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	<title>Cristiano Sabino Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Accettare l&#8217;inevitabilità dello scontro di civiltà è accettare la fine della civiltà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 13:40:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Infuria la guerra in Palestina, non è cessata quella in Ucraina, altri fronti bellici rimangono aperti in giro per il pianeta, ma l&#8217;ossessione delle classi dominanti occidentali è di ribadire la legittimità della propria supremazia e chiamare i propri popoli alla guerra santa contro i nemici dell&#8217;Occidente. È una situazione non sorprendente ma non per...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Accettare l&#039;inevitabilità dello scontro di civiltà è accettare la fine della civiltà' data-link='https://sardegnamondo.eu/2023/11/07/accettare-linevitabilita-dello-scontro-di-civilta-e-accettare-la-fine-della-civilta/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size"><em><strong>Infuria la guerra in Palestina, non è cessata quella in Ucraina, altri fronti bellici rimangono aperti in giro per il pianeta, ma l&#8217;ossessione delle classi dominanti occidentali è di ribadire la legittimità della propria supremazia e chiamare i propri popoli alla guerra santa contro i nemici dell&#8217;Occidente.</strong></em></h2>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">È una situazione non sorprendente ma non per questo meno pericolosa. Nella propaganda incrociata relativa alla guerra in Ucraina il problema ha fatto capolino, ma in termini vaghi. La Russia di Putin è presentata come uno dei Nemici, le si attribuiscono tratti diabolici, la si connette col Nemico più grande oggi in campo (la Cina), ma è difficile chiamare in causa un conflitto di civiltà contro un paese che fa parte a pieno titolo della civiltà europea.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I gruppi che dominano la Federazione Russa hanno una gravissima responsabilità storica, che sarebbe bello far scontare loro in termini di giustizia internazionale. In ogni caso, la loro responsabilità &#8211; politica, morale, storica &#8211; è innegabile. La guerra contro l&#8217;Ucraina è un atto criminoso ingiustificabile. Le conseguenze saranno pagate ovviamente prima di tutto dalla popolazione ucraina e poi, direttamente o indirettamente, almeno in parte, da quella della Federazione russa. L&#8217;Europa, o meglio i suoi governi statali, aspettano solo di mettere le mani sulla &#8220;ricostruzione&#8221;, per trarne lauti guadagni (privati). Gli USA si accontenterebbero forse di indebolire la Russia, anche se a naso otterranno solo di costringerla a orbitare più da vicino intorno all&#8217;altro polo, quello cinese.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In tutto questo è difficile comunque far passare e digerire l&#8217;idea di un conflitto tra forme di civiltà differenti e inconciliabili. Ci hanno provato, ma non è durata.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La geo-politica fai-da-te è sempre un comodo strumento di propaganda, benché non spieghi pressoché niente dei reali processi storici. Alla fine, in ogni caso, restano inevase questioni di fondo decisive, che i portavoce dei padroni del mondo provano a ridefinire a proprio piacimento.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Oggi sul Corriere esce un lungo editoriale, o commento che dir si voglia, di Federico Rampini, dal titolo <a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_novembre_06/colpa-essere-ricchiper-nostri-giovani-5e760060-7cd6-11ee-90f0-2d45ce928adc.shtml?refresh_ce" target="_blank"  rel="nofollow" >&#8220;La colpa di essere ricchi (per i nostri giovani)&#8221;</a>. Vi si presenta una sorta di caricatura delle proteste contro la guerra in Palestina e contro l&#8217;azione di Israele sulla Striscia di Gaza e se ne trae una spiegazione del tutto capziosa: la colpa di Israele sarebbe di essere uno stato ricco e civile. Da qui un pippone sulla scorrettezza di attribuire all&#8217;Occidente la responsabilità dei guasti del colonialismo e un&#8217;esaltazione della missione di civiltà del medesimo Occidente.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La conclusione è che i giovani (!) dovrebbero amare i ricchi e odiare i poveri e i deboli, che non hanno sempre ragione, secondo Rampini. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Dal discorso è completamente omessa tutta la parte relativa alla colonizzazione della Palestina da parte delle comunità sioniste, l&#8217;appoggio europeo e soprattutto statunitense a queste ultime e ai loro dirigenti, la violenza sistematica degli ultimi quarant&#8217;anni da parte di Israele e dei suoi coloni nei Territori Occupati e verso le popolazioni della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, la natura razzista e il regime di apartheid propri dello stato israeliano. Ovviamente si tira in ballo strumentalmente, con un&#8217;argomentazione fallace trita e ritrita ma non per questo evitata, l&#8217;antisemitismo. Ovviamente, Rampini ne approfitta anche per giustificare la spoliazione coloniale attuata dall&#8217;Europa e dal suo amato Occidente su vaste aree del pianeta e ai danni di chi vi abitava (e vi abita).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Uno degli aspetti più gravi è che questo predicozzo plutofilo, suprematista (bianco) e colonialista è rivolto ai giovani. Col piglio paternalista e sfacciatissimo tipico delle generazioni che hanno goduto del boom post seconda guerra mondiale, senza darsi pensiero del domani, e che hanno una pesantissima responsabilità nelle attuali condizioni disastrose del pianeta.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Giusto nello sgangherato paese che è l&#8217;Italia un grande giornale può ospitare con tanta disinvoltura un pastrocchio storico e politico di questa portata. Non che altrove manchino prese di posizione di parte e interpretazioni storiche ritagliate su misura dei propri obiettivi. Ma esiste una più netta distinzione tra le opinioni di parte, le analisi &#8220;da esperti&#8221; e la cronaca dei fatti. In Italia invece, anche nei media più &#8220;autorevoli&#8221;, regna la disinformazione e impera la cialtronaggine.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Nel dibattito internazionale, al contrario, si fa strada un fronte ampio di denuncia dei crimini di guerra di Israele. Senza alcuno sconto verso quelli di Hamas, per altro. L&#8217;ONU una volta tanto sembra aver preso posizione (facendo arrabbiare il governo israeliano). Allarmi pubblici e persino denunce alla Corte Penale Internazionale da parte di giuristi, esperti di relazioni internazionali e associazioni a difesa dei diritti umani sono all&#8217;ordine del giorno. Un dibattito che naturalmente innerva anche le manifestazioni popolari di queste settimane. In Italia, nei mass media, c&#8217;è poca traccia di questo fermento. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Anche in Sardegna c&#8217;è stata una certa mobilitazione suscitata dai fatti della Palestina. Se ci sono stati episodi di aperto sostegno a Hamas, sono stati marginali. E del resto sono inevitabili, in questi frangenti. Difficile non parteggiare per i più deboli, a dispetto di quanto auspicato da Rampini. Il che naturalmente non deve indurci a ignorare il problema dell&#8217;odio religioso, del fanatismo oscurantista e della negazione di diritti fondamentali tipici di molte forze che, nello scenario della sponda sud del Mediterraneo e nel Vicino Oriente, si dichiarano nemiche dell&#8217;Occidente.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per quanto poco ci piaccia l&#8217;Occidente (posto che esista nella realtà storica una cosa come l&#8217;Occidente), non possiamo nemmeno trascurare il problema che il nemico del mio nemico possa essere peggio del mio nemico. È un aspetto che una parte della sinistra &#8211; appunto &#8211; occidentale fa fatica a metabolizzare e a prendere nella giusta considerazione.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo si nota nelle posizioni assunte a proposito della guerra in Ucraina, dove basta che il governo di Kijv sia appoggiato da Europa e paesi anglosassoni per decretarne la natura servile verso l'&#8221;atlantismo&#8221; (altra categoria mitica e a tratti mistica del dibattito geo-politico nostrano) e la NATO (e anche qui forse bisognerebbe approfondire meglio, ma tant&#8217;è).</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sottolineo questi aspetti, perché ritengo che qualsiasi critica e qualsiasi presa di posizione contro il suprematismo bianco, la plutocrazia tecnocratica, il neo-colonialismo, l&#8217;imposizione della guerra come strumento di risoluzione ordinario delle relazioni tra i popoli, e la giustificazione degli affari che ne sono la causa e il contorno, debbano sempre tenere in considerazione la complessità del mondo e dei tempi che viviamo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non c&#8217;è verso che le circostanze reali si incastrino a perfezione dentro gli schemi semplificatori ereditati dal Novecento (e già allora non sempre utili). Bisogna adeguare gli strumenti interpretativi e accettare ibridazioni e intersezioni che sino a una quarantina di anni fa potevano suonare incomprensibili o assurde, ma che oggi sono nell&#8217;ordine delle cose.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In tal senso mi trovo in consonanza con alcune cose scritte in queste stesse ore da Cristiano Sabino per il <a href="https://www.manifestosardo.org/sardismo-meticcio-i-subalterni-e-la-deoccidentalizzazione-della-sardegna/#more-36120" target="_blank"  rel="nofollow" >manifesto sardo</a>. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Per inciso, non concordo con il parallelo Donbass-Palestina, se non rovesciando i termini del paragone: il Donbass ha vissuto una dinamica analoga a quella dei Territori Occupati, con la Russia nella parte di Israele; non è certo l&#8217;Ucraina il paese occupante. Sempre posto che siano legittime e calzanti simili analogie. E, riguardo il contesto politico sardo, non sarei altrettanto severo nel giudizio sulle tattiche elettorali altrui, che non rappresentano un problema fondamentale e sono comunque legittime, per quanto discutibili; chi le attua, in ogni caso, se ne assume la responsabilità.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Detto ciò, concordo invece sulla necessità di una riflessione a proposito del mutamento della composizione e degli obiettivi delle lotte sociali attuali. I temi che sono oggi sul tappeto sono aggrovigliati in una matassa spesso difficile da riconoscere nei suoi vari fili. Col rischio di ridursi a lotte settoriali di retroguardia o a semplici pose retoriche, giusto per darsi un tono. Quelle che Sabino e altri denunciano come gli elementi decisivi della decadenza delle sinistre italiane (e anche sardo-italiane). Che sono diventate qualcosa di simile a dei club un po&#8217; spocchiosi, liberal, borghesi, del tutto organici allo status quo. Oppure hanno ceduto rovinosamente alle sirene del rossobrunismo.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In Sardegna assumere tali posture significa aver interiorizzato la <a href="https://sardegnamondo.eu/2023/11/03/la-rimozione-della-questione-sarda/">rimozione della questione sarda</a> come se fosse un fatto ovvio, anzi necessario. A dispetto delle dinamiche storiche in corso, che invece ci richiamano a una più matura ed efficace presa di posizione critica e persino ostile verso l&#8217;incrudimento della relazione asimmetrica con lo Stato italiano e a una riflessione a più ampio spettro sul contesto internazionale in cui siamo immersi.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;intersezionalità, il meticciato, le forme ibride e imprevedibili &#8211; come abbiamo visto, gusto per fare un esempio significativo, in Francia &#8211; sono ormai tratti comuni delle lotte sociali, politiche, culturali in corso in Europa e altrove. Fenomeno che deve spingerci ad aggiornare le nostre categorie di pensiero e il nostro armamentario concettuale.  </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Ciò conduce, a maggior ragione, a rifiutare la logica dello scontro tra civiltà e la retorica della guerra tra &#8220;poli&#8221; imperiali contrapposti come esito storico scontato. Non c&#8217;è niente di prestabilito in tutto questo. E non c&#8217;è niente di nobile né di buono nel perpetuare la falsa opposizione &#8220;Occidente&#8221; vs. resto del mondo (incivile). Così come è tutt&#8217;altro che connaturato nella storia e nella natura umana acconsentire alla deriva bellica in corso. </p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Contestare questi schemi imposti egemonicamente dai <a href="https://valori.it/fondi-finanziarizzazione-economia-globale/" target="_blank"  rel="nofollow" >ceti dominanti globali</a> non equivale a rinunciare alla comprensione e dove necessario alla lotta. Non equivale nemmeno a limitarsi a fare il tifo per una delle (presunte) parti. Significa invece esercitare il libero scrutinio dei fatti e delle loro conseguenze, preservare con tutti i mezzi necessari ogni spazio di libertà di pensiero e di dissenso politico, agire consapevolmente dentro l&#8217;ecosistema sociale e politico in cui ci troviamo. Con la coscienza che la scala di molti problemi da affrontare è ormai planetaria e che <a href="https://sardegnamondo.eu/2022/12/02/il-paradosso-degli-stati-nazione-nel-mondo-post-nazionale/">il sistema degli stati-nazione è ormai del tutto inefficace ad affrontarli</a>, tanto a livello globale, quanto locale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tener conto di tutti questi aspetti non è più un mero esercizio teorico, ma tocca direttamente l&#8217;elaborazione e la prassi politica. In Sardegna non meno che altrove.</p>
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		<title>Nuovo libro, nuove necessarie riflessioni su indipendentismo, sardismo, democrazia in Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Apr 2021 19:06:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Nuovo libro, nuove necessarie riflessioni su indipendentismo, sardismo, democrazia in Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2021/04/05/nuovo-libro-nuove-necessarie-riflessioni-su-indipendentismo-sardismo-democrazia-in-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://1.bp.blogspot.com/-OjEdMuDWygs/YDzuwMWSGlI/AAAAAAAACbg/QxxcRJHKBg4E_iwnfuFFs9DpbS4kpu6KQCLcBGAsYHQ/s2048/fronte.jpg" alt="" width="398" height="668"/></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Cristiano Sabino e Giovanni Fara provano a condensare in un libro un&#8217;analisi sulle recenti vicende dell&#8217;indipendentismo sardo, con sguardo critico e autocritico.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;operazione necessaria, al di là delle consuete discussioni tra militanti o ex militanti e delle inutili schermaglie sui social media. Necessaria ma non sufficiente, questo è anche banale precisarlo. Ne sono consapevoli gli stessi autori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <a href="https://www.catarticaedizioni.com/2021/02/dare-finalmente-allabbandono-un.html" target="_blank"  rel="nofollow" >libro</a>, pubblicato da Catartica, si intitola <em>Dare finalmente all’abbandono un movimento e un’anima</em>, citando un passaggio dello &#8220;Schema di programma politico approvato dal 3° Congresso regionale dei combattenti sardi&#8221;, del 1920.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È articolato in due parti, una a testa, più una sorta di manifesto di base di quello che Cristiano Sabino definisce &#8220;sardismo popolare&#8221;. Quest&#8217;ultimo testo è reso anche in sardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia Sabino sia Fara hanno in comune una lunga militanza politica, dipanatasi in passato su percorsi diversi e oggi ritrovatasi su un terreno comune, quindi non scrivono da osservatori esterni. Per questo parlo di &#8220;autocritica&#8221;. Hanno vissuto direttamente le dinamiche e i conflitti che descrivono e sono parte essi stessi dei problemi che sollevano. È una posizione soggettiva, dunque, la loro; ma è anche dichiarata, trasparente, e ben poco indulgente, perciò aggiunge, non toglie, senso alla loro disamina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;incipit non lascia dubbi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Sgomberiamo subito qualsiasi dubbio sullo scopo del testo che vi apprestate a leggere: non si tratta propriamente di un saggio sull’indipendentismo sardo, bensì di un’opera incentrata sulla necessità di fornire una lettura del fallimento storico dell’indipendentismo organizzato e dei suoi principali protagonisti, per avanzare la proposta – sotto forma di manifesto – di un nuovo percorso di emancipazione, liberazione della Nazione Sarda.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Dico subito che si tratta di un contributo importante, perché i due autori provano a stilare un consuntivo di anni di azione politica e di offerta teorica e pragmatica altrimenti prossimi all&#8217;oblio, dandone un giudizio nel complesso negativo, senza però rinunciare a una <em>pars construens</em>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul giudizio complessivo, benché io stesso riconosca come corrette molte delle considerazioni fatte da Giovanni e da Cristiano, tenderei ad essere meno severo di loro. I processi in questione, per altro tutt&#8217;ora in corso, non possono essere descritti adeguatamente limitandoci ai fenomeni più epidermici, ai fatti di cronaca minuta. Sono processi che passano in gran parte sotto la superficie della storia e le sue increspature occasionali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Certamente, dentro il quadro dei rapporti di forza e del gioco del consenso elettorale, l&#8217;indipendentismo si trova oggi messo alle strette, costretto a rincorrere. E questo nonostante l&#8217;oggettiva e crescente debolezza degli apparati di potere e delle reti di complicità e di controllo clientelare che fin qui hanno consentito a un&#8217;oligarchia mediocre di dominare la scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso (e qui apro un inciso), la lezione che si sarebbe potuta trarre dalle elezioni del 2014 è andata perduta quasi completamente. A furia di liquidare come perdente e come fallimentare quel particolare frangente, e soprattutto l&#8217;esperienza di Sardegna Possibile, se ne sono persi il patrimonio di esperienza, di contenuti e di metodo che avevano consentito a un gruppo di pochissime persone, con la sola base operativa di un partito giovanissimo di neanche duecento iscritti, di coinvolgere decine di migliaia di sardi in un percorso politico realmente innovativo. La figura di Michela Murgia, sulle cui spalle si scaricarono allora molte responsabilità e molti oneri, è servita a tanti come parafulmine e come diversivo. Su tutto ciò sono necessarie un&#8217;esauriente ricostruzione e una riflessione meno condizionata da contingenze e idiosincrasie personali. Per quanto mi riguarda, ci sto lavorando su, <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/03/eredita-ignorate-manifesto-politico-di-sardegna-possibile-2014/">come annunciato</a>. Vedremo cosa ne verrà fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al libro di Fara e Sabino, il suo pregio principale, al di là dei contenuti specifici, è che non pretende di reinventare da capo l&#8217;indipendentismo, come troppo spesso si è cercato di fare negli ultimi vent&#8217;anni, forse per una malintesa applicazione del principio dell&#8217;uccisione dei padri, bensì prova a recuperare alcune lezioni del passato in modo propositivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, l&#8217;articolato processo che condusse un secolo fa alla nascita del Partito Sardo d&#8217;Azione viene ricollocato nel suo contesto, enfatizzandone la connessione con Gramsci e il suo punto di vista sul sardismo (aspetto sempre trascurato dagli studi gramsciani e dall&#8217;indipendentismo stesso), e viene anche messo in consonanza col momento storico attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È piuttosto interessante questo tentativo di riannodare alcuni fili politici col primo sardismo, istituendo così una giusta connessione con un passato ingombrante del quale si criticano spesso alcuni aspetti e alcuni esiti &#8211; non senza ragioni, secondo me -, ma quasi sempre facendo un torto alla complessità di quei momenti, ricchi di fatti, personaggi e contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse nel libro manca un analogo lavoro di ricucitura con vicende più recenti e più direttamente collegate con le dinamiche degli ultimi vent&#8217;anni, una ricognizione critica dell&#8217;indipendentismo contemporaneo da Simon Mossa all&#8217;ultimo decennio del XX secolo. Ma del resto siamo in attesa di una ricostruzione storica accurata sull&#8217;intero fenomeno dell&#8217;indipendentismo sardo, perciò sarebbe  ingiusto attendersi da questo libro ciò che non promette e non vuole essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra annotazione, marginale ma su una faccenda non secondaria: mi lascia perplesso, a livello concettuale, il riferimento iniziale alla Nazione Sarda, assunta come dato storico e politico oggettivo. L&#8217;idea di nazione e la sua applicazione alla Sardegna attuale meritano una riflessione accurata. Non nei termini liquidatori e regressivi con cui l&#8217;establishment culturale e politico sardo l&#8217;ha sempre trattata; caso mai in termini teorici un minimo aggiornati e con una più coraggiosa aderenza alla realtà storica, fattuale, della Sardegna degli ultimi due secoli. Il concetto di nazione, in senso contemporaneo, va preso per quello che è: un&#8217;idea ben situata nel tempo e nelle circostanze in cui fu pensata e usata, non una realtà storica di lunga durata, né un dato oggettivo e indubitabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sul lessico, insomma, andrebbe fatta una ricognizione critica e forse sarebbe il caso di dotarci di parole e di cornici concettuali non solo e non tanto nuove ma soprattutto più precise e più dense di senso anche per il futuro. (Ho provato ad affrontare il problema, prendendolo alla lontana (ma non troppo), in un <a href="https://www.filosofiadelogu.eu/2021/lenigma-sardo-un-tentativo-di-spiegazione/" target="_blank"  rel="nofollow" >recente articolo</a> su Filosofia de Logu e a quello rimando.)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono affatto convinto che il mondo che verrà abbia ancora bisogno di nazioni. Non sono nemmeno persuaso che avrà bisogno di stati, anche se gli stati, ancora per un po&#8217;, avranno qualcosa da dire nello scenario umano prossimo venturo. Non è detto che sarà qualcosa di buono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente, il libro di Fara e Sabino non ha questo focus, quindi non si tratta di un tradimento delle premesse. Per questo la definisco un&#8217;annotazione marginale. Intravvedo invece una lacuna più consistente su un altro piano. In tutta la disamina, sia nella parte scritta da Giovanni sia in quella scritta da Cristiano, manca un tentativo, sia pure sintetico, di tracciare un quadro sociale (e storico-sociale) a cui fare riferimento per contestualizzare tanto i fatti analizzati quanto la proposta politica presentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una lacuna solo di questo libro, intendiamoci. Direi anzi che proprio qui sta una delle pecche maggiori dell&#8217;indipendentismo contemporaneo: la mancanza di una connessione diretta col tessuto sociale sardo, nelle sue articolazioni e nelle sue dinamiche. Così si spiega, in larga misura, il limitato successo dei tentativi di rappresentanza politica, ossia nella ricerca del consenso elettorale. L&#8217;indipendentismo ha sempre puntato più a rappresentare le proprie stesse idee, i propri concetti, la propria prospettiva, che a interpretare e rappresentare componenti sociali reali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intento emancipativo di molto indipendentismo, pure indubitabile, è stato spesso troppo astratto e/o troppo dogmatico, cioè sottomesso a una logica e a cornici teoriche non sorte dal terreno storico, ma calate dall&#8217;alto e dall&#8217;esterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servirebbe, dunque, un approccio materialista nuovo, non prescrittivo ma prima di tutto adeguatamente descrittivo, da cui partire per vivificare il processo di autodeterminazione. Tale approccio me lo sarei aspettato, almeno a grandi linee e in termini ipotetici, problematici, in un testo come questo, specie laddove si analizzano le debolezze dell&#8217;attività indipendentista dell&#8217;ultimo ventennio, ma non l&#8217;ho rinvenuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro, non è un compito facile, a cui possano dedicarsi poche persone a tempo perso e nemmeno un partito politico. In Sardegna soffriamo di una mancanza colpevole, se non dolosa, di studi accurati su processi socio-economici anche macroscopici; abbiamo un&#8217;idea molto approssimativa di noi stessi. Vivacchiamo in un limbo oscuro, vagamente illuminato a tratti dalla fioca luce di qualche raccolta di dati presi da altri, spesso per altri scopi, e poi assemblata alla meno peggio, senza alcuno studio vero, senza alcuna applicazione di strumenti analitici, descrittivi e riassuntivi tarati sulla realtà a cui andrebbero applicati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nondimeno, il compito di una nuova stagione di politica indipendentista, autodeterminazionista e democratica deve essere anche di dotarsi di strumenti di comprensione più raffinati e di partire dai dati di realtà, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Partendo da lì, sarebbe anche più semplice ricostruire le radici socio-culturali della scarsa attrattiva elettorale dell&#8217;indipendentismo, beninteso senza fare dell&#8217;ambito elettorale un feticcio o l&#8217;unico ambito da curare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mi dilungo oltre, lascio a lettrici e lettori il piacere di scoprire i contenuti specifici del libro a valutarli alla luce delle proprie esperienze e informazioni. Per quel che mi riguarda, sono lieto che questo lavoro sia stato fatto, anche se o proprio perché mi sento chiamato in causa direttamente. L&#8217;invito che posso fare, soprattutto ai lettori più coinvolti, è di trarne degli spunti di ragionamento e delle considerazioni argomentate, anche di dissenso magari, ma fuori dalle bolle autoreferenziali in stile Facebook e dalle vacue difese corporative, di clan, personalistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno sforzo teorico collettivo, quello che serve, senza rinunciare alla partecipazione e all&#8217;azione politica diretta. Ambiti pragmatici ai quali, oltre a un nuovo apporto teorico, gioverebbe un percorso organizzativo originale, ampio, plurale e diffuso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, anche gli aspetti pragmatici e organizzativi, persino la partecipazione a future competizioni elettorali, potranno trarre forza da una conoscenza di un passato &#8211; più o meno vicino &#8211; che non resti mera memoria personale o di gruppo &#8211; come tale, parziale e accomodata all&#8217;occorrenza -, ma si traduca in un patrimonio di fatti, esempi, conseguimenti, errori e successi a cui attingere e di cui fare tesoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben venga dunque questo libro, del resto agile e di comoda lettura anche per i non specialisti, e ben vengano tutti gli ulteriori contributi che seguiranno. </p>
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		<title>Polo dell&#8217;autodeterminazione: parliamoci chiaro &#8211; di Cristiano Sabino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Dec 2017 14:25:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ambito politico sardo è tutt&#8217;altro che statico. Una novità significativa di questi giorni &#8211; se non la più significativa &#8211; è la presentazione pubblica del progetto, condiviso da diverse organizzazioni, di un polo autonomo sardo orientato all&#8217;autodeterminazione, in rottura col sistema politico centrato sui partiti italiani. Una opzione a cui anche qui si era fatto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2017/12/06/polo-dellautodeterminazione-parliamoci-chiaro-di-cristiano-sabino2/">Polo dell&#8217;autodeterminazione: parliamoci chiaro &#8211; di Cristiano Sabino</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Polo dell&#039;autodeterminazione: parliamoci chiaro - di Cristiano Sabino' data-link='https://sardegnamondo.eu/2017/12/06/polo-dellautodeterminazione-parliamoci-chiaro-di-cristiano-sabino2/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img decoding="async" class="aligncenter size-medium" src="https://www.ansa.it/webimages/img_457x/2017/11/24/c38f95971a5fff5e25e1c9f96172a153.jpg" width="457" height="343" /></p>
<p><em>L&#8217;ambito politico sardo è tutt&#8217;altro che statico. Una novità significativa di questi giorni &#8211; se non la più significativa &#8211; è la <a href="http://www.youtg.net/v3/index.php/in-sardegna/4095-elezioni-in-sardegna-muroni-presenta-il-polo-dell-autodeterminazione-i-nostri-alleati-i-sardi" target="_blank"  rel="nofollow" >presentazione pubblica</a> del progetto, condiviso da diverse organizzazioni, di un polo autonomo sardo orientato all&#8217;autodeterminazione, in rottura col sistema politico centrato sui partiti italiani. Una opzione a cui <a href="https://sardegnamondo.eu/2017/02/13/necessita-e-insidie-di-un-nuovo-percorso-politico-per-la-sardegna/">anche qui</a> si era fatto cenno, come auspicio, alcuni mesi fa. A questa novità dedica una riflessione <strong>Cristiano Sabino</strong>, che volentieri ospito e propongo ai lettori di questo blog.</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<span id="more-2746"></span></p>
<p>Mettiamo subito le carte sul tavolo: di per sé la nascita di un polo politico sardo-centrato, dichiaratamente alternativo al sistema basato sulla rapina e sulla subalternità al potere centrale e coloniale è una rottura e quindi una buona notizia.</p>
<p>È da tempi immemorabili infatti che va avanti un equivoco imbarazzante e cioè che le forze di ispirazione sardista e indipendentista possano avanzare le proprie istanze all’interno degli schieramenti politici di matrice italiana e italianista.</p>
<p>Periodicamente ci sono rotture e nascono nuove figure dirigenti, ispirate da nuove idee e nuove strategie, ma puntualmente l’attrazione magnetica del sistema coloniale riesce a riassorbire le istanze di liberazione.</p>
<p>Il sistema coloniale si dimostra assai capace di imbrigliare le istanze sardiste e indipendentiste coinvolgendo i suoi dirigenti nel sistema di clientele, dimostrando la straordinaria capacità di azzerare le istanze strategiche di realizzazione – anche graduale e parziale – della sovranità.</p>
<p>È successo col sardo-fascismo, quando una parte consistente del neonato movimento sardista venne cooptato nel Partito Nazionale Fascista con la promessa di salvaguardare la cultura dei sardi e con la carota di quella che poi passò alla storia come “legge del miliardo”.</p>
<p>È riaccaduto con le giunte filo democristiane del dopoguerra e poi con la svolta a sinistra, alleanze tutte egualmente sterili dal punto di vista del progetto originario del combattentismo sardista. È successo perfino quando a guidare la Regione Autonoma fu Mariolino Melis del Partito Sardo d’Azione che non riuscì, non volle o non poté (il risultato è il medesimo) a far passare la legge sull’ufficialità della lingua sarda.</p>
<p>Ed è successo nuovamente alle scorse elezioni regionali quando i due elementi di spicco del movimento indipendentista IRS (Sale e Sedda), divisi su tutto il resto a frattura consumata, si presentarono con liste collegate in alleanza del cosiddetto centro sinistra italiana perché “progressista” dopo aver per anni invocato l’equidistanza dalle “ideologie italiane”.</p>
<p>Tale costante è una maledizione o piuttosto è causa di una mancata chiarificazione di ciò che un movimento indipendentista maturo e conseguente dovrebbe fare per guadagnare terreno nella società sarda?</p>
<p>Per questo motivo la nascita di un polo dell’autodeterminazione nato all’insegna della discontinuità con il sistema politico che in Sardegna si è rimbalzato la palla del governo dal dopoguerra in poi non può che essere una buona notizia.</p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Immanuel_Kant" target="_blank"  rel="nofollow" >Immanuel Kant</a> diceva che non serve a nulla un governo capace di gestire gli angeli. Un buon governo è capace di gestire i diavoli, altrimenti la partita è troppo semplice tanto da essere buona a nulla.</p>
<p>Cosa c’entrano i diavoli e gli angeli di Kant con questo discorso? All’indomani della presentazione del Polo dell’Autodeterminazione con il giornalista Anthony Muroni come portavoce ho letto tanti commenti negativi.</p>
<p>Alcune critiche contengono elementi di verità, altre sono aprioristiche e ideologiche, altre ancora puzzano di bieco interesse, ma non è questo il punto.</p>
<p>La questione – non mi stancherò mai di ripeterlo – è che fino ad oggi l’indipendentismo o anche il sardismo hanno poggiato su pessime basi teoriche e politiche, vale a dire sull’elemento identitario e/o ideologico e non sulla necessità di costruire un movimento storico capace di competere con tutti i mezzi necessari e possibili con il sistema politico della subalternità.</p>
<p>Da una parte l’indipendentismo-sardismo è stato vissuto come una ideologia, come una mozione di identità, come un approccio culturale talvolta tinto di rosso, talaltra di razzismo xenofobo, talaltra ancora di folklore e nostalgia.</p>
<p>Tutte queste pulsioni (le chiamo pulsioni perché non sono progetti politici) hanno poco a che fare la necessità di costruire un blocco storico capace di sottrarre pezzo per pezzo il governo della nostra terra ai colonialisti.</p>
<p>Parallelamente a questo si è affermata l’idea del capo romantico proprietario del patrimonio indipendentista e quindi legittimato a tradurlo in questo o quell’altro campo di atterraggio, come il bambino proprietario della palla che a un certo punto decide di andare via con la palla ponendo così fine alla partita.</p>
<p>È solo questo il motivo per cui vediamo indipendentisti-sardisti sparsi un po’ ovunque nel sistema dei partiti italiani: chi a braccetto col PD, chi intento a contrattare poltrone con il centrodestra, chi alla ricerca di inserirsi nella nuova estrema destra di Salvini, chi sempre affascinato dal multiforme e confuso mondo della sinistra italiana, chi attratto dal nuovo qualunquismo organizzato dei 5stelle.</p>
<p>Tutti indipendentisti di cuore, tutti orgogliosi di essere sardi, tutti professanti di battersi per l’isola, tutti fautori di una qualche forma di autonomia, riforma federale, autonomia spinta, indipendenza futura. Risultati ottenuti? A parte le carriere personali direi nessuno.</p>
<p>È dal rifiuto dell’indipendentismo e del sardismo romantico che bisogna partire ed è per questo che la prima cosa da mettere in chiaro è l’alterità del progetto basato sull’autodeterminazione.</p>
<p>L’indipendentismo e il sardismo non possono risolversi in un movimento lobbista che tenta di influenzare il ventaglio politico dei partiti della subalternità. Non ha mai funzionato, non può funzionare, non funzionerà in futuro perché il sistema della subalternità è perfettamente in grado di assorbire ed annullare qualunque istanza di liberazione.</p>
<p>È impossibile comprendere i giudizi negativi sull’idea del polo dell’autodeterminazione senza tenere in conto questi aspetti. Purtroppo scontiamo un bassissimo tasso di consapevolezza da questo punto di vista perché il sardismo-indipendentismo di cui siamo impregnati è tipicamente identitario, ideologico, folklorico e subalterno.</p>
<p>È anche sintomatico che tutte le critiche che ho letto finora si basino solo su pregiudizi, visto che ancora questo tavolo non ha fatto nulla e non ha nemmeno presentato i documenti fondativi del suo stare assieme (e questo è un aspetto su cui avrei alcune critiche da fare, perché troppe volte sono stati annunciati fronti comuni poi puntualmente caduti nel dimenticatoio, ma questo è un altro tema).</p>
<p>A questo proposito c’è da chiedersi perché tanti indipendentisti-identitari-sardisti sono sempre ben disposti a firmare assegni in bianco alle varie componenti politiche di stampo coloniale di riferimento in cui amano inserirsi e non sono invece disposti a valutare nel merito le azioni e le proposte di un polo autonomo e alternativo al sistema dei partiti italiani.</p>
<p>Questo non è un articolo di apologia del polo politico presentato pochi giorni fa da Muroni e altri esponenti a Cagliari. È però una apologia all’idea stessa che sta alla base di quell’azione che personalmente condivido e che ho sempre condiviso, vale a dire la necessità di uno scollamento definitivo e strutturale dal sistema politico di tutti i soggetti politici espressione della politica coloniale italiana, dalla “sinistra” alla “destra”, passando per i nuovi razzisti e ai qualunquisti organizzati.</p>
<p>Lo dichiaro ma so che non suonerà come una novità: sono favorevole alla costruzione di un comitato di salute pubblica dell’isola di Sardegna che pratica la rottura e la discontinuità col sistema delle clientele, delle spartizioni, delle decisioni veicolate dall’alto (e l’alto è sempre rappresentato da qualche vertice che trova sede in qualche metropoli italiana). Anche se Tizio non lo trovo simpatico, se Caio ha scheletri nell’armadio, se di Sempronio non mi fido e via dicendo.</p>
<p>Un Comitato di salute pubblica capace di governare i diavoli e non gli angeli, perché gli angeli di solito non popolano una terra dove vige una desolazione coloniale come la Sardegna e dove, da generazioni, il sistema coloniale fa a gara per gestire e controllare le reti sociali promettendo o concedendo piccoli vantaggi personali, contratti di lavoro, avanzamenti di carriera o semplicemente praticando il voto di scambio.</p>
<p>Avremo tempo per entrare nel merito delle proposte, dei metodi di lavoro ed eventualmente anche per avanzare critiche senza fare sconti. Ma le critiche e anche eventualmente l’opposizione dura e anche durissima non potrà non partire da qui: dal riconoscimento della necessità storica di questo spazio politico.</p>
<p>Altrimenti sulla carta potremmo pure essere indipendentisti purissimi, rivoluzionari di professione, sardisti doc, anti-capitalisti e anti-colonialisti con il pedigree, ma nei fatti saremo e continueremo ad essere – vuoi in buona fede, vuoi per interesse, vuoi a cottimo e su libro paga –subalterni al sistema coloniale.</p>
<p>Non ci piace la posizione di Tizio, contestiamo i metodi di Caio, siamo alternativi alle idee di Sempronio? Benissimo, partecipiamo al dibattito e facciamoci largo anche sgomitando perché la lotta politica è legittima e in qualche modo perfino doverosa, ma sempre partendo dal presupposto che senza uno spazio politico fondato sull’autodeterminazione e sulla necessaria costruzione di una alternativa al sistema coloniale, non si va da nessuna parte.</p>
<p>Non è una adesione incondizionata, tanto meno un endorsement ufficiale. Ci sono tante cose ancora da capire e da valutare e dovremmo anche chiarire bene perché tutti i tentativi precedenti di unità sono franati o caduti in disuso.</p>
<p>C’è da mettere nero su bianco il sistema di valori e la necessità di fare argine al razzismo e alla xenofobia dilagante. E c’è anche da chiarire la questione della democrazia interna, dei metodi decisionali, della necessità di coinvolgere la società sarda nelle scelte strategiche e nelle battaglie politiche e non solo i vertici delle componenti. C’è da superare la febbre dell’elettoralismo (che fa il paio con il dirigismo e il leaderismo) che puntualmente disgrega invece di aggregare e di puntare alla costruzione di un fronte politico stabile 365 giorni l’anno.</p>
<p>C’è in sostanza da mantenere alta la soglia della critica e da rivendicare il diritto-dovere di poterla esercitare liberamente. Ma qui inizierebbe già un altro articolo.</p>
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		<title>I fascisti esistono ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Aug 2017 16:04:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiano Sabino]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[hate-speech]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricevo da Cristiano Sabino e faccio mia questa riflessione, approfittandone per ricordare che il fascismo e tutte le sue derivazioni/metamorfosi/epifanie non sono legittime opinioni ma dei crimini. Altroché, i fascisti esistono ancora! Lo scorso 17 agosto ho scritto la seguente riflessione sulla convergenza di fatto tra terrorismo jihadista ed estrema destra xenofoba: Attaccare una città...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='I fascisti esistono ancora' data-link='https://sardegnamondo.eu/2017/08/20/i-fascisti-esistono-ancora/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://mauropresini.files.wordpress.com/2013/04/illinois-nazis.jpg" alt="" width="371" height="306" /></p>
<p><em>Ricevo da <strong>Cristiano Sabino</strong> e faccio mia questa riflessione, approfittandone per ricordare che il fascismo e tutte le sue derivazioni/metamorfosi/epifanie non sono legittime opinioni ma dei crimini.</em></p>
<hr />
<p>Altroché, i fascisti esistono ancora!<span id="more-2674"></span></p>
<p>Lo scorso 17 agosto ho scritto la seguente riflessione sulla convergenza di fatto tra terrorismo jihadista ed estrema destra xenofoba:</p>
<blockquote><p>Attaccare una città così aperta, cosmopolita e solidale con i migranti come Barcelona è un atto molto sospetto.</p>
<p>Questo attentato sembra pianificato da predicatori d&#8217;odio di stampo fascista (stile salviniani e casapound) per trasformare la nostra società aperta e plurale in un campo di guerra tra razze rivali!</p></blockquote>
<p>Cosa c’è scritto in questo post? Che sono convinto che gli organizzatori dell’attentato siano i fascisti italiani? Che credo esistano le razze? Che metto in dubbio l’esistenza dell’ISIS o che al contrario ne sono partigiano? Sottoporrei questo banale testo critico a qualunque ragazzo normodotato in età scolare, diciamo alla fine del biennio delle superiori, per vedere quale lettura darebbero.</p>
<p>Non ho mai detto e neppure pensato che la strage di Barcelona non sia stata organizzata dall&#8217;ISIS, non ho né prove né indizi in questo senso. Dico solo che l&#8217;ISIS fa il gioco dell&#8217;estremismo di destra e che quest&#8217;ultimo cavalca tali fatti per avallare le proprie distopie su un&#8217;Europa fortezza, suprematista bianca, imperialista e segregazionista.</p>
<p>Ciò che bisogna fare per difenderci dal terrorismo è individuare e colpire i canali di finanziamento che passano anche tramite il nostro sistema politico nella misura in cui si mantengono legami d&#8217;affari con le principali monarchie e dittature arabe che apertamente o meno apertamente finanziano e armano il terrorismo.</p>
<p>E in secondo luogo bisogna contestare e possibilmente impedire ogni nuova guerra di aggressione stile Iraq, Libia, Siria, perché è grazie alla destabilizzazione di questi paesi che il terrorismo ha preso piede e si è espanso.</p>
<p>Portare avanti politiche islamofobe, securitarie, repressive, anti immigrazione a timbro fanatico-religioso come fanno i fascisti e i razzisti di tutte le parrocchie significa fare il gioco dei terroristi ed esserne moralmente e politicamente complici!</p>
<p>Eppure nel giro di poche ore il mio profilo facebook è stato bersagliato in maniera sistematica da un mobbing di massa, presumibilmente organizzato. Tecnicamente si chiama shitstorm e funziona così: gruppi organizzati e molto aggressivi fanno rimbalzare un bersaglio (in questo caso il mio post) su gruppi aperti o chiusi e chiamano alla guerra santa contro l’untore.</p>
<p>Tutti gli insulti, gli attacchi, le aggressioni, le minacce, gli auguri di morte e di sofferenze a me e ai democratici e antifascisti che hanno scritto in mia difesa, hanno trovato la loro ragion d’essere nella incapacità di leggere e interpretare correttamente il suddetto semplice testo analitico, abilità e competenze che si dovrebbero acquisire al termine dell’obbligo scolastico.</p>
<p>Se io dico o scrivo ad una ragazza “sei bella, sembri una farfalla” non mi posso aspettare che questa capisca che sto sostenendo che lei è davvero una farfalla, a meno che non sia affetta da una grave sindrome di autismo. Il linguaggio è un universo simbolico molto complicato, per questo è importante leggere, imparare a confrontarsi, andare a scuola e non consumare le proprie meningi, preziosamente concesse da madre natura, con fake news e siti nazi-demenziali.</p>
<p>La storia è piena di eventi strumentalizzati a fini politici e propagandistici.</p>
<p>Se dichiaro che l’incendio di Roma sembra pianificato da Nerone per perseguire le sue politiche anticristiane, cosa ho detto? Che è stato lui?</p>
<p>Se dichiaro che l’attentato di Pearl Harbor sembra pianificato dal governo degli Stati Uniti d’America perché la sua classe industriale sta facendo pressioni al fine di entrare in guerra e vendere così le sue commesse belliche, sto negando che l’attacco aereo sia stato organizzato dai giapponesi?</p>
<p>Se allo stesso modo dico che il “maggio radioso” sembra pianificato dagli industriali italiani per il medesimo motivo, nego l’esistenza e l’attività degli interventisti? Certamente no, dico solo che c’è corrispondenza di fini tra agenti diversi e che gli esecutori materiali di un evento, consapevolmente o no, sono funzionali agli interessi di agenti terzi che senza sporcarsi le mani colgono la palla al balzo per realizzare i propri fini.</p>
<p>Possiamo fare tanti altri esempi storici: dall’attentato di Sarajevo all’erede al trono d’Austria all’affondamento del piroscafo Lusitania, all’attentato subito da Mussolini da parte di una anziana signora inglese, fino all’attacco delle torri gemelle da parte dell’organizzazione al-Qaida. In quest’ultimo caso l’attentato sembra pianificato dall’amministrazione Bush per giustificare una serie di aggressioni militari, dall’Afghanistan all’Iraq e stabilire in queste aree una salda egemonia di controllo delle risorse energetiche. Ho scritto che l’attentato alle Torri gemelle è stato eseguito dagli USA sebbene questa sia una teoria in circolazione? No, non l’ho detto. Ho detto ben altro, perché non sono un complottista ma sono uno che ragiona sulle cose e si fa domande non banali sugli eventi complessi che compongono il mondo moderno.</p>
<p>Se scrivo che esiste convergenza di obiettivi fra terrorismo jihadista ed estremismo di destra tanto che gli attentati a città note per la loro multiculturalità e volontà di interazione sono il miglior regalo che si possa fare alla crescita del consenso di movimenti politici basati sulla xenofobia, sul disegno securitario, sulla costruzione di una Europa fortezza dove gli stranieri sono segregati e privati dei diritti umani, sto negando la ferocia dell’ISIS o asserendo che non siano integralisti islamici gli attentatori?</p>
<p>No, ovviamente no. Ciò che ho scritto, in maniera certo sintetica e agile, è che esiste una convergenza nelle finalità politiche tra terrorismo jihadista e fascismo europeo e cioè la volontà di esacerbare le masse presenti in Europa e trasformare quest’ultima in un campo di battaglia tra “razze” (come i fascisti di ogni sorta amano chiamare le etnie e le culture differenti).</p>
<p>Non ho mai detto e neppure pensato che la strage di Barcelona non sia stata organizzata dall’ISIS, non ho né prove né indizi in questo senso. Dico solo che l’ISIS fa i gioco dell’estremismo di destra e che quest’ultimo cavalca tali fatti per avallare le proprie distopie su un Europa fortezza, suprematista bianca, imperialista e segregazionista, veicolando le sue politiche islamofobe, securitarie, repressive, anti-immigrazione a timbro fanatico-religioso.</p>
<p>Il fatto è che al contrario di ciò che si dice normalmente, forse per esorcizzare il male e i fantasmi della storia, i fascisti, i razzisti, i predicatori d’odio etnico e razziale esistono e sono anche tanti, ben organizzati, molto ignoranti e perciò frustrati e pronti alla rissa e al linciaggio, perfino pericolosi e capaci di menare le mani o più facilmente il bastone o il coltello, specie se in gruppi numerosi contro singole persone indifese.</p>
<p>E la realtà peggiore di tutte da accettare è che l’area sarda che si rifà all’indipendentismo e al sardismo variamente concepito si sta popolando di questi loschi figuri.</p>
<p>Basta scorrere le centinaia di commenti sotto il mio post per rendersene conto: personaggi dell’estrema destra italiana con le pagine piene di inni alla rifondazione dell’Impero romano che mi augurano la morte, la tortura, il licenziamento, di rimanere vittima di attentati terroristici, di bruciare vivo o soffocato, che augurano lo stupro alle compagne e alle patriote sarde che scrivono in mia difesa o che mi invitano a praticare sesso anale verso diversi animali, soprattutto pecore (ovviamente in quanto sardo, anzi in quanto “sardignolo”) e che dimostrano altre molteplici forme di razzismo antisardo, vengono sostenuti e incoraggiati da gente che nel suo profilo ha spazio per proclamazioni identitarie, nuraghes e pecore bollite in tutte le salse e slogan come “indipendèntzia e bo&#8217;”.</p>
<p>Cosa vuol dire questo? Che ha ragione Michela Murgia quando nel post di solidarietà nei miei confronti afferma che il fascismo non è una ideologia ma un metodo che accomuna chiunque lo pratichi.</p>
<p>Aggiungo anche un’altra cosa. Il fascismo non ha in comune solo il metodo della violenza, della prevaricazione e dello squadrismo vecchio stampo o 2.0, ma ha anche il razzismo e l’odio verso chiunque lavori a costruire una società aperta e solidale.</p>
<p>Quindi un nazista di Ostia con l’immagine di copertina dell’aquila imperiale e un fascista di Oristano con il vellutino e i quattro mori tatuati possono benissimo trovarsi spalla a spalla intenti ad istigarmi al suicidio. A me e a chiunque altro non condivida le loro equazioni musulmani= terroristi o le loro ridicole ricette per evitare ulteriori attacchi, come per esempio affondare i barconi pieni di profughi o espellere tutti gli immigrati e i rifugiati.</p>
<p>Per questo un fascista sardo con il vezzo dell’indipendenza non prova disturbo ad affiancare un fascista italiano con manie imperiali e centraliste che per attaccare me beffeggia la lingua sarda, dichiara che in Sardegna abbiamo solo le pecore e che comunque senza l’Italia moriremmo di fame. Perché per il fascista sardo in cusinzos la priorità è sempre e comunque il razzismo, il resto passa in secondo piano!</p>
<p>Molti amici, patrioti e compagni mi hanno invitato a chiudere il profilo, a ritirarmi temporaneamente a vita privata, a cambiare le impostazioni della mia privacy. Ho ringraziato ma ho declinato l’invito. Davanti ai predicatori d’odio e ai manganellatori della rete serve tenere la testa alta e lo sguardo puntato e fermo.</p>
<p>Nessun passo indietro, così tutti i riformisti e i moderati che quotidianamente paragonano fascismo e comunismo o che addirittura negano l’esistenza del pericolo fascista, forse cominceranno a farsi due domande.</p>
<p>Sì, perché i fascisti non solo esistono ma spesso sono pure travesti da patrioti sardi e da democratici, salvo poi rivelarsi per ciò che sono quando qualcuno, come in questo caso, li punge nel vivo delle loro torbide fragilità, facendogli salire il sangue alla testa e venire fuori allo scoperto con tutto il loro carico di odio e violenza repressa.</p>
<p>I fascisti esistono e vanno combattuti, sempre, senza paura o tentennamento alcuno!</p>
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		<title>Indipendentismo sardo: da dove veniamo, dove andiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jun 2016 15:21:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni 2016]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricevo da Cristiano Sabino e ospito qui su SardegnaMondo un nuovo contributo sulla condizione attuale dell&#8217;indipendentismo e sul processo di autodeterminazione in Sardegna, alla luce dei risultati delle recenti elezioni amministrative. Cristiano Sabino &#160; Le amministrative del 5 giugno e in particolare il risultato di Cagliari hanno fatto molto discutere sulle strategie del mondo indipendentista....</p>
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<p><em>Ricevo da Cristiano Sabino e ospito qui su SardegnaMondo un nuovo contributo sulla condizione attuale dell&#8217;indipendentismo e sul processo di autodeterminazione in Sardegna, alla luce dei risultati delle recenti elezioni amministrative.</em></p>
<hr />
<p><strong>Cristiano Sabino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Le amministrative del 5 giugno e in particolare il risultato di Cagliari hanno fatto molto discutere sulle strategie del mondo indipendentista. Il risultato della proposta civico-indipendentista guidata dal partito <a href="http://progres.net/" target="_blank"  rel="nofollow" >ProgReS</a> e l’incetta di voti dell’area “sovranista” alleata del centro sinistra italiano hanno fatto parlare di fallimento della strategia di non collaborazione con i partiti italiani e di vittoria definitiva della linea di alleanza organica alla “sinistra” italiana come modello indipendentista pragmatico, graduale e di governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose stanno davvero così? Facciamo un passo indietro per capire meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio degli anni Duemila, quando emerse <a href="http://www.irsonline.net/" target="_blank"  rel="nofollow" >iRS</a> come forza egemone e trainante dell’indipendentismo, chiunque parlasse di “sinistra” veniva etichettato come “non sardo” e al guinzaglio di “categorie italiane”. La linea di iRS era chiara: nessuna collocazione ideologica nell’arco destra-sinistra e nessuna collaborazione o progettualità comune con gli altri soggetti politici indipendentisti. Praticamente in contemporanea nasceva l’organizzazione della sinistra indipendentista A Manca pro s’Indipendèntzia. Dopo una iniziale chiusura dettata da un certo settarismo e influenzata dalle ideologie antagonistiche, aMpI sviluppò una linea politica originale diametralmente opposta a quella di iRS: collocarsi a sinistra e favorire non solo la collaborazione ma addirittura la costruzione di un progetto politico di convergenza indipendentista e nazionale, definito nelle sue tesi politiche più mature “tattica del blocco nazionale”. Nessuno aveva però mai posto in dubbio una questione: l’indipendentismo inteso come linea politica alternativa al blocco politico dei partiti italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PsdAz nel frattempo continuava la sua autonoma traiettoria di sempre: andare all’ippodromo pre-elettorale, puntare sul cavallo con più possibilità e partecipare al banchetto in caso di scommessa vincente. Un gioco che ha poco a che fare con le tattiche e le strategie politiche, anche perché a conti fatti le influenze del “partito sardo” sulla politica regionale dal dopoguerra ad oggi sono state praticamente nulle sui punti strategici dell’interesse nazionale dei sardi, anche quando il PsdAz ha potuto esprimere il governatore della Regione Autonoma con Mario Melis. La collocazione del PsdAz non è mai stata dunque né ideologica né tattica, bensì unicamente finalizzata all’ascesa della carriera politica personale di alcuni pesci grossi che di fatto, spesso e volentieri, una volta spiccato il volo staccavano il biglietto per partiti considerati più remunerativi da questo punto di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">A rompere il quadro fu un fatto quasi insignificante a cui nessuno all’epoca diede gran peso ma che costituisce i prodromi della deriva entrista e liquidazionista di buona parte dell’indipendentismo. Il PsdAz firmò l’alleanza con il centrodestra nel 2009 per le elezioni regionali e una sua piccola costola minoritaria e priva di spessore politico uscì dal partito con una furiosa polemica scomodando l’antifascismo di Emilio Lussu. Nacquero così i <a href="http://www.rossomori.org/" target="_blank"  rel="nofollow" >Rossomori</a> di Gesuino Muledda (il nome del movimento appunto è mutuato da uno dei libri di Lussu). Tutto l’antifascismo e l’antidestrismo dei Rossomori si ridusse in una salda adesione ideologica al centro-sinistra italiano che nel frattempo stava terminando la sua metamorfosi storica: da posizioni socialdemocratiche piuttosto di destra e guerrafondaie fin dalla fine degli anni Novanta a vero e proprio polo di attrazione degli interessi più sfacciatamente classisti e antipopolari delle oligarchie dominanti in Italia e prona sponda per la politica dell’Austerity europea implementata dalla Banca Centrale Europea e dall’organismo antidemocratico denominato “Eurogruppo” (quelli che hanno ricattato, umiliato e fatto finire sul lastrico il popolo greco tanto per intenderci!).</p>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso periodo incominciarono ad essere visibili i dissidi all’interno di iRS che ne determinarono la scissione. A conti fatti dall’area di iRS vennero fuori due tendenze: proseguire sulla strada della democrazia e dell’indipendenza e collocarsi sotto la protezione del blocco politico denominato “centrosinistra”, liquidando al contempo la democrazia interna e scegliendo i capi politici tramite capacità clientelare e conseguente acclamazione. Così noti personaggi indipendentisti, che avevano fatto dello slogan “né di destra né di sinistra, ma sardi” una bandiera, si convertivano velocemente sulla via di Damasco e organizzavano seminari sulla “nuova idea di sinistra” per giustificare il proprio entrismo nel sistema di alleanze a guida PD.</p>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni regionali del 2014 complicarono lo scenario. Mentre i sardisti puntarono sul cavallo sbagliato del “centrodestra”- oramai in disfacimento a livello dell’intero stato italiano e il “centrosinistra” inglobò i diversi cespugli ex indipendentisti raccolti sotto la nuova egida del “sovranismo”- le residue forze indipendentiste non riuscirono a stringere un accordo quadro e si presentarono separate. Ne scaturirono due coraggiose idee di allargamento alla società civile che guardavano oltre le elezioni: Sardegna Possibile, la cui mente strategica era ProgReS, e il <a href="http://fronteindipendentista.org/en/" target="_blank"  rel="nofollow" >Fronte Indipendentista Unidu</a>, la cui anima politica era A Manca pro s’Indipendèntzia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sardegna Possibile rifletteva sulla strutturazione leggera di uno spazio politico civico-indipendentista e faceva dell’allargamento ai “non dipendentisti” la sua punta di forza, intuendo giustamente che l’indipendentismo avrebbe dovuto offrire la possibilità a intere compagini della società sarda progressista, e sempre più lontana dal modello oligarchico rappresentato dal “centrosinistra”, di essere accolta in un progetto autocefalo sardo, in cui l’indipendentismo rappresentasse una opzione spendibile e la sintesi. Il progetto del Fronte fece forza sulla determinazione degli indipendentisti di base di superare dal basso le resistenze dei vertici dei movimenti a costruire un fronte unito contro la colonizzazione e il collaborazionismo puntando sulla “democrazia indipendentista”.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambi i progetti si rivelano vincenti e perdenti allo stesso tempo. Vincenti perché mai come alle regionali 2014 l’indipendentismo si fece sentire con i suoi temi e le sue proposte, schiaffeggiando spesso e volentieri pubblicamente gli esponenti dei blocchi legati ai partiti italiani e le loro nuove stampelle “sovraniste”. Perdenti perché, a conti fatti, non esistevano ragioni per cui questi due progetti non potessero convivere sotto lo stesso tetto e soltanto la corsa all’egemonia sull’“allargamento politico” determinò tale spaccatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche da un punto di vista politico SP e FIU raccolsero consensi inaspettati catalizzando decine di migliaia di voti che soltanto grazie alla loro divisione e a una legge elettorale infame e fascista non permise all’indipendentismo di avere rappresentanza nelle istituzioni regionali. SP in particolare raccolse un consenso davvero da capogiro che si aggirava intorno al 10%; basti pensare ai voti raccolti dal suo candidato governatore, anche se le liste fecero di meno. Anche il Fronte riuscì a raccogliere un buon pacco di consensi se si pensa ai suoi pochi mezzi, al fatto che per le assurde regole imposte non era riuscito a raccogliere le firme in due province e alla capacità attrattiva esercitata da SP. In alcuni paesi superò il 15% dei voti e avrebbe potuto tranquillamente ambire a piazzare una serie di amministratori alle successive elezioni comunali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dopo elezioni fu movimentato. Da una parte, al congresso di ProgReS prevalse una linea di correzione parziale della strategia di Sardegna Possibile e dei suoi limiti strutturali, consistenti nella poca inclusività rispetto alle altre forze indipendentiste e al pericolo di deriva leaderista. Nel Fronte Indipendentista i dissapori si manifestarono quando A Manca pro s’Indipendèntzia ritirò l’appoggio politico al progetto, liquidando le dichiarazioni degli esordi sul “nuovo corso democratico” dell’indipendentismo. Prima aMpI, poi l’ex candidato governatore del FIU, uscirono pubblicamente dichiarando il Fronte una esperienza chiusa e dimostrando che si trattava soltanto di una operazione elettorale fine a se stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">La parabola di aMpI finisce qui e dalle sue ceneri è nato recentemente un nuovo soggetto collocato nell’area di sinistra (<a href="http://www.liberu.org/" target="_blank"  rel="nofollow" >Libe.r.u.</a>) il quale però prevede solo collaborazione su temi specifici con le altre forze nazionali e non la costruzione di uno spazio politico strutturato, democratico e stabile, a mio avviso facendo da questo punto di vista enormi passi indietro rispetto alla “tattica del blocco nazionale” di A Manca pro s’Indipendèntzia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto ininfluente di per se stessa la scelta dei Rossomori di praticare l’entrismo “ideologico” nel centrosinistra ha, obtorto collo, cambiato la storia dell’indipendentismo perché ha aperto un varco in cui si sono insinuati successivamente dirigenti che non provenivano dal classico opportunismo e trasformismo sardista, bensì dall’indipendentismo di tipo nuovo, quello che era nato con una forte connotazione “antisardista” e poco disponibile al compromesso di ogni genere. Il piccolo varco aperto dai Rossomori si è allargato fino ad ingoiare buona parte della dirigenza indipendentista, dimostrando la capacità egemonica e magnetica della classe politica coloniale tutt’altro che “passata sul posto” e, anzi, capace di trarre linfa vitale proprio da quelle componenti che ne avevano criticato più aspramente le fondamenta teoriche basate sull’autonomismo, simboli e retorica compresi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’avvento della nuova stagione del collaborazionismo le divisioni che avevano contraddistinto dall’interno l’area indipendentista si sono volatilizzate. Discorsi che avevano appassionato centinaia di militanti e che avevano anche incendiato polemicamente gli animi sono invecchiati precocemente. Chi oggi discuterebbe per ore sulla “vera storia della bandiera sarda” o sull’adesione o meno ai principi gandhiani? Chi metterebbe il veto agli indipendentisti di matrice marxista e chi, viceversa, accuserebbe gli indipendentisti non di sinistra di non possedere una visione egualitarista della lotta di liberazione nazionale? Chi si affaccia oggi sulla scena indipendentista faticherebbe a credere ai racconti di certe assemblee e certi confronti che si svolgevano fino a pochissimi anni fa&#8230; Cos’è cambiato?</p>
<p style="text-align: justify;">Semplicemente tali questioni sono state spazzate via dalla pratica trasformista di una parte dell’indipendentismo, che è passata armi e bagagli al campo considerato “nemico” fino ad un attimo prima. Le ultime elezioni amministrative hanno come suggellato e avallato questa strategia con il conforto dei consensi elettorali. Molti sono stati i commenti favorevoli all’indipendentismo “pragmatico” che si sporca le mani per il bene della nazione contro l’indipendentismo “purista” incapace di leggere la realtà e condannato a fare “associazionismo culturale”. Le cose sono davvero da porre in questi termini?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto chiediamoci cosa ha prodotto l’indipendentismo “pragmatico” con il suo entrismo. Il pragmatismo americano in filosofia è la teoria dell’utile e della pratica contrapposto ad ogni forma di idealismo e dogmatismo: una teoria è quindi vera a seconda dei risultati pratici che esprime. Quali sono quindi gli utili “pragmatici” e le pratiche prodotte dallo sporcarsi le mani sui principali temi storicamente avanzati dall’agenda indipendentista, vale a dire “lingua sarda”, “occupazione militare”, “fiscalità”, “agroalimentare”, “trasporti”, “spopolamento”, “inquinamento e bonifiche”, “credito”?</p>
<p style="text-align: justify;">Chi segue la politica regionale conosce le risposte: smantellamento di quel poco di politica linguistica presente; atteggiamento supino e servile verso l’Esercito Italiano e il Ministero della difesa; presa in giro della chiusura della vertenza entrate; assenza di una politica di sovranità agroalimentare e di un freno all’espansione cancerosa dei megamercati; isolamento internazionale della Sardegna e sua cattività nelle mani dei monopolisti dei trasporti; moria delle zone interne; subalternità alle multinazionali inquinanti e apertura di nuovi inceneritori; smantellamento del credito sardo a tutto beneficio del credito emiliano. Si potrebbe continuare per pagine e pagine&#8230; È questo lo stato che stanno costruendo gli “indipendentisti di governo”? Bene, non ci piace per niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora la questione è semplice. L’alternativa oggi non si da tra “indipendentisti pragmatici” e “talebani puristi” e nemmeno tra indipendentisti “di sinistra” e “interclassisti”. La vera dialettica intercorre invece tra chi vuole costruire un’alternativa nazionale e chi, per un motivo o per l’altro, adottando una scusa o l’altra, non ne vuole sapere di ciò che <a href="https://sardegnamondo.eu/2015/09/21/troviamo-la-nostra-sala-della-pallacorda-di-cristiano-sabino/">in altra sede</a> ho chiamato la “sala della Pallacorda sarda”, ovvero uno spazio politico comune di alternativa al colonialismo, all’autoritarismo e alle oligarchie sarde e internazionali. La scelta in agenda è tra chi ha scelto di capitolare al solito vecchio modello di società sarda subalterna agli interessi e alle logiche funzionali alla statualità italiana e chi invece vuole costruire un percorso di liberazione e di emancipazione completamente alternativo con tutti i sardi e le sarde disponibili.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indipendentismo c’entra fino ad un certo punto, perché nell’immediato la questione “indipendenza” non è all’ordine del giorno come lo è invece per esempio in Catalogna. Prima bisogna salvare la nostra terra dalle grinfie di speculatori, avvelenatori, corrotti e oligarchi e per farlo ci serve un grande progetto di salute pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la domanda è: gli indipendentisti saranno capaci di promuovere questo nuovo corso diventando il punto di riferimento per larghi strati della società e dell’opinione pubblica sarda? Se ci riusciranno, costruiranno le fondamenta del futuro stato sardo attirando a sé le forze sane della nazione sulla base del rispetto di alcuni temi etico-politici fondamentali come la lotta ad ogni discriminazione e il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, avviando un processo di educazione politica di massa, in ogni paese, in ogni borgata, in ogni tanca, in ogni città.</p>
<p style="text-align: justify;">Se falliranno e si faranno invece abbagliare dal luccichio del potere e del governo “ora e subito” o da nuove pulsioni da partitello egemone, dovranno rendere conto alle generazioni future di avere tradito la propria missione storica e di aver accettato di barattare la dignità e la progettualità per qualche cifra tonda nel proprio conto in banca o qualche primo piano in qualche giornale di provincia. Questa l’alternativa. Questa la scelta. Tertium non datur!</p>
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		<title>Troviamo la nostra sala della pallacorda &#8211; di Cristiano Sabino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 16:39:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prosegue il dibattito su indipendenza e indipendentismo. Quello che segue, &#8220;a stretto giro di posta&#8221;, è un intervento di Cristiano Sabino. &#160; Trovo interessante e lungimirante il dibattito ospitato dai blog “SardegnaSoprattutto” e “SardegnaMondo” e vorrei poter dire la mia. Ricordo quando ci sedemmo a discutere del percorso di convergenza indipendentista. Eravamo all’Hotel Mariano IV...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Troviamo la nostra sala della pallacorda - di Cristiano Sabino' data-link='https://sardegnamondo.eu/2015/09/21/troviamo-la-nostra-sala-della-pallacorda-di-cristiano-sabino/' data-app-id-name='category_above_content'></div><p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.sardegnadies.it/wp-content/uploads/ngg_featured/CristianoSabino3.jpg" alt="" width="611" height="407" /></p>
<p><em>Prosegue il dibattito su indipendenza e indipendentismo. Quello che segue, &#8220;a stretto giro di posta&#8221;, è un intervento di Cristiano Sabino.</em><span id="more-1958"></span></p>
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<p style="text-align: justify;">Trovo interessante e lungimirante il dibattito ospitato dai blog “SardegnaSoprattutto” e “SardegnaMondo” e vorrei poter dire la mia. Ricordo quando ci sedemmo a discutere del percorso di convergenza indipendentista. Eravamo all’Hotel Mariano IV nell’ex capitale del Giudicato arborense. Tutti noi avevamo il peso della storia addosso e lo portammo avanti per un anno intero affrontando discussioni serrate che si prolungavano fino a notte. C’era gente che oggi se si incontrasse per strada forse non si saluterebbe nemmeno. Non fu un lavoro facile perché fino ad allora gli indipendentisti si erano spaccati su questioni ideologiche e non su reali linee di strategia politica. <em>La vera storia della bandiera sarda</em>, il parteggiare per Gandhi o Marx, tutte le possibili interpretazioni ermeneutiche dei lemmi “nazionalismo”, “sardismo” e infine, last but not least la questione della non violenza elevata a questione di fede e non a opzione storicamente determinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha militato nel periodo storico compreso fra la fine degli anni Novanta fino alla scrittura della Carta di Convergenza Indipendentista ricorda molto bene quali erano le risposte quando si avanzavano proposte di lavoro comune: «no, voi non adottate la vera bandiera sarda»; «no, voi non siete gandhiani»; «no, voi siete indipendentisti di vecchio stampo “con il formaggio in tasca”, noi siamo indipendentisti moderni».</p>
<p style="text-align: justify;">In questo il percorso di convergenza indipendentista ha avuto successo e può essere dichiarato fallimentare solo da parte di chi quel percorso non lo conosce, non vi ha partecipato perché assente dalla militanza attiva o non ne condivide finalità ed obiettivi: oggi l’indipendentismo, per quanto frammentato e indebolito, può confrontarsi liberamente su temi concreti e strategie, decidendo magari anche di non convergere o di scontrarsi duramente su questioni puntuali, ma l’epoca delle cacce ereticali è definitivamente tramontata e ciò è possibile proprio grazie a quel percorso che solo operando distorsioni superficiali può essere ridotto ad un “contratto” non andato a buon fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra anticaglia della storia dell’indipendentismo è l’annosa questione sinistra-non sinistra. Oggi i profeti del trasversalismo ideologico (né di destra né di sinistra ma sardi), del resto tipico di quel periodo storico in cui si parlava addirittura di “fine della storia” tanto la weltanschauung neoliberista sembrava essersi imposta come unica dimensione politica possibile, rilasciano dichiarazioni infuocate sulla necessità di schierarsi a sinistra. Anzi, se ci dovessimo fermare alle apparenze, potremmo dire che l’indipendentismo è diventato quasi tutto di sinistra, anche se ovviamente poi bisogna andare a guardare le reali motivazioni di tali dichiarazioni che spesso mascherano l’adesione organica al centrosinistra italiano finalizzata all’ottenimento di alcuni privilegi di carattere personale come posti in Consiglio Regionale o consulenze, sempre regionali, lautamente retribuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta però un dato di fatto che anche da questo punto di vista l’indipendentismo è diventato più laico e oggi appare normale che esistano orientamenti di sinistra (quella vera, cioè anticapitalista e antimperialista, da quella anarchica a quella comunista a quella realmente socialdemocratica) e orientamenti con notevoli aperture al pensiero classico liberale o con un maggiore taglio civico. Paletti importantissimi, anzi vitali, se pensiamo all’onda nera montante a cui anche molti sedicenti indipendentisti cedono che fa del razzismo e del qualunquismo fascio-leghista il proprio orientamento politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il superamento del settarismo ideologico è andato quindi di pari passo con il riconoscimento della pluralità ideologica che caratterizza il movimento di liberazione nazionale, nel rispetto dei paletti fondamentali per ogni discorso basato sull’emancipazione quali l’antirazzismo, l’antifascismo, il riconoscimento dei diritti civili e umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore potrebbe a questo punto apparire confuso. Ma come, Sabino ci dice che va tutto bene, che l’indipendentismo ha fatto grandi passi avanti visto che non si parla più di lana caprina e ci si incontra o ci si divide finalmente sui temi o sulle strategie? Sarebbe una giusta osservazione e infatti da qui in poi mi vorrei concentrare sulle note dolenti, in particolar modo sul vero e proprio cancro che corrode il movimento di liberazione nazionale: l’assenza di democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo punto è colto con lucidità da Ivo Murgia che constata una tendenza direi antropologica dell’indipendentismo odierno: la paranoia personalistica e antidemocratica che Freud avrebbe sicuramente inserito in qualche rubrica della sua <em>Psicopatologia della vita quotidiana</em>:</p>
<blockquote><p>Non è possibile pensare che alla più piccola differenza teorica o pratica si vada automaticamente a una scissione e alla creazione di un nuovo partitino personale, le correnti vanno gestite in un contesto moderno e adulto. Non si scappa dalle proprie responsabilità sbattendo la porta e rinfacciando la lesa maestà a chi per una volta si è permesso di non essere d’accordo con noi. Così si comportano i bambini, gli immaturi e gli egocentrici, tutte tipologie di persone che in questo momento non servono all’indipendentismo</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La democrazia è dunque la <em>vexata quaestio</em> con cui dover fare i conti. Qui però bisogna capire bene che cosa si intende quando parliamo di “democrazia”. È quantomeno superficiale ridurre la questione democratica alla sola vita interna delle organizzazioni, le quali fra l’altro oggi non rappresentano nei fatti la vastità del mondo e dell’opinione pubblica indipendentista. Continuare a ripetere come un mantra che la democrazia nel mondo indipendentista si riduce alla “democrazia interna” alle singole organizzazioni – come frettolosamente liquida Devias nel suo intervento – significa non aver compreso che un’epoca è certamente tramontata, vale a dire appunto la logica feudale, segnalata da Mongili, dei partiti-testimonianza del “a casa mia comando io e tu non ci metti naso”. O capiamo questo o siamo morti, tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi spiego meglio, dalla questione “democrazia” dipende la vita o la morte dell’indipendentismo che, a dispetto di ciò che sostiene sempre Devias, versa in reale pericolo visto che il suo spazio politico proprio è stato ormai occupato manu militari da personaggi politicamente e teoricamente devianti come Mauro Pili, Paolo Maninchedda e loro accoliti.</p>
<p style="text-align: justify;">In politica il vuoto non esiste e se l’indipendentismo non trova uno spazio di agibilità comune condivisa, quindi democratica e programmata, è destinato a sparire nel nulla o ad essere riassorbito da terzi come appunto sta già velocemente avvenendo proprio in questi mesi. Per non essere soggetto a fraintendimenti, che in questa sede sarebbero distorcenti, spiego con alcuni esempi ciò che intendo con il segnalare deficit di democrazia di cui abbiamo finora sofferto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le elezioni regionali gli indipendentisti avrebbero potuto e dovuto presentarsi come reale alternativa al governo di Pigliaru e avviare un ragionamento di convergenza per compattare l’opposizione alle scellerate politiche di svendita e di aggressione speculativa del centrosinistra italiano. Ciò non è avvenuto e Mauro Pili ha nei fatti invaso lo spazio politico che durante le regionali avevano conquistato Sardegna Possibile e Fronte Indipendentista Unidu. Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">A mio avviso è appunto mancata una cornice democratica condivisa e ci si è sfaldati perdendo l’occasione straordinaria che avevano dato le elezioni che avremmo dovuto utilizzare come trampolino di lancio verso la conquista dell’egemonia della società sarda. Quando parlo di democrazia come collante fra gli indipendentisti intendo ad esempio che non si può rifiutare di gestire un vasto movimento popolare di lotta, per esempio contro le basi militari, accentrando tutto in una o due organizzazioni promotrici che rifiutano di allargare la gestione della mobilitazione a tutte quelle componenti che hanno come fine la cacciata delle basi e come metodo l’esercizio della sovranità del popolo sardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Democrazia vuol dire che non si affossa un movimento sociale di ampia portata come è stata per esempio la Consulta Rivoluzionaria perché nel frattempo sono subentrati interessi di altro genere e si gestiscono trattative elettorali sottobanco con il PD o il M5S. Democrazia significa che i progetti politici nati in un bagno di folla democratico non possono essere liquidati da tre persone in una stanzetta dopo averne dichiarato la morte legale, ma si deve avere il coraggio di affrontare quelle stesse persone a cui in campagna elettorale si è chiesto e ottenuto fatica, impegno, soldi e soprattutto fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono esempi diversi fra loro che forse chiariscono la responsabilità democratica verso l’indipendentismo diffuso e dei movimenti sociali ad esso collegati o collegabili che spesso è mancata, al di là della vita interna alle organizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso gli indipendentisti devono uscire dallo stadio di minorità e andare verso l’adultità come ben sostiene Ivo Murgia. Finora si è invece spesso giocato a fare i furbetti, a <em>fottere</em> come si dice volgarmente, soprattutto sotto elezioni e le cose sono peggiorate quando qualche TV ha deciso di concedere qualche spazio mediatico in più o incoronare qualche leader o presunto tale. Ciò che è mancato è il controllo democratico e al suo posto abbiamo avuto spesso storia di sette basate sul fideismo assoluto verso il capo dove il dialogo boccheggiava e le migliori energie si impaludavano fino all’immobilismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarò franco. Non ho alcuna speranza che la conquista della democrazia così intesa possa avvenire dall’alto e nemmeno che l’utilizzo della democrazia all’interno di alcune strutture, (per fortuna non tutte sono ferme al feudalesimo politico!), possa determinare per osmosi un circolo virtuoso esteso all’intero movimento di liberazione. Le organizzazioni devono continuare a fare il loro lavoro senza cui l’indipendentismo farebbe un passo indietro e non in avanti, ma forse è necessario che si sperimenti un nuovo modo di fare opinione e aggregazione politica capace di avvicinare componenti sempre più ampie alla teoria e alla prassi dell’indipendentismo e di strutturare anche un lavoro programmatico fra le organizzazioni stesse. Nuovo ma fino a un certo punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando i rappresentanti del terzo Stato francese si ritrovarono nella sala della pallacorda perché le porte della sala Menus (dove si riunivano gli Stati Generali) erano sbarrate si dichiararono “Assemblea Nazionale”. Non avevano tutti la medesima opinione e anzi di lì a breve incominceranno a tagliarsi la testa gli uni con gli altri, dividendosi ferocemente in particolar modo quando sulla scena della rivoluzione subentreranno gli interessi vivi e materiali del proletariato urbano e dei contadini poveri e la rottura definitiva con la Monarchia. Le divisioni in quel caso non fermarono il processo rivoluzionario perché tutti agivano in una unica prospettiva unitaria basata sulla democrazia, sebbene gli scontri furono duri e drammatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco cosa ci serve: una nostra sala della pallacorda, vale a dire un contesto dove i vari orientamenti dell’indipendentismo possano eventualmente anche scontrarsi con durezza, ma dove poche e semplici regole democratiche possano dare l’avvio al vero indipendentismo moderno, cioè quello che obbedisce alla democrazia e non ai capi bastoni, alle combriccole e al tifo da stadio.</p>
<p align="justify">Arriviamo così al problema dei problemi. Chi può promuovere questo percorso? In realtà tutti e nessuno. Serve trasversalità di appartenenza e di matrice e questo è un momento buono. Molti di noi hanno storie diverse ma condividiamo spesso le stesse impasse. Saremo in grado di trasformare la debolezza attuale in un punto di forza? Su questo crinale si gioca la partita e proprio in questo momento, con davanti a noi, la sala Menus sbarrata e presidiata dalle guardie armate, dobbiamo guardarci intorno e cercare la nostra sala della pallacorda.</p>
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