<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Sarda Rivoluzione Archivi - SardegnaMondo</title>
	<atom:link href="https://sardegnamondo.eu/tag/sarda-rivoluzione/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://sardegnamondo.eu/tag/sarda-rivoluzione/</link>
	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
	<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2026 10:22:09 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	
	<item>
		<title>Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Adriana Valenti Sabouret]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Atzori]]></category>
		<category><![CDATA[Public History]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[uso pubblico della storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=6282</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come ogni anno, la fine di aprile ci presenta un momento di necessaria riflessione, tra storia e politica. La vicinanza di ricorrenze diverse ma non alternative, come il 25 aprile (liberazione italiana dal nazifascismo), 27 aprile (morte di Nino Gramsci) e 28 aprile (Die de sa Sardigna), è potenzialmente feconda, ma troppo spesso usata per...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/">Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="700" height="394" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-700x394.jpg" alt="" class="wp-image-6285" style="width:606px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-700x394.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-640x360.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-768x432.jpg 768w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-1536x864.jpg 1536w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-2048x1152.jpg 2048w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-1-800x450.jpg 800w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
</div>


<h3 class="wp-block-heading"><em>Come ogni anno, la fine di aprile ci presenta un momento di necessaria riflessione, tra storia e politica. La vicinanza di ricorrenze diverse ma non alternative, come il 25 aprile (liberazione italiana dal nazifascismo), 27 aprile (morte di Nino Gramsci) e 28 aprile (Die de sa Sardigna), è potenzialmente feconda, ma troppo spesso usata per sminuire o mistificare queste date e i passaggi storici a cui si riferiscono. In Sardegna forse più che altrove.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Uno dei tratti salienti di queste giornate è l&#8217;applicazione di cornici interpretative e di parole d&#8217;ordine che di solito servono a edulcorarne il senso, se non proprio a mistificarlo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sul 25 aprile, in Italia, da più di un trentennio è in corso un processo di svuotamento e di malintesa pacificazione &#8220;nazionale&#8221; che toglie alla ricorrenza tutto il suo significato più profondo. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;ecumenismo di matrice conservatrice e nazionalista prevale ormai sulla componente inevitabilmente divisiva della celebrazione. Che rievoca la vittoria della democrazia, ivi comprese le sue componenti più radicali, di matrice socialista (in senso ampio), sul fascismo e il nazismo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Eliminare questa discriminante politica e valoriale profonda significa annullare la portata vitale del 25 aprile. Il che oggi suona ancora più minaccioso che trent&#8217;anni fa (e suonava minaccioso anche allora). L&#8217;onda nera che sta percorrendo il pianeta, e soprattutto le aree in cui nel secondo dopoguerra si è affermato lo stato di diritto, non è ancora rifluita. Tutt&#8217;altro.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Quanto alla Sardegna, al di là delle destre di ispirazione fascista (ce ne sono anche sull&#8217;isola, purtroppo), va detto che esiste ancora in certi ambienti politici di matrice indipendentista una certa freddezza sul 25 aprile. Considerata una festa &#8220;nazionale&#8221; dello stato oppressore, viene rifiutata in quanto malintesa espressione della subalternità sarda. Come se la sconfitta del nazifascismo non fosse una faccenda di significato universale, ovunque sia avvenuta, e come se alla Resistenza non avessero partecipato, sui suoi vari fronti, un discreto numero di persone sarde.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non mancano poi le dispute su chi sia più legittimato a presentarsi come antifascista, tra le varie sigle e le varie inclinazioni specifiche. Pensiamo alla drammatica confusione sulla guerra in Ucraina o alle posizioni sui regimi nemici dell&#8217;Occidente (e dunque automaticamente &#8220;buoni&#8221;, per certuni). Senza dimenticare le tradizionali divisioni della sinistra, sia socialista, sia genericamente progressista.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La data della morte di Nino Gramsci è la meno ricordata, in questi giorni. Del resto, Gramsci rappresenta sempre un osso duro da rosicchiare, sia per i suoi detrattori, sia per i suoi difensori di inclinazione togliattiana o addirittura rossobruna (ce ne sono, purtroppo). Non è una figura riconducibile a facili etichettature edulcoranti.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ma è sul 28 aprile che si addensano le nubi mistificatorie più cupe e insistenti. Come scritto e ripetuto più volte anche da queste parti, Sa Die è una ricorrenza estremamente problematica per tutte le componenti dell&#8217;establishment sardo, in ambito politico, in quello accademico e intellettuale, in quello socio-economico.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Persino nell&#8217;indipendentismo esistono distinguo notevoli sulla ricorrenza, lamentando alcuni che non si sia trattato di una vicenda eminentemente indipendentista, altri che invece andrebbe considerata pienamente tale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In questo caso, hanno torto tutti. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il periodo della rivoluzione sarda è uno snodo storico decisivo che ci chiama direttamente in causa, ma non si trattò di un movimento politico che rivendicava l&#8217;indipendenza statuale, dato che lo stato esisteva già ed era il Regno di Sardegna.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La leadership del partito novatore, quello più radicale, aveva due scopi fondamentali: abolire il regime feudale e imporre ai Savoia un mutamento drastico della loro monarchia, da assoluta a costituzionale (scopo di tutte le rivoluzioni europee almeno fino al 1848). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il rovesciamento della monarchia a favore di una repubblica sarda era un esito contemplato come possibile e necessario alla luce dell&#8217;impossibilità di riformare lo stato, stante l&#8217;ottuso rifiuto della corte sabauda e della classe dirigente sarda che ne era complice a prendere in considerazione le proposte di riforma radicale emerse dalle vicende di quegli anni.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ciò però non significa che la rivoluzione sarda, benché sconfitta, non fosse una rivoluzione con tutti i crismi, né che si possa ridimensionarla a momento marginale, con tratti addirittura reazionari (come vuole certa storiografia odierna), senza alcun obiettivo politico di largo respiro e senza alcun coinvolgimento delle popolazioni isolane.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non ebbe nemmeno a che fare &#8211; come pure molti asseriscono &#8211; con presunte pulsioni &#8220;autonomistiche&#8221;. *Autonomia* e *autonomismo* sono due delle parole che non si dovrebbero proprio usare a proposito della sarda rivoluzione e della sua rievocazione del 28 aprile.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tanto meno è lecito associare la sarda rivoluzione, i suoi prodromi, le sue cause e i suoi sviluppi, al Risorgimento italiano, con cui davvero ha ben poco a che fare, sia per contesto, sia per motivazioni e obiettivi, sia per svolgimento.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Associarla alla rivoluzione napoletana del 1799 è ugualmente improprio, dato che nel caso sardo i moti popolari e gli scopi perseguiti dalla leadership rivoluzionaria discendevano da cause del tutto endogene e si basavano su forze interne (a parte la speranza &#8211; e ad un certo punto la richiesta esplicita, emersa dopo il 1796 &#8211; di un intervento della Francia). La brevissima parentesi della rivoluzione napoletana fu invece sostenuta, alimentata e garantita dalla presenza di truppe francesi e infine, dopo pochi mesi, sconfitta da un movimento popolare avverso.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Con tutto ciò, è comprensibile che rievocare quel periodo e riportarlo alla luce nella conoscenza diffusa della cittadinanza, farlo diventare un momento significativo della nostra storia relativamente recente, che ancora ci interroga, può essere fatto senza timori e senza nulla da perdere soprattutto dall&#8217;ambito politico-culturale indipendentista e sardista (in senso lato). </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per la classe dirigente attuale è invece una minaccia, una messa in discussione di dinamiche sociali e politiche consolidate, per essa congeniali e vantaggiose, che però ci hanno portato al disastro.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sminuire il periodo rivoluzionario sardo come insieme di vicende di piccolo conto, prive di significato politico, è sia un torto alla storia, sia una mancanza di rispetto per le migliaia di persone isolane che in quegli anni misero in gioco se stesse, disposte a pagare il prezzo più alto, pur di cercare di cambiare &#8220;lo stato delle cose presenti&#8221; in meglio. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">E non in meglio per alcuni limitati ceti sociali o per l&#8217;élite che aveva assunto la leadership, bensì per l&#8217;intera isola, per la &#8220;Nazione sarda&#8221;, come veniva esplicitamente richiamata nei documenti e nei propositi del tempo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per questo, è indispensabile scrostare le narrazioni su quegli eventi dalla patina normalizzante e deformante di cui sono stati ricoperti e tornare alle fonti. I documenti non mancano. Anzi, sarebbe magari opportuno che l&#8217;ambiente storiografico sardo lasciasse perdere l&#8217;ossessiva e occhiuta vigilanza sul racconto pubblico della storia fatto da altri, fuori dal suo controllo, e si dedicasse con maggiore sollecitudine e acribia alla ricerca e allo studio.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Al momento, gli unici avanzamenti nella conoscenza delle vicende rievocate e riassunte dalla celebrazione del 28 aprile sono dovuti alla meritoria opera di studiosi e studiose fuori dai percorsi accademici. Penso in particolare a <a href="https://decodernews.substack.com/p/rivoluzionari-sardi-in-francia-personaggi" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Adriana Valenti Sabouret</a> e a <a href="https://www.fondazionesardinia.eu/a-sassari-in-nome-della-cancellazione-della-storia-di-piero-atzori/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Piero Atzori</a>.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Del resto, basterebbe leggere e comprendere bene, contestualizzandoli adeguatamente e cogliendone significati, rimandi e connotazioni, a due testi fondamentali di quegli anni decisivi: <em><a href="https://wikisource.org/wiki/Su_patriottu_sardu_a_sos_feudatarios" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Su patriotu sardu a sos feudatàrios</a></em> e <em><a href="https://www.andalanoa.it/index.php/uls-meilogu/753-l-achille-della-sarda-liberazione" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >L&#8217;Achille della sarda liberazione</a></em>.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il primo è noto, ma poco studiato e in realtà pochissimo conosciuto nel suo testo integrale. Le sue 47 sestine in ottonari, oltre a rappresentare una notevole opera poetica (di poesia civile, nello specifico), sono anche un vero catechismo politico rivolto al popolo. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Raro esempio  &#8211; e molto scomodo, oggi &#8211; di un&#8217;élite intellettuale e politica disposta a mescolarsi con le istanze dei ceti svantaggiati, a fornire loro parole d&#8217;ordine, concetti chiave, obiettivi, leadership. Leadership anche nel senso dell&#8217;affrontare in prima persona e in prima linea i pericoli derivanti dall&#8217;impegno sul fronte rivoluzionario.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><em>L&#8217;Achille della sarda liberazione</em> nacque certamente nello stesso ambito intellettuale, probabilmente concepito dalle stesse persone che affidarono alla penna di Francesco Ignazio Mannu la messa in versi di quei temi. La sua prosa asciutta, la sua stesura per articoli e per punti, in italiano, ne fanno un&#8217;opera di respiro sovralocale. È il vero manifesto politico della sarda rivoluzione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La sua connessione con <em>Su patriotu sardu</em> è evidente, solo che li si legga in modo sinottico, uno accanto all&#8217;altro. Le concomitanze tematiche sono fortissime e il modo stesso di esprimere i concetti è così consonante che non può essere revocata in dubbio la loro concezione unitaria. Non mi risulta, tuttavia, che questi aspetti siano mai stati esposti in questi termini in alcuno studio relativo ai due testi.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Resta il fatto che si tratta di due documenti fondamentali, che sarebbe bello venissero conosciuti e studiati da tutta la cittadinanza sarda, a scuola, nei corsi universitari e nelle occasioni di Public History. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In essi, più che in ricostruzioni a posteriori e spesso tendenziose, è legittimo e anche tutto sommato facile trovare le parole più adatte a raccontare il periodo rivoluzionario sardo e a restituire un senso autentico, storicamente accurato e <a href="https://sardegnamondo.eu/2024/06/05/il-conflitto-inevitabile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">politicamente fecondo</a> a Sa Die de sa Sardigna.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/">Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2026/04/26/le-parole-della-sarda-rivoluzione-il-senso-di-sa-die-de-sa-sardigna/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La statua di Carlo Felice e l&#8217;ignoranza di sé che genera mostri</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2016 10:55:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Felice]]></category>
		<category><![CDATA[identità sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=2215</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fa discutere l&#8217;iniziativa di un gruppo informale, creato su Facebook, a proposito della statua di Carlo Felice, a Cagliari. Se ne propone lo spostamento e un&#8217;adeguata informazione storica in merito. Non una proposta polemica e nemmeno violenta. Semplice constatazione di un nodo storico piuttosto ingarbugliato che è necessario sciogliere, anche partendo dai simboli che lo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/">La statua di Carlo Felice e l&#8217;ignoranza di sé che genera mostri</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La statua di Carlo Felice e l&#039;ignoranza di sé che genera mostri' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://unaltrasestu.files.wordpress.com/2012/10/cagliari_-statua-di-carlo-felice-coperta1.jpg" alt="https://unaltrasestu.files.wordpress.com/2012/10/cagliari_-statua-di-carlo-felice-coperta1.jpg" /></p>
<p style="text-align: justify;">Fa discutere l&#8217;iniziativa di un gruppo informale, creato su Facebook, a proposito della statua di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Felice_di_Savoia" target="_blank"  rel="nofollow" >Carlo Felice</a>, a Cagliari. Se ne propone lo spostamento e un&#8217;adeguata informazione storica in merito.<span id="more-2215"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non una proposta polemica e nemmeno violenta. Semplice constatazione di un nodo storico piuttosto ingarbugliato che è necessario sciogliere, anche partendo dai simboli che lo rappresentano.</p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente Carlo Felice si presta a esprimere in modo plastico la sorte che la Sardegna ha subito dal tempo della Rivoluzione a oggi. È colui che ha esercitato il dominio sull&#8217;isola per tanti anni, dall&#8217;arrivo della corte sabauda a Cagliari e fino al 1816 (quando tornò definitivamente a Torino, finalmente liberata dalla minaccia napoleonica).</p>
<p style="text-align: justify;">I moti antifeudali e antisabaudi in Sardegna erano una faccenda che durava da molto tempo. Le prime avvisaglie di insofferenze popolari si erano avute fin dal 1780. I fatti più clamorosi della stagione rivoluzionaria, nel decennio successivo, ne furono un esito politico macroscopico, la continua resistenza di tanti sardi alla repressione antirivoluzionaria (fino al 1812) ne furono un lungo strascico. Carlo Felice fu protagonista di tale repressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di suo era un personaggio a dir poco mediocre, accreditato più di una notevole passione per il genere femminile che di capacità politiche, ottuso e reazionario, ostile ai sardi fino al razzismo palese (al pari di altri personaggi della corte sabauda come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_de_Maistre" target="_blank"  rel="nofollow" >Joseph de Maistre</a>, del resto). Ebbe un certo peso già sotto suo fratello Vittorio Emanuele I, nel corso del lungo esilio sardo dei Savoia (1799-1814), come viceré.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è nulla di edificante nella sua azione politica in Sardegna, nulla che valga la pena di celebrare. Il fatto che abbia promosso la realizzazione dell&#8217;arteria stradale a cui ha attribuito il nome non ne fa solo per questo un benefattore dell&#8217;isola. L&#8217;abrogazione della <em>Carta de Logu</em> arborense come legge generale del regno, a favore del nuovo Codice legislativo (1827), non ne fa un sovrano illuminato.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, Carlo Felice (Feroce, per i suoi conterranei piemontesi) rappresenta perfettamente la condizione storica della Sardegna post rivoluzionaria, non solo per quel che riguarda l&#8217;epoca della Restaurazione, ma in generale per tutti i due secoli successivi. L&#8217;impostazione politica dei rapporti tra l&#8217;isola e il centro del potere (Torino, comunque &#8220;il continente&#8221;); l&#8217;approccio paternalistico; le misure calate dall&#8217;alto, senza la minima considerazione per le risorse, i modelli produttivi e sociali, le necessità stesse del territorio; la preferenza data sistematicamente ai capitali di ventura esterni, chiamati a sfruttare le risorse sarde: tutte modalità e prassi che ritroviamo pari pari nei decenni successivi, fin dentro la nostra stessa storia attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha senso dunque discuterne la presenza simbolica in un luogo centrale di Cagliari? Io credo di sì. E non solo per fare i conti con una porzione del nostro passato, ma prima di tutto perché quel passato non è affatto passato del tutto (e forse per niente).</p>
<p style="text-align: justify;">Comprendo le obiezioni di chi, come <a href="http://www.marcellomadau.it/wordpress/carlo-felice/" target="_blank"  rel="nofollow" >Marcello Madau</a>, considera il nostro continuum storico-culturale, nelle sue articolazioni concrete urbanistiche e monumentali, un &#8220;bene&#8221; da preservare comunque. È un ragionamento del tutto legittimo e metodologicamente (nonché politicamente) corretto. Tuttavia in questo caso, dato che non si tratta di abbattere violentemente alcunché ma più che altro di ricontestualizzare spazi e simboli, farei decisamente un&#8217;eccezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto meno comprensibili <a href="http://www.sardegnablogger.it/tutta-colpa-carlo-felice-francesco-giorgioni/" target="_blank"  rel="nofollow" >gli attacchi</a> &#8211; quasi sempre poco informati &#8211; di chi preferirebbe non parlarne affatto, per paura, per conformismo, per ignoranza; così come quelli che la buttano sul benaltrismo più volgare (con tutti i problemi che ci sono, dobbiamo perdere tempo con questa cosa!): posizione chiaramente in mala fede oppure del tutto ottusa, dato che tutti questi altri problemi così ingombranti hanno strettamente a che fare proprio col passato che Carlo Felice rappresenta tanto bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto stesso che questa iniziativa susciti discussioni dimostra che tocca un nervo sensibile della nostra identificazione collettiva e della nostra appartenenza. E allora bisogna parlarne e discuterne e far emergere sia le ragioni a favore dell&#8217;iniziativa sia le vere ragioni delle obiezioni alla medesima. Che risiedono più nella fedeltà a una ortodossia culturale centrata sull&#8217;Italia e sull&#8217;Italia risorgimentale, sulla retorica sciovinista che ne ha conformato l&#8217;unificazione e il discorso pubblico anche in epoca post fascista e repubblicana, che non su vere obiezioni storiche o politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">I sardi istruiti soffrono spesso di un eccesso di conformismo ai modelli interiorizzati nel corso dei loro studi. Tanto che più che istruiti in molti casi si potrebbero definire&#8230; ostruiti. È inevitabile. Gli studi postcoloniali e quelli sociologici possono fornirci ampio materiale di riflessione, per darci conto di questi processi culturali (pensiamo al fenomeno del <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Passing_%28sociology%29" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>passing</em></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nodo però esiste e bisogna risolverlo. Non vogliamo togliere di lì la statua di Carlo Feroce? Va bene. Propongo un&#8217;alternativa (già emersa tra i promotori dell&#8217;iniziativa su Facebook): corredare la statua di pannelli esplicativi, almeno in tre lingue (sardo, italiano, inglese) che spieghino (sul serio) chi è quel signore acconciato da antico romano che indica una direzione a caso e che diano conto degli eventi di cui fu protagonista. Ci farei anche, intorno, un bel giardinetto, non grande per non ostacolare il traffico cittadino (non sia mai!).</p>
<p style="text-align: justify;">Cambierei anche il nome della piazza: non più Piazza Yenne (chi era costui? semplice: un altro viceré piemontese!), ma Piazza 28 aprile. Perché 28 aprile? Be&#8217;, i fatti del 28 aprile 1794, a cui opportunamente è dedicata Sa Die de sa Sardigna, si svolsero in larga parte proprio lì o nelle immediate vicinanze (tra Stampace, Castello e la Marina). Senza scartare a priori nemmeno il ripristino della toponomastica urbana originaria (che potrebbe restare comunque anche come seconda denominazione).</p>
<p style="text-align: justify;">La statua non sarebbe toccata, nemmeno per essere conservata in un museo (come proposto come prima opzione da chi perora la causa della sua rimozione) e i suoi amatori non subirebbero il conseguente choc antropologico. I tifosi del Cagliari (tra cui mi annovero io stesso) avrebbero ancora un sostegno adeguato per i loro stendardi in occasione dei festeggiamenti calcistici e non ci sarebbe alcuna cancellazione di un tratto sia pure discutibile della storia urbanistica di Cagliari. Solo, ne cambierebbe radicalmente il significato.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché di quello stiamo parlando, di significati. Di senso delle cose, di nozioni e informazioni e della coscienza di sé che ne deriva. Che non sono cose astratte e marginali, ma il nucleo vivo della nostra condizione di esseri umani e di cittadini. Sminuirne la portata significa rinnovare la ferita collettiva che il nostro passato misconosciuto e irrisolto continua a infliggerci.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La statua di Carlo Felice e l&#039;ignoranza di sé che genera mostri' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='La statua di Carlo Felice e l&#039;ignoranza di sé che genera mostri' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/">La statua di Carlo Felice e l&#8217;ignoranza di sé che genera mostri</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2016/05/11/la-statua-di-carlo-felice-e-lignoranza-di-se-che-genera-mostri/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Die de sa Sardigna o de sa sartitza?</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 07:37:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Cunservet Deus su Re]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Maria Angioy]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=2203</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dedicato a Nino Gramsci, maestro, fratello e compagno &#160; Ci spero sempre. Ogni anno. Dai che forse ce la facciamo a celebrare sa Die de sa Sardigna senza malumori o pasticci, mi dico. Ma si vede che questa ricorrenza è nata con un karma problematico. Mai amata, fin da quando se ne discuteva l&#8217;istituzione nei...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/">Die de sa Sardigna o de sa sartitza?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Die de sa Sardigna o de sa sartitza?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.sardiniapost.it/wp-content/uploads/2015/04/Giovanni-Maria-Angioy-372x221.jpg" width="557" height="331" /></p>
<h6 style="text-align: right;"><em>Dedicato a Nino Gramsci, maestro, fratello e compagno</em></h6>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ci spero sempre. Ogni anno. Dai che forse ce la facciamo a celebrare sa Die de sa Sardigna senza malumori o pasticci, mi dico. Ma si vede che questa ricorrenza è nata con un karma problematico.<span id="more-2203"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mai amata, fin da quando se ne discuteva l&#8217;istituzione nei primissimi anni Novanta del secolo scorso, a lungo solo tollerata, giusto per qualche anno è stata celebrata con un certo impegno organizzativo. Troppo poco per diventare una ricorrenza sentita o quanto meno riconosciuta. Del resto, l&#8217;assenza pressoché totale dell&#8217;insegnamento della storia sarda nelle scuole fa sì che per lo più non si sappia nemmeno di cosa si tratti.</p>
<p style="text-align: justify;">In diverse occasioni, la giunta regionale sarda, non potendo cancellare la festività (che fa comodo, tutto sommato, tra il 25 aprile e il primo maggio), ha pensato bene di appiopparle un tema specifico. Un po&#8217; come se in Francia ogni anno dedicassero il 14 luglio una volta alla lotta contro il cancro e un&#8217;altra ai diritti del bonobo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;anno tocca ai migranti. Tema sensibile e quanto mai di attualità, su cui forse sarebbe meglio che la giunta regionale assumesse una posizione politica chiara e anche qualche decisione operativa, dati i problemi che ci ritroviamo a gestire anche in Sardegna (sia quanto a emigrazione sia quanto ad accoglienza di profughi e rifugiati). Invece il tema viene ridotto a puro espediente diversivo e incastrato dentro una cornice non sua, combinando così un pastrocchio multiplo.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste occasioni, di solito, si sa più o meno come inizia ma non fino a che punto può arrivare la cialtroneria, una volta datole campo libero. Così si arriva alla vetta difficilmente superabile di un inserto pubblicitario istituzionale di presentazione della ricorrenza, in onda sulle tv sarde, che utilizza come sottofondo musicale <a href="https://www.youtube.com/watch?v=wJwnM9eK1pQ" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>Cunservet Deus su Re</em></a> (o meglio <em>Hymnu Sardu Nationale</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Cos&#8217;è? Be&#8217;, è l&#8217;inno dei Savoia. L&#8217;<em>attuale</em> inno dei Savoia. Concepito negli anni Trenta dell&#8217;Ottocento da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Angius" target="_blank"  rel="nofollow" >Vittorio Angius</a>, intellettuale sardo filosabaudo, come inno del Regno di Sardegna e poi mantenuto dalla casata piemontese come sigla di famiglia (lo si è sentito cantare, per esempio, ai funerali solenni di Maria José vedova di Umberto II, ultima regina d&#8217;Italia).</p>
<p style="text-align: justify;">Angius era uno dei beneficiari appunto del fallimento della Rivoluzione, personaggi incardinati nei ruoli amministrativi, accademici e politici, del tutto organici all&#8217;apparato di dominio sabaudo, votati al riscatto della loro piccola patria sarda dall&#8217;oblio e dalla cattiva nomea, per inserirla dignitosamente nella più grande patria savoiarda e poi italica.</p>
<p style="text-align: justify;">Associare l&#8217;Inno sabaudo di Vittorio Angius a una ricorrenza che rievoca la Rivoluzione sarda è quanto meno incongruo, sia per l&#8217;anacronismo, sia per il significato. Ma questo sarebbe evidente se chi ha concepito questa trovata &#8211; si presume gente che ha studiato e che non soffre di analfabetismo funzionale &#8211;  sapesse qualcosa di ciò su cui ha messo le mani. Il che non è, evidentemente. Ipotizzare una carognata, invece, benché plausibile, sarebbe forse troppo generoso verso la giunta Pigliaru, l&#8217;assessora Firino e l&#8217;agenzia a cui è stato commissionato il lavoro: non li faccio così geniali. [<strong>EDIT</strong>: pare che lo short televisivo in questione non sia una pensata della giunta né dell&#8217;assessorato, ma dell&#8217;emittente Videolina; giusto rettificare; non che la cosa perda rilevanza, in ogni caso.]</p>
<p style="text-align: justify;">A questo disastro su tutti i fronti, pregno di conseguenze serie, molto più serie di quanto comunemente si immagini, non si può rispondere se non con la giusta dose di ironia (e di satira, se qualcuno la sa fare e ne ha l&#8217;estro), nonché con una capillare controinformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In attesa di incontrare direttamente studenti, lettori e cittadini interessati nel giro di presentazioni del <a href="http://www.condaghes.com/scheda.asp?id=978-88-7356-256-6&amp;ver=it" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>Memoriale</em></a> di G.M. Angioy a cui mi appresto, mi limito qui a riproporre, per intero, quello che a buon diritto può considerarsi il vero inno rivoluzionario sardo e che per alcuni meriterebbe di diventare l&#8217;inno sardo tout court, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=C6jrNSp2RVw" target="_blank"  rel="nofollow" ><em>s&#8217;Innu de su patriota sardu a sos feudatarios</em></a>, di F.I. Mannu (1795, circa).</p>
<p style="text-align: justify;">A àteros annos menzus!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 150px;"><em><strong>Su Patriota Sardu a sos Feudatàrios</strong></em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Procurad&#8217;e moderare</em><br />
<em> barones, sa tirannia,</em><br />
<em> chi si no, pro vida mia</em><br />
<em> torrades a pe&#8217; in terra!</em><br />
<em> Declarada est già sa gherra</em><br />
<em> contra de sa prepotenzia:</em><br />
<em> e incomintza&#8217; sa passenzia</em><br />
<em> in su populu a mancare!</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Procurad&#8217;e moderare</em><br />
<em> barones sa tirannia</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Mirade ch&#8217;est&#8217;atzendende</em><br />
<em> contra de ois su fogu,</em><br />
<em> mirade chi no e&#8217; giogu,</em><br />
<em> chi sa cosa andat &#8216;e veras;</em><br />
<em> mirade chi sas aeras</em><br />
<em> minettana temporale;</em><br />
<em> zente cussizzada male,</em><br />
<em> iscultade sa oghe mia</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Procurad&#8217;e moderare&#8230;<br />
</em><br />
<em> No apprettedas s &#8216;isprone</em><br />
<em> A su poveru ronzinu,</em><br />
<em> Si no in mesu caminu</em><br />
<em> S&#8217;arrempellat appuradu;</em><br />
<em> Mizzi chi est lanzu e cansadu</em><br />
<em> E non &#8216;nde podet piusu;</em><br />
<em> Finalmente a fundu in susu</em><br />
<em> S&#8217;imbastu &#8216;nd hat a bettare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Su pobulu chi in profundu</em><br />
<em> Letargu fit sepultadu</em><br />
<em> Finalmente despertadu</em><br />
<em> S&#8217;abbizzat ch &#8216;est in cadena,</em><br />
<em> Ch&#8217;istat suffrende sa pena</em><br />
<em> De s&#8217;indolenzia antiga:</em><br />
<em> Feudu, legge inimiga</em><br />
<em> A bona filosofia!</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Che ch&#8217;esseret una inza,</em><br />
<em> Una tanca, unu cunzadu,</em><br />
<em> Sas biddas hana donadu</em><br />
<em> De regalu o a bendissione;</em><br />
<em> Comente unu cumone</em><br />
<em> De bestias berveghinas</em><br />
<em> Sos homines et feminas</em><br />
<em> Han bendidu cun sa cria</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Pro pagas mizzas de liras,</em><br />
<em> Et tale olta pro niente,</em><br />
<em> Isclavas eternamente</em><br />
<em> Tantas pobulassiones,</em><br />
<em> E migliares de persones</em><br />
<em> Servint a unu tirannu.</em><br />
<em> Poveru genere humanu,</em><br />
<em> Povera sarda zenia!</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Deghe o doighi familias</em><br />
<em> S&#8217;han partidu sa Sardigna,</em><br />
<em> De una manera indigna</em><br />
<em> Si &#8216;nde sunt fattas pobiddas;</em><br />
<em> Divididu han sas biddas</em><br />
<em> In sa zega antichidade,</em><br />
<em> Però sa presente edade</em><br />
<em> Lu pensat rimediare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Naschet su Sardu soggettu</em><br />
<em> A milli cumandamentos,</em><br />
<em> Tributos e pagamentos</em><br />
<em> Chi faghet a su segnore,</em><br />
<em> In bestiamen e in laore</em><br />
<em> In dinari e in natura,</em><br />
<em> E pagat pro sa pastura,</em><br />
<em> E pagat pro laorare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Meda innantis de sos feudos</em><br />
<em> Esistiana sas biddas,</em><br />
<em> Et issas fìni pobiddas</em><br />
<em> De saltos e biddattones.</em><br />
<em> Comente a bois, Barones,</em><br />
<em> Sa cosa anzena est passada?</em><br />
<em> Cuddu chi bos l&#8217;hat dada</em><br />
<em> Non bos la podiat dare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>No est mai presumibile</em><br />
<em> Chi voluntariamente</em><br />
<em> Hapat sa povera zente</em><br />
<em> Zedidu a tale derettu;</em><br />
<em> Su titulu, ergo, est infettu</em><br />
<em> De infeudassione</em><br />
<em> E i sas biddas reione</em><br />
<em> Tenene de l&#8217;impugnare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Sas tassas in su prinzipiu</em><br />
<em> Esigiazis limitadas,</em><br />
<em> Dae pustis sunt istadas</em><br />
<em> Ogni die aumentende,</em><br />
<em> A misura chi creschende</em><br />
<em> Sezis andados in fastu,</em><br />
<em> A misura chi in su gastu</em><br />
<em> Lassezis s &#8216;economia.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Non bos balet allegare</em><br />
<em> S&#8217;antiga possessione</em><br />
<em> Cun minettas de presone,</em><br />
<em> Cun gastigos e cun penas,</em><br />
<em> Cun zippos e cun cadenas</em><br />
<em> Sos poveros ignorantes</em><br />
<em> Derettos esorbitantes</em><br />
<em> Hazis forzadu a pagare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>A su mancu s &#8216;impleerent</em><br />
<em> In mantenner sa giustissia</em><br />
<em> Castighende sa malissia</em><br />
<em> De sos malos de su logu,</em><br />
<em> A su mancu disaogu</em><br />
<em> Sos bonos poterant tenner,</em><br />
<em> Poterant andare e benner</em><br />
<em> Seguros per i sa via.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Est cussu s&#8217;unicu fine</em><br />
<em> De dogni tassa e derettu,</em><br />
<em> Chi seguru et chi chiettu</em><br />
<em> Sutta sa legge si vivat,</em><br />
<em> De custu fine nos privat</em><br />
<em> Su barone pro avarissia;</em><br />
<em> In sos gastos de giustissia</em><br />
<em> Faghet solu economia</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Su primu chi si presentat</em><br />
<em> Si nominat offissiale,</em><br />
<em> Fattat bene o fattat male</em><br />
<em> Bastat non chirchet salariu,</em><br />
<em> Procuradore o notariu,</em><br />
<em> O camareri o lacaju,</em><br />
<em> Siat murru o siat baju,</em><br />
<em> Est bonu pro guvernare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Bastat chi prestet sa manu</em><br />
<em> Pro fagher crescher sa rènta,</em><br />
<em> Bastat si fetat cuntenta</em><br />
<em> Sa buscia de su Segnore;</em><br />
<em> Chi aggiuet a su fattore</em><br />
<em> A crobare prontamente</em><br />
<em> E s&#8217;algunu est renitente</em><br />
<em> Chi l&#8217;iscat esecutare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>A boltas, de podattariu,</em><br />
<em> Guvernat su cappellanu,</em><br />
<em> Sas biddas cun una manu</em><br />
<em> Cun s&#8217;attera sa dispensa.</em><br />
<em> Feudatariu, pensat</em><br />
<em> Chi sos vassallos non tenes</em><br />
<em> Solu pro crescher sos benes,</em><br />
<em> Solu pro los iscorzare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Su patrimoniu, sa vida</em><br />
<em> Pro difender su villanu</em><br />
<em> Cun sas armas a sa manu</em><br />
<em> Cheret ch &#8216;istet notte e die;</em><br />
<em> Già ch &#8216;hat a esser gasie</em><br />
<em> Proite tantu tributu?</em><br />
<em> Si non si nd&#8217;hat haer fruttu</em><br />
<em> Est locura su pagare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Si su barone non faghet</em><br />
<em> S&#8217;obbligassione sua,</em><br />
<em> Vassallu, de parte tua</em><br />
<em> A nudda ses obbligadu;</em><br />
<em> Sos derettos ch&#8217;hat crobadu</em><br />
<em> In tantos annos passodos</em><br />
<em> Sunu dinaris furados</em><br />
<em> E ti los devet torrare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Sas rèntas servini solu</em><br />
<em> Pro mantenner cicisbeas,</em><br />
<em> Pro carrozzas e livreas,</em><br />
<em> Pro inutiles servissios,</em><br />
<em> Pro alimentare sos vissios,</em><br />
<em> Pro giogare a sa bassetta,</em><br />
<em> E pro poder sa braghetta</em><br />
<em> Fora de domo isfogare,</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Pro poder tenner piattos</em><br />
<em> Bindighi e vinti in sa mesa,</em><br />
<em> Pro chi potat sa marchesa</em><br />
<em> Sempre andare in portantina;</em><br />
<em> S&#8217;iscarpa istrinta mischina,</em><br />
<em> La faghet andare a toppu,</em><br />
<em> Sas pedras punghene troppu</em><br />
<em> E non podet camminare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Pro una littera solu</em><br />
<em> Su vassallu, poverinu,</em><br />
<em> Faghet dies de caminu</em><br />
<em> A pe&#8217;, senz &#8216;esser pagadu,</em><br />
<em> Mesu iscurzu e isporzadu</em><br />
<em> Espostu a dogni inclemenzia;</em><br />
<em> Eppuru tenet passienzia,</em><br />
<em> Eppuru devet cagliare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Ecco comente s &#8216;impleat</em><br />
<em> De su poveru su suore!</em><br />
<em> Comente, Eternu Segnore,</em><br />
<em> Suffrides tanta ingiustissia?</em><br />
<em> Bois, Divina Giustissia,</em><br />
<em> Remediade sas cosas,</em><br />
<em> Bois, da ispinas, rosas</em><br />
<em> Solu podides bogare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Trabagliade trabagliade</em><br />
<em> O poveros de sas biddas,</em><br />
<em> Pro mantenner in zittade</em><br />
<em> Tantos caddos de istalla,</em><br />
<em> A bois lassant sa palla</em><br />
<em> Issos regoglin&#8217; su ranu,</em><br />
<em> E pensant sero e manzanu</em><br />
<em> Solamente a ingrassare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Su segnor feudatariu</em><br />
<em> A sas undighi si pesat.</em><br />
<em> Dae su lettu a sa mesa,</em><br />
<em> Dae sa mesa a su giogu.</em><br />
<em> Appustis pro disaogu</em><br />
<em> Andat a cicisbeare;</em><br />
<em> Giompid&#8217;a iscurigare</em><br />
<em> Teatru, ballu, allegria</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Cantu differentemente,</em><br />
<em> su vassallu passat s&#8217;ora!</em><br />
<em> Innantis de s&#8217;aurora</em><br />
<em> Già est bessidu in campagna;</em><br />
<em> Bentu o nie in sa muntagna.</em><br />
<em> In su paris sole ardente.</em><br />
<em> Oh! poverittu, comente</em><br />
<em> Lu podet agguantare!.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Cun su zappu e cun s&#8217;aradu</em><br />
<em> Penat tota sa die,</em><br />
<em> A ora de mesudie</em><br />
<em> Si zibat de solu pane.</em><br />
<em> Mezzus paschidu est su cane</em><br />
<em> De su Barone, in zittade,</em><br />
<em> S&#8217;est de cudda calidade</em><br />
<em> Chi in falda solent portare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Timende chi si reforment</em><br />
<em> Disordines tantu mannos,</em><br />
<em> Cun manizzos et ingannos</em><br />
<em> Sas Cortes han impedidu;</em><br />
<em> Et isperdere han cherfidu</em><br />
<em> Sos patrizios pius zelantes,</em><br />
<em> Nende chi fint petulantes</em><br />
<em> Et contra sa monarchia</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Ai cuddos ch&#8217;in favore</em><br />
<em> De sa patria han peroradu,</em><br />
<em> Chi s&#8217;ispada hana ogadu</em><br />
<em> Pro sa causa comune,</em><br />
<em> O a su tuju sa fune</em><br />
<em> Cheriant ponner meschinos.</em><br />
<em> O comente a Giacobinos</em><br />
<em> Los cheriant massacrare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Però su chelu hat difesu</em><br />
<em> Sos bonos visibilmente,</em><br />
<em> Atterradu bat su potente,</em><br />
<em> Ei s&#8217;umile esaltadu,</em><br />
<em> Deus, chi s&#8217;est declaradu</em><br />
<em> Pro custa patria nostra,</em><br />
<em> De ogn&#8217;insidia bostra</em><br />
<em> Isse nos hat a salvare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Perfidu feudatariu!</em><br />
<em> Pro interesse privadu</em><br />
<em> Protettore declaradu</em><br />
<em> Ses de su piemontesu.</em><br />
<em> Cun issu ti fist intesu</em><br />
<em> Cun meda fazilidade:</em><br />
<em> Isse papada in zittade</em><br />
<em> E tue in bidda a porfia.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Fit pro sos piemontesos</em><br />
<em> Sa Sardigna una cucagna;</em><br />
<em> Che in sas Indias s &#8216;Ispagna</em><br />
<em> Issos s &#8216;incontrant inoghe;</em><br />
<em> Nos alzaiat sa oghe</em><br />
<em> Finzas unu camareri,</em><br />
<em> O plebeu o cavaglieri</em><br />
<em> Si deviat umiliare&#8230;</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Issos dae custa terra</em><br />
<em> Ch&#8217;hana ogadu migliones,</em><br />
<em> Beniant senza calzones</em><br />
<em> E si nd&#8217;handaiant gallonados;</em><br />
<em> Mai ch&#8217;esserent istados</em><br />
<em> Chi ch&#8217;hana postu su fogu</em><br />
<em> Malaittu cuddu logu</em><br />
<em> Chi criat tale zenìa</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Issos inoghe incontràna</em><br />
<em> Vantaggiosos imeneos,</em><br />
<em> Pro issos fint sos impleos,</em><br />
<em> Pro issos sint sos onores,</em><br />
<em> Sas dignidades mazores</em><br />
<em> De cheia, toga e ispada:</em><br />
<em> Et a su sardu restada</em><br />
<em> Una fune a s&#8217;impiccare!</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Sos disculos nos mandàna</em><br />
<em> Pro castigu e curressione,</em><br />
<em> Cun paga e cun pensione</em><br />
<em> Cun impleu e cun patente;</em><br />
<em> In Moscovia tale zente</em><br />
<em> Si mandat a sa Siberia</em><br />
<em> Pro chi morzat de miseria,</em><br />
<em> Però non pro guvernare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Intantu in s&#8217;insula nostra</em><br />
<em> Numerosa gioventude</em><br />
<em> De talentu e de virtude</em><br />
<em> Ozïosa la lassàna:</em><br />
<em> E si algun &#8216;nd&#8217;impleàna</em><br />
<em> Chircaiant su pius tontu</em><br />
<em> Pro chi lis torrat a contu</em><br />
<em> cun zente zega a trattare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Si in impleos subalternos</em><br />
<em> Algunu sardu avanzàna,</em><br />
<em> In regalos non bastada</em><br />
<em> Su mesu de su salariu,</em><br />
<em> Mandare fit nezessariu</em><br />
<em> Caddos de casta a Turinu</em><br />
<em> Et bonas cassas de binu,</em><br />
<em> Cannonau e malvasia.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>De dare a su piemontesu</em><br />
<em> Sa prata nostra ei s&#8217;oro</em><br />
<em> Est de su guvernu insoro</em><br />
<em> Massimu fundamentale,</em><br />
<em> Su regnu andet bene o male</em><br />
<em> No lis importat niente,</em><br />
<em> Antis creen incumbeniente</em><br />
<em> Lassarelu prosperare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>S&#8217;isula hat arruinadu</em><br />
<em> Custa razza de bastardos;</em><br />
<em> Sos privilegios sardos</em><br />
<em> Issos nos hana leadu,</em><br />
<em> Dae sos archivios furadu</em><br />
<em> Nos hana sas mezzus pezzas</em><br />
<em> Et che iscritturas bezzas</em><br />
<em> Las hana fattas bruiare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>De custu flagellu, in parte,</em><br />
<em> Deus nos hat liberadu.</em><br />
<em> Sos sardos ch&#8217;hana ogadu</em><br />
<em> Custu dannosu inimigu,</em><br />
<em> E tue li ses amigu,</em><br />
<em> O sardu barone indignu,</em><br />
<em> E tue ses in s&#8217;impignu</em><br />
<em> De &#8216;nde lu fagher torrare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Pro custu, iscaradamente,</em><br />
<em> Preigas pro su Piemonte,</em><br />
<em> Faltzu chi portas in fronte</em><br />
<em> Su marcu de traitore;</em><br />
<em> Fizzas tuas tant&#8217;honore</em><br />
<em> Faghent a su furisteri,</em><br />
<em> Mancari siat basseri</em><br />
<em> Bastat chi sardu no siat.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>S&#8217;accas &#8216;andas a Turinu</em><br />
<em> Inie basare dès</em><br />
<em> A su minustru sos pes</em><br />
<em> E a atter su&#8230; già m &#8216;intendes;</em><br />
<em> Pro ottenner su chi pretendes</em><br />
<em> Bendes sa patria tua,</em><br />
<em> E procuras forsis a cua</em><br />
<em> Sos sardos iscreditare</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Sa buscia lassas inie,</em><br />
<em> Et in premiu &#8216;nde torras</em><br />
<em> Una rughitta in pettorra</em><br />
<em> Una giae in su traseri;</em><br />
<em> Pro fagher su quarteri</em><br />
<em> Sa domo has arruinodu,</em><br />
<em> E titolu has acchistadu</em><br />
<em> De traitore e ispia.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Su chelu non faghet sempre</em><br />
<em> Sa malissia triunfare,</em><br />
<em> Su mundu det reformare</em><br />
<em> Sas cosas ch &#8216;andana male,</em><br />
<em> Su sistema feudale</em><br />
<em> Non podet durare meda?</em><br />
<em> Custu bender pro moneda</em><br />
<em> Sos pobulos det sensare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>S&#8217;homine chi s &#8216;impostura</em><br />
<em> Haiat già degradadu</em><br />
<em> Paret chi a s&#8217;antigu gradu</em><br />
<em> Alzare cherfat de nou;</em><br />
<em> Paret chi su rangu sou</em><br />
<em> Pretendat s&#8217;humanidade;</em><br />
<em> Sardos mios, ischidade</em><br />
<em> E sighide custa ghia.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Custa, pobulos, est s&#8217;hora</em><br />
<em> D&#8217;estirpare sos abusos!</em><br />
<em> A terra sos malos usos,</em><br />
<em> A terra su dispotismu;</em><br />
<em> Gherra, gherra a s&#8217;egoismu,</em><br />
<em> Et gherra a sos oppressores;</em><br />
<em> Custos tirannos minores</em><br />
<em> Est prezisu humiliare.</em></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>Si no, chalchi die a mossu</em><br />
<em> Bo &#8216;nde segade&#8217; su didu.</em><br />
<em> Como ch&#8217;est su filu ordidu</em><br />
<em> A bois toccat a tèssere,</em><br />
<em> Mizzi chi poi det essere</em><br />
<em> Tardu s &#8216;arrepentimentu;</em><br />
<em> Cando si tenet su bentu</em><br />
<em> Est prezisu bentulare.</em></p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Die de sa Sardigna o de sa sartitza?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Die de sa Sardigna o de sa sartitza?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/">Die de sa Sardigna o de sa sartitza?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2016/04/27/die-de-sa-sardigna-o-de-sa-sartitza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La vera lezione delle elezioni francesi</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Dec 2015 12:24:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corsica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni francesi]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni in Corsica]]></category>
		<category><![CDATA[Front National]]></category>
		<category><![CDATA[Marsigliese]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[sovranismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=2072</guid>

					<description><![CDATA[<p>Esultare per i risultati delle elezioni amministrative francesi in Italia e in Sardegna suona molto ipocrita e in alcuni casi nasconde un retropensiero indecoroso. Che il Front National potesse davvero vincere da qualche parte era una probabilità prossima allo zero, se solo si ha una minima nozione dei processi politici e del funzionamento della macchina...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/">La vera lezione delle elezioni francesi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La vera lezione delle elezioni francesi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Esultare per i risultati delle elezioni amministrative francesi in Italia e in Sardegna suona molto ipocrita e in alcuni casi nasconde un retropensiero indecoroso. <span id="more-2072"></span>Che il Front National potesse davvero vincere da qualche parte era una probabilità prossima allo zero, se solo si ha una minima nozione dei processi politici e del funzionamento della macchina elettorale francese. Per questo, senza fare alcuno sfoggio di sofisticate nozioni politiche, anche da queste parti si era stigmatizzato l&#8217;allarmismo sugli esiti del primo turno di votazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema che emerge dalle elezioni francesi non è la consistenza elettorale del FN. Quella è un effetto contingente di condizioni storiche ben note: crescente insicurezza sociale, paure indotte nell&#8217;opinione pubblica da un sistema di informazione organico all&#8217;apparato di potere, mediocrità della politica istituzionale, tradimento degli ideali e dei grandi sistemi valoriali da parte dei partiti tradizionali, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che dovrebbe occupare le analisi politiche, insomma, <a href="http://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2015/12/13/front-national-elezioni-regionali-francesi-2016" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >non è lo scampato pericolo di una sorta di fascistizzazione della Francia</a> (e potenzialmente dell&#8217;Italia o dell&#8217;Europa): quel pericolo non solo c&#8217;è sempre, ma rientra precisamente nell&#8217;ordine delle cose. E d&#8217;altra parte, per una Francia che apparentemente si salva, abbiamo avuto un&#8217;Ungheria che ci è caduta con entrambi i piedi e una Polonia in condizioni non dissimili.</p>
<p style="text-align: justify;">È l&#8217;intero asse politico europeo ad essersi spostato pesantemente verso il nero. Il baricentro ideale, teorico e pragmatico è evidentemente nel campo della destra, declinata nelle sue varie facce, da quella &#8220;repubblicana&#8221; della Francia, al neofranchismo più o meno implicito in Spagna, al renzismo in Italia, al neoliberismo conservatore in Gran Bretagna, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco conta che spesso tale spostamento verso destra sia stato attuato da maggioranze miste o addirittura di &#8220;centrosinistra&#8221;, come spesso si dice. Le etichette elettoralistiche sono buone per i titoli dei giornali e per condire l&#8217;infotainment quotidiano di un po&#8217; di artificiosa vivacità, non certo per codificare la sostanza delle opzioni politiche in campo. La distinzione tra centrodestra e centrosinistra, o tra destra e sinistra, in termini elettorali e in termini di reale egemonia politica non hanno più ragion d&#8217;essere. Il che non comporta una perdita di rilevanza della dicotomia ideale, valoriale e pragmatica tra i due concetti fondamentali di &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221;, beninteso. Questa confusione fa comodo ai conservatori e ai populisti di ogni provenienza, ma è tragicamente fallace.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fatto l&#8217;unico aspetto che divide il FN dagli altri due schieramenti principali in Francia è solo la posizione verso gli assetti europei attuali. Aspetto che però non basta a mutare di segno una proposta poilitica. Tant&#8217;è che si può contestare il regime politico e socio-economico dell&#8217;Unione Europea sia da posizioni di sinistra sia da posizioni di destra. Non è quello, insomma, il discrimine fondamentale. Sul resto, sfido a distinguere, se non in termini puramente retorici, Marine Le Pen da Nicolas Sarkozy e persino da Valls e Hollande.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero risultato delle elezioni francesi somiglia troppo ad altri risultati elettorali degli ultimi anni, per essere considerato una buona notizia. Consiste fondamentalmente nell&#8217;arroccamento dell&#8217;establishment di potere a difesa del proprio spazio di dominio, contro qualsiasi eventuale alternativa. Poco importa che essa si manifesti sotto forma di populismo di sinistra, di populismo di destra, di aggregazioni civiche democratiche o di organizzazioni gerarchiche di stampo autoritario. La differenza caso mai sta in questo: il populismo di destra e le istanze autoritarie, nazionaliste, xenofobe possono essere il male minore, ad un certo punto. Come è sempre stato. Il vero pericolo sono le idee, le richieste e le proposte politiche critiche verso gli assetti costituiti, ma con un orizzonte emancipativo, democratico,  fondato sulla coscienza della centralità e dell&#8217;universalità dei diritti e della questione dei beni comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti alla prospettiva che un&#8217;entità portatrice di queste istanze arrivi non solo a governare ma persino ad essere rappresentata nelle istituzioni, la reazione è sempre molto decisa, senza scrupoli, forte del controllo o della complicità dei mass media principali e del sostegno internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo il vero risultato democraticamente significativo in Francia è <a href="http://www.corsematin.com/article/article/les-nationalistes-conquierent-lassemblee-de-corse.1936107.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >quello della Corsica</a>, così come la vera faglia politica in Spagna è dovuta al processo di indipendenza catalano e, nel Regno Unito, all&#8217;opera dello SNP in Scozia. Esempi non facilmente celabili di una tendenza generale in atto, più profonda e più diffusa di quanto appaia ma che gode di pessima stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna commentare i risultati elettorali francesi e magari intonare con enfasi la Marsigliese può avere senso solo se si riesce a comprendere bene cosa sta succedendo, prima di tutto dall&#8217;altra parte delle Bocche di Bonifacio, che sono molto più a portata di sguardo della stazione Leopolda di Firenze, se solo tiriamo su il grugno dal truogolo della disinformazione all&#8217;italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che ne possiamo evincere, per dirne una, è che si può fare a meno di allearsi con e/o sostenere forze politiche e assetti di interessi espressione dell&#8217;establishment centralista (e nazionalista a sua volta, francese o italiano che sia) senza per questo pagare pegno in termini elettorali. Del resto, è una conclusione a cui, se non si è in mala fede o del tutto stupidi, saremmo già dovuti arrivare per conto nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Deve essere chiaro, senza più scuse, che anche in Sardegna vale la <em>conventio ad escludendum</em> verso qualsiasi proposta politica che esuli dai giochetti di potere interni alla compagine partitica egemone, quella di matrice italiana, ossia a favore della rappresentanza dei soli interessi della nostra classe dominante. Sappiamo come siamo messi, il nostro consiglio regionale è eletto solo con i voti di una parte dell&#8217;elettorato sardo, quella che esprime la fedeltà allo status quo: la maggioranza dei sardi è esclusa da qualsiasi forma di rappresentanza democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">La rimozione dall&#8217;agenda politica istituzionale sarda del dibattito sulla vergognosa legge elettorale regionale è una spia molto chiara delle volontà della nostra classe politica. Per giunta la trappola antidemocratica in preparazione a livello di governo centrale certificherà la definitiva sardizzazione dell&#8217;Italia, in termini di riduzione degli spazi democratici anche in senso formale. Gli spauracchi della Lega e del M5S serviranno benissimo, all&#8217;occorrenza, per cristallizzare un rapporto di forza che deve garantire interessi e assetti di potere consolidati, e le paure indotte verso immigrati, ISIS, o chissà cos&#8217;altro, come qualche immancabile grande evento e/o grande scandalo, distrarranno opportunamente l&#8217;opinione pubblica. Renzi farà la sua parte finché sarà utile, male che vada fino all&#8217;invenzione di un altro personaggio da mandare sul palcoscenico a intrattenere la plebe. Ai sardignoli, sempre accondiscendenti, basterà ancora per un po&#8217; la giunta &#8220;dei professori&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia rappresentativa non è il migliore dei mondi possibili né forse è la forma di governo più efficace, ma per ora con questa abbiamo a che fare. Svuotarla di qualsiasi potenzialità emancipativa, privare una parte consistente dell&#8217;elettorato del suo diritto di voto (con mezzi e artifici spesso difficili da cogliere), deresponsabilizzare la cittadinanza (con la retorica del &#8220;tanto non cambia niente&#8221; e del &#8220;tutti sono uguali&#8221;, tutti sono &#8220;casta&#8221;), instupidire l&#8217;opinione pubblica con continui effetti annuncio, panzane grossolane, celebrazioni del nulla, paure costruite ad arte, falsi bersagli polemici, sono tutti strumenti a cui ricorre l&#8217;establishment per autoperpetuarsi. Tanto che persino alcuni che vanno ancora a votare in buona fede spesso votano contro se stessi senza nemmeno rendersene conto, se non a posteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, non riesco a vedere nulla di rassicurante nell&#8217;esito del voto francese, e l&#8217;unica notizia che in quel contesto (e in proiezione) può tenere accesa la fiammella dell&#8217;ottimismo (della volontà) è quel che sta succedendo in Corsica. Almeno fino a prova contraria, dato che anche lì è tutto da vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">I trionfalismi a base di tricolore francese, almeno in Sardegna, li lascerei proprio perdere, specie se vengono dagli eredi di coloro che quella bandiera la consideravano un segno ostile, duecento anni fa, e ne traevano buone ragioni per reprimere con la forza il tentativo di dare allora alla nostra terra una sua soggettività storica e una dignità che poi non avrà più, fino ai giorni nostri. Molti che oggi si appellano a libertà, eguaglianza e fratellanza sono gli stessi che si battono e si batteranno sempre in Sardegna per scongiurarne l&#8217;avverarsi, auspicando democrazia <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TkUAtwbCEzE" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >&#8220;con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni&#8221;</a>, invocando il &#8220;voto utile&#8221; (a loro), dichiarandosi &#8220;cittadini del mondo&#8221; (e per questo schifando l&#8217;idea stessa di potersi dire prima di tutto, e comunque insieme, &#8220;cittadini sardi&#8221;), magari definendosi pure &#8220;sovranisti&#8221;. Vediamo di non farci prendere per il naso.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La vera lezione delle elezioni francesi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='La vera lezione delle elezioni francesi' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/">La vera lezione delle elezioni francesi</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2015/12/14/2072/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2015 14:08:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[EXPO]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Berardi]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[sindacopoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=1804</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le contestazioni all&#8217;EXPO e le loro strumentalizzazioni sono quanto di più scontato potesse capitare nell&#8217;Italia renziana. Eppure si nota una certa verve pavloviana tanto nei commentatori da social media quanto tra quelli istituzionali. Ma è pura società dello spettacolo, in fondo. Sul tema è stato molto efficace Franco Berardi, in una nota proprio su Facebook....</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/">Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/91/Extinction_Intensity.png" alt="" width="577" height="428" /></p>
<p style="text-align: justify;">Le contestazioni all&#8217;EXPO e le loro strumentalizzazioni sono quanto di più scontato potesse capitare nell&#8217;Italia renziana. Eppure si nota una certa verve pavloviana tanto nei commentatori da social media quanto tra quelli istituzionali. Ma è pura società dello spettacolo, in fondo.<span id="more-1804"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sul tema è stato molto efficace Franco Berardi, in <a href="https://www.facebook.com/franberardi/posts/10206584515026671?fref=nf&amp;pnref=story" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >una nota</a> proprio su Facebook. Il succo del suo discorso è: manifestare in piazza per i diritti ha ancora senso, quando ormai si tratta di vita e di morte (in senso collettivo, più ancora che individuale)? E a cosa serve demonizzare la protesta violenta (ampiamente prevedibile) o anche il suo contrario, ossia sposarla fino in fondo? Non si tratta forse comunque di essere prigionieri di un copione stantio e per di più scritto da altri?</p>
<p style="text-align: justify;">Il che, riportato alla situazione sarda, offre molti spunti di riflessione (che intanto <a href="https://www.facebook.com/maurizio.onnis.3/posts/1596481503925533?fref=nf&amp;pnref=story" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >è andata articolandosi</a> per conto suo, sempre su Facebook). Manifestare, organizzarsi, anche in pochi, cercare di diffondere informazioni, punti di vista alternativi alla versione mainstream, ha un senso? E se sì quale?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò assume ulteriori connotazioni se solo lo si collega con lo <a href="http://www.sardiniapost.it/cronaca/sindacopoli-linchiesta-si-allarga/" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >scandalo giudiziario</a> di questi giorni, quello ribattezzato senza troppa fantasia &#8220;sindacopoli&#8221;. I fatti emersi dalle cronache e dalle indagini, già gravi in sé, minacciano di essere solo la parte emersa di una metastasi più diffusa e profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">La cleptocrazia senza limiti che si è impossessata del mondo fa danni maggiori laddove non esistano altri fattori storici in grado di contenerla. La debolezza produttiva, sociale, culturale e politica offre terreno fertile alle sue manifestazioni peggiori, e non come eccezione contingente, bensì come costante sistemica. Ecco perché in Italia anche una cosa come un&#8217;Esposizione universale &#8211; già minata nel suo senso profondo dal cedimento al grande capitale e agli affamatori e ai distruttori del pianeta &#8211; diventa terreno di conquista per la malavita e la politica ad essa collegata. Niente di strano dunque se la corruzione rapace diventa sistema ordinario anche nella sua provincia oltremarina sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clientelismo, il familismo e la cattiva amministrazione pubblica in Sardegna sono facce del medesimo dado. È un fenomeno storico macroscopico che ha le sue radici nel processo di adattamento dell&#8217;isola alla contemporaneità. La fantomatica modernizzazione a cui la Sardegna è stata sottoposta negli ultimi duecento anni è una parte fondamentale di questo meccanismo deleterio. La modernizzazione &#8211; che avesse le sembianze dell&#8217;editto delle chiudende, del disboscamento selvaggio, della Legge del Miliardo o del Piano di Rinascita cambia poco &#8211; è sempre stata promossa nell&#8217;interesse del progresso generale e sempre a conti fatti si è rivelata un disastro, vantaggioso solo per pochi. La condizione di dipendenza è il brodo di coltura ideale per questa malattia civile e politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono studi appropriati sul tema (come per esempio <a href="https://editorialexpress.com/cgi-bin/conference/download.cgi?db_name=res_phd_2013&amp;paper_id=172" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >questo</a>, svolto da una ricercatrice sarda, per altro), ma basterebbe anche il tanto osannato (a vanvera) senso comune per capire che la cattiva amministrazione la si paga doppiamente: sia in termini etici, sia in termini pratici. Il malfunzionamento dei servizi e le carenze infrastrutturali sono un danno enorme sia sul piano economico sia su quello del libero esercizio dei diritti di cittadinanza. Su questi aspetti non si può transigere.</p>
<p style="text-align: justify;">Meravigliarsi oggi dello scandalo giudiziario in corso è perdonabile per chi non abbia sufficienti strumenti per capire in che mondo viviamo, ma è ridicolo da parte di chi occupa posizioni di rilievo in ambito pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero, a parte il lavoro di cronaca dei mass media (e qui, per inciso, vorrei far notare quanto sia importante avere un minimo di pluralismo dell&#8217;informazione), non è che ci sia in giro tutta questa voglia di prendere posizione, di saperne di più, di analizzare il fenomeno. Si vede che la mamma dei pesci in barile è stata particolarmente prolifica, ultimamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Soffriamo un po&#8217; tutti di memoria corta nell&#8217;epoca del bombardamento di informazioni &#8220;in tempo reale&#8221;, ma mi ricordo bene i discorsi sentiti poco più di un anno fa nel corso dell&#8217;ultima campagna elettorale per la Regione. I distinguo di tenore etico e pragmatico venivano facilmente bollati come velleitari o come poco attinenti alla realtà concreta. La drammatica verità è che una parte cospicua della nostra condizione materiale precaria è dovuta proprio alla debolezza etica in campo pubblico, alle prassi clientelari, alla corruzione diffusa, alla penuria di anticorpi civili e democratici nella massa della cittadinanza.</p>
<p style="text-align: justify;">La reticenza sul tema da parte della politica sarda istituzionale e anche dei suoi reggicoda in ambito accademico e intellettuale è evidente ma non sorprendente. Persino i più loquaci sembrano improvvisamente a corto di parole. Non so se il silenzio sia dovuto a prudenza opportunistica oppure all&#8217;aspettativa di qualcosa di peggio in procinto di emergere. Chissà, staremo a vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che la portata dei problemi risulta drammaticamente crescente, al contrario delle capacità di chi pretende di essere depositario dell&#8217;unico modo possibile di affrontarli. Che poi è lo stesso che ci ha condotto in questa situazione. Se è vero &#8211; come sostengono <a href="http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-90f79653-84f0-4d2a-983f-5f1b900e52b4.html#" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >recenti studi</a> &#8211; che ci troviamo già dentro la sesta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Estinzione_di_massa" target="_blank" rel="noopener" rel="nofollow" >grande estinzione</a>, questo genere di discorsi può apparire futile. Eppure, guarda caso, in realtà tutto si connette alla nostra incapacità di interagire col mondo in termini intelligenti, generosi, responsabili. La sesta grande estinzione non sarà dovuta a un asteroide impazzito, ma all&#8217;opera della specie umana. Non c&#8217;è da vantarcene.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia come sia, non vedo perché dovremmo accettare di buon grado che i Sardi ne siano una delle prime vittime sacrificali. Va bene essere stati a volte dei precursori, nel corso della nostra storia, ma in questo caso preferisco adoperarmi per la conservazione. È una questione di vita o di morte. La complicità esplicita o implicita con l&#8217;apparato di dominio che governa la Sardegna è un peccato mortale inescusabile. Chi ha una coscienza non ancora in vendita dovrebbe farsi carico di una verità dura ma che è necessario accettare. Le celebrazioni di sa Die de sa Sardigna di pochi giorni fa devono essere un monito, oltre che il ricordo di una possibilità. Serve una rivoluzione, ma questa volta che vada fino in fondo.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/">Il copione è già scritto e la storia fa pure schifo</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2015/05/04/il-copione-e-gia-scritto-e-la-storia-fa-pure-schifo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 09:22:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[E.On]]></category>
		<category><![CDATA[indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[industria sarda]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[politica sarda]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=1787</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il caso degli arresti all&#8217;E.On, azienda tedesca che gestisce la centrale di Fiume Santo, si intreccia con la querelle circa sa Die de sa Sardigna. Non è solo una coincidenza cronologica. C&#8217;è una stretta relazione tra le malefatte industriali e la celebrazione del 28 aprile. La ricorrenza di Sa Die soffre l&#8217;imposizione di una cornice...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/">Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/480/35225.jpg" alt="" width="535" height="346" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il caso degli <a href="http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2015/04/15/intercettazioni_choc_l_sotto_c_un_inferno-6-414979.html" target="_blank" rel="nofollow" >arresti all&#8217;E.On</a>, azienda tedesca che gestisce la centrale di Fiume Santo, si intreccia con la <em>querelle</em> circa sa Die de sa Sardigna. Non è solo una coincidenza cronologica. C&#8217;è una stretta relazione tra le malefatte industriali e la celebrazione del 28 aprile. <span id="more-1787"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La ricorrenza di Sa Die soffre l&#8217;imposizione di una cornice interpretativa composta da due facce, una coppia oppositiva di comodo: da una parte l&#8217;interpretazione sminuente, dall&#8217;altra quella nazionalista. Chi vorrebbe derubricare i moti del 28 aprile 1794 (e con essi tutta la Rivoluzione sarda) a poca cosa e chi vorrebbe farne un evento di natura nazionalista e indipendentista (Sardi vs. Piemontesi, ossia vs. Italiani).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono due letture speculari ed entrambe fuorvianti. I fatti del 28 aprile 1794 e tutta la stagione rivoluzionaria sarda ebbero molte implicazioni politiche e sociali, che alla luce dei documenti e delle conoscenze acquisite non è davvero possibile sminuire ancora. D&#8217;altro canto ridurli a mero conato di rivendicazione nazionale contro lo stramiero è altrettanto scorretto. Certamente l&#8217;odio verso i Piemontesi esisteva ed era trasversale a tutte le fasce sociali, per varie ragioni. Tuttavia la vera discriminante non era tanto l&#8217;etnia, quanto piuttosto il regime oppressivo vigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del Settecento e poi anche ben dentro l&#8217;Ottocento non esisteva alcun possibile equivoco sulla denotazione storica, etnica, dei Sardi. Nessuno ne metteva in dubbio l&#8217;esistenza come entità collettiva, la &#8220;Nazione sarda&#8221; non era una locuzione rivendicativa, in opposizione a una situazione di disconoscimento, ma una definizione neutra, il nome di una popolazione riconosciuta nel consesso dei popoli europei e mediterranei.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo non v&#8217;era alcun dubbio che il Regno di Sardegna corrispondesse alla Sardegna fisica e fosse uno stato a sé stante. A volte su questo punto di fa qualche confusione, perché i re di Sardegna erano sempre stati stranieri, prima aragonesi, poi spagnoli e infine sabaudi. Ma il Regno di Sardegna era uno stato con i suoi confini, le proprie istituzioni, le proprie leggi; lo era anche dentro la Corona aragonese (e poi spagnola). Una parte consistente dell&#8217;attrito con il governo sabaudo derivava dal disconoscimento da parte di quest&#8217;ultimo proprio di tali prerogative. Che il re di Sardegna fosse un Savoia poteva anche starci, non era tanto quella la questione determinante. I sovrani del Regno Unito erano tedeschi, quelli spagnoli erano francesi e prima ancora erano stati di origine austriaca: cose abbastanza consuete nell&#8217;<em>Ancien Régime</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, ciò che era in ballo nel corso della Rivoluzione sarda erano i rapporti di forza, era il regime feudale, erano le disuguaglianze sociali e politiche, era l&#8217;inadeguatezza del governo sabaudo davanti alle necessità strutturali e anche alle emergenze contingenti dell&#8217;isola. Non a caso la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l&#8217;inerzia del viceré Balbiano davanti al tentativo di occupazione francese (febbraio 1793).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i nemici della Rivoluzione sarda furono soprattutto, e in modo particolarmente feroce, alcuni sardi. Il rivolgimento politico non minacciava direttamente o dichiaratamente la monarchia, quanto più precisamente (specie nelle campagne) gli assetti produttivi e le gerarchie sociali. Certo, la parte più istruita e informata della borghesia sarda aveva maturato idee anche più drastiche. La penetrazione dell&#8217;illuminismo, delle idee di Rousseau, di istanze radicali è un fatto abbastanza sicuro, benché si possa dedurre più da indizi che da prove materiali. Che Angioy volesse stabilire un governo repubblicano è un fatto acquisito. In ogni caso, insieme ai Savoia o meglio ai funzionari piemontesi, il nemico era anche e soprattutto un nemico interno. In questa cornice la lettura nazionalista perde molto del suo senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente l&#8217;assetto di potere vigente determinava anche i rapporti sociali e li garantiva. Tant&#8217;è vero che ben presto anche alcuni leader popolari della prima ora si votarono alla fedeltà savoiarda, divenendo accaniti repressori degli angioyani. E all&#8217;arrivo dei Savoia a Cagliari (marzo 1799) furono ben contenti di accoglierli e di manifestare loro fedeltà e deferenza. Mossa indovinata, almeno dal punto di vista della classe dominante sarda, che dopo la Rivoluzione si troverà a suo agio nel comodo ruolo di intermediaria tra la Sardegna e il centro di potere (esterno) da cui l&#8217;isola dipendeva e da cui essa, la classe dominante, era legittimata.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, come più volte spiegato, rappresenta la cifra precisa degli assetti socio-politici successivi alla Rivoluzione, che poi hanno conformato la Sardegna contemporanea fino ad oggi. Il problema di fondo della Sardegna non è stato tanto un rapporto di dominio coloniale diretto con una madrepatria lontana, ma piuttosto una sorta di condizione post-coloniale <em>ante litteram</em>, in cui le forme giuridiche mascheravano edulcorandoli i veri rapporti di forze e la vera struttura produttiva e sociale. Lo stesso assetto autonomista è stato sostanzialmente una finzione retorica che doveva preservare tali rapporti di forza (come sottolinea lucidamente Eve Hepburn). Il discorso nazionalista, anche nella sua declinazione sardista, in questo senso è sempre stato utile a chi dominava la Sardegna in conto terzi per sgravarsi delle proprie responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo è quel che vediamo ancora oggi. La politica sarda, messa alle strette, fa in fretta a buttare la colpa sullo stato centrale. Che al governo ci sia un Cappellacci o un Pigliaru poco cambia. Quel che non cambia è il rapporto patogeno con i centri di potere e di interessi esterni che garantiscono quelli locali, la dipendenza di questi ultimi dalla legittimazione che ricevono da altri e non dalle dinamiche democratiche interne. Per la politica sarda conta infinitamente di più cosa si decide in una segreteria di partito italiana, in un grande consiglio di amministrazione, persino in qualche salotto ben frequentato di Roma o di Milano, del voto democratico dei Sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso dell&#8217;inquinamento a Porto Torres non fa che gettare luce su questa dinamica strutturale della storia contemporanea sarda. Capisco che a qualcuno, interessato o male informato, suoni male la continua evocazione dei nostri ultimi duecento anni come un periodo ben denotato e sostanzialmente uniforme, ma all&#8217;evidenza storica non si può sfuggire. Capisco anche che la classe intellettuale ed accademica sarda sia il larga misura organica al sistema di dominio vigente e non possa dunque esserne il contraltare critico. A maggior ragione è doveroso proporre una lettura diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, è perfettamente comprensibile che i nostri problemi più drammatici siano sempre stati elusi o addirittura avallati, se non direttamente creati, dalla nostra classe politica. Essa ha sempre dovuto rispondere di sé non al popolo sardo ma a qualcun altro, garantendosi così evidenti vantaggi di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;E.On ha potuto fare quel che oggi viene alla luce, così come lo ha potuto fare la Saras, così come continuano a farlo speculatori di ogni risma; se una parte consistente del nostro territorio è stata consapevolmente destinata alla morte per inquinamento (industriale e/o militare, ma anche sociale e culturale); se le risorse della Sardegna sono sempre state messe a disposizione di chiunque tranne che dei Sardi; se non si sono mai affrontati compiutamente i problemi relativi ai nostri fattori strategici (dall&#8217;energia ai trasporti, dal patrimonio storico-archeologico a quello linguistico, ecc.) non è un caso.</p>
<p style="text-align: justify;">La modernizzazione della Sardegna, la sua &#8220;occidentalizzazione&#8221;, ha assunto i caratteri di un&#8217;imposizione forzata di modelli produttivi e sociali del tutto estranei e anche violenti, a cui ha corrisposto una condizione politica debole e una acculturazione debilitante. Sono fenomeni ben noti e ampiamente affrontati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che la nostra classe politica, manifestazione pubblica di precisi e radicati interessi economici di parte, non ami la rievocazione del 28 aprile 1794 e tutte le sue connotazioni, è del tutto comprensibile. Quel che rappresenta questa data non è tanto la &#8220;cacciata dei Piemontesi&#8221; quanto piuttosto la minaccia di un rivolgimento sociale e politico che avrebbe la nostra classe dominante come prima vittima.</p>
<p style="text-align: justify;">È inutile prendersela con i Tedeschi nel caso dell&#8217;E.On, o con gli Italiani (per lo più ignari o vittime quanto noi) in altre circostanze. Bisogna capire che la linea di faglia che divide un campo dall&#8217;altro, una prospettiva storica dall&#8217;altra, non è di natura nazionale o etnica, ma più precisamente sociale, materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente nel caso della Sardegna questo problema investe direttamente anche la sfera giuridica e istituzionale. La condizione di dipendenza politica è necessaria (anche se non sufficiente) a perpetuare la nostra sottomissione economica, sociale e culturale. Il successo politico a livello italiano di alcuni sardi non è in contraddizione con questa lettura ma anzi ne è una conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivare a spezzare il vincolo penalizzante della dipendenza politica sarà il coronamento di un processo di liberazione che dovrà avere il suo nucleo decisivo nell&#8217;innovazione dei modelli economici, nel mutamento dei rapporti di produzione, nel genere di relazioni sociali a cui sapremo dare vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso dell&#8217;autodeterminazione e dell&#8217;indipendenza politica può (e secondo me deve) essere declinato dentro questa cornice, che è una cornice propriamente emancipativa e dunque rivoluzionaria. Che non coincide affatto con quella che assume il discorso dell&#8217;indipendenza in maniera ideologica e come contrapposizione tra un generico e indistinto &#8220;noi&#8221; e un altrettanto generico e indistinto &#8220;loro&#8221;. Dall&#8217;autodeterminazione dei Sardi molti Sardi avranno parecchio da perdere. Non a caso esiste tanta ostilità verso tale prospettiva tra chi ha posizioni sociali e materiali che devono tutto alla condizione di dipendenza e subalternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste precisazioni sono indispensabili tanto per chiarire ciò che succede in questi giorni, quanto per evitare di aspirare o ancor peggio di avviare un processo di autodeterminazione solo nominale, banalmente sostitutivo di una classe padronale con un&#8217;altra. Sono i &#8220;<em>barones</em>&#8221; il nemico, non il re. Al re ci penseremo a suo tempo.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/">Sa Die de sa Sardigna e i disastri industriali sono la stessa storia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2015/04/16/sa-die-de-sa-sardigna-e-i-disastri-industriali-sono-la-stessa-storia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Distinguo necessari</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 13:32:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Sardinia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Ganau]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Cubeddu]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[scorie nucleari]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda nella scuola italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=1777</guid>

					<description><![CDATA[<p>In questi giorni si intrecciano due temi apparentemente distanti, ma in realtà correlati: il pericolo incombente delle scorie nucleari e sa Die de sa Sardigna. Si intrecciano anche perché evocati insieme da vari osservatori. In particolare mi ha colpito l&#8217;appello che Salvatore Cubeddu, della Fondazione Sardinia, ha rivolto al presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/">Distinguo necessari</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Distinguo necessari' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><a href="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2015/04/foto-e1428499451305.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-1778" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2015/04/foto-e1428499451305-361x480.jpg" alt="foto" width="371" height="493" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2015/04/foto-e1428499451305-361x480.jpg 361w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2015/04/foto-e1428499451305-300x399.jpg 300w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2015/04/foto-e1428499451305.jpg 480w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a>In questi giorni si intrecciano due temi apparentemente distanti, ma in realtà correlati: il pericolo incombente delle scorie nucleari e sa Die de sa Sardigna. Si intrecciano anche perché evocati insieme da vari osservatori. <span id="more-1777"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In particolare mi ha colpito <a href="http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=10218" target="_blank" rel="nofollow" >l&#8217;appello</a> che Salvatore Cubeddu, della Fondazione Sardinia, ha rivolto al presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau a proposito delle due questioni. Cubeddu sfida il presidente della massima istituzione rappresentativa sarda a un compito di guida e responsabilità, nella previsione che la Sardegna sia destinata dal governo italiano ad accogliere i rifiuti nucleari dell&#8217;intero stato e forse persino di stati esteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documento è significativo per l&#8217;urgenza che segnala, ossia quella di avere finalmente una classe dirigente all&#8217;altezza di tale definizione. Anche il senso della sfida lanciata è apprezzabile. Le argomentazioni utilizzate, di per sé votate al bene e sicuramente legittime, sono tuttavia mal incanalate e mal indirizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto noto un persistente equivoco di metodo e di contenuto. Ascrivere le necessità della Sardegna attuale così come le vicende della Rivoluzione sarda ad un ambito politico autonomista è un errore oggettivo. Sia perché la Rivoluzione sarda non ha nulla a che fare col concetto e con la natura dell&#8217;autonomia novecentesca, sia perché insistere a considerare l&#8217;istituto obsoleto e fallimentare dell&#8217;autonomia regionale come una soluzione ai nostri mali è un auspicio debole in partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;appello inoltre è mal indirizzato perché si rivolge a chi rappresenta degnamente non tanto l&#8217;eredità di Giommaria Angioy e dei rivoluzionari sardi, quanto piuttosto quella della classe dominante sarda che dalla loro sconfitta trasse legittimazione, potere e relazioni vantaggiose con il centro politico dominante (prima la Torino sabauda, poi la Roma dell&#8217;Italia unificata).</p>
<p style="text-align: justify;">Appare sorprendente accostare in un unico <em>philum</em>, quasi si trattasse di una discendenza diretta, i rivoluzionari sardi, i primi autonomisti alla Tuveri e all&#8217;Asproni (ma perché non anche alla Fenu?), i grandi podatari come Francesco Cocco Ortu, la stagione autonomista novecentesca e la classe politica di questi anni. Si tratta di ambiti, personaggi e situazioni eterogenei e a volte in conflitto tra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l&#8217;attuale classe politica sarda non abbia alcun trasporto verso i fatti rievocati con sa Die de sa Sardigna è perfettamente coerente. Come potrebbe essa amare ed evocare la propria stessa nemesi? Ed è davvero questa classe politica quella a cui appellarsi per scongiurare l&#8217;ennesima degradazione materiale e simbolica della Sardegna?</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge qui uno dei nostri problemi strutturali: la difficoltà della nostra classe intellettuale a farsi soggetto autonomo e voce libera rispetto agli assetti del potere. Non si può pretendere di parlare a nome del popolo sardo e al contempo essere organici all&#8217;apparato di dominio vigente. La distinzione tra classe dominante e popolo deve essere assunta pienamente, non solo come strumento di analisi storica, ma anche come distinguo politico di fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unanimismi di stampo nazionalista non hanno diritto di cittadinanza in una situazione in cui una parte, sia pur minoritaria, dei Sardi, trae vantaggio e legittimazione dalla nostra condizione di dipendenza e subalternità ed è chiamata a garantire la nostra soggezione. Non è a chi rappresenta tale assetto storico che si può chiedere di farsene avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto più proficua la mobilitazione spontanea che in questi giorni si sta manifestando a proposito sia del pericolo nucleare, sia di sa Die de sa Sardigna, sia &#8211; per citare un altro ambito &#8211; per la traduzione in sardo dell&#8217;interfaccia grafica di Facebook. Esempi virtuosi di assunzione di responsabilità collettiva che prescindono da vane attese di azioni politiche istituzionali e procedono a fare direttamente il necessario, spesso in termini collaborativi e gratuiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace segnalare nello specifico &#8211; sempre a proposito di sa Die &#8211; la realizzazione dell&#8217;<a href="https://lastoriasarda.wordpress.com/sa-die-de-sa-sardigna/" target="_blank" rel="nofollow" >opuscolo didattico</a> ad essa dedicato dal gruppo di lavoro sulla &#8220;Storia sarda nella scuola italiana&#8221;. Un&#8217;azione decisamente più concreta, puntuale ed efficace (sia nell&#8217;immediato sia in proiezione futura) di qualsiasi appello a esponenti politici compromessi col sistema di dominio che grava sulla Sardegna. È tempo di trarre davvero qualche insegnamento dalla nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">[A questo proposito, e partendo dalla considerazione che la storia prima di tutto vada conosciuta e affrontata a viso aperto, faccio un po&#8217; di autopromozione avvertendo che entro poche settimane uscirà per Condaghes la traduzione in italiano e in sardo da me curate del <em>Memoriale</em> di Giovanni Maria Angioy, un documento prezioso e significativo che è giusto sia messo a disposizione del grande pubblico, oltre che degli studiosi. Ma ne riparleremo.]</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Distinguo necessari' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Distinguo necessari' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/">Distinguo necessari</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2015/04/08/distinguo-necessari/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 08:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Cartaginesi]]></category>
		<category><![CDATA[dominazioni sarde]]></category>
		<category><![CDATA[Fenici]]></category>
		<category><![CDATA[Romani]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[società sarda]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=1683</guid>

					<description><![CDATA[<p>L&#8217;elemento narrativo delle continue dominazioni, cui i Sardi si sarebbero dovuti piegare nel corso dei secoli, è una pietra miliare della nostra identificazione collettiva. Il nostro mito identitario si fonda in larga misura su di esso, sia nella sua versione più autocolonizzata (quella secondo cui siamo ineluttabilmente dei perdenti della storia), sia in quella edulcorata,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/">Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/1920/229496.jpg" alt="" width="1920" height="1275" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento narrativo delle continue dominazioni, cui i Sardi si sarebbero dovuti piegare nel corso dei secoli, è una pietra miliare della nostra identificazione collettiva. Il nostro mito identitario si fonda in larga misura su di esso, sia nella sua versione più autocolonizzata (quella secondo cui siamo ineluttabilmente dei perdenti della storia), sia in quella edulcorata, ma non meno subalterna, della costante resistenziale.<span id="more-1683"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questo luogo comune è talmente radicato, che anche i tentativi di reinterpretazione delle nostre vicende spesso si concentrano sulla sua negazione, facendone l&#8217;unica chiave di lettura possibile. Bisognerebbe però liberarsi di questa cornice concettuale così limitante.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può e si deve guardare alla nostra lunga parabola storica analizzando altri fattori, tenendo conto delle circostanze concrete, dei rapporti sociali e culturali in gioco di volta in volta, delle articolazioni interne alla collettività sarda nelle varie epoche.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi dominatori citati di solito sono i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fenici" target="_blank" rel="nofollow" >Fenici</a>. Questi abili navigatori, emersi alla luce della storia nell&#8217;Età del ferro, probabilmente non si sognarono mai nemmeno lontanamente di diventare dopo tre millenni una fonte di diatribe storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali che fossero le loro origini o la loro composizione etnica, i Fenici entrarono in contatto con una Sardegna che non era certo deserta né chiusa ai traffici. Tutto si può dire di loro, poi, tranne che si trattasse di feroci imperialisti, assetati di conquiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto non rappresentavano una entità politica definita, tanto meno una potenza militare. Non sembra che i loro rapporti con gli antichi Sardi siano stati conflittuali. Anzi, il fatto che in tombe &#8220;fenicie&#8221; siano stati trovati resti di Sardi, per altro con corredi che attesterebbero un alto lignaggio, fa supporre legami stretti, anche di natura parentale, e un tipo di relazione come minimo paritetico tra autoctoni e forestieri.</p>
<p style="text-align: justify;">In cosa consiste dunque il problema rappresentato dai Fenici? Fondamentalmente nell&#8217;ostinazione con cui a lungo si è attribuita a loro la prima vera civilizzazione della Sardegna e l&#8217;equivoco circa la loro presunta dominazione dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, benché molte pagine debbano essere ancora scritte in materia, possiamo ormai escludere che tale dominazione ci sia stata. Possiamo di contro problematizzare di più ciò che avvenne tra X e VI secolo a.C. Possiamo farci un&#8217;idea più articolata circa le strutture produttive, sociali e culturali di questa lontana epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Esclusi i Fenici dal novero dei nostri dominatori, subito dopo di loro nell&#8217;elenco si presentano all&#8217;appello dei loro parenti più o meno stretti, i Cartaginesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con Cartagine c&#8217;è poco da scherzare, la sua dominazione sulla Sardegna sembra assodata e fatta risalire addirittura alla fine del VI secolo a.C. Ne farebbe fede il trattato tra la stessa Cartagine e Roma siglato nel 509 a.C., secondo lo storico <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Polibio" target="_blank" rel="nofollow" >Polibio</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa notizia non gode più di grande credibilità, presso la storiografia attuale, propensa invece a dare più credito a quella, offerta dallo stesso Polibio, relativa ai trattati tra Cartagine e Roma stipulati nella seconda metà del IV secolo (tra 338 e 306, e addirittura un patto di alleanza nel 279, contro <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pirro" target="_blank" rel="nofollow" >Pirro</a>, nemico comune).</p>
<p style="text-align: justify;">Limitare la narrazione dell&#8217;egemonia cartaginese in Sardegna dentro la cornice della &#8220;dominazione&#8221; appare però fuorviante. Aleggia qui lo spettro dell&#8217;anacronismo. Condizionati dalla familiarità con formule giuridico-politiche e con rapporti di forza di stampo moderno, a volte ne estendiamo più o meno consapevolmente la vigenza anche ad epoche diverse e lontane.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe invece interessante immaginare come i Sardi del IV secolo vedessero i loro rapporti con i Cartaginesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sommato sembrerebbe che le classi dominanti sarde dell&#8217;epoca non abbiano rifiutato il protettorato commerciale e politico cartaginese. Le città costiere dell&#8217;isola subirono trasformazioni notevoli in questa fase, crescendo in rilevanza e in ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è detto che queste circostanze fossero vissute come una dominazione straniera, da parte di molti Sardi. Probabilmente allora si approfondirono differenze di tipo economico e sociale, nonché tra una zona e l&#8217;altra dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">La dialettica interna, tra gruppi sociali e tra aree più o meno contigue, dovette dipendere molto più da questioni materiali che da rivendicazioni politiche di tipo etnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sincretismo culturale e religioso, la condivisione di usi e mode dovevano attenuare significativamente l&#8217;estraneità tra le popolazioni autoctone e la comunità di stranieri stabilitasi in Sardegna. Matrimoni misti e rapporti di affari creavano mescolanze e meticciati, facilitando l&#8217;assimilazione degli apporti umani esterni.</p>
<p style="text-align: justify;">Più difficile trovare elementi di dubbio circa i rapporti tra la Sardegna e Roma. Sappiamo del cinismo con cui quest&#8217;ultima approfittò delle conseguenze della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guerre_puniche#Prima_guerra_punica_.28264_a.C._-_241_a.C.29" target="_blank"  rel="nofollow" >prima guerra romano-punica</a> per intervenire in Sardegna e dichiararla un proprio possedimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Non fu però un possesso tranquillo e nemmeno tanto sicuro per un bel pezzo. È indubbio comunque che il rapporto con Roma fu un rapporto di dominazione, tanto che in questo caso vi che vi furono reiterati episodi di ribellione, se non di vera guerra aperta.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia l&#8217;aspetto &#8220;resistenziale&#8221; di tale rapporto è stato fin troppo enfatizzato, nel nostro mito identitario. È un problema nostro, più che dei Sardi che abitarono l&#8217;isola tra III secolo a.C. e V secolo d.C. E d&#8217;altra parte, alzi la mano chi, tra Armenia e penisola iberica, non fu dominato dai Romani in quell&#8217;arco di tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Risalendo il corso della storia sarda, ci imbattiamo di continuo in situazioni di rapporto più o meno conflittuale con vari protagonisti della storia europea e mediterranea. Questa costante storica viene affiancata sempre con un altro paradigma del nostro mito identitario, quello dell&#8217;isolamento.</p>
<p style="text-align: justify;">È abbastanza strano contemplare nella stessa narrazione le continue dominazioni subite e il costante isolamento. La contraddizione è evidente. Eppure lo stigma delle continue dominazioni imperversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo alla facilità con cui si parla di Sardegna &#8220;pisana e genovese&#8221; (pisana <em>E</em> genovese, insieme!). Qui spesso si sfiora la falsificazione storiografica. Dubito fortemente che buona parte dei Sardi, tra IX e XIII secolo abbia mai potuto sospettare di essere dominata da altri che non fossero le dinastie giudicali, qualche vescovo o le famiglie altolocate del tempo (autoctone o variamente imparentate con loro pari stranieri che fossero).</p>
<p style="text-align: justify;">Il dominio pisano, circoscritto quanto a cronologia e territorio a pochi decenni e al massimo a circa metà dell&#8217;isola, fu un aspetto tutto sommato complementare e se vogliamo critico della parabola storica giudicale, non una condizione strutturale di lunga durata né di portata così significativa da certificare un rapporto di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo bene quali fossero i nodi che stavano arrivando al pettine nel XIV secolo. In quel momento Pisa era già definitivamente ridimensionata nel suo peso economico e politico. La Sardegna si trovò coinvolta in un conflitto internazionale per l&#8217;egemonia sul Mediterraneo occidentale e riuscì a ritagliarsi un suo ruolo di peso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto di peso da tenere in scacco a lungo, fino a logorarne la forza, una delle potenze più dinamiche e in espansione dell&#8217;epoca: il Regno di Aragona catalano. Eppure, anche qui, è fin troppo facile imbattersi in testi che descrivono il XIV secolo sardo come il primo della dominazione&#8230; spagnola.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna sconfitta dai Catalano-aragonesi (ormai a dire il vero non più molto catalani, dopo il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Compromesso_di_Caspe" target="_blank" rel="nofollow" >1412</a>) divenne davvero spagnola solo più tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era stato certo facile per i Sardi il passaggio dagli ordinamenti giudicali a quelli feudali iberici, né essi accettarono di buon grado questa sorte, se è vero che a cinquant&#8217;anni di distanza dalla definitiva scomparsa del Giudicato di Arborea (1420) videro bene di ribellarsi in massa alla prima occasione (sotto le insegne di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Alagon" target="_blank" rel="nofollow" >Leonardo Alagon</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Solo con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_II_di_Spagna" target="_blank" rel="nofollow" >Filippo II</a>, dalla seconda metà del XVI secolo, la centralizzazione burocratica dell&#8217;immenso impero spagnolo si tradusse in una &#8220;castiglianizzazione&#8221; diffusa, dal punto di vista culturale e linguistico. Tale fenomeno interessò inevitabilmente anche la Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Regno di Sardegna spagnolo non fu il mostro di decadenza, isolamento, arretratezza a cui siamo abituati a pensare al suo proposito. Ma questo è il meno. Probabilmente sarebbe necessario rivedere anche la nozione &#8211; ancor più radicata &#8211; della sua corrispondenza esclusiva a un rapporto di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna spagnola fu tante cose, in realtà. Fu un regno a sé stante, con proprie istituzioni, propri rappresentanti nel Consiglio d&#8217;Aragona, proprie necessità, ecc. Aveva una pessima classe dirigente, questo è innegabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra nobili ottusi e rapaci e consorterie affaristiche delle città, chi godeva di vantaggi sociali non si faceva molti scrupoli allora a saccheggiare le risorse sarde per il proprio tornaconto. Scandali e ruberie legati agli appalti pubblici erano una costante. Le comunità infeudate dovevano difendersi strappando ai baroni (o più spesso ai loro rappresentanti, i podatari) condizioni meno oppressive riguardo al versamento dei tributi e alle <em>corvée</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non risulta però che i Sardi in epoca spagnola si considerassero un popolo dominato. La sconfitta subita nel XV secolo era stata metabolizzata, il problema non era il rapporto diseguale tra una presunta nazione sarda e un dominatore straniero, ma caso mai era più propriamente di natura sociale, tra classi subalterne e classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando una parte dell&#8217;aristocrazia sarda pretese più potere sull&#8217;isola, nella seconda metà del XVII secolo, si arrivò persino all&#8217;uccisione del viceré (un delitto di lesa maestà, a tutti gli effetti). Chi si preoccupava di una possibile rivolta generalizzata dei Sardi al seguito dei congiurati, rimase sollevato nel constatare lo scarso ascendente di questi fatti sulla popolazione isolana.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente i nobili ribelli, che per le loro azioni finirono poi giustiziati, non avrebbero fatto una fine molto migliore se fossero caduti nelle mani dei loro vassalli, se a questi fosse stata data la libertà di agire secondo i propri intendimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nemmeno i rivoluzionari sardi tra fine Settecento e primi dell&#8217;Ottocento ritenevano di doversi liberare di un dominio straniero. Benché l&#8217;odio verso i Piemontesi fosse diffuso e radicato, quel che si proponevano i leader più radicali della rivoluzione era un rovesciamento politico e sociale. Per raggiungere tale scopo erano persino disposti a mettersi sotto la protezione (che non sarebbe stata disinteressata) della Francia.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la Sardegna era un regno, i Sardi una collettività storica unanimemente riconosciuta come tale. Il nemico era il governo sabaudo, non tanto in quanto formato prevalentemente da stranieri, ma in quanto oppressore. Non c&#8217;erano né avevano senso allora rivendicazioni di tipo propriamente indipendentista.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali rivendicazioni hanno ragion d&#8217;essere solo nell&#8217;ultimo secolo e mezzo, dopo l&#8217;unificazione italiana. Un problema di dipendenza e di dominio si pone in modo esplicito e compiuto solo in tale contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le modalità stesse del declassamento dell&#8217;isola a regione italiana, in una condizione marginale, periferica e subalterna, indicano nell&#8217;epoca contemporanea quella dove si può parlare a pieno titolo di dominazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia anche in quest&#8217;epoca sono esistiti ed esistono Sardi che a buon diritto hanno potuto escludere di essere dominati, anzi hanno potuto eludere del tutto il problema della nostra dipendenza penalizzante, derubricando le istanze di autodeterminazione a fenomeno marginale.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi appartiene all&#8217;attuale classe dominante sarda non può considerarsi penalizzato dal rapporto diseguale tra Sardegna e Italia: da quello anzi trae solo vantaggi. Pensiamo a chi oggi governa l&#8217;isola, alla classe politica sarda presente nelle istituzioni, a buona parte del ceto intellettuale (specie accademico), all&#8217;alta burocrazia pubblica, al mondo delle professioni che vi ruota intorno, ai portatori di grandi interessi privati: si tratta di gruppi sociali variamente intrecciati tra loro che dalla dipendenza hanno avuto e hanno ancora tutto da guadagnare.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, alla sedicente classe dirigente sarda fa comodo il discorso delle dominazioni, sia che serva a ottundere le aspirazioni a conquistare una nostra soggettività storica collettiva (i Sardi per loro natura meritano di essere sottomessi e non c&#8217;è modo di eludere questa costante storica), sia che serva a sviarne i termini programmatici e gli obiettivi concreti (non sono le diseguaglianze sociali, la sfruttamento indiscriminato delle nostre risorse a vantaggio di pochi, a dover essere combattuti, bensì bisogna riscattare l&#8217;orgoglio collettivo dei Sardi in quanto nazione, possibilmente senza cambiare nulla nei rapporti di forza attuali).</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco quindi che lo stesso discorso dell&#8217;autodeterminazione, anche nell&#8217;epoca attuale, assume i contorni della dialettica o del conflitto sociale, più che della contrapposizione etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui dunque si mostra nella sua vera essenza un feticcio da abbattere. È quello dei Sardi, assunti come un tutt&#8217;uno, che devono guardarsi dagli stranieri, quello della Sardegna buona ma derelitta contro l&#8217;Italia cattiva e prepotente (o contro l&#8217;Europa, che non si capisce mai cosa voglia dire, o magari contro gli immigrati e/o gli &#8220;zingari&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Che il nostro rapporto con l&#8217;Italia sia conflittuale (soprattutto da parte della classe dirigente italiana) non c&#8217;è dubbio. Ma non faremo un solo passo verso la nostra autodeterminazione se non ci renderemo conto che la maggior parte dei problemi che abbiamo li abbiamo in casa nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo all&#8217;interno di una dialettica sociale, culturale e politica pienamente attivata ha un senso il percorso di autodeterminazione. E, reciprocamente, senza il discorso dell&#8217;autodeterminazione le stesse lotte sociali e le speranze di crescita culturale sono destinate a fallire o ad essere &#8211; come sono state fin qui &#8211; fondamentalmente uno strumento per mantenere lo status quo.</p>
<p style="text-align: justify;">I partiti italiani di sinistra e i sindacati confederali in questo hanno avuto una responsabilità storica enorme, più grande e più grave di quella avuta da altre componenti sociali e politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, per far progredire il dibattito storico e politico, meriterebbe di essere affrontato meglio questo discorso, piuttosto che quello ormai stantio e del tutto pretestuoso delle nostre dominazioni.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/">Il feticcio ideologico delle dominazioni straniere</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2015/02/02/il-feticcio-ideologico-delle-dominazioni-straniere/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Organizzazione del sapere ed egemonia</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/</link>
					<comments>https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2014 09:51:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[Bogino]]></category>
		<category><![CDATA[Carte di Arborea]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali sardi]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<category><![CDATA[università sarda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=77</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per comprendere il nostro presente è indispensabile conoscere e tenere in considerazione i fattori storici che lo determinano. Uno dei fattori principali, purtroppo scarsamente indagato, è la funzione degli intellettuali nella Sardegna contemporanea. Facciamo un po’ di storia. Un momento decisivo da cui partire è senz’altro il ministero di Gian Lorenzo Bogino, tra il 1759...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/">Organizzazione del sapere ed egemonia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Organizzazione del sapere ed egemonia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: justify;">Per comprendere il nostro presente è indispensabile conoscere e tenere in considerazione i fattori storici che lo determinano. Uno dei fattori principali, purtroppo scarsamente indagato, è la funzione degli intellettuali nella Sardegna contemporanea. Facciamo un po’ di storia.<span id="more-77"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un momento decisivo da cui partire è senz’altro il ministero di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-battista-lorenzo-bogino_%28Dizionario-Biografico%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >Gian Lorenzo Bogino</a>, tra il 1759 e il 1773. Bogino, animato da intenti riformatori della macchina amministrativa del Regno, sia pure senza alcuna concessione ideologica verso aperture politiche e/o sociali, fu il promotore – tra le altre cose – della rinascita dei due atenei sardi e il responsabile dell’imposizione definitiva dell’italiano come lingua ufficiale in Sardegna. Due scelte che avranno conseguenze ulteriori, riapetto agli intenti del ministro (che, ricordiamolo, non conosceva affatto l’isola né ci soggiornò mai). <span id="more-3608"></span>Nei piani del Bogino le università sarde dovevano sfornare personale burocratico e funzionari pubblici all’altezza delle necessità; l’italiano doveva soppiantare lo spagnolo e con esso tutta la congerie di aspetti ideologici, costumanze e forme di socializzazione ereditata dal passato iberico della Sardegna. Tuttavia, con la prima decisione, Bogino avviò anche la formazione di un ceto intellettuale e giuridico più aperto verso le novità del mondo contemporaneo e in grado di formulare giudizi e propositi critici sull’esistente; molti esponenti di questo ceto animeranno e guideranno la Sarda rivoluzione. L’imposizione dell’italiano, dal canto suo, trovò una certa resistenza, non tanto per via dell’affezione allo spagnolo della nostra classe dominante (in alcuni casi persino al catalano, a dire il vero), quanto perché risultò offensivo, agli occhi di alcuni intellettuali, che si dovesse ricorrere ad una lingua straniera (l’italiano) al posto del sardo, lingua nazionale. Al di là delle polemiche suscitate allora (per altro bellamente ignorate dal Bogino e dall’amministrazione sabauda), questo fatto avrà notevoli effetti anche nel futuro, sancendo una artificiosa separatezza culturale e sociale tra classe intellettuale e popolo (allora e ancora a lungo quasi esclusivamente sardoglotto) e in definitiva la nacita della questione linguistica sarda contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">La chiusura drammatica della stagione rivoluzionaria avrà come conseguenza anche una modalità di selezione del personale intellettuale (nei ruoli accademici e amministrativi) rispondente a criteri di fedeltà assoluta al regime sabaudo. In età romantica (nel primo Ottocento) gli eruditi e gli intellettuali sardi si trovarono così nella paradossale necessità da un lato di glorificare i Savoia e il loro avvento sul trono sardo e dall’altro di promuovere il riscatto della nazione sarda dall’oblio e dalla sua condizione marginale. Tale compito improbo venne comunque assunto con un certo trasporto ideale, a cominciare da Giuseppe Manno. Presi tra queste necessità difficili da conciliare, molti esponenti del’intellettualità sarda ottocentesca si fecero cogliere da ingiustificato entusiasmo per le famigerate <a href="http://eprints.uniss.it/6497/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" ><em>Carte di Arborea</em></a>, uno dei casi di falsificazione documentaria più clamorosi di tutto il secolo, e non certo solo in Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutti inquadrati nei ruoli accademici e burocratici, istruiti in italiano (oltre che in latino), i professori, i letterati, i giuristi e gli studiosi appartenevano allora quasi sempre a famiglie aristocratiche o borghesi di stretta osservanza savoiarda. Persino più in là, dopo gli esiti fallimentari della Perfetta Fusione (1847-8) e l’emergere delle prime riflessioni autonomiste, nel complesso l’intellettualità sarda accettò passivamente l’organizzazione del sapere imposta dall’alto e dall’esterno, senza discuterla affatto. L’intellettualità sarda, insomma, anche laddove si fece più critica verso questa o quella misura governativa, restò organica al sistema di potere vigente e contribuì alla sua egemonia culturale. La separatezza rispetto alle istanze popolari se possibile aumentò.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno si evidenzia maggiormente nel Novecento. L’unificazione italiana provocò un forte restringimento dell’orizzonte culturale dell’isola, schiacciato tra il l’ideologia nazionalista del nuovo stato unitario e una cultura popolare ancora molto forte, ma condannata alla folklorizzazione. La storia della Sardegna non comparirà mai nei programmi scolastici e in quelli universitari, mentre la questione linguistica subirà un ulteriore slittamento verso la minorizzazione del sardo e delle altre lingue di Sardegna. Tale fenomeno non sarà affatto contrastato dagli studi che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento interesseranno il sardo, catalogato scientificamente come lingua altra, rispetto al continuum linguistico italico, eppure non meno demonizzato ed escluso da qualsiasi livello di comunicazione ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche su questo l’intellettualità sarda non ebbe gran che da ridire. Una delle poche voci dissonanti fu quella di Antonio Gramsci, che tuttavia non si occupò mai direttamente e esclusivamente di cose sarde e non poté avere, suo malgrado, alcun impatto su queste dinamiche di dominio nell’isola, finché fu in vita. Gli esponenti del sardismo, dal canto loro, non avevano maturato alcuna consapevolezza dei fenomeni culturali in corso. Erano anzi profondamente tributari verso la formazione intellettuale ricevuta dalla scuola e dall’università italiane e in quanto tali passivamente succubi rispetto al mito identitario allora in piena formazione, lo stesso che ci voleva estranei al corso principale della Storia, portatori di una cultura barbarica e periferica, esotica e pittoresca ma anche minacciosa. La pretesa di riscatto che il Partito Sardo di Azione intedeva incarnare sul piano politico si basava tragicamente sull’adesione convinta ai precetti della nostra inferiorità razziale, come traspare dagli scritti dei leader sardisti. In tale situazione era tanto più difficile attendersi spiragli di cambiamento da parte delle istituzioni culturali ed accademiche ufficiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose non cambiarono nemmeno a guerra finita e ad autonomia regionale conquistata. Il controllo ferreo che i partiti italiani maggiori (DC e PCI) ebbero sullo scenario politico e culturale sardo è stato sempre evidente, benché il sardismo e l’autonomismo abbiano giocato un ruolo trasversale di non poco peso. Tuttavia l’alfabetizzazione di massa e il maggiore accesso agli studi universitari cominciati nel secondo dopoguerra hanno anche consentito a sempre più sardi, di varia estrazione, di accedere a strumenti critici fin lì appannaggio di una èlite molto ristretta. Ciò ha compostato la decisa, definitiva marginalizzazione della cultura popolare e della lingua sarda (soprattutto in un primo tempo), ma anche, dagli anni Sessanta in poi, una loro riscoperta.</p>
<p style="text-align: justify;">È maturata da allora una visione meno subalterna della nostra parabola storica e del nostro patrimonio culturale, pur senza arrivare a un ribaltamento dei rapporti di forza verso l’apparato egemonico vigente. C’è pur sempre da constatare che le voci più consapevoli e più originali del panorama intellettuale sardo contemporaneo hanno avuto poco spazio, se non occasionalmente e in posizioni minoritarie, tanto nei ruoli accademici, quanto nell’ambito dei mass media principali. I vari Mialinu Pira, Bachis Bandinu, Antoni Simon Mossa, Placido Cherchi, Cicitu Masala, Eliseo Spiga (per citare i più noti) si sono sì ritagliati una propria possibilità di voce pubblica, ma sempre dentro una nicchia intellettuale non pienamente riconosciuta dai detentori del dominio culturale. Parziale eccezione è stato Giovanni Lilliu, le cui posizioni culturali e politiche, però, sono sempre state attente a non scardinare l’assetto dominante e anzi, per certi versi, che lo volesse o no, hanno contribuito ad irrobustirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte maggiore di responsabilità, in tutto ciò, spetta certamente agli storici. Gli storici sardi sono stati molto attenti a non mettere mai in discussione l’organizzazione del sapere da cui essi stessi traevano legittimazione. Per farlo hanno dovuto ovviamente accettare le cornici concettuali imposte dall’apparato accademico italiano. Non sono pochi i casi di autocensura o di interpretazioni forzate nel corso dell’ultimo secolo e ancora in anni recenti. È un problema molto serio, questo, di cui si è già avuto modo di parlare e che rimane purtroppo largamente irrisolto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ambito più strettamente letterario merita a sua volta un discorso a parte. La letteratura sarda contemporanea ha avuto una evoluzione complessa e a volte contraddittoria. Oggi è senz’altro un elemento rilevante del nostro contesto intellettuale, sia per quantità sia per qualità. Ma anch’essa nel suo insieme non sfugge al problema in esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo complesso ancora oggi la categoria intellettuale sarda, pur nella sua eterogeneità, è profondamente organica al sistema di potere vigente. Una dimostrazione impressionante di questo fatto sono state le recenti elezioni regionali, in cui non solo essa si è massivamente posizionata su un versante conservatore, a favore dello status quo, ma addirittura un gruppo di potere accademico è ruscito a imporsi ai partiti, approfittando della debolezza della loro leadership e della loro inconsistenza politica, e a insediarsi ai vertici dell’amministrazione regionale. Del resto il connubio tra università e potere in Sardegna è tradizionalmente molto stretto. Non possono sfuggire nemmeno le evidenti consonanze tra posizioni accademiche, proposizioni politiche e grumi di interessi consolidati di natura non certo pubblica e quasi mai sarda. Se si tratti di mere consonanze o di complicità diretta non è questa la sede per stabilirlo, naturalmente. Il dato però è da registrare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intero apparato egemonico su cui si regge la condizione di dipendenza della Sardegna è dunque da tempo convalidato e giustificato dal ceto intellettuale sardo. In questo senso esso è ancora perfettamente organico al potere dominante. Le eccezioni confermano la regola e di solito non trovano molto spazio nei ruoli unversitari, sui giornali, nel discorso pubblico. Del resto immaginare che la selezione del personale accademico avvenga secondo criteri diversi, migliori quanto ad etica, trasparenza e senso di responsabilità pubblica rispetto alla selezione del personale politico purtroppo è una pura illusione. Anche in questo ambito la Sardegna, quanto a opacità dei metodi, familismo e nepotismo, scambio di favori, demeritocrazia, non è certo messa meglio <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/05/09/news/i-baroni-regnano-sull-universita-1.164632" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >dell’Italia</a>. Anzi, con tutta probabilità è messa peggio. Che una parte di questo ceto intellettuale-accademico sia oggi al governo dell’isola, tra l’altro in evidente stato di colleganza col governo italiano, non può che indurre serissime preoccupazioni in chiunque non abbia qualcosa da guadagnare da tale sistema di spartizione e dominio, o non abbia portato il cervello all’ammasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente questo quadro fosco non è esaustivo. Se in passato, anche nel recente passato, le voci dissonanti erano poche, marginali o marginalizzate e inevitabilmente ripiegate su questioni di riscatto identitario, oggi si profila una situazione diversa, più aperta. La nostra diaspora intellettuale è impressionante, quanto a numeri, e dentro la quantità è inevitabile che emerga anche una qualità maggiore. Ma anche sull’isola le cose vanno cambiando. Una più diffusa consapevolezza della nostra storia e un approccio più critico al nostro mito identitario debilitante stanno indebolendo le strutture dell’egemonia culturale che fin qui ci ha dominati. La saldatura tra movimenti popolari di difesa del territorio e istanze culturali e politiche di forte critica all’esistente sta generando uno spazio politico nuovo, alternativo al campo di forze che hanno fin qui avuto vita facile a controllare la situazione. Non siamo ancora in presenza di un rovesciamento dei rapporti di forza, ma se ne intravede la possibilità storica. È un processo che va alimentato e allargato, perché sarà decisivo, nel prossimo futuro. Anche da qui passerà la nostra autodeterminazione.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Organizzazione del sapere ed egemonia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Organizzazione del sapere ed egemonia' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/">Organizzazione del sapere ed egemonia</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://sardegnamondo.eu/2014/05/14/organizzazione-sapere-ed-egemonia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chi ha paura della sarda rivoluzione?</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2014 10:09:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[28 aprile 1794]]></category>
		<category><![CDATA[die de sa sardigna]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Maria Angioy]]></category>
		<category><![CDATA[Sarda Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia sarda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sardegnamondo.eu/?p=79</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è una costante – una tra le altre – nella nostra storia recente, che accomuna alcuni dei nodi cruciali della nostra vicenda collettiva: la smemoratezza. Che i riferimenti teorici siano stati spesso esogeni (ossia, prelevati da elaborazioni e processi altrui) è comprensibile. Si tratta di una dinamica consueta della nostra specie, in tutti i tempi....</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/">Chi ha paura della sarda rivoluzione?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Chi ha paura della sarda rivoluzione?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">C’è una costante – una tra le altre – nella nostra storia recente, che accomuna alcuni dei nodi cruciali della nostra vicenda collettiva: la smemoratezza. <span id="more-79"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Che i riferimenti teorici siano stati spesso esogeni (ossia, prelevati da elaborazioni e processi altrui) è comprensibile. Si tratta di una dinamica consueta della nostra specie, in tutti i tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, gli apporti culturali esterni in Sardegna sono sempre stati riformulati in termini locali, spesso con una certa dose di inventiva. Invece sono state quasi sempre le nozioni storiche, tratte dalla nostra parabola cronologica, a latitare e con esse gli elementi discorsivi e le cornici concettuali che se ne potevano trarre.<span id="more-3576"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha sempre colpito, ad esempio, l’ignoranza dei nostri rivoluzionari, persino dei leader e degli intellettuali organici del movimento patriottico, circa la civiltà giudicale, pure potenzialmente ricca di spunti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ce n’è traccia, nei documenti dell’epoca, come si evince facilmente anche da <a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&amp;s=17&amp;v=9&amp;c=4463&amp;id=296906" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" ><em>Su patriota sardu a sos feudatarios</em></a>. Non era una loro colpa. Le cronache storiche sulla Sardegna nel Settecento erano povere sia quanto a metodo sia quanto a contenuti, fortemente condizionate dalla riscrittura in salsa spagnola del nostro medioevo e della nostra età moderna e dal fatto di essere redatte quasi sempre da stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unici riferimenti favorevoli – come denota lo stesso Giovanni Maria Angioy nel suo <a href="http://www.condaghes.com/scheda.asp?id=978-88-7356-256-6&amp;ver=it" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" ><em>Memoriale</em></a> – erano le fonti antiche, cui si rimandava per esaltare le potenzialità della Sardegna a fronte delle sue evidenti difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto per recuperare agli studi storici il periodo giudicale in termini almeno accettabili (ma ancora largamente insufficienti) abbiamo dovuto attendere il Novecento inoltrato e gli ultimi trent’anni in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se per i nostri rivoluzionari era pressoché impossibile disporre di nozioni ben fondate del medioevo sardo e della lunga guerra contro i catalano-aragonesi, non si può dire però lo stesso a proposito dell’autonomismo e dell’indipendentismo sardo tra Otto e Novecento in relazione proprio alla stagione rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, quasi a contrappasso, anche la Sarda Rivoluzione è stata ignorata da coloro che hanno propugnato l’emancipazione politica e sociale dei sardi nei decenni successivi alla sua conclusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra di poter affermare che il ricordo della rivoluzione sia rimasto molto più nella memoria popolare che nelle elaborazioni teoriche e pragmatiche di chi abbia fatto politica in Sardegna negli ultimi due secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Né gli autonomisti post Fusione Perfetta, né il sardismo hanno mai avuto Giovanni Maria Angioy e gli altri patrioti sardi come punti di riferimento. Giusto Gramsci lo citò in uno dei suoi scritti più duri sul rapporto coloniale tra Sardegna e Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Al più, ma successivamente, specie nel secondo dopoguerra, li si è inseriti forzosamente in una cornice autonomista, tradendone così malamente lo spirito e gli obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indipendentismo contemporaneo – spesso ingenuamente e comunque molto alla larga da qualsiasi recupero storiografico sistematico – ha provato a riappropriarsi del nostro passato facendone una fonte di elementi evocativi. Tale recupero tuttavia è stato sempre tacciato di strumentalizzazione ed emarginato da chi contribuisce a formare l’immaginario collettivo e le strutture egemoniche del consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra una maledizione, insomma: non riusciamo a trarre dalla nostra storia che elementi di depressione (le continue dominazioni, l’inevitabile subalternità, l’insufficienza a noi stessi) e non quelli di pacificazione con noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro stesso orgoglio, così volentieri sbandierato, si basa quasi esclusivamente sul nostro sacrificio per qualcun altro, che su ciò che nelle varie epoche abbiamo fatto per la nostra terra.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo fenomeno, sia ben chiaro, il caso ha poco spazio. Tanto in epoca spagnola e poi piemontese, quanto oggi in epoca “regionale” italiana, la narrazione che i sardi conoscono sul proprio conto è inevitabilmente filtrata dalle necessità di mantenimento dello status quo da parte dell’apparato di dominio vigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto sia disdicevole e sempre vagamente minaccioso l’utilizzo della storia a scopi politici, ci troviamo così nell’antipatico paradosso di  poter documentare sì un utilizzo &#8220;orientato&#8221; della nostra storia, ma a nostro danno.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi accusa la promozione della riappropriazione storica di essere un’arma di propaganda politica lo fa dunque in mala fede, dato che è evidente che un utilizzo della nostra storia a scopi politici si è sempre fatto, solo lo si è fatto per indebolire le istanze di emancipazione sociale e politica dei sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è da meravigliarsi insomma se della ricorrenza di “Sa Die de sa Sardigna” (o “de sa <em>Sardinia</em>“, come recita, in uno strano e sintomatico lapsus esterofilo, la <a href="http://www.regione.sardegna.it/j/v/1271?v=9&amp;c=72&amp;s=1&amp;file=1993044" target="_blank" rel="noopener noreferrer" rel="nofollow" >legge regionale istitutiva</a>) se ne parlerà poco, prevalentemente in termini folkloristici e/o sminuenti o se ne contesterà del tutto il senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dipendentismo eretto a sistema di dominio non può tollerare che una celebrazione storica susciti riflessioni sull’attualità, dato che avrebbe tutto da perdere.</p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto di ciò e anzi a maggior ragione, sarà bene rammentare i fatti del 28 aprile 1794, contestualizzarli adeguatamente, inserendoli come si deve in un periodo tra i più significativi di tutta la nostra storia, che ha segnato le vicende successive nel bene e nel male (soprattutto nel male) fino ai giorni nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">È doveroso pretendere che la nostra storia sia conosciuta e divulgata correttamente, che i suoi nodi siano fatti emergere e dibattuti pubblicamente, senza remore, e non rimossi o interpretati ad uso e consumo della classe dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra condizione odierna è un esito di ciò che ci ha preceduto: non saperne niente o saperne solo versioni limitate e distorte ci priva della capacità di comprensione del nostro stesso presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l’apparato di dominio sardo (comprese le sue componenti politiche, accademiche e istituzionali) tema e tenda a disconoscere la Rivoluzione sarda è il segno più chiaro di quanto invece essa sia attuale e parli a noi di noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno ragione a temerla e noi faremmo bene a celebrarla e a renderne esplicito il significato e la portata, ben al di là dell’episodio (simbolico ma non esaustivo) di <em>sa di’ de s’acciappa</em>, della “cacciata dei piemontesi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è solo il dovere della memoria per chi si è sacrificato in nome di un bene più grande, per la libertà, il progresso e la prosperità del proprio popolo, ma anche un sano esercizio di consapevolezza sui problemi del presente, sulle loro radici e sui possibili modi per risolverli.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Chi ha paura della sarda rivoluzione?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Chi ha paura della sarda rivoluzione?' data-link='https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2014/04/28/paura-sarda-rivoluzione/">Chi ha paura della sarda rivoluzione?</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
