fronte sardo contrario all’autonomia differenziata. Sembra di leggere cose scritte a Roma, piuttosto che a Cagliari</strong>. È un cascame del <strong>“come se”</strong> che sorregge la nostra egemonica <strong>“ragion coloniale”</strong>. Far finta di non essere in Sardegna, che la Sardegna non abbia una sua condizione geografica, demografica, socio-economica peculiare su cui basare proposte e piani politici. Far finta che l&#8217;isola e chi la abita non abbiano già sacrificato fin troppo, in 160 anni, alla &#8220;ragion di stato&#8221;. O le esorbitanti servitù militari &#8211; per dirne una &#8211; e gli altri trattamenti di natura coloniale sono solo un&#8217;invenzione indipendentista?</p>



<p>E non vale l’obiezione secondo cui anche le altre regioni italiane hanno le loro peculiarità. È un’argomentazione fallace, perché nega alla radice l’evidenza di una differenza sostanziale e storicamente consolidata.</p>



<p>In ogni caso, per come la vedo io, <strong>anche le regioni meridionali dovrebbero impostare la loro reazione all’iniziativa leghista su un piano di rilancio del discorso federalista</strong>, cominciando a fare i conti in tasca alle regioni settentrionali, fuori dall’<a href="https://sardegnamondo.eu/2022/11/14/insularita-autonomie-subalternita-e-falsa-coscienza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">inganno dei “residui passivi”</a> e dalla relativa narrazione colpevolizzante. </p>



<p><strong>La domanda è: a partire dall’unificazione italiana, quale parte del paese ci ha guadagnato e quali ci hanno perso? Com’è successo?</strong> In realtà, non sono misteri insolubili. Se ne parla da più di un secolo. Lo stesso Gramsci – evocato spesso e quasi sempre a sproposito – aveva detto qualcosa in merito. E non solo lui. Non c’è bisogno di affidarsi alla mitologia e all’ideologia neo-borbonica, per esprimere uno sguardo critico, <a href="https://tamuedizioni.com/?libro=il-rovescio-della-nazione#popup:map" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >decoloniale</a>, sulla minorizzazione e subalternizzazione del Meridione italiano.</p>



<p>La Sardegna, tuttavia, non coincide col Meridione italiano, prima di tutto perché è un territorio a sé stante, diviso dall’Italia dalle acque internazionali. Poi perché ha delle peculiarità geografiche e demografiche non sovrapponibili con quelle di altri territori.</p>



<p>Pensiamo ai <strong>problemi strategici ancora irrisolti e in fase di aggravamento</strong>: trasporti interni ed esterni, scuola e università, sanità, energia, commercio con l’estero, tutela e valorizzazione dei beni storico-archeologici e culturali, crisi ambientale. <strong>Su queste materie ha senso affidarci alla legislazione, al controllo e alla gestione dello Stato centrale? Una buona parte dell’intellighenzia sarda negli ultimi trent’anni ha sempre risposto sì</strong>, scambiando la mediocrità e la cialtronaggine della politica sarda attuale per un tratto connaturato e insuperabile della nostra genia. Quando invece è una conseguenza diretta della dipendenza e della subalternità, a cui essa stessa, l’intellighenzia sarda &#8211; magari di sinistra (o sedicente tale), magari con ruoli rilevanti in ambito accademico e istituzionale &#8211; non ha mai saputo opporre nulla.</p>



<p>La lotta politica a proposito di autonomia, in Sardegna, dovrebbe essere rivolta ad accrescere e stabilizzare il proprio spazio di competenza e la propria autodeterminazione. <strong>Nessun “livello essenziale di prestazione” è mai stato garantito alla popolazione sarda dal fatto di appartenere allo Stato italiano</strong> e di dipendere dalle sue scelte e dagli interessi della sua classe dominante. Persino le circostanze in cui alcune decisioni della giunta o del consiglio regionale sono state impugnate a Roma per buone ragioni il risultato finale è stata un’ulteriore erosione delle capacità politiche dell’ente Regione, al di là dell’effetto diretto, magari banalmente conservativo, di quelle impugnazioni. Non poter rivedere la materia paesaggistica per indebolire le tutele va bene, ma va altrettanto bene non poter intervenire per renderle più consone al contesto sardo attuale?</p>



<p><strong>Combattere contro l’autonomia differenziata</strong> che vuole spostare la competenza sull’ambito scolastico e quella sulla sanità in capo alle regioni <strong>in che modo farà migliorare la situazione della scuola e della sanità in Sardegna</strong>? Considerato che la sanità sarda la pagano già i/le contribuenti sardə?</p>



<p>Proprio la <strong>scuola</strong> dovrebbe essere un terreno di battaglia su cui la Sardegna ha stringente bisogno di intervenire con <strong>una propria prospettiva, una propria competenza aumentata (qualcosa già c&#8217;è) e una propria legislazione</strong>. A partire dalle infrastrutture e dal famigerato “dimensionamento” (sono <a href="https://www.tecnicadellascuola.it/tagli-in-arrivo-piu-di-100-scuole-perderanno-subito-autonomia-preside-dsga-e-gli-assistenti-amministrativi-il-punto" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >decine le scuole sarde che subiranno ridimensionamenti o chiusure</a> per via dei <strong>nuovi tagli decisi a Roma</strong>).</p>



<p><strong>Le giunte regionali che si sono succedute negli ultimi vent’anni hanno sempre ceduto ai desiderata dei loro “governi amici” o si sono schierate come pretendevano le loro case madri italiane, su molti temi decisivi.</strong> Hanno sistematicamente rinunciato a far valere i diritti e i bisogni dell’isola nei confronti dello Stato. Hanno piegato la testa, anche quando in ballo c’erano diritti essenziali da proteggere, davanti ai diktat dei propri leader o dei propri centri d’interesse di riferimento. Spesso con la scusa della <strong>“lealtà istituzionale”</strong>. Ma <strong>la lealtà istituzionale, se è diretta in un verso solo, non è più lealtà: è mera dipendenza</strong>.</p>



<p>E così ci siamo giocati la partita delle <strong>vertenze entrate</strong>, la partita dei <strong>trasporti</strong> esterni, la partita della <strong>transizione energetica</strong> e anche quella, che può sembrare meno impattante, dei <strong>beni storico-archeologici, culturali e paesaggistici</strong>.</p>



<p><strong>Abbiamo subito danni dall’autonomia e/o dalla maggiore autonomia di altre regioni, oppure dal centralismo e dalla conseguente frustrazione delle prospettive di autodeterminazione?</strong> Facciamoci questa domanda.</p>



<p>È onesto fingere di voler promuovere l’autonomia, in un’ottica però sempre centralista, dipendente e, direi, dipendentista (vedasi questione “insularità in costituzione”), quando le necessità collettive e l’evidenza storica ci suggeriscono che dovremmo aprire il nostro orizzonte e pensare in modo finalmente adulto? <strong>La democrazia in Sardegna o sarà autodeterminata o non sarà.</strong> Fino ad oggi non è stata. Pensare di risolvere un vecchio problema con soluzioni già sperimentate e fallite è stupido, oltre che inutile.</p>



<p>Se il dibattito sull’autonomia differenziata e sulle sue conseguenze per la Sardegna non terrà conto di tutto questo, non avrà alcun senso.</p>
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		<title>La politica sarda, a un anno dalle elezioni, e la rimozione del problema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2023 10:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra poco più di un anno, salvo improbabili anticipi, la Sardegna andrà a elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale e l&#8217;elezione del/lla presidente della RAS. Le grandi manovre sono già iniziate, gli schieramenti sono ancora molto fluidi, alcuni possibili attori mancano all&#8217;appello. Ma soprattutto mancano totalmente un dibattito pubblico all&#8217;altezza e una prospettiva democratica...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La politica sarda, a un anno dalle elezioni, e la rimozione del problema' data-link='https://sardegnamondo.eu/2023/01/21/la-politica-sarda-a-un-anno-dalle-elezioni-e-la-rimozione-del-problema/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="700" height="457" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1-700x457.jpg" alt="" class="wp-image-5277" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1-700x457.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1-640x417.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1-768x501.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1-800x522.jpg 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-1.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading"><em>Tra poco più di un anno, salvo improbabili anticipi, la Sardegna andrà a elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale e l&#8217;elezione del/lla presidente della RAS. Le grandi manovre sono già iniziate, gli schieramenti sono ancora molto fluidi, alcuni possibili attori mancano all&#8217;appello. Ma soprattutto mancano totalmente un dibattito pubblico all&#8217;altezza e una prospettiva democratica solida.</em></h4>



<p>Nel mondo politico sardo c&#8217;è chi ammette che le manovre di avvicinamento alla scadenza elettorale siano già iniziate e chi mente. Da mesi ormai si lavora a conquistare una collocazione vantaggiosa in vista delle trattative finali: chi fa piani, chi intesse relazioni, chi cerca appoggi robusti, chi si offre sul mercato. È un lavorio frenetico e incessante, di cui si percepisce il tramestio e la crescente vivacità, ma come dietro un paravento.</p>



<p>Il paravento non è totalmente opaco, qualcosa si intravvede. E si sente. In ogni caso, siamo a un livello molto basso dell&#8217;ecosistema politico democratico. Tanto basso da essere forse sotto il limite al quale si può decretare che sia vivo. Ecco, probabilmente in Sardegna l&#8217;ecosistema democratico è morto. O, in altre parole, non esiste.</p>



<p>Tra qualche mese cominceremo ad assistere alla solita <em>fiction</em> della campagna elettorale, preceduta dall&#8217;infittirsi di contrattazioni, accordi sotto banco, alleanze inconfessabili e cooptazioni dell&#8217;ultim&#8217;ora. Niente di quello che verrà raccontato dalle cronache risponderà a ciò che succede realmente e di sicuro non avrà niente a che fare con ciò che succederà dopo. </p>



<p>Che poi sarà il solito traffico di poltrone e prebende, la solita coltivazione delle sacche clientelari, l&#8217;aggravamento sistematico &#8211; causa cialtronaggine e ignoranza &#8211; dei problemi strutturali che si dichiara di voler affrontare. E molta costernazione, indignazione e impegno, davanti a ogni &#8220;non si può&#8221;, prima di gettare la spugna con nessuna dignità.</p>



<p>Resta poco tempo per provare a costruire un&#8217;alternativa alla congrega che domina la scena, fittiziamente suddivisa nei due conglomerati clientelari detti centrosinistra e centrodestra. I 5 stelle hanno pochissimo peso e non hanno alcuna agenda autonoma da proporre. È del tutto ipotizzabile che finiranno per allearsi col centrosinistra. Se fossero un po&#8217; svegli e/o politicamente onesti, mollerebbero il PD e guarderebbero fuori dal Palazzo, dove un tempo soggiornavano. Ma non mi pare probabile. </p>



<p>Cosa resta? Resta tutto ciò che è rimasto escluso da qualsiasi rappresentanza istituzionale, ossia la maggioranza della cittadinanza e molte sensibilità politiche e sociali: il grande bacino dell&#8217;indipendentismo, la sinistra senza casa, le categorie sociali più svantaggiate, il sindacalismo di base, il circuito dei comitati civici, l&#8217;ambientalismo più verace e democratico. </p>



<p>L&#8217;unica novità in campo, per ora non in termini propriamente elettorali, è <a href="https://sardegnachiamasardegna.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >&#8220;Sardegna chiama Sardegna&#8221;</a>, a cui fa riferimento Stefano Puddu Crespellani nel suo <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/01/08/tertium-non-datur-di-stefano-puddu-crespellani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">intervento</a> pubblicato qui su SardegnaMondo qualche giorno fa. È un&#8217;esperienza seria e promettente, a cui però non basta dare credito in linea teorica: servirebbe anche partecipazione e sostegno. Alcune diffidenze e alcuni sospetti, che vedo aleggiare nella mia bolla social, mi paiono ingiustificati e anche parecchio ingenerosi.</p>



<p>Mi preoccupa l&#8217;immobilismo della politica sarda esterna ai poli dominanti. Non bastano le lotte e le prese di posizione, serve anche dare ad esse un seguito a livello di mobilitazione e di conquista del consenso. È così che funziona dentro la democrazia rappresentativa. L&#8217;immobilismo mi preoccupa in sé, in quanto sintomo di  debolezza e/o di incomprensione della realtà, ma mi preoccupa anche come possibile segnale di opportunismo, dell&#8217;attesa di occasioni di accasamento presso il migliore offerente (ossia presso una delle fazioni clientelar-coloniali in campo).</p>



<p>È dai tempi di Soru che l&#8217;incantamento della cooptazione agisce potente su questi ambiti politici, sull&#8217;indipendentismo non meno che su altri. Ci sono stati aspri dissidi, in passato, su questa opzione, sia tra le diverse sigle, sia all&#8217;interno delle organizzazioni. Quando è capitato che qualche spezzone dell&#8217;indipendentismo sia stato accolto dentro uno dei due poli coloniali, non solo l&#8217;indipendentismo ne ha ricavato un danno netto, ma ne ha subito un danno anche il processo di autodeterminazione democratica nel suo complesso. È una lezione chiara, che però a quanto pare non è stata recepita.</p>



<p>Del resto, è più facile e più comodo coltivare ambizioni personali o familiari o di gruppo attaccandosi al carro del vincitore di turno. Magari spacciandole per scelte convenienti allo stesso ambito alternativo che si è appena tradito. C&#8217;è stato, nell&#8217;indipendentismo, chi era convinto di poter &#8220;contaminare dall&#8217;interno&#8221; la politica podataria sarda. Sappiamo com&#8217;è andata.</p>



<p>Al momento manca anche un dibattito all&#8217;altezza delle sfide che stiamo affrontando. Manca sui media, manca tra le forze politiche, manca nell&#8217;ambito culturale. L&#8217;unica pietruzza che sta smuovendo in superficie lo stagno pubblico e politico sardo, in queste settimane, è il giro di presentazioni del libro di Massimo Dadea <em>Meglio Soru (o no?). La febbre del fare 13 anni dopo </em>(EDES), dedicato all&#8217;esperienza di Progetto Sardegna, della giunta Soru e di quel che ne seguì. Giunta Soru di cui Dadea era stato assessore. </p>



<p>Non sarebbe nemmeno male, come occasione di discussione sul fallimento di quell&#8217;esperienza e, più in generale, come consuntivo di questi vent&#8217;anni di politica sarda. Se non fosse che la faccenda ha i toni e le sembianze di un&#8217;operazione preparatoria alla candidatura del medesimo Renato Soru alla presidenza della RAS.</p>



<p>L&#8217;intenzione di candidarsi di Soru è palese. Se ne parla negli ambienti politici, anche in quelli per così dire periferici. Difficile trovare un senso a questa operazione. Se non nella rimozione delle cause del fallimento di Soru come politico. Ma su questo rimando a <a href="http://www.democraziaoggi.it/?p=7986" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >ciò che ne hanno scritto</a> nei giorni scorsi due persone informate e dotate di solidi strumenti interpretativi come Andrea Pubusa e Tonino Dessì, su Democrazia oggi.</p>



<p>Sempre su Democrazia oggi, si è aperto un dibattito a proposito della cosiddetta &#8220;autonomia differenziata&#8221;, cara ad alcune regioni italiane settentrionali (soprattutto Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna). Il 24 prossimo è in programma un&#8217;assemblea organizzata dichiaratamente &#8220;contro&#8221; quest&#8217;ipotesi. Al solito, in Sardegna dobbiamo andare a traino dell&#8217;agenda politica italiana, in termini oppositivi oppure passivi, ma sempre senza esprimere una nostra <em>agency</em>, una nostra soggettività dispiegata dentro un orizzonte al cui centro ci sia l&#8217;isola e chi la abita.</p>



<p>È un problema segnalato dallo stesso Pubusa <a href="http://www.democraziaoggi.it/?p=7993" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >nel suo pezzo</a> a commento della convocazione dell&#8217;incontro del 24. Le cui argomentazioni però mi paiono a tratti approssimative (attribuire a Giommaria Angioy intenti federalisti è alquanto scorretto) e in definitiva anche contraddittorie. Così come quelle di un altro intervento in materia, <a href="http://www.democraziaoggi.it/?p=7997" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >quello di Fernando Codonesu</a>. In questo caso, tra le altre cose, si tira in ballo l&#8217;indipendentismo evidentemente senza averne una conoscenza adeguata (si contrappone l&#8217;indipendentismo sardo a quelli scozzese e catalano, per dire, pretesa abbastanza assurda) e a mio avviso si fa parecchia confusione su cosa significhi oggi un processo di autodeterminazione democratica. Ma sulla questione sarà bene tornare.</p>



<p>Il guaio è che l&#8217;opinione pubblica sarda è drammaticamente debilitata, privata di mezzi di comprensione e ignara della vera radice materiale e politica dei nostri problemi strutturali. La Sardegna, come ormai dico da tempo, è e resta una colonia televisiva italiana. A questo drammatica condizione di subalternità non corrisponde una reazione culturale e intellettuale ad ampio respiro, che ne smonti i meccanismi e che apra e alimenti un&#8217;agenda alternativa. È un fallimento terribile della classe dirigente sarda contemporanea nel suo complesso. Compreso Renato Soru e chi lo segue. In questo senso, è persino ridicolo pensare che davvero una sua candidatura possa rappresentare un rilancio in avanti dell&#8217;offerta politica.</p>



<p>La politica sarda, ossia la politica che si fa in Sardegna, non dipende o non dovrebbe dipendere solo da quella italiano. O meglio, la politica podataria sarda sì, dipende in toto da quello che succede a Roma o Milano e dai piani e dagli intenti di chi da lì dirige le proprie succursali coloniali nell&#8217;isola. Ed è un problema. Ma, nel complesso, la sorte della Sardegna è inserita giocoforza in un contesto più vasto, dentro le dinamiche internazionali, dentro gli sviluppi della grande crisi globale che stiamo attraversando.</p>



<p>Da un punto di vista generale, ho provato a tracciare una mappa di questa crisi e una prospettiva possibile a livello europeo nell&#8217;<a href="https://www.autonomieeambiente.eu/forum-2043/99-autodeterminazione-e-democrazia-una-via-d-uscita-dalla-crisi" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >articolo che ho scritto per il Forum 2043</a> del gruppo &#8220;Autonomia e Ambiente&#8221;: a quello rimando. </p>



<p>Per restare nello specifico della campagna elettorale sarda prossima ventura, posso dire questo. Chiunque tenga davvero a una prospettiva democratica, chi non sia ancora rassegnato al peggio, può e deve essere disponibile a cooperare e a costruire insieme ad altre persone e ad altri gruppi un&#8217;alternativa praticabile e credibile allo schifo imperante. E non in termini astratti e futuristici. </p>



<p>Con le prossime elezioni sarde non si farà l&#8217;indipendenza, non si scongiurerà il disastro ambientale in corso, non si edificherà il socialismo (e nemmeno altri -ismi, per quello), non si conquisterà alcuna meta strategica. Si potrà però, molto più realisticamente, provare a inserire nell&#8217;ingranaggio mortifero della dipendenza e della subalternità qualche granello di sabbia. E magari aprire uno spazio democratico su cui far germogliare un altro modo di fare politica. Questa sarà la base per cominciare davvero ad affrontare tutti i nodi strategici ancora sul tappeto, a cui la politica dipendentista e coloniale non può né vuole dare risposte.</p>



<p>Anche chi non ha a cuore l&#8217;autodeterminazione dell&#8217;isola, ma nutre sinceri sentimenti democratici, deve rendersi conto che si tratta appunto di costruire un processo di democrazia compiuta, prima di tutto. E deve rendersi conto che tale processo di conquista democratica, per forza di cose, condurrà presto o tardi a un conflitto con lo Stato italiano. </p>



<p>Persino gli appassionati della &#8220;costituzione più bella del mondo&#8221; dovranno ammettere che la stessa realizzazione in Sardegna dei nobili principi scritti in quel documento (su cui spesso basano la loro appartenenza italiana) porta inevitabilmente a questo risultato. Nessuna conquista civile, sociale, economica, politica potrà essere conseguita in Sardegna senza mettere radicalmente in discussione il suo rapporto con l&#8217;Italia. E dunque anche con le forze politiche che ne rappresentano gli interessi dominanti. È un nodo storico inaggirabile. </p>



<p>Perciò, nessuno che si schieri con i partiti oltremarini e le loro rappresentanze locali, alleati opportunisti compresi, potrà rivendicare la benché minima credibilità politica ed etica, per quanto cerchi di rivestire di principi ideali o di obiettivi altisonanti la propria organicità al sistema di dominio coloniale.</p>



<p>Ricordiamocene quando verranno a chiederci il sostegno a questa o quella candidatura per &#8220;battere le destre&#8221;, oppure ci ammorberanno il cervello con promesse assurde e fuori dal mondo, accampando la scusa di avere a Roma un &#8220;governo amico&#8221;. Roma e lo Stato italiano sono e saranno sempre una controparte. L&#8217;unica discussione possibile è sui modi con cui affrontare questa realtà e sulle misure necessarie per uscire dalla dipendenza, tenendo conto del quadro internazionale e delle questioni globali.</p>
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		<title>Tertium (non) datur (di Stefano Puddu Crespellani)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jan 2023 14:11:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricevo e ospito volentieri questo intervento di Stefano Puddu Crespellani riguardo a un tema già affrontato su SardegnaMondo. Preciso che, oltre ad ospitarlo, ne condivido lo spirito e il contenuto. Sarebbe ora che le forze politiche e sociali alternative al blocco storico clientelare-affaristico-coloniale che domina l&#8217;isola si esprimessero e decidessero come muoversi. Lo scenario è...</p>
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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="700" height="247" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-700x247.jpg" alt="" class="wp-image-5265" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-700x247.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-640x226.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-768x271.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine-800x282.jpg 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2023/01/immagine.jpg 1200w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading"><em>Ricevo e ospito volentieri questo intervento di Stefano Puddu Crespellani riguardo a un tema già affrontato su SardegnaMondo. </em></h4>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Preciso che, oltre ad ospitarlo, ne condivido lo spirito e il contenuto. Sarebbe ora che le forze politiche e sociali alternative al blocco storico clientelare-affaristico-coloniale che domina l&#8217;isola si esprimessero e decidessero come muoversi. Lo scenario è complicato, ma questo non esime dal prendere posizione. Penso al mondo indipendentista, nelle sue varie articolazioni. Penso ai movimenti ambientalisti e ai comitati civici. Penso alla sinistra non organica al centrosinistra italiano e al sardismo non piegato ai rapporti di forza subalterni cui l&#8217;ha condannato il PSdAz a guida Solinas. Cosa intendete fare?</em></h4>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Disperdere le forze, alla ricerca di vantaggi tattici di corto respiro; aspirare a un&#8217;egemonia che sarà sempre irraggiungibile, pretendendo ruoli di guida che sono fuori dal tempo e dalle cose; ignorare le forze reali che si muovono nel contesto sardo all&#8217;esterno dei recinti protetti e presidiati delle varie sigle: sono tutte tentazioni forti a cui si è ceduto e si cede ancora con troppa facilità. Non ce lo possiamo più permettere.</em></h4>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Questo intervento di Stefano può essere utile come base di ulteriore riflessione e come spunto per il rilancio di un dibattito necessario. A patto che non rimanga ostaggio dei meccanismi </em>social<em> e relegato a un livello puramente retorico.</em></h4>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Buona lettura.</em></h4>



<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<p>È evidente che la Sardegna ha un bisogno tremendo di trasformare il proprio contesto politico (per concentrarci sull&#8217;ambito più disastroso della nostra vita collettiva, pur senza nulla togliere al bisogno di cambiamento nella cultura, la società, l&#8217;economia, ecc.). Una trasformazione che significhi rinnovamento e ricambio generazionale, insieme ad un cambiamento sostanziale di logiche e di pratiche di governo democratico.</p>



<p>Il motivo per cui questa imperiosa necessità stenta a trovare uno sbocco politico reale è dovuto, in buona misura, alla legge elettorale attuale, un dispositivo antidemocratico concepito per rafforzare la struttura bipolare della rappresentanza (ovvero, la gestione del potere affidata a piccole consorterie in beneficio dei grandi interessi), nonché per decapitare ogni velleità di costruire qualunque ipotesi di proposta alternativa.</p>



<p>Se n&#8217;è parlato a lungo ma forse non abbastanza. Chiunque voglia costruire una &#8220;proposta terza&#8221;, cioè una alternativa politica, si trova davanti a un mostro bicefalo che usa tutte le sue armi (soldi, controllo dei mass media, uso dei <em>social</em>) per schiacciare, screditare, mettere a tacere, ridicolizzare qualunque proposta ulteriore; quando non sceglie, magari, i canti di sirena per attrarre e assorbire, ovvero neutralizzare, le proposte nuove.</p>



<p>Nel caso improbabile che questo non bastasse, la legge elettorale viene in loro soccorso, a cominciare dalle difficoltà che pone a chi vuole presentare una lista nuova: per esempio, svariate migliaia di firme autenticate, di cui non ha bisogno invece chi è già nel palazzo. Poi ci sono gli sbarramenti, secondo cui una coalizione alternativa deve raccogliere alla sua prima uscita oltre il 10% dei consensi (un risultato difficilissimo).</p>



<p>Ma la norma più perversa è quella per la quale, dei candidati a presidente, ne passano soltanto due; il terzo viene escluso. Per cui una forza alternativa deve non solo trovare una leadership credibile, ma essere disposta, allo stesso tempo, a bruciarla. Sull&#8217;altro versante, ha gioco facile l&#8217;idea velenosa del &#8220;voto utile&#8221;, secondo la quale per vincere l&#8217;avversario è necessario votare il candidato &#8220;forte&#8221; del polo opposto.</p>



<p>Questo gioco al massacro ha degradato, di fatto, il terreno politico sardo, da decenni. Le regole del gioco premiano il peggio e annullano qualunque novità, o la relegano in una zona di relativa irrilevanza. E qualora una irrefrenabile spinta al rinnovamento faccia nascere una proposta nuova, per idee, persone e dinamica di partecipazione, ecco che tutti i dilemmi si ripropongono, pressanti e poco risolubili, come altrettanti <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/K%C5%8Dan" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >koan</a>.</p>



<p>Come si può portare alle elezioni una proposta politica di trasformazione se, per competere con entrambi i poli, sei obbligato ad adottare le loro stesse strategie, cioè diventare molto simile a ciò da cui vuoi differenziarti? Come non cedere alla tentazione di allearti con uno dei due schieramenti per aggirare le difficoltà economiche e logistiche che sono inevitabili se vuoi mettere in moto una proposta elettorale?</p>



<p>C&#8217;è infine, l&#8217;ultima variabile, spesso la più insidiosa: perché la volontà di costruire una proposta &#8220;terza&#8221; nasce spesso da più parti; in Sardegna, per esempio, ci sarebbero, tra le altre, le istanze indipendentiste (che al loro interno sono diverse), i pentastellati, l&#8217;arcipelago di quella sinistra che si dichiara incompatibile col PD. Da qualche mese, poi, è sorta una proposta &#8220;giovane&#8221; dal nome suggestivo: &#8220;Sardegna chiama Sardegna&#8221;.</p>



<p>Vorrei soffermarmi un attimo su questa proposta, che mi sembra sia partita col piede giusto, per la capacità di coinvolgere &#8220;la base della piramide&#8221; (i territori e i giovani), mettendo al centro del dibattito problemi reali e stringenti (salute, lavoro, educazione, sviluppo autocentrato, ecologia, giustizia sociale, autogoverno): come affrontano i koan elettorali? Come concepiscono la creazione dello &#8220;spazio terzo&#8221;?</p>



<p>Sul piano concreto, la legge elettorale offre pochi margini di dubbio: se già c&#8217;è poco spazio per una proposta terza, direttamente non ce n&#8217;è alcuno se le proposte sono varie. Peraltro, mettersi d&#8217;accordo è l&#8217;eterno problema. Su quale base ci si unisce? Occorre, davvero, una grande capacità di sintesi, o forse semplicemente una visione generale del contesto, una mente aperta e una certa onestà intellettuale.</p>



<p>Il punto comune potrebbe essere, certamente, la volontà di trasformare in modo nuovo il contesto politico, e cioè rompere il meccanismo bipolare che regge la disfunzionalità della politica sarda (in salsa italica); il che significa anche impegnarsi a cambiare la legge elettorale come una delle priorità elettorali condivise; nonché l&#8217;indisponibilità a essere stampelle per le politiche sostenute da qualunque degli altri due schieramenti.</p>



<p>Insomma, se andare insieme è un obbligo pratico non si tratta di situare i paletti nel terreno delle &#8220;parole d&#8217;ordine&#8221; di carattere ideologico, bensì su delle scelte di campo procedurali, che siano funzionali a quella trasformazione del contesto di cui si parlava in apertura; una di queste è la pratica del coinvolgimento e dell&#8217;ascolto dei territori e delle persone &#8220;senza voce&#8221;, o semplicemente inascoltate. La democrazia di base, insomma.</p>



<p>Il terzo criterio sarebbe proprio quello di non ricadere nel gioco dell&#8217;inciucio, né col PD, né col PSd&#8217;Az, insomma con nessuno dei protagonisti di questa degradazione tremenda della vita politica sarda; bisogna davvero voltare pagina, cominciare qualcosa di nuovo, cambiare linguaggio, rinnovare le persone e i luoghi, stabilire patti che non siano di spartizione ma di aratura e semina; patti di assunzione condivisa di responsabilità.</p>



<p>La grande sfida per la politica sarda è proprio la creazione di questo spazio &#8220;terzo&#8221;. È una necessità di sopravvivenza. Proprio per questo è così importante essere lucidi e insieme generosi, mettere da parte le questioni secondarie e concentrarsi su quelle essenziali, trovare formule che rispettino le diversità dei percorsi politici, mantenendo la rotta comune di un nuovo dialogo della società con la politica, e viceversa.</p>



<p>Se la base è paritaria, se le priorità condivise hanno a che vedere con le pratiche e non con l&#8217;ideologia, se l&#8217;intenzione è quella di farsi forti della diversità e anche della fragilità di ciascuno, ci sarebbe la possibilità di creare un accordo che faccia da vomere per rompere il terreno indurito della politica sarda, dare aria alle zolle, fare emergere quella ricchezza di microorganismi che molti danno per perduta, e invece esiste.</p>



<p>Verrebbe da immaginare che questa sfida della &#8220;terzietà&#8221; non è un compito che vada affidato a una generazione di politici che si avvicina alla terza età; occorre non solo esperienza e competenza ma una ragionevole dose di entusiasmo, e la capacità di trovare soluzioni immaginative, non convenzionali, per lavorare insieme a chi è diverso per un obiettivo comune. E chi riunisce insieme queste capacità sono le persone giovani.</p>



<p>&#8220;Sardegna chiama Sardegna&#8221; ha il potenziale per essere l&#8217;embrione di un &#8220;Sardegna cambia Sardegna&#8221;, come contenitore elettorale di uno spazio politico terzo, in cui possano convivere anime diverse, disposte ad ammainare, per qualche tempo, la propria bandiera, per cambiare insieme il contesto politico e renderlo più propizio al pluralismo democratico, oggi soffocato da una legge capestro che va sconfitta e cambiata.</p>
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		<title>Il paradosso degli stati-nazione nel mondo post-nazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 14:43:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[identità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso dei campionati mondiali di calcio in corso nell&#8217;emirato del Qatar un calciatore svizzero segna un gol e non esulta. La squadra avversaria rappresenta il suo stato di nascita. È un fatto apparentemente insignificante che invece segnala un paradosso ormai conclamato del nostro mondo ancora diviso in stati-nazione fuori dalla realtà. Lasciamo perdere la...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il paradosso degli stati-nazione nel mondo post-nazionale' data-link='https://sardegnamondo.eu/2022/12/02/il-paradosso-degli-stati-nazione-nel-mondo-post-nazionale/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/12/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-5234" width="499" height="499" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/12/immagine.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/12/immagine-480x480.jpg 480w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/12/immagine-240x240.jpg 240w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/12/immagine-640x640.jpg 640w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading"><em>Nel corso dei campionati mondiali di calcio in corso nell&#8217;emirato del Qatar un calciatore svizzero segna un gol e non esulta. La squadra avversaria rappresenta il suo stato di nascita. È un fatto apparentemente insignificante che invece segnala un paradosso ormai conclamato del nostro mondo ancora diviso in stati-nazione fuori dalla realtà.</em></h4>



<p>Lasciamo perdere la questione di quanto abbia senso un campionato mondiale di calcio in Qatar. O meglio, teniamola presente, sullo sfondo, perché fa parte dell&#8217;assurdità del momento. Non mi dilungo nemmeno sui legami non proprio rassicuranti tra la Sardegna e l&#8217;emirato arabo (pure un fatto da non dimenticare).</p>



<p>Vorrei invece aprire un ragionamento su quanto senso abbiano, oggi, gli stati-nazione così come ci sono stati consegnati dai secoli precedenti e su quale possa essere la loro funzione nel presente e nell&#8217;immediato futuro, nonché su quale potrebbe esserne la sorte.</p>



<p>Lo sport può aiutare a svolgere una riflessione ancorata non a ideologie e rappresentazioni di comodo, ma alla realtà umana di questi tempi. Le massime competizioni mondiali, di cui il campionato di calcio adesso in svolgimento è una delle più importanti, avvengono tra *stati*. Ci sono organizzazioni sportive internazionali (come appunto la FIFA) che hanno più iscritti dell&#8217;ONU. In ogni caso, è l&#8217;appartenenza a uno stato a decretare quale &#8220;nazione&#8221; gli sportivi rappresentino con le proprie prestazioni.</p>



<p>Il panorama sportivo mondiale ci mostra ormai da qualche tempo una composizione piuttosto eterogenea delle rappresentative statali. Le stesse rappresentative italiane &#8211; che pomposamente, forse un caso unico al mondo, vengono denominate esplicitamente &#8220;nazionali&#8221; &#8211; recentemente si stanno popolando di atletə di provenienza non schiettamente italica.</p>



<p>L&#8217;Italia è stato uno dei paesi europei in cui l&#8217;accettazione di rappresentanti sportivi di origine diversa ha fatto più fatica ad essere accettata. L&#8217;Italia, a dispetto delle narrazioni vittimistiche e consolatorie dominanti, è uno stato molto razzista. Ma la realtà batte spesso anche le resistenze più accanite e negare la composizione multietnica e multiculturale della cittadinanza italiana attuale sarebbe ridicolo, prima ancora che sbagliato.</p>



<p>Va considerato, comunque, che l&#8217;accettazione della multietnicità nelle rappresentative &#8220;nazionali&#8221; italiane è dipesa più dal calcolo che da una spontanea disposizione culturale. Il movimento sportivo di un paese vecchio e a crescita demografica negativa come l&#8217;Italia non poteva ancora a lungo privarsi di forze nuove, specie perché si tratta ormai di persone nate e/o cresciute in Italia, spesso nemmeno di prima generazione, ma di seconda o di terza. E, per quanto possa dispiacere a nazionalisti duri e puri e fascisti vari, esistono anche moltissime famiglie miste.</p>



<p>Personalmente a me suonava già strano vedere atletə sud-tirolesi o slovenə o sardə (per dire) con i colori sabaudi addosso. Comunità etnicamente &#8220;altre&#8221;, sia pure dotate di cittadinanza italiana, sempre guardate con sospetto e con diffidenza, quando non con aperto razzismo, salvo far finta di niente quando qualche loro esponente tornava utile alla causa sportiva &#8220;nazionale&#8221;. Italianə per convenienza sportiva, insomma. In un paese che ha sempre fatto estrema fatica ad accettare le diversità interne. Niente di strano che abbia fatto ancora più fatica ad accettare una diversità più recente, benché del tutto costitutiva del nostro mondo attuale.</p>



<p>Detto ciò, che alla nazionalità, intesa come cittadinanza di questo o quello stato, non corrisponda più la nazionalità in senso proprio, ossia l&#8217;appartenenza a una discendenza comune dai secoli dei secoli, è un dato acclarato. La base concettuale e ideologica degli stati di matrice europea otto-novecentesca non ha più alcun riscontro nella realtà.</p>



<p>Gli stati attuali sono più che mai un mero strumento in mano al ceto padronale sovranazionale. Quando nell&#8217;Ottocento Marx, Engels, Bakunin e compagnia varia parlavano dello stato, allora in fieri, come &#8220;stato borghese&#8221;, non era solo una formula propagandistica. Era una realtà storica che si andava dispiegando sotto i loro occhi. La parentesi post seconda guerra mondiale aveva coperto con un velo opacizzante questa dura realtà, facendo intravvedere la possibilità che gli stati potessero essere tutto sommato anche portatori di diritti universali, di pace e di progresso. Certo, a guardare i fatti storici questa è sempre stata solo una pretesa alquanto fantasiosa. E il fallimento della decolonizzazione fatta dentro le cornici imposte dal colonialismo avrebbe dovuto dire qualcosa.</p>



<p>Ma lo stato-nazione era stato ed era ancora un mezzo di dominio troppo funzionale. Persino quando prese piede l&#8217;ideologia neo-liberale, con Thatcher nel Regno Unito e Reagan negli USA, ai proclami anti-statalisti e alla retorica ostile all&#8217;intervento della politica nell&#8217;economia corrispose nella prassi un uso disinvolto delle istituzioni statali in funzione anti-popolare e a favore dei ceti ricchi. In termini spesso brutali, per quanto rivestiti di teorie considerate scientificamente sensate. Buona parte del ciarpame intellettuale con cui si è giustificato il dominio del capitalismo più rapace degli ultimi quarant&#8217;anni è ancora operativo nei centri nevralgici dove si prendono decisioni, nelle istituzioni dove si formano e trasmettono le idee, nei mass media, ecc.</p>



<p>Lo stato fa e farà ancora comodo nella deriva autoritaria e anti-democratica in corso da tempo. Dove di democrazia, sia pure di tipo rappresentativo e liberale, ce n&#8217;è stata poca, quanto dove questa forma attenuata e sempre transitoria di democrazia ha preso più piede.</p>



<p>Il lungo fallimento della civiltà capitalista segna anche il lungo fallimento dello stato-nazione. Il problema è che si tratta di un processo in corso, su cui è difficile ragionare non solo e non tanto in prospettiva, ma anche &#8211; pragmaticamente &#8211; nel presente.</p>



<p>Ci sono stati che funzionano abbastanza bene, si dirà. E situazioni in cui la dialettica sociale ha una sua rappresentanza politica e le libertà fondamentali non sono del tutto in discussione. È vero. Di solito, a ben guardare, si tratta di stati di matrice europea, di dimensioni medio-piccole, oppure di confederazioni. I pochi aspetti positivi degli USA, per esempio, se guardiamo alla sostanza politica e sociale, derivano dalla loro natura federale e da una serie di garanzie articolata in modo che sia difficile imporre un vero regime di dominio autoritario. Certo, poi ci sono anche moltissime magagne; però la diversità interna degli USA si rivela una forza e un vantaggio per la cittadinanza. </p>



<p>L&#8217;Europa ha parzialmente fallito, su questo fronte, e oggi fa fatica a tenere il passo. Ha goduto per secoli di ingiustificati privilegi, accaparrandosi risorse altrui. Non durerà ancora a lungo. Per quanto alcuni dei suoi stati siano ancora organismi abbastanza funzionali e riescano a garantire livelli di benessere dignitosi a quasi tutta la loro popolazione, lo scenario si presenta molto eterogeneo e alcuni degli stati europei sono palesemente degli accrocchi politici tenuti insieme a malapena e a prezzo di notevoli problemi strutturali. L&#8217;Italia è uno di questi. Difficile reggere ancora per molto, su scala storica.</p>



<p>Fuori dallo scenario europeo o di cultura europea, man man che ci si allontana geograficamente e culturalmente da tale modello, la situazione non cambia di molto, se non in peggio. In molti casi lo stato è una finzione in cui conviene credere, perché le alternative sarebbero peggiori. Ma mica sempre. E comunque c&#8217;è un po&#8217; dappertutto una dose di autoritarismo piuttosto consistente.</p>



<p>Negli stati asiatici, per dire, il modello statuale europeo fa i conti con culture assai diverse per storia e forme di socializzazione, di relazioni sociali, ecc. Dove questi elementi riescono a convivere e a reggersi a vicenda, le cose vanno anche relativamente bene. Ma si tratta di casi particolari (penso al Giappone), che dipendono comunque da una certa coesione culturale preesistente all&#8217;imposizione del modello statuale europeo.</p>



<p>Se la &#8220;nazione&#8221; non ha un vero fondamento storico, reale, ma è una &#8220;comunità immaginata&#8221; (secondo le definizione di  Benedict Anderson), allora forse si può partire da questo concetto &#8211; la comunità immaginata &#8211; per provare a dargli un contenuto diverso e una veste giuridico-formale adeguata alle dinamiche storiche in atto.</p>



<p>La maggior parte dell&#8217;umanità, ormai, vive dentro comunità immaginate. Che sia la propria città, la provincia, il gruppo linguistico, l&#8217;etnia, lo stato, pochi nostri simili, sul pianeta, possono identificarsi con un gruppo umano di cui conoscono tutti i membri e dentro il quale hanno una rete di relazioni dirette e sempre attive. L&#8217;identificazione e l&#8217;appartenenza sono inevitabilmente riconosciute a comunità più vaste, a volte molto più vaste. E la cosa non ci disturba.</p>



<p>Molte persone sarde, per esempio, si considerano sinceramente appartenenti alla nazione italiana. Non è che ragionino sul termine e il suo senso, è un&#8217;adesione condizionata ma in qualche modo spontanea. Eppure dell&#8217;Italia quasi sempre non sanno nulla, tranne ciò che passano i mass media e la scuola (nazionalista). Le generazioni più giovani si interessano meno a questo livello del discorso e si sentono più facilmente appartenenti all&#8217;Europa. Altre persone sarde si considerano appartenenti esclusivamente alla collettività propriamente sarda, benché per quasi tuttə l&#8217;identificazione primaria, di solito, sia quella con la propria città o il proprio paese. In nessun caso si tratta di appartenenze giustificate con la conoscenza o il legame diretto di ogni membro della comunità in cui ci si identifica.</p>



<p>Beninteso, non si tratta di appartenenze fittizie o immaginarie (immaginaria≠immaginata). Sono invece appartenenze profonde, che superano quasi sempre in intensità l&#8217;appartenenza di classe. </p>



<p>Ciò che possiamo dire per le persone sarde si può dire per qualsiasi collettività umana. L&#8217;appartenenza statale-nazionale a volte c&#8217;è, a volte c&#8217;è ma è debole, a volte è contrastata da altre appartenenze (come nel caso dei popoli senza stato o di minoranze etnico-linguistiche non riconosciute). Non sono pochi i casi di appartenenza multipla.</p>



<p>Per come vanno le cose oggi e date le dimensioni demografiche dell&#8217;umanità (siamo ufficialmente otto miliardi di persone), credo che dovrebbe ormai affermarsi definitivamente l&#8217;appartenenza più importante e decisiva: quella all&#8217;umanità medesima e al pianeta Terra. </p>



<p>Conciliare le identità e le appartenenze specifiche (di nascita o elettive) con altre appartenenze più ampie, fino a quella planetaria, è anche una necessità politica stringente. Davanti agli sconquassi climatici ed ecologici, alle pandemie, alle diseguaglianze inaccettabili tra popoli, tra territori e tra gruppi sociali, insistere ancora su &#8220;idee senza parole&#8221; come &#8220;nazione&#8221; e &#8220;stato&#8221; e far dipendere da esse la sorte dell&#8217;umanità è davvero demenziale.</p>



<p>Lo vediamo chiaramente con le guerre. Quella in Ucraina e le altre in corso. Lo vediamo in tutti i casi in cui &#8220;l&#8217;interesse nazionale&#8221; è usato come copertura propagandistica di efferatezze altrimenti inaccettabili (di solito a vantaggio di cospicui interessi di parte o di élite dominanti). </p>



<p>Una prospettiva diversa è indispensabile. Una nuova formulazione dei principi ideali, giuridici e pragmatici su cui basare la strutturazione degli ordinamenti politici che faccia funzionare una democrazia solidale e a più livelli, a seconda dell&#8217;ordine di grandezza delle questioni. Dall&#8217;autogoverno delle singole comunità di base, che possono essere definite solo tramite il concorso della volontà collettiva delle persone interessate, fino al livello decisionale generale, a cui devono poter accedere tutte le macro-collettività in cui si riconoscono le collettività di ordine inferiore (ordine di grandezza, ribadisco, non di importanza o valore). </p>



<p>Una sorta di confederalismo globale, una sorta di Svizzera planetaria (senza troppe banche, magari). Con alcuni principi cardine insindacabili: i diritti umani e civili fondamentali (a partire da quelli espressi nella Dichiarazione universale dei diritti umani dell&#8217;ONU), il principio di autodeterminazione dei popoli, l&#8217;inappropriabilità dei beni essenziali alla vita, la primazia dei diritti collettivi generali sugli interessi privati, la libertà di spostarsi, la libertà di cambiare regime politico, la salvaguardia dell&#8217;ecosistema, della biosfera e della biodiversità.</p>



<p>Può sembrare una prospettiva ingenuamente utopistica. Ma senza un po&#8217; di sana utopia non abbiamo alcuna possibilità di cambiare in meglio la sorte dell&#8217;umanità (nel suo insieme e nelle sue varie porzioni specifiche). A patto di non trarne un sistema dogmatico da imporre a qualsiasi costo. In ogni caso, la china che abbiamo preso al momento non mi pare destinata a condurci a una condizione generalizzata di progresso e benessere universali. Porsi il problema e ragionare sul da farsi non è un esercizio astratto e superfluo. E al mondiale di calcio tifate pure chi vi pare.</p>
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		<title>L&#8217;agonia politica sarda come opportunità di rilancio democratico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 13:31:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proviamo a mettere insieme alcune riflessioni sulle ultime elezioni amministrative, a incrociarle con le questioni aperte di questo periodo e vediamo se se ne può trarre qualche utile indicazione per una stagione politica nuova. Nel contesto della difficile situazione internazionale, la Sardegna appare sempre di più come una misera pedina sacrificabile, senza voce né soggettività....</p>
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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="700" height="313" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine-700x313.png" alt="" class="wp-image-5043" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine-700x313.png 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine-640x286.png 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine-768x343.png 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine-800x358.png 800w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2022/06/immagine.png 1226w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
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<h4 class="wp-block-heading"><em>Proviamo a mettere insieme alcune riflessioni sulle ultime elezioni amministrative, a incrociarle con le questioni aperte di questo periodo e vediamo se se ne può trarre qualche utile indicazione per una stagione politica nuova.</em></h4>



<p class="has-medium-font-size">Nel contesto della difficile situazione internazionale, la Sardegna appare sempre di più come una misera pedina sacrificabile, senza voce né soggettività. Le recenti elezioni amministrative hanno confermato l&#8217;amara sensazione che la politica politicata, nell&#8217;isola, sia ormai qualcosa di stantio, di scadente e di poco sentito dalla cittadinanza.</p>



<p class="has-medium-font-size">I problemi emersi sono diversi: il crescente astensionismo, la difficoltà dei partiti ad allestire candidature dignitose, la bassa qualità (almeno in media) dell&#8217;offerta politica, la stagnazione delle idee, il numero crescente di comuni commissariati o dove si fa fatica a trovare anche solo una lista e una candidatura alla carica di sindaco.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le forze politiche che occupano le istituzioni, a partire dal Consiglio regionale, non sembrano preoccuparsene. Anzi, è una situazione in cui loro si trovano a proprio agio. Sono i vermi che si nutrono famelici di un cadavere, senza neanche accorgersi che la polpa è quasi finita e bestie rapaci ben più grosse di loro volteggiano sulla carogna.</p>



<p class="has-medium-font-size">A parte la pura e semplice lotta di potere, nel Palazzo non ci si preoccupa di altro. Ed è un potere miserabile, da maneggioni di provincia, ingrifati all&#8217;idea di potersi spartire prebende ed incarichi ben remunerati grazie agli spiccioli che piovono da chissà dove. L&#8217;orizzonte di riferimento è il prossimo rimpasto di giunta, o le prossime elezioni politiche (da cui nessuno spera ragionevolmente di trarre qualcosa di buono, tranne forse il presidente Solinas), o al massimo le prossime elezioni per la Regione. Qualcuno è rassegnato a ridimensionare le proprie aspirazioni puntando sul livello municipale, alla prima occasione buona.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nessuno, dentro il Palazzo, fa davvero politica, né ha alcuna intenzione di farla. Nessuno di questi personaggi intende preoccuparsi del caro vita, dell&#8217;invasione delle cavallette e delle difficoltà del settore agricolo e zootecnico, delle mire speculative in campo energetico, del disagio sociale e dello spopolamento. Non sono interessati e non saprebbero nemmeno dove mettere le mani. Non sono stati selezionati per questo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il quadro complessivo è a dir poco desolante ed è sotto gli occhi di tutti.</p>



<p class="has-medium-font-size">In proposito, <strong>Massimo Dadea</strong>, medico nuorese, già assessore regionale nella giunta Soru, su Facebook scrive quanto segue:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’esito delle amministrative in Sardegna deve destare allarme e attenzione. Chi pensava che, dopo i disastri della giunta regionale sardista e leghista, le prossime regionali sarebbero state una passeggiata si deve ricredere. È necessario, in tutta fretta, mettere insieme, attorno ad un Progetto credibile di profondo rinnovamento, ad una Idea innovativa di Sardegna, l’insieme delle forze progressiste, autonomiste e di sinistra: Progressisti, Possibile, Demos, Verdi, Articolo 1, PD ( possibilmente depurato di quel “potere feudale” che lo appesantisce). Un Progetto aperto al contributo di quelle forze che si ispirano alle idee indipendentiste.<br />BISOGNA FARE PRESTO</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Una posizione credo sincera ma che giudico come minimo ingenua. Non è solo questione di centrodestra a trazione sardo-leghista, è tutto un sistema politico, un apparato di potere, che va abbattuto e integralmente sostituito. Non solo nel personale, ma prima di tutto nei metodi e nelle prospettive strategiche.</p>



<p class="has-medium-font-size">Proporre ancora la ricetta di un centrosinistra all&#8217;italiana, a trazione PD, magari allargato, almeno retoricamente, a un ambito autonomista (quale? non sono tutti autonomisti, ormai?) e addirittura indipendentista (anche qui: a cosa o chi si allude?) è pura fiction. Sarebbe la riedizione della maggioranza che sosteneva la giunta Pigliaru, a suo tempo il lizza per il premio alla peggior giunta degli ultimi quarant&#8217;anni.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ridurre la necessità storica di una svolta democratica in Sardegna alla stantia chiamata alle armi nel centrosinistra, per &#8220;battere le destre&#8221;, come ha fatto di recente lo stesso segretario nazionale del PD Letta (intanto che con le destre governa da anni), è davvero un ben misero sforzo di fantasia. Non è riproponendo in salsa sarda i meccanismi malati della politica italiana, che ne usciremo. L&#8217;abbiamo già visto, più di una volta. Anche basta.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un altro ex assessore di centrosinistra (ma già partecipe di peso nel centrodestra), <strong>Paolo Maninchedda</strong>, a sua volta stigmatizza l&#8217;inerzia del Palazzo. Prendendosela soprattutto con la giunta Solinas e l&#8217;attuale maggioranza. In un suo <a href="https://www.sardegnaeliberta.it/guardatevi-siete-voi/?fbclid=IwAR2LIgcQn5Fai6KtsyUk5NShq4F6qFFoWi7-dKHJ6uDqo0QRvQkp6zbXxgU" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >post recentissimo</a> parte dal problema delle cavallette per emettere un giudizio lapidario:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Voi non avete uno straccio di idea di come distruggere i nidi mentre le cavallette volano.<br />Siete rassegnati.<br />E lo siete perché siete incapaci.<br />Voi fate molte conferenze stampa (mirabili quelle dell’Assesore ai Lavori Pubblici, che dopo aver elogiato a saliva l’Anas per tre anni per ogni metro di asfalto che faceva, oggi scopre che l’Anas è controparte. Buongiorno! Ben svegliato!) con giornalisti sfiduciati e annoiati che sanno che dite balle, ma che sanno anche che loro debbono ripeterle per vil denaro, per quel fiume carsico di finanziamenti pubblici che arrivano ai giornali.<br /><br />Fate una cosa, se non sapete fare, fate fare a chi sa fare.<br />Richiamate tutti i dirigenti e i funzionari che avete esiliato, tutti i capaci cui avete preferito i fedeli inetti a ventre largo e cervello stretto, riportateli in servizio e combattete. Ah già, dimenticavo, voi che siete eredi del mascellone, siete d’ufficio per la guerra, ma combattuta sempre dagli altri. E allora chiamate noi che vogliamo combattere e uscitecene dai piedi.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Un&#8217;invettiva con i fiocchi. Che sarebbe più credibile se arrivasse da chi non ha una parte consistente di responsabilità per come sono andate le cose in questi ultimi lustri. Vero è che qualcuno disposto a credere alla riverginazione si trova sempre, in Sardegna. Ma non so quanti ne siano rimasti e comunque tutta la ragione che Maninchedda ha in questo caso (ce l&#8217;ha, niente da dire) non basta a restituirgli piena credibilità come attore politico su cui fare affidamento per il futuro. Forse servirà a lui per recuperare un posto nella grande alleanza prospettata da Dadea (sempre che i grandi capi siano d&#8217;accordo).</p>



<p class="has-medium-font-size">Sulla questione, anche <strong>Vito Biolchini</strong> esprime giudizi molto severi e piuttosto giustificati, prendendosela in questo caso con l&#8217;opposizione al centrodestra sardo-leghista. Nel suo <a href="https://www.vitobiolchini.it/2022/06/16/in-sardegna-peggio-della-giunta-solinas-ce-solo-lopposizione-alla-giunta-solinas/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >post del 16 giugno</a> scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Quella che dovrebbe essere una opposizione credibile in Sardegna è egemonizzata da un Pd che da tempo è senza segretario regionale, in balia di tre oligarchi (Paolo <strong>Fadda</strong>, Antonello <strong>Cabras</strong> e Renato <strong>Soru</strong>) che tengono il partito lontano dalla società ma lo collocano vicino ai grandi interessi (in questi mesi energetici e aeroportuali, soprattutto), con logiche tribali e familistiche. <br />Che fare, dunque? A queste punto, se la scelta è quella di riciclare sempre i soliti noti, perché non candidare direttamente Antonello <strong>Cabras</strong> alla Regione? Sembra una fesseria: peccato che qualcuno ci sta pensando veramente.<br />Il Pd tiene in ostaggio il centrosinistra ma soprattutto tutta la Sardegna che ritiene che quella presieduta da Christian <strong>Solinas</strong> sia la peggiore giunta regionale di sempre. È ostile ad ogni rinnovamento, ad ogni apertura alle forze vive della società, ai giovani, alle donne. <br />Così come l’ala sinistra dello schieramento, che pensa solo a fare in modo che la sua minuscola classe dirigente si assicuri un altro giro di giostra (le indennità delle assemblee concepite come una specie di reddito di cittadinanza per politici senz’arte né parte). </p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Qui c&#8217;è già una risposta all&#8217;appello di Massimo Dadea. E non posso che convenire. La realtà è che in Sardegna non esiste un&#8217;opposizione istituzionale, non c&#8217;è una vera dialettica democratica. Sicuramente, non tra le forze rappresentate in Consiglio regionale. È uno dei frutti amarissimi della legge elettorale vigente e, ancor più in profondità, del suo retroterra culturale anti-popolare e oggettivamente anti-sardo. L&#8217;oligarchia che domina l&#8217;isola ne è imbevuta e ciò si riflette nella qualità del personale politico che essa seleziona e mobilita, tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra.</p>



<p class="has-medium-font-size">Siamo dunque in una fase drammatica sia per la mole dei problemi da affrontare sia per l&#8217;assenza di uno scenario politico all&#8217;altezza della situazione. È doveroso analizzare le cose con lucidità, in una prospettiva costruttiva.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ci prova <strong>Danilo Lampis</strong>, tra le altre cose amministratore pubblico nel suo comune, Ortueri, in <a href="https://www.sindipendente.com/blog/comunali-in-sardegna-quale-punto-di-vista-per-il-futuro-dellisola/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un articolo su S&#8217;Indipendente</a>. L&#8217;analisi di Danilo Lampis è la più esaustiva tra quelle lette, e anche di gran lunga la più convincente. Tra le altre cose vi si legge:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’indicazione sul medio e lungo termine che proviene dalle urne sul piano isolano può essere affrontata da diversi punti di vista. Se il punto di vista è quello del centro-destra, conferma che l’ammucchiata e <strong>le clientele sono una garanzia</strong> che mobilita una fetta di società di destra. Se il punto di vista è quello del PD – uscito con le ossa rotte –, conferma che <strong>l’unità contro le destre è l’unica soluzione</strong>, anche se continua a mancare una visione politica diametralmente opposta, credibile, partecipata, capace di rispondere alle necessità peculiari dell’isola.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">La prospettiva è quella di una sinistra popolare, non dogmatica, ma con dei valori e dei principi di riferimento inderogabili. Lampis scrive ancora:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il <strong>progressivo allontanamento dalla partecipazione politica</strong>, anche nella forma più accessibile del semplice voto, <strong>è un problema oggettivo per chiunque voglia oggi costruire una Sardegna più giusta e autodeterminata</strong>. Senza vedere la partecipazione come un fine, infatti, non ci può essere nessun cambiamento duraturo e desiderabile.<br />Di fronte a queste tendenze, la soluzione non è di certo quella di associarsi improduttivamente ai punti di vista esistenti, ma quella di osare l’invenzione di uno nuovo in grado di sfidarli. <strong>Il centro-destra non si sconfigge con una sommatoria di debolezze senza una visione trasformativa chiara e riconoscibile</strong>, ma avendo il coraggio di immaginare una forza politica inedita che agisca nella società e nelle istituzioni.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Quindi, in questo caso, la proposta non è la riproposizione del centrosinistra all&#8217;italiana, sia pure riverniciato di una tinta vagamente sarda, bensì qualcosa che ancora non esiste. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Come si sarà inteso, il punto non è tanto la costruzione di una coalizione elettorale migliore per le prossime regionali, mettendo sotto il tappeto le problematiche strutturali dell’offerta politica esistente. Di fronte a <strong>un’alternanza artificiosa, tenuta in vita grazie alla legge elettorale attuale, di un sistema ossificato, sempre più oligarchico e</strong> – nonostante le tante buone energie che ci hanno e ci stanno provando – <strong>irriformabile dall’interno</strong>, serve <strong>inventare una nuova politica – negli obiettivi, nei metodi, nei processi</strong> – che scuota i cuori e le menti della Sardegna.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Il problema, in questo caso, è l&#8217;astrattezza del proposito, non la sua sensatezza. Dal punto di vista politico, è senz&#8217;altro un orizzonte condivisibile e persino necessario. Quando si prova a declinarlo in termini pratici, emerge subito la sua fragilità. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il che non significa che non vada assunto come possibile quadro di riferimento, ma caso mai che poi bisogna renderlo operativo dentro la realtà, nelle sue articolazioni concrete e dentro i suoi processi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Intanto deve essere chiaro che si sta parlando di una possibile partecipazione alle prossime elezioni; direi non solo quelle per la Regione, ma anche quelle amministrative prossime venture. Da qui, dal livello municipale, va costruito il percorso a cui accenna Danilo Lampis.</p>



<p class="has-medium-font-size">La base da cui partire, e che poi dovrebbe essere anche la base di mobilitazione per le elezioni, non sono tanto le organizzazioni politiche, i partiti, che sono pochi, piccoli, deboli, non strutturati sul territorio, bensì in primo luogo i movimenti settoriali che da tempo animano la realtà sociale sarda. Le mobilitazioni per la sanità pubblica (ancora troppo scoordinate tra loro); quelle contro le speculazioni energetiche; la grande protesta che si solleva dalle campagne a causa del problema cavallette, ma che abbraccia una serie di problemi strutturali mai risolti; il malumore della scuola; il movimento contro l&#8217;occupazione militare della Sardegna; i movimenti contro le diseguaglianze e le discriminazioni. </p>



<p class="has-medium-font-size">Chiaro, va trovato un denominatore comune e anche un metodo di lavoro condiviso. Bisogna avere chiaro il quadro strategico in cui inserire queste istanze settoriali e/o territoriali. In questo senso, l&#8217;ambito indipendentista/autodeterminazionista, l&#8217;ambientalismo democratico (ossia, non quello borghese, affarista e connivente che spesso domina la scena) e anche la parte democratica e non nazionalista italiana della sinistra potrebbero avere qualcosa da dire.</p>



<p class="has-medium-font-size">Da questo quadro restano escluse le istanze di destra e i liberisti dogmatici. Non si può essere davvero ecumenici, in politica. Che si organizzino tra loro, se riescono ad essere autonomi dalle case madri italiane. Razzisti e fascisti non li prendo nemmeno in considerazione. </p>



<p class="has-medium-font-size">Va anche deciso come affrontare l&#8217;ostacolo della normativa elettorale vigente (che non verrà modificata se non in peggio). Non è un ostacolo da poco. In proposito, qualche giorno fa, <strong>Luisi Caria</strong> scriveva così (su Facebook):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le prossime elezioni regionali del 2024 sono sempre più vicine e da ciò che vedo mi convinco sempre più che non sarebbe la fine del mondo se gli indipendentisti saltassero una tornata elettorale.<br />Dagli anni 70 ad oggi non è mai mancata almeno una candidatura indipendentista in ciascuna tornata elettorale e se a quel tempo aveva un senso utilizzare lo strumento delle elezioni per far conoscere le idee indipendentiste, oggi non esiste nessuna utilità nel fare liste di &#8220;testimonianza&#8221; che testimoniano solo la nostra debolezza e la certificano a livello numerico e statistico.<br />Per questo motivo non credo che ci si debba candidare ad ogni costo, ma solo se esiste una ragionevole probabilità di eleggere delle rappresentanti.<br />Sarebbe sicuramente un grande successo riuscire ad entrare in Consiglio Regionale, per la prima volta nella storia, senza bisogno di prostituirsi con i partiti italiani.<br />Se qualcuno ritiene di avere questa possibilità è bene che lo faccia, altrimenti sarebbe meglio attendere tutto il tempo necessario.<br />Attualmente il principale ostacolo all&#8217;elezione di un consigliere o una consigliera indipendentista è rappresentato dalla legge elettorale, che ha impedito il successo di Sardegna Possibile nel 2014.<br />Per cambiarla sono state organizzate negli scorsi anni diverse raccolte di firme e proposte di referendum, le quali sono entrate in contrasto fra loro per divergenze riguardanti i rispettivi modelli di legge elettorale, ma soprattutto a causa di gelosie riguardanti la paternità delle diverse proposte.Io credo che ciascun movimento o partito avrà modo di propugnare la sua legge elettorale &#8220;ideale&#8221; dopo che dovesse entrare in Consiglio, ma adesso siamo davvero agli sgoccioli del tempo utile perché la legge elettorale possa essere cambiata da forze esterne al Consiglio stesso.<br />A mio parere la cosa più intelligente sarebbe una proposta unitaria di referendum che modifichi in modo più minimale possibile la legge elettorale esistente, per favorire l&#8217;aggregazione alternativa ai poli italiani e permettere l&#8217;elezione di forze politiche alternative ad essi.<br />Per ottenere questo risultato penso che sarebbe sufficiente abolire lo sbarramento al 10% per le coalizioni, che dunque dovrebbero superare lo stesso sbarramento al 5% che vige per le singole liste.<br />Ci sono mille altre cose sbagliate in quella pessima legge elettorale, ma non credo che sia utile o necessario pensare ora a modificarle attraverso un referendum.</p></blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Questo intervento ha dato la stura a molti commenti, per lo più orientati a proporre accorgimenti per eludere la trappola della legge elettorale. Sono emerse diverse opzioni, che alla fine si riducono a due: listone unico regionale o coalizione plurale. Entrambe le soluzioni hanno pro e contro. Se ne può discutere, beninteso col pragmatismo che questo tipo di faccende richiede.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma è l&#8217;assunto di partenza, che mi ha colpito: l&#8217;invito rivolto in particolare all&#8217;ambito indipendentista a rinunciare alla competizione elettorale per la consapevolezza di non essere all&#8217;altezza. Credo sia un utile esercizio di pessimismo della ragione, a cui però non bisognerebbe cedere troppo rapidamente. Non può mancare, insomma, una dose di ottimismo della volontà (e chiedo scusa per la banalità).</p>



<p class="has-medium-font-size">Va tenuto conto del fatto che la concorrenza ha molte armi a suo vantaggio, ma dal punto di vista della credibilità, del consenso e delle idee è ormai a un livello imbarazzante. Anche solo a titolo di testimonianza (che in democrazia comunque vale qualcosa), bisogna procurarsi le occasioni per mettere la nostra classe politica podataria e cialtrona davanti alle sue mancanze e alla sua bassezza morale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Caso mai andrebbe finalmente avviato il necessario processo di convergenza e di confronto costruttivo tra tutti i soggetti interessati. Gli anni di pandemia hanno seriamente compromesso questa possibilità, ma oggi è indispensabile riappropriarci dei luoghi e delle occasioni di incontro, rigenerare la famosa alleanza dei corpi, tanto auspicata (almeno, da me) e raramente praticata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è facile, lo so benissimo. E c&#8217;è anche un alto rischio di essere infiltrati da avventurieri senza scrupoli, da sabotatori o da rimasugli delle due coalizioni maggiori in cerca di nuovi spazi d&#8217;azione. Bisogna saper riconoscere le persone, valutarne i trascorsi e avere anche un&#8217;idea precisa delle vicende politiche sarde degli ultimi vent&#8217;anni. </p>



<p class="has-medium-font-size">Tuttavia, non si può rinunciare solo per la paura di perdere. Perdere non vuol dire nulla, così come vincere. Conta quello che impari e quello che fai dopo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Una base programmatica condivisa, con al centro pochi punti decisivi. Un&#8217;organizzazione aperta e plurale, che valorizzi e non mortifichi le varie sensibilità. Metodi decisionali trasparenti. Coinvolgimento delle comunità locali, delle categorie sociali, dei movimenti settoriali e dell&#8217;emigrazione (specie quella giovane e più preparata). Richiamo al mondo della cultura e dell&#8217;arte. Tutto questo è necessario e si può fare. A patto di essere credibili.</p>



<p class="has-medium-font-size">La domanda a questo punto è: chi se ne occuperà? Da chi può partire una chiamata alla partecipazione a questo percorso costituente? Non saprei dirlo. Può essere anche un gruppo inizialmente ristretto di persone. A patto che non si aprano subito guerre per l&#8217;egemonia e scontri personalistici. Bisogna imparare a parlarsi. Fuori dai social media. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ora non è il tempo di arrendersi, né di dare per scontata la caduta nel baratro. Non possiamo aspettare di toccare il fondo per risalire. Il fondo l&#8217;abbiamo già toccato e stiamo scavando, da almeno quindici anni. Ora è il tempo di provarci, quelli che si è, con le forze che ci sono, nel contesto dato. Non tutto quello che è stato fatto in passato è sbagliato e di lezioni da trarre ce ne sono molte, a patto di volerle vedere e capire. Ma in ogni caso serve uno sforzo di fantasia e di generosità. Non è la prima volta che lo scrivo, forse non sarà l&#8217;ultima, ma credo che sia sempre più vero.</p>
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