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	<title>società Archivi - SardegnaMondo</title>
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	<description>storia, cultura, politica e attualità, non necessariamente in quest&#039;ordine</description>
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		<title>Panzane storiche reiterate e dove trovarle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 21:17:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In alcuni ambienti della storiografia e dell&#8217;archeologia, in Sardegna, si stigmatizza spesso la proliferazione di narrazioni fantasiose e nostalgiche di un presunto passato glorioso. Si è addirittura coniato il termine &#8211; dispregiativo &#8211; &#8220;fantarcheosardismo&#8221; e sono facilmente reperibili in Rete le invettive contro una pretesa deriva identitaria di tali narrazioni. Pochissima attenzione si pone, invece,...</p>
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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-6273" style="width:445px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine.jpg 683w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-320x480.jpg 320w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/04/immagine-640x960.jpg 640w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>
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<h3 class="wp-block-heading"><em>In alcuni ambienti della storiografia e dell&#8217;archeologia, in Sardegna, si stigmatizza spesso la proliferazione di narrazioni fantasiose e nostalgiche di un presunto passato glorioso. Si è addirittura coniato il termine &#8211; dispregiativo &#8211; &#8220;fantarcheosardismo&#8221; e sono facilmente reperibili in Rete le invettive contro una pretesa deriva identitaria di tali narrazioni. Pochissima attenzione si pone, invece, rispetto alle forzature o alle vere falsità storiche diffuse da media e fonti a volte addirittura istituzionali, o comunque presuntamente autorevoli. Un interessante fenomeno anche questo.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size">Da queste parti non è mai mancata la vigilanza sulle tesi storiche fantasiose e sulle vere e proprie mistificazioni relative al nostro passato, da qualsiasi parte provenissero.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va però chiarito, una volta per tutte, che non tutte le narrazioni false o comunque fantasiose sulla storia sarda hanno lo stesso peso e la stessa portata. </p>



<p class="has-medium-font-size">Tesi e ricostruzioni fantasiose sul passato esistono a tutte le latitudini. Senza tornare necessariamente agli antichi miti, è un fenomeno del tutto contemporaneo quello del sensazionalismo storico-archeologico, specie in relazione ad antiche civiltà, ma non solo.</p>



<p class="has-medium-font-size">A volte la fantastoria è fine a se stessa, a volte nasconde scopi commerciali, altre volte gli intenti sono più scopertamente &#8211; e anche più genericamente &#8211; politici. </p>



<p class="has-medium-font-size">Intanto, bisogna partire dal presupposto che nessuna storiografia è del tutto neutrale. La disciplina storiografica contemporanea e le altre discipline connesse nascono in epoca romantica, sono coeve e per tanti versi consustanziali ai nazionalismi. </p>



<p class="has-medium-font-size">Si potrebbe fare l&#8217;esempio delle storiografie &#8220;nazionali&#8221; degli stati europei. O, con ancora maggiore evidenza, quello della archeologia e della storiografia israeliana.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma in questi campi c&#8217;è stata un&#8217;evoluzione sia nei contenuti sia nei metodi, frutto soprattutto della riflessione interna alle discipline stesse e alla presa di coscienza sul peso politico che hanno gli studi sul passato.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Italia si è fatta largo a fatica una certa postura critica verso gli elementi narrativi portanti della storiografia &#8220;nazionale&#8221; e tutto considerato la Grande narrazione storica egemonica e l&#8217;uso pubblico della storia risentono ancora in modo molto forte della costruzione artificiosa e pesantemente orientata dell&#8217;idea &#8220;nazionale&#8221; italiana.</p>



<p class="has-medium-font-size">Certe tematiche sono state a lungo &#8211; e in modo preoccupante sono tornate ad essere oggi &#8211; una sorta di tabù culturale. Come la vicenda colonialista dello stato italiano o lo stesso fascismo. Per non menzionare l&#8217;insistenza con cui si impone la falsità storica della continuità tra antichità romana e Italia contemporanea.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Italia ha fatto fatica ad essere accettata e metabolizzata la lezione della &#8220;scuola delle Annales&#8221; (Bloch, Febvre, Braudel, ecc.). La storiografia italiana ha pochissimo peso a livello internazionale. Paga lo scotto di troppi nodi irrisolti, a partire dalla stessa natura dello stato italiano, e dello scarso favore politico per la scienza e la ricerca.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna tutto questo ha avuto un riverbero doppiamente gravoso e per molti versi tossico. Sono temi già affrontati in questo spazio e nei miei libri, non mi ci dilungo. </p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna l&#8217;ossessione della storiografia e dell&#8217;archeologia istituzionali (chiamiamole così) per le contro-narrazioni, sia quelle più smaccatamente fantasiose sia quelle anche solo critiche o che propongono un punto di vista di partenza diverso, ha un che di patologico. </p>



<p class="has-medium-font-size">Non solo, mostra anche un orientamento culturale e politico abbastanza preciso: l&#8217;italo-centrismo e la lettura nazionalista italiana come orizzonte culturale necessario e non revocabile in dubbio.</p>



<p class="has-medium-font-size">La domanda di conoscenza storica, così presente nell&#8217;isola, è dovuta al fatto che la popolazione sarda è deprivata di un accesso ordinario alla sua storia. La stragrande maggioranza delle persone sarde, comprese quelle che fanno parte del ceto medio istruito (o riflessivo), non sa pressoché nulla del nostro passato. A parte poche, vaghe nozioni, molto superficiali, spesso tendenziose o del tutto false.</p>



<p class="has-medium-font-size">La naturale curiosità di tante persone si sovrappone poi alla subalternità culturale e a una mitologia identitaria mortificante, così interiorizzate dalla popolazione da essere riprodotte meccanicamente, in modo irriflesso. Ne nasce un cortocircuito che genera oscillazioni violente tra depressione e megalomania.</p>



<p class="has-medium-font-size">A quest&#8217;ultima &#8211; che è pur sempre una reazione indotta da cause storiche profonde &#8211; si deve l&#8217;attenzione di un certo numero di persone sarde per le ricostruzioni enfatiche del nostro passato, specie lontano. Di cui per altro ci restano testimonianze materiali così visibili e grandiose da suscitare inevitabili interrogativi. Che i mezzi ordinari di conoscenza &#8211; dalla scuola, ai mass media principali, alla divulgazione &#8211; non soddisfano.</p>



<p class="has-medium-font-size">E veniamo all&#8217;altra faccia della medaglia, che rappresenta un problema per certi versi più grande e decisivo. Riguarda la congerie di nozioni storiche sulla Sardegna e la cornice generale attraverso cui esse vengono veicolate che si possono trarre dalla manualistica scolastica e dai mass media.</p>



<p class="has-medium-font-size">Come accennato più su, vere e proprie mistificazioni entrano senza alcun filtro nel bagaglio di conoscenze di base di tutta la cittadinanza scolarizzata e nel discorso pubblico, anche istituzionale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Gli esempi potrebbero essere davvero tanti.  Mi limito qui a uno recente, riguardante l&#8217;emittente Unica radio, web radio dell&#8217;Università di Cagliari. </p>



<p class="has-medium-font-size">In <a href="https://www.unicaradio.it/blog/2026/03/28/sardegna-protagonista-la-verita-che-litalia-ignora/?amp=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un post</a> di poche settimane fa reperibile sul suo sito, si reitera la tesi, cara a Francesco Cesare Casula, più volte confutata anche da queste parti, secondo cui l&#8217;attuale stato italiano discenderebbe direttamente dal Regno di Sardegna, le cui origini poi sarebbero da ritrovare nella vittoria del Regno di Aragona contro i pisani di Castel di Castro di Calari, nel 1324.</p>



<p class="has-medium-font-size">Una continuità pretesa, ma indimostrata, per giunta attribuibile alla circostanza storica di una dolorosa e epocale sconfitta dell&#8217;ultimo stato (medievale) sovrano autoctono: il regno giudicale di Arborea (1420).</p>



<p class="has-medium-font-size">Il Regno di Sardegna a cui ci si riferisce è esistito, nella sua forma poi consolidatasi storicamente, dal 1421. Anche se non volessimo considerare la discontinuità rappresentata dal passaggio della corona sarda alla Casa Savoia (1720), *quel* Regno di Sardegna finì di diritto e anche di fatto (ma non di nome) nel 1848, con l&#8217;entrata in vigore della Perfetta fusione e la promulgazione dello Statuto &#8220;Albertino&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che il nome del regno sia rimasto lo stesso fino al 1861 rileva poco o nulla, dal punto di vista storico, giuridico e politico. La continuità diretta con l&#8217;attuale Repubblica italiana è poi palesemente destituita di qualsiasi fondamento.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che questa tesi strampalata e priva di qualsiasi consenso scientifico sia di tanto in tanto rispolverata o dal suo propugnatore (F.C. Casula), o dai suoi emuli e allievi, o, per distrazione, ignoranza, conformismo, da commentatori occasionali, sarebbe suscettibile di critica, ma tutto sommato rientrerebbe nella normalità di un dibattito pubblico a tratti surreale come quello sardo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che però un medium collegato all&#8217;università la rilanci, con pretesa di credibilità, suffragata da argomentazioni al limite dell&#8217;auto-caricatura, è ingiustificabile. Salvo credere che si tratti di uno scherzo o, come si usa dire oggi, di una trollata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Se presa sul serio, rivela una dose mortifera non solo e non tanto di ignoranza e di provincialismo, ma prima di tutto di subalternità culturale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sarebbe bello che la storiografia sarda, specie i suoi custodi più intransigenti, assumendosi la responsabilità dovuta al proprio ruolo pubblico, si esprimessero una volta per tutte con chiarezza su questa come su altre false conoscenze.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non succederà. L&#8217;unico nazionalismo (ipotetico) che fa loro paura è quello sardo. Quello italiano è pienamente interiorizzato e come tale veicolato automaticamente, come fosse l&#8217;unica cornice interpretativa valida (il fenomeno noto come &#8220;nazionalismo banale&#8221;). </p>



<p class="has-medium-font-size">È la questione sollevata, tra gli altri, dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel suo pamphlet <em>Il pericolo di un&#8217;unica storia</em>. Oltre che rilavata e analizzata sotto vari profili dagli studi post-coloniali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Così, ci ritroviamo esposti a panzane grossolane, a volte mortificanti, oltre che insensate come quella in questione, ma pienamente legittimate dalla forza dei mezzi che le diffondono e validate dalla mancata critica degli addetti ai lavori. </p>



<p class="has-medium-font-size">Non è un bell&#8217;esempio di deontologia, di coscienza civica e di responsabilità democratica. Problema ben più grave, per implicazioni politiche e conseguenze, degli eccessi fantasiosi &#8211; identitari o meno &#8211; dei fantastorici e dei fantarcheologi sardi. </p>
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		<title>La dipendenza e l&#8217;inerzia politica che non possiamo più permetterci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 13:56:37 +0000</pubDate>
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<h3 class="wp-block-heading"><em>L&#8217;annuncio di una tregua tra USA e Iran non rimuove le preoccupazioni per una fase storica conflittuale, che sembra condannare gran parte dell&#8217;umanità all&#8217;incertezza e alla paura. Affrontarla in una posizione di subalternità e dipendenza peggiora le aspettative.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size">Ed è proprio questa, la condizione della Sardegna. Dipendente e subalterna, sottodimensionata quanto a produzione, esposta alle fluttuazioni di mercato e alla volontà dei grandi attori finanziari  e politici globali.</p>



<p class="has-medium-font-size">La tregua stabilita dall&#8217;amministrazione Trump con la leadership iraniana, se da un lato sancisce la sconfitta degli USA in questa particolare circostanza, non rappresenta però una rassicurazione sufficiente su ciò che ci aspetta.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che si tratti di una sconfitta USA non possono esserci dubbi. La quantità di condizioni poste dall&#8217;Iran che saranno accettate dalla controparte ne stabilirà la portata. Chiaramente, la propaganda trumpiana presenterà la faccenda in termini completamente diversi. </p>



<p class="has-medium-font-size">D&#8217;altra parte, a Trump medesimo cosa può interessare di quello che pensano le opinioni pubbliche internazionali e persino quella del suo stesso paese? Il sospetto che dietro le sue altalenanti dichiarazioni e le sue incoerenti decisioni ci siano calcoli e sostanziosi interessi privati (soprattutto quanto a speculazioni spregiudicate sui mercati finanziari) non è così peregrino.</p>



<p class="has-medium-font-size">È un aspetto dello scenario da non sottovalutare, ma chiaramente non è il solo. Anche una certa convenienza per la Russia putiniana non sembra del tutto estranea a certe scelte di Trump. Putin dopo tutto è un suo complice, un suo alter ego nient&#8217;affatto ostile. Ideologicamente si intendono bene e condividono l&#8217;avversione viscerale per l&#8217;Europa democratica, la sua società aperta, la sua laicità, la sua vocazione civile.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Europa rimane una delle vittime preferite dei vari regimi reazionari e autoritari che al momento cavalcano l&#8217;onda nera globale. Con tutti i suoi difetti (concentrati soprattutto nelle sue leadership), resta un fastidioso ostacolo nei disegni neo-imperiali e nelle ambizioni sfrenate degli attori finanziari. </p>



<p class="has-medium-font-size">Le varie leadership si possono corrompere e/o ricattare, ma ormai il nucleo forte dell&#8217;Europa risiede nelle abitudini democratiche, nelle modalità di relazione e interrelazione acquisite dalle sue popolazioni, più che nelle sue procedure istituzionali e nell&#8217;architettura politica dell&#8217;UE.</p>



<p class="has-medium-font-size">In questo scenario, esistono differenze marcate tra territori e popoli. Certo, pur sempre dentro un quadro relativamente stabile e garantito, specie rispetto a larga parte della restante umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size">La Sardegna fa parte dell&#8217;Europa più fragile e suscettibile di subire conseguenze drammatiche a seconda di quel che succede tutt&#8217;attorno. Priva di una classe dirigente quanto meno decente, vede addensarsi nubi nere al suo orizzonte, sia per le sue irrisolte carenze generali, ormai sclerotizzate (demografiche, socio-economiche, infrastrutturali, fiscali, culturali), sia per via della contingenza storica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Prendiamo lo scossone al prezzo dei combustibili fossili e dei fertilizzanti causato dal conflitto in Iran. Un&#8217;evenienza che per altre aree europee è una minaccia per i consumi e alcuni aspetti dell&#8217;esistenza materiale della popolazione, per la Sardegna rischia di risultare disastrosa.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non solo infatti acquistiamo all&#8217;esterno una quota enorme dei beni che soddisfano il nostro fabbisogno alimentare, ma a questo va aggiunta la dipendenza da fertilizzanti e mangimi di importazione, così che la stessa produzione agro-alimentare interna viene messa a rischio. </p>



<p class="has-medium-font-size">Lo stesso, inevitabilmente, vale per molti altri prodotti di largo consumo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è tanto la condizione insulare in sé a costituire un problema (come invece continuano a sostenere i nostri esponenti politici), bensì la sua gestione. </p>



<p class="has-medium-font-size">La Sardegna è un&#8217;isola grande, con vaste zone a vocazione agricola. Benché non particolarmente fertile in tutte le sue regioni interne, ce ne sarebbe abbastanza per sostenere una produzione agro-alimentare &#8211; e la relativa industria di trasformazione &#8211; molto maggiore.</p>



<p class="has-medium-font-size">Possiede anche risorse non banali, ivi compresa la disponibilità di sole, vento, geotermia, infrastrutture idroelettriche che consentirebbero, con un approccio ben pianificato, non unicamente orientato al profitto privato, né agli interessi &#8220;nazionali&#8221; italiani, di avviare una vera e democratica transizione energetica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è tanto un discorso di autosufficienza &#8211; difficile da ottenere in ogni caso e non necessariamente auspicabile &#8211; ma prima di tutto di sicurezza. L&#8217;eventuale incremento delle esportazioni, oggi largamente condizionate dai prodotti di raffinazione petrolifera (vedi alla voce SARAS), sarebbe una conseguenza virtuosa in una situazione di relativa garanzia di sussistenza. </p>



<p class="has-medium-font-size">Siamo ben lontani da questa possibilità. La politica non sembra darsi troppo pensiero di tutto ciò. Le sole preoccupazioni espresse da esponenti del governo regionale, nella presente situazione, sono state quelle dell&#8217;assessore Cuccureddu, che ha visto nella penuria di carburanti e nelle difficoltà dei trasporti <a href="https://www.unionesarda.it/economia/guerra-razionamento-carburante-e-tagli-ai-voli-cuccureddu-rischio-catastrofe-per-il-turismo-duql6uuc" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >solo un problema per i turisti</a>.</p>



<p class="has-medium-font-size">È comprensibile: per un martello, qualsiasi altra cosa è un chiodo. Il nostro personale politico, anche quando è relativamente più capace, ragiona sempre e solo in termini corporativi e settoriali. Quando non risponde direttamente a un qualche gruppo di interesse, a qualche loggia massonica e/o a qualche mandante esterno.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poi c&#8217;è il problema generale dell&#8217;ignoranza profonda e dell&#8217;incapacità di concepirsi come collettività umana portatrice di necessità e di aspettative proprie.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non c&#8217;è problema strutturale in Sardegna che non venga affrontato a testa in giù. Anziché partire dai bisogni concreti, dagli interessi generali, dai diritti di cittadinanza (astrattamente garantiti), il primo pensiero è sempre: se faccio questo, cosa ci guadagno (o cosa ci guadagna il gruppo o il soggetto a cui rispondo dele mie scelte)?</p>



<p class="has-medium-font-size">La soggezione allo stato italiano e a chi lo governa/controlla è una delle cause profonde di questa situazione, e a sua volta produce l&#8217;effetto politico della mediocrità e dell&#8217;inadeguatezza della nostra classe dirigente. Un circolo vizioso che, nella fase storica presente, comporta rischi molto più gravi rispetto alla norma, pure al limite del disastroso, degli scorsi settant&#8217;anni.</p>



<p class="has-medium-font-size">Così, eccoci qui a consultare bollettini di guerra e notiziari più o meno attendibili per provare a orientarci sul futuro prossimo e meno prossimo, quasi mai capaci di valutare davvero gli eventi e le loro conseguenze, ma disinvolti nel commentarli a stretto giro (vale anche per me, sia chiaro).</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ansia indotta dall&#8217;infodemia imperante non è un effetto casuale e non voluto, ma fa parte del gioco manipolatorio a cui si sta riducendo la sfera pubblica anche nei paesi democratici. </p>



<p class="has-medium-font-size">I mercati finanziari reagiscono agli annunci dei leader internazionali in modo compulsivo, spesso a traino delle manovre speculative più spregiudicate attuate dalle combriccole ben informate. Lo stesso avviene più in piccolo, ma non meno attivamente, per i consumi quotidiani delle masse. Fino al prossimo annuncio, magari di segno contrario.</p>



<p class="has-medium-font-size">E nessuno, in Sardegna, soprattutto nei suoi gruppi dirigenti, che accenni anche solo a un qualche straccio di prospettiva strategica per sottrarci alle peggiori conseguenze di questa epoca conflittuale. La peggiore classe dirigente sarda dalla Perfetta Fusione, nel peggiore dei momenti storici dal 1943. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;unico motivo di vaga speranza è che tutto sommato l&#8217;isola di momenti bui ne ha conosciuto diversi, nei millenni di permanenza umana sul suo suolo. Anzi, spesso, dalle crisi apparentemente peggiori ne siamo usciti con soluzioni efficaci, soprattutto quando siamo stati lasciati in pace (alla faccia della &#8220;Sardegna abbandonata a se stessa!).</p>



<p class="has-medium-font-size">Vero è che ci troviamo in una condizione inedita non solo per la Sardegna ma per l&#8217;intera umanità, con guai assortiti (climatici, ecologici, demografici) di dimensioni planetarie, che i meccanismi socio-economici in funzione, le attuali strutture politiche e i modelli di leadership dominanti sono evidentemente inadeguati a fronteggiare.</p>



<p class="has-medium-font-size">A maggior ragione dovremmo rivedere categorie analitiche, cornici interpretative, prospettive ideali, posture pragmatiche. A partire dalla situazione locale, che, nel nostro caso, ha la peculiarità di essere alquanto &#8220;situata&#8221;, geograficamente peculiare. Tanto più esposta agli scossoni storici, quanto meno abbiamo consapevolezza della nostra posizione nel mondo e della nostra condizione reale.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La dipendenza e l&#039;inerzia politica che non possiamo più permetterci' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/08/la-dipendenza-e-linerzia-politica-che-non-possiamo-piu-permetterci/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='La dipendenza e l&#039;inerzia politica che non possiamo più permetterci' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/04/08/la-dipendenza-e-linerzia-politica-che-non-possiamo-piu-permetterci/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/04/08/la-dipendenza-e-linerzia-politica-che-non-possiamo-piu-permetterci/">La dipendenza e l&#8217;inerzia politica che non possiamo più permetterci</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>Il collasso dell&#8217;autonomia sarda nella crisi della civiltà europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 11:36:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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<h2 class="wp-block-heading"><em>Difficile occuparsi di cronaca locale quando il mondo umano procede nella sua folle corsa sanguinaria. Eppure è forte l&#8217;impressione che ci sia un qualche collegamento tra la parabola discendente della politica coloniale sarda e la crisi di transizione storica che sta attraversando la civiltà europea nel suo complesso.</em></h2>



<p class="has-medium-font-size">È uno di quei momenti temuti da Nino Gramsci, quando il vecchio ordine ormai si sta disfacendo, ma non ne è ancora emerso uno nuovo, e in questa incertezza imperversano i mostri.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel nostro piccolo spicchio di mondo (se commisurato al pianeta), la Sardegna, continuiamo ad assistere a eventi che sanno sempre più di surreale, senza che questo basti a scuotere una porzione sufficientemente consistente della nostra collettività umana dal suo torpore. O almeno questa è l&#8217;apparenza.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ieri, 28 febbraio, non era solo il <a href="https://www.teleregionelive.it/2026/02/23/sassari-ricorda-lingresso-di-angioy-celebrazioni-per-i-230-anni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >duecentotrentesimo anniversario dell&#8217;entrata trionfale di Giovanni Maria Angioy a Sassari</a> (28 febbraio 1796), ma anche la data scelta dalla presidente Todde per chiamare l&#8217;opinione pubblica sarda a mobilitarsi contro l&#8217;ennesima imposizione da parte dello stato centrale, quella delle supercarceri destinate ai detenuti in regime di art. 41bis.</p>



<p class="has-medium-font-size">La coincidenza è notevole, ma credo non voluta (dubito che Alessandra Todde, come i suoi colleghi, abbia anche solo una vaga idea della storia sarda). La distanza tra i due eventi &#8211; quello del 1796 e quello del 2026 &#8211; non potrebbe essere maggiore.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ho scritto &#8220;l&#8217;ennesima imposizione&#8221;, perché anche solo le cronache di questi ultimi mesi (e non parliamo di anni o decine di anni) allineano una serie di decisioni perlopiù ostili all&#8217;isola calate da oltre Tirreno, senza che per altro la politica sarda istituzionale abbia mai avuto qualcosa da ridire. Salvo costernarsi, indignarsi e impegnarsi, per poi gettare la spugna senza gran dignità.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il personale di partito che occupa i ruoli chiave in Regione e nei Comuni, così come negli enti pubblici e para-pubblici, risponde a indicazioni che arrivano dai vertici dei propri raggruppamenti di riferimento. Ha un ruolo di intermediazione e di mantenimento dello stato corrente delle cose, con la possibilità di garantirsi un reddito molto al di sopra della media sarda e occasioni di carriera altrimenti irraggiungibili.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non solo non risponde al popolo sardo delle proprie azioni, ma è anche mediocre quanto a qualità intellettuale e umana, nonché per quanto riguarda preparazione e coscienza civica. Dominano arrivismo e cinismo, di pari passo con l&#8217;<a href="https://sardegnamondo.eu/2025/12/15/ignoranza-collettiva-e-impotenza-appresa-come-andare-fiduciosi-incontro-al-disastro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ignoranza</a> e una generalizzata avversione, più o meno esplicita, più o meno cosciente, per qualsiasi cosa sappia troppo di Sardegna.</p>



<p class="has-medium-font-size">Al pari della stragrande maggioranza del ceto medio istruito, la politica sarda soffre di un provincialismo subalterno che la spinge ad assumere come unico legittimo, e comunque come unico valido e vero, lo sguardo esterno, la mentalità della classe dominante italiana, a cui tende come modello e come status.</p>



<p class="has-medium-font-size">In questo senso, così come per altri versi, è obiettivamente vero che conta pochissimo lo schieramento elettorale di appartenenza: destra, vecchia scuola democristiana, progressismo borghese, sinistra &#8220;di lotta e di governo&#8221;. Sono tutte posizioni politiche che non hanno nulla di realmente ideale, non hanno un vero orizzonte di valori a cui rifarsi, se non in termini retorici, non hanno alcuna strategia, nemmeno di breve periodo, ma vivacchiano di tatticismi elettorali, di ricatti e complicità opache, di compiacenza verso gruppi di potere e interesse esterni.</p>



<p class="has-medium-font-size">In una situazione del genere, per altro ormai incancrenita da decenni di dipendenza e subalternità, non può stupire il penoso esito della mobilitazione chiamata da Alessandra Todde. *Oggettivamente* penoso, al di là dei proclami e della compiacenza di molta parte dell&#8217;informazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poche centinaia di persone in una Piazza pure significativa di Cagliari, che è stata anche scenario di ben altri moti popolari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Senza ancora conoscere il risultato effettivo della mobilitazione, Lisa Ferreli di &#8220;Sardegna che cambia&#8221;, scriveva giorni fa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Ci sono alcune domande che in tempo di criminalizzazione del dissenso potrebbero sorgere leggendo la chiamata alla mobilitazione contro la realizzazione di tre carceri dedicate al 41bis in Sardegna, lanciata dalla presidente Todde. La prima è: che cosa succede quando l’invito alla protesta arriva dall’alto? Ma anche: quando è il potere a convocare la piazza, quest’ultima è ancora spazio di conflitto o diventa strumento di legittimazione? E soprattutto: se la chiamata al dissenso manifesto arriva dal potere &#8211; la più alta carica politica isolana &#8211; idranti e manganelli ci saranno?</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Domande legittime e anzi doverose, che nessuno, nei partiti che sostengono la giunta Todde, pare essersi fatto. Lisa Ferreli prosegue così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La questione è politica, e riguarda invece il ruolo delle istituzioni. Una presidente eletta, investita di un mandato democratico, dotata di strumenti legislativi e amministrativi, non è un soggetto privo di potere. Non è un movimento. Non è un comitato. Non è una realtà marginale che ha bisogno della piazza per esistere. È istituzione.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">La risposta a questi interrogativi è che Todde, in un momento di estrema debolezza politica e di crisi interna al suo stesso schieramento, ha provato a chiamare a raccolta abbastanza consenso da ri-legittimarsi sia presso l&#8217;opinione pubblica sia presso i suoi sodali istituzionali. Fallendo miseramente.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il disprezzo mostrato da lei e dallo schieramento che la sostiene verso le mobilitazioni popolari vere &#8211; quelle in tema di energia, di sanità, di occupazione militare, ecc. &#8211; non ha certo alimentato un riavvicinamento delle masse alla politica di Palazzo. L&#8217;atavica diffidenza della popolazione sarda verso il potere non ha certo trovato motivi di ricredersi nel corso di questa legislatura regionale, così come non ne ha mai trovato prima.</p>



<p class="has-medium-font-size">Chissà se questo episodio avrà qualche effetto. Sui rapporti interni alla politica istituzionale potrebbe segnare un ulteriore indebolimento della posizione di Todde, ma ciò avrà conseguenze solo nel gioco di spartizione e nella lotta per l&#8217;egemonia dentro la coalizione. </p>



<p class="has-medium-font-size">Dal canto suo, la destra coloniale sarda canta ottusamente vittoria, come se il fallimento della manifestazione indicasse un sostegno popolare alle sue posizioni. Il che è semplicemente ridicolo. L&#8217;insuccesso di Todde non è certo un segnale di diffuso sostegno alle sue (della destra) posizioni pilatesche e opportuniste, così come non può essere preso per una generale e convinta adesione alle politiche del governo Meloni. </p>



<p class="has-medium-font-size">Di fatto, la finzione dell&#8217;autonomia sarda si basa unicamente sulla forza di interposizione che il blocco storico dominante riesce ad esercitare grazie alla combinazione tra protezioni esterne, una legge elettorale anti-democratica e le sue residue capacità di ricatto clientelare. Non è una posizione di forza inattaccabile.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma questa debolezza non basta a sancire l&#8217;inevitabilità di un cambiamento radicale. Come nel caso degli attacchi militari USA e israeliani in Iran (emuli di altre avventure belliche più o meno recenti, dal Vietnam in poi, sempre finite in fallimenti clamorosi), non basta la crisi di un regime o di un ordine di cose consolidato per garantire il successo di un&#8217;alternativa.</p>



<p class="has-medium-font-size">Prima di tutto perché un&#8217;alternativa deve esserci e deve essere in grado di manifestarsi e di gestire il passaggio storico. Poi perché comunque anche le rivoluzioni riuscite si sono sempre dovute scontrare con la distanza tra obiettivi dichiarati e necessità concrete, tra ideologia e cruda realtà.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel caso dell&#8217;Iran, anche se crollasse del tutto il regime teocratico (e a me non dispiacerebbe, anche se non sono iraniano e non ho nemmeno il diritto di stabilire io cosa sia meglio o peggio per quel grande paese), non è detto che ci sia una soluzione pronta, un ceto dirigente nuovo, preparato per assumersi la responsabilità di governare questo frangente drammatico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Facendo le debite distinzioni, anche in Sardegna, benché sia auspicabile un mutamento drastico e la sparizione in blocco dell&#8217;oligarchia coloniale che ci sta portando al disastro epocale, al momento non si intravvede una possibile compagine sociale e politica in grado di sostituirla.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è detto che non ci sia del tutto, né che non emerga dalle circostanze, come a volte capita. Ma perché succeda devono esserci almeno le premesse e soprattutto deve esistere un buon numero di persone che abbiano coscienza della situazione, dei rapporti di forza, della consistenza dei problemi concreti, delle possibili soluzioni.</p>



<p class="has-medium-font-size">Soprattutto, deve verificarsi un fenomeno che manca nell&#8217;isola da generazioni e che si è verificato poche volte &#8211; solo due, direi &#8211; da più di due secoli a questa parte.</p>



<p class="has-medium-font-size">Deve cioè ri-saldarsi la scissione interna alla nostra collettività storica tra strati della popolazione di solito non comunicanti, deve crearsi un reciproco riconoscimento tra ceto medio istruito e ceti popolari, tra città e centri minori, tra la politica e la realtà concreta del nostro territorio, tra varie categorie di lavoratori e lavoratrici, tra gioventù e fasce sociali adulte e anziane.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il rapporto tra politica e comunità sarda è da troppo tempo una sorta di attrito stridente, appena lubrificato da pratiche corruttive e clientelari, sufficienti a non farlo grippare malamente. Questa modalità deve essere abbandonata.</p>



<p class="has-medium-font-size">I cosiddetti ceti produttivi e le loro rappresentanze di categoria &#8211; sindacati, associazioni datoriali, ecc. &#8211; devono finalmente piantarla di farsi dettare l&#8217;agenda dai capi bastone locali e dai boss clientelari, devono chiudere il rubinetto del consenso e dei finanziamenti lobbistici, devono abbandonare il corporativismo e la miopia avida e meschina che troppo spesso ne determina le scelte. </p>



<p class="has-medium-font-size">Su un altro piano, i ceti intellettuali, in senso ampio, dal funzionariato pubblico, al mondo della scuola e dell&#8217;università, dovrebbero finalmente calarsi nella realtà concreta del loro contesto di appartenenza, ritrovare la connessione con la storia e la geografia (vere, non immaginarie) dei loro luoghi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Se ciò succedesse e se le mobilitazioni popolari di questi anni si traducessero in una base sociale di sostegno di massa a un progetto politico alternativo, forse riusciremmo a uscire dall&#8217;impasse deleterio in cui ci troviamo.</p>



<p class="has-medium-font-size">È un forse bello grande, ma non si tratta di un <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/periodo-ipotetico_%28La-grammatica-italiana%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >periodo ipotetico dell&#8217;irrealtà</a> e neanche di un auspicio retorico. Credo sinceramente che ci sia la possibilità concreta che, magari per circostanze non prevedibili, persino dettate da accadimenti esterni, una simile svolta storica si verifichi. Tutta in una volta o per gradi ravvicinati.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma già scriverlo qui, così, temo serva a poco. Sicuramente non basta. Ne sono perfettamente cosciente. Facciamo che è un pro memoria, un appunto attaccato in bacheca, più che un precedente di comodo per poter poi dichiarare: io l&#8217;avevo detto.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quello che serve è costruire relazioni concrete, recuperare la confidenza nell&#8217;azione collettiva, incrementare l&#8217;alleanza dei corpi, riappropriarci dei luoghi e delle parole, non aver più paura di essere quel che siamo, abbandonare per sempre la vergogna di sé che così tante energie positive ha frustrato nel corso del tempo. Dopo di che, vedremo cosa saremo in grado di fare.</p>
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		<title>Cambiare cornici, sfuggire alla propaganda, salvare il salvabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 13:45:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi anni hanno visto un&#8217;accelerazione delle modalità di manipolazione delle opinioni pubbliche e un salto di qualità nell&#8217;invadenza della propaganda in tutti i mezzi di comunicazione. Non un fenomeno nuovo in sé, ma nuovo nelle dimensioni e nella pervasività, finendo per creare paradossi dai tratti surreali e fare vittime inaspettate. Riconoscere che un mio...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Cambiare cornici, sfuggire alla propaganda, salvare il salvabile' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/02/26/cambiare-cornici-sfuggire-alla-propaganda-salvare-il-salvabile/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h3 class="wp-block-heading"><em>Gli ultimi anni hanno visto un&#8217;accelerazione delle modalità di manipolazione delle opinioni pubbliche e un salto di qualità nell&#8217;invadenza della propaganda in tutti i mezzi di comunicazione. Non un fenomeno nuovo in sé, ma nuovo nelle dimensioni e nella pervasività, finendo per creare paradossi dai tratti surreali e fare vittime inaspettate.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size">Riconoscere che un mio interlocutore o una mia interlocutrice usino, parlando con me, frasi fatte, argomenti stereotipati e slogan di chiara origine propagandistica, mi crea molto disagio. Se la persona in questione ha, per quanto ne sappia io, i mezzi per rendersi conto della cosa, al disagio si somma la frustrazione e in certi casi la rabbia.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non voglio dire che io ne so di più di chiunque e che sono in grado di riconoscere le informazioni false o parziali o tendenziose più di altri. Mi sforzo però di non farmi condizionare dalla propaganda, di qualsiasi parte, e cerco di esercitare una costante critica delle fonti, alla luce degli strumenti che decenni di studio, di riflessione e anche di attivismo intellettuale e politico mi hanno fornito.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non che questo mi esima da pregiudizi, bias di conferma e altri errori del genere. Siamo tutti fallaci, dopo tutto. Non vuol dire neanche che io rinunci a prendere posizione. Spero però di rendermi conto degli errori e soprattutto mi auguro di sfuggire il più possibile ai tentativi di farmi interiorizzare verità preconfezionate da altri per scopi opachi, o magari addirittura opposti a ciò che la mia sensibilità politica e la mia coscienza mi suggeriscono come giusto e prima di tutto come vero.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questo pippone auto-riferito è una premessa che sento come necessaria prima di affrontare il tema di questo post. Perché è un tema che mi interroga e mi angoscia da tempo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Leggendo il pur pregevole <a href="https://fabiosabatini.substack.com/p/la-fabbrica-del-caos" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >articolo di Fabio Sabatini <em>La fabbrica del caos</em></a>, in combinazione con il <a href="https://fabiosabatini.substack.com/p/la-guerra-invisibile" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >precedente pezzo dello stesso Sabatini <em>La guerra invisibile</em></a>, benché convenga sul merito di quanto vi ho letto (e d&#8217;altra parte sono dati abbastanza oggettivi), non ho potuto fare a meno di notare la mancanza di un&#8217;avvertenza, secondo me indispensabile: questa è solo una parte della storia.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non ho alcun dubbio sulla natura e la portata della &#8220;guerra ibrida&#8221; o &#8220;invisibile&#8221; che soprattutto la Federazione russa e in parte la Cina stanno attuando contro l&#8217;Europa (*soprattutto* contro l&#8217;Europa). Tuttavia mi pare che al discorso manchi l&#8217;analisi sul ruolo rilevante che le piattaforme informatiche statunitensi (col loro corollario di intrattenimento) hanno nelle nostre esistenze, insieme agli altri strumenti più o meno noti, più ordinari, da sempre utilizzati dalle amministrazioni USA per tenere al guinzaglio i paesi &#8220;alleati&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Manca anche &#8211; e a mio avviso è il problema più interessante &#8211; un accenno di risposta al quesito: perché la propaganda russa, o cinese, o comunque di destra e di estrema destra (perché lì andiamo a parare), ha così tanto successo? E persino in gruppi sociali che si identificano come di sinistra, quasi sempre &#8220;radicale&#8221;?</p>



<p class="has-medium-font-size">In proposito mi torna sempre in mente la famosa sentenza di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gilbert_Keith_Chesterton" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Gilbert K. Chesterton</a>: &#8220;Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano in nulla: credono a tutto<em>&#8220;</em>. In Dio e, aggiungerei, in Marx o in qualsiasi altro succedaneo dogmatico ci siamo scelti nel contesto culturale europeo dalla rivoluzione francese in poi.</p>



<p class="has-medium-font-size">La sentenza di Chesterton fa il paio con la battuta di Eugene Ionesco (attribuita a Woody Allen): &#8220;Dio è morto, Marx è morto e anch&#8217;io non mi sento molto bene&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Citazioni singolari, devo ammettere, per quanto mi riguarda: una ripresa da un autore cattolico e una da un autore diciamo &#8220;anarchico di destra&#8221; (come Ionesco è stato a volte catalogato). Ossia, non proprio le mie collocazioni ideali di riferimento. Ma tant&#8217;è.</p>



<p class="has-medium-font-size">Del resto, si parla da qualche anno di &#8220;post-verità&#8221;. Corpose invettive contro &#8220;l&#8217;analfabetismo funzionale&#8221;, con tanto di referenze a sostegno, perlopiù apocrife o comunque nient&#8217;affatto decisive, hanno riempito pagine di quotidiani e settimanali, nonché post su siti serissimi (o forse solo seriosi). Insieme agli anatemi contro il volgo ignorante e credulone e alle reprimende contro le masse che infesterebbero con la loro protervia da incolti tutti i social media.</p>



<p class="has-medium-font-size">Qualche anno fa spopolava il film <em>Idiocracy</em>, che prefigurava uno scenario distopico in cui il mondo, a partire dagli USA, andava a rotoli perché prendevano il potere gli imbecilli, avvantaggiati dal fatto di riprodursi di più delle persone colte e intelligenti. Molto consolatorio e fin troppo indulgente per il ceto medio riflessivo, ma davvero poco utile alla comprensione della realtà e ancor meno ad affrontare la deriva in corso. E infatti&#8230;</p>



<p class="has-medium-font-size">La questione è un po&#8217; più complessa di così. Lo abbiamo visto bene con la pandemia di covid-19, soprattutto in Italia, uno dei paesi più arretrati e ignoranti (soprattutto nei suoi ceti dirigenti) del Vecchio continente. E lo vediamo ancora riguardo alla guerra in Ucraina.</p>



<p class="has-medium-font-size">Mi stupisco e mi interrogo per la facilità con cui la propaganda di destra, ma potremmo dire serenamente fascista (sia pure a volte camuffata, dissimulata, surrettizia), dilaga e viene interiorizzata da strati diversi delle nostre società democratiche. Comprese fasce sociali che non apparterrebbero, secondo le narrazioni in voga, alla plebe incolta ed esposta alle manipolazioni. </p>



<p class="has-medium-font-size">Molta propaganda di destra, nelle sue varie declinazioni (tradizionalista, anti-femminista, anti-LGBTQ+, socialmente conservatrice, razzista, ecc.), si avvantaggia nel suo presentarsi come anti-sistema (che vuol dire poco) e in certi casi come anti-atlantista (nella declinazione dei vari <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Gel%27evi%C4%8D_Dugin" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Dugin</a> e compagnia) per conquistare terreno nelle fasce di opinione pubblica ancorate a una visione radicale ereditata dagli anni Settanta del secolo scorso (con varie articolazioni, non sempre reciprocamente conciliabili).</p>



<p class="has-medium-font-size">Da qui, il diffuso fenomeno del rossobrunismo, spesso non volontario, direi preterintenzionale, a volte sinceramente inconsapevole. Su cui lucrano alcuni gruppi che si occupano di organizzare il consenso attorno a certe tematiche apparentemente alternative alla narrazione dominante, ma sempre un po&#8217; opache quanto a orientamenti di fondo, obiettivi, valori di riferimento. </p>



<p class="has-medium-font-size">Penso a spazi tipo l&#8217;Antidiplomatico o la stessa Ottolina tv e persino siti dichiaratamente di sinistra marxista come Contropiano. Sono solo pochi esempi di un ecosistema mediatico che ha molta presa sull&#8217;opinione pubblica di sinistra cosiddetta radicale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il fatto che questi spazi veicolino sistematicamente e senza filtri contenuti che spesso risultano prodotti direttamente dalla macchina di propaganda del Cremlino o da opinion maker vicini all&#8217;amministrazione Trump, utilizzando cornici retoriche oggettivamente reazionarie, non sembra scalfire le granitiche certezze della maggior parte delle persone che, in buona fede, accolgono e rilanciano tali contenuti.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma è un problema che si era manifestato già anni fa, per esempio sulla questione siriana, laddove una parte della sinistra italiana e sarda appariva schierata apertamente o implicitamente col regime di Assad, solo perché individuato come baluardo contro l&#8217;imperialismo statunitense (o NATO, come si diceva e si dice anche oggi, facendo e creando un po&#8217; di confusione). </p>



<p class="has-medium-font-size">Da queste porzioni della sinistra, a suo tempo emersero posizioni ostili alla rivoluzione confederalista democratica del Rojava, atteggiamento riemerso anche di recente (al di là delle criticità interne a quel modello, pure così originale e interessante). E come è successo, sempre da poco, per le grandi manifestazioni di protesta in Iran, etichettate, più o meno esplicitamente, come esito di subdole manovre USA.</p>



<p class="has-medium-font-size">Da poco Luigi Manconi ha stigmatizzato questi fenomeni parlando di una certa propensione della sinistra (senza precisare *quale* sinistra) per le dittature (purtroppo il pezzo è su Repubblica, a pagamento). Manconi ha ricevuto varie risposte, non sempre pertinenti (<a href="https://www.strisciarossa.it/caro-manconi-ma-quale-sinistra-ama-i-dittatori-e-odia-la-democrazia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >questa</a> è una, ad esempio). </p>



<p class="has-medium-font-size">Non so se le cose stiano proprio come sostiene Manconi. La sua mi sembra una semplificazione. Però l&#8217;effetto pratico nel dibattito pubblico alla fine è quello da lui segnalato. E nel caso della guerra in Ucraina il problema si presenta in modo particolarmente acuto.</p>



<p class="has-medium-font-size">A sinistra, in Italia e anche in Sardegna, persino nell&#8217;ambito indipendentista (che purtroppo su certe cose è mooolto italiano), si è rinunciato a procurarsi <a href="https://sardegnamondo.eu/2019/03/28/uno-sguardo-proprio-sul-mondo-la-sardegna-e-la-politica-internazionale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una propria visuale</a> sulle cose internazionali, a maturare una critica dell&#8217;esistente non basata su posizionamenti &#8220;identitari&#8221; e slogan preconfezionati. </p>



<p class="has-medium-font-size">Manca un&#8217;analisi spassionata degli eventi e delle loro cause e implicazioni, un&#8217;analisi onestamente materialista e possibilmente democratica, con una base intransigente di studio e di vaglio delle fonti.</p>



<p class="has-medium-font-size">Se qualche persona di ambito progressista o dichiaratamente di sinistra, magari dotata di conoscenze e competenze consolidate, ci prova, viene liquidata come traditrice e come &#8220;atlantista&#8221;, termine evidentemente contrapposto a&#8230; europeista? No, perché anche l&#8217;europeismo è un bersaglio di questa congerie di posizioni contraddittorie. Tanto meno perspicuo in tempi di oggettiva alleanza ideologica e tattica tra l&#8217;amministrazione Trump e il regime di Putin.</p>



<p class="has-medium-font-size">Insomma, ancora oggi, a quattro anni dall&#8217;invasione russa su larga scala dell&#8217;Ucraina, si sentono e si leggono commenti del tipo: l&#8217;Ucraina non esiste se non come provincia della Russia; in Ucraina c&#8217;è un governo nazista; Zelensky sta uccidendo il suo popolo per sete di potere; l&#8217;Ucraina fa una &#8220;guerra per procura&#8221; contro la Russia; la Russia aveva il diritto di difendersi; va protetta l&#8217;autodeterminazione del Donbas; l&#8217;Ucraina di Zelensky ha perseguitato i russofoni (=russofili?) del Donbas; ecc. ecc.</p>



<p class="has-medium-font-size">Affermazioni se va bene parziali, spesso quasi del tutto prive di riscontro fattuale, in molti casi palesemente false.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sostanzialmente, si prendono pari pari le argomentazioni del regime di Putin e le si rilancia sic et simpliciter, a volte con le stesse identiche formule. A dispetto di qualsiasi resoconto obiettivo, della storia stessa di quei luoghi, di fatti pure accertati e conclamati (a volersi abbeverare a fonti serie).</p>



<p class="has-medium-font-size">Naturalmente, non cedere alla propaganda russa (la stessa su cui si basa Trump e che viene rilanciata dalle destre estreme europee), non significa eludere le questioni aperte relative alle scelte dell&#8217;amministrazione Zelensky e alla dialettica interna alla collettività ucraina.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma negare la <a href="https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/gli-ucraini-ci-ricordano-ogni-giorno-cose-la-resistenza_104974" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >dignità di una popolazione</a> che, sotto i bombardamenti, in un inverno gelido, privata di beni e servizi essenziali, con una cospicua fetta di gioventù al fronte, non si arrende e non demorde, mi pare un vero peccato di disonestà intellettuale e politica. Che non mi meraviglia quando proviene dall&#8217;area fascista e para-fascista, ma mi riempie di costernazione quando viene da sinistra e dall&#8217;ambito indipendentista.</p>



<p class="has-medium-font-size">Qui non so quanto sia valida, e fino a dove, l&#8217;analisi summenzionata di Fabio Sabatini, così come altre analoghe. Occorrerebbe una riflessione di tipo diverso. Prima di tutto forse occorrerebbe abbandonare cornici interpretative consolidate, ma datate, e rassegnarsi ad accettare che viviamo in un&#8217;epoca di dura transizione storica, in cui i paradigmi del passato, anche recente, non valgono più.</p>



<p class="has-medium-font-size">E andrebbero prese in maggiore considerazione le notizie che emergono dalla pubblicazione degli &#8220;Epstein files&#8221;, con la loro brutale crudezza circa <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/02/internazionale-epstein-files-qanon-1/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >l&#8217;ideologia, gli obiettivi e le pratiche</a> dei ceti ricchi occidentali (e non solo) e la loro propensione dichiarata per le destre reazionarie, razziste e anti-popolari (ma magari populiste). </p>



<p class="has-medium-font-size">Tutto questo, non per rinunciare a una visione di cambiamento dello stato delle cose. Caso mai il contrario: per attivare collettivamente un cambiamento che sia emancipativo, liberante e solidale. Alla massima distanza dalla fascinazione del <em>cupio dissolvi</em>, dagli auspici di caos purificatore (che vada tutto in malora, così la NATO impara!), così come dai posizionamenti &#8220;interessati&#8221; del liberalismo europeo affarista e filo-bellico (quanto a giro di denaro) e ovviamente dalla marea nera, reazionaria e oscurantista oggi dilagante.</p>
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		<title>La rimozione del problema e la stupidità appresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 12:13:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della visita a Nuoro del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella si è aperto uno strano dibattito, prevalentemente sui social media, che tuttavia si è arenato su aspetti secondari o di superficie e ha sostanzialmente eluso il nucleo problematico emerso da questa circostanza. Mattarella era a Nuoro per l&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno deleddiano (l&#8217;ennesimo), per...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La rimozione del problema e la stupidità appresa' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/02/16/la-rimozione-del-problema-e-la-stupidita-appresa/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h3 class="wp-block-heading">In occasione della visita a Nuoro del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella si è aperto uno strano dibattito, prevalentemente sui social media, che tuttavia si è arenato su aspetti secondari o di superficie e ha sostanzialmente eluso il nucleo problematico emerso da questa circostanza.</h3>



<p class="has-medium-font-size">Mattarella era a Nuoro per l&#8217;inaugurazione dell&#8217;anno deleddiano (l&#8217;ennesimo), per via del centenario del Nobel conferito a Grazia Deledda nel 1927, ma per il 1926 (quindi gli anni deleddiani saranno due: teniamoci forte).</p>



<p class="has-medium-font-size">Poteva essere una buona occasione per mettere il sommo rappresentante dello Stato italiano davanti alle magagne e alle contraddizioni del rapporto asimmetrico tra Italia e Sardegna, a partire da questioni molto concrete, tipo l&#8217;aggressione coloniale in ambito energetico, il punitivo dimensionamento scolastico (con annessa esclusione dai fondi PNRR), la faccenda dei detenuti in regime di art. 41bis trasferiti in massa nell&#8217;isola e le altre questioni aperte da decenni (asservimento militare, questione linguistica, vertenza entrate, ecc. ecc.).</p>



<p class="has-medium-font-size">Certo, andava fatto in termini efficaci e con consapevolezza dei problemi, del momento, dei ruoli, del contesto. Sarebbe stato bello, in tale occasione, disporre di una classe dirigente e di un ambito intellettuale all&#8217;altezza della situazione. Ma non ne disponiamo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Forse Nuoro era la sede meno adatta per trasformare l&#8217;evento in una manifestazione di dignità e di rivendicazione politica ad ampio spettro. Nuoro, per i suoi gruppi dirigenti e per la stragrande maggioranza del suo ceto medio istruito, è una città italiana di provincia con speciali meriti culturali, di cui anela il riconoscimento oltre Tirreno. La Sardegna non esiste, nell&#8217;orizzonte del nuorese istruito medio, e per il suo ceto politico esiste giusto Cagliari, in quanto sede di potere, potenziale trampolino verso la vera meta agognata: Roma.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;accoglienza offerta a Mattarella, così disperatamente subalterna e servile da essere quasi caricaturale, non può essere una sorpresa. Chi si è soffermato su aspetti contingenti e tutto sommato innocui ha preso un abbaglio o ha volutamente spostato il focus dal nucleo problematico della faccenda. Che invece ha analizzato bene <a href="https://www.sindipendente.com/2026/02/15/corpi-sardi-potere-italiano-decodificare-unmmagine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Federica Marrocu su S&#8217;Indipendente</a>.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tutto quello che poteva essere sbagliato è stato sbagliato. Dalla mancata ostensione della bandiere ufficiale della Sardegna (con la scusa del protocollo, che però è stato tranquillamente superato in altre circostanze), all&#8217;intonazione della canzone d&#8217;amore <em>No potho reposare</em> al posto del ben più significativo inno <em>Su patriotu sardu a sos feudatàrios</em> (per altro, anch&#8217;esso inno ufficiale della RAS), fino all&#8217;entusiasmo imbarazzante con cui si è accolto l&#8217;inno dello Stato italiano (pessimo, da vari punti di vista).</p>



<p class="has-medium-font-size">La piaggeria e la gratitudine invero inspiegabile con cui si è cosparsa l&#8217;intera giornata lasciano un forte senso di vergogna in chi abbia un minimo di coscienza politica e sociale. Il problema è, appunto, che non ce ne possiamo stupire.</p>



<p class="has-medium-font-size">A complemento del ragionamento esposto da Federica Marrocu nel suo pezzo, ripropongo la lettura di <a href="https://sardegnamondo.eu/2025/12/15/ignoranza-collettiva-e-impotenza-appresa-come-andare-fiduciosi-incontro-al-disastro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un mio post di poco tempo fa</a>, in cui parlavo di &#8220;impotenza indotta&#8221; e di ignoranza diffusa. Là ci sono già un po&#8217; di argomentazioni che possono fornire elementi di riflessione su quest&#8217;ultimo episodio e sulla sua collocazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">A questo aggiungo un ragionamento su un&#8217;altra circostanza recentissima, che mi sta dando da pensare. Credo esista una connessione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non molti giorni fa, il sito del collettivo Wu Ming ha ospitato <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/01/ia-colonialismo-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >una mia disamina</a> sulla questione della transizione energetica in Sardegna, le sue forme, i suoi sviluppi, le sue criticità. A cui si è aggiunta, come appendice, <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/02/11/un-popolo-minus-habens-da-rieducare-mistificazioni-e-fallacie-argomentative-sulla-popolazione-sarda-e-la-lotta-contro-la-speculazione-energetica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una risposta</a> a un articolo invece critico verso le mobilitazioni popolari in corso. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ebbene, nonostante esista in Sardegna una parte di opinione pubblica, soprattutto nel summenzionato ceto medio istruito (o riflessivo, come a volte lo si definisce), perlopiù organica allo schieramento politico italiano di centrosinistra, ostile verso le mobilitazioni popolari e in generale verso le manifestazioni culturali autoctone, indifferente alla questione linguistica e infastidita (eufemismo) da qualsiasi discorso anche vagamente autodeterminazionista e tanto più dalle istanze indipendentiste, questa compagine sociale ha evitato di entrare nel dibattito. </p>



<p class="has-medium-font-size">Di solito, questo raggruppamento sociale è molto sensibile a ciò che viene veicolato da media e interlocutori di oltre Tirreno. Una tematica sarda acquisisce rilevanza solo se viene captata e riconosciuta in Italia. I personaggi di riferimento preferiti sono quelli che hanno trovato legittimazione in Italia. La visuale che si adotta per leggere le cose sarde è quella filtrata dallo sguardo esterno italiano (quello esterno di altra provenienza di solito è troppo spiazzante e poco rassicurante, per questa compagine sociale perennemente afflitta da vergogna di sé).</p>



<p class="has-medium-font-size">Mi sarei aspettato che portare il discorso in uno spazio come Giap, molto seguito dalle persone sarde che leggono, si ritengono informate, che si identificano come progressiste e pongono attenzione al dibattito culturale italiano (l&#8217;unico che conta), avrebbe suscitato qualche reazione, anche solo di contestazione. Invece nulla. A parte un paio di commenti su Facebook (dove Wu Ming non c&#8217;è e io stesso dichiaratamente non interagisco da anni), il silenzio.</p>



<p class="has-medium-font-size">È una circostanza minima e contingente che però acquisisce i contorni di un sintomo. Sommata alle reazioni alla visita di Mattarella a Nuoro ci offre lo spunto per ragionare ancora una volta di questo enorme problema che ci portiamo appresso da un paio di secoli. </p>



<p class="has-medium-font-size">Possiamo ridurlo alla formula del &#8220;tradimento dei chierici&#8221;, ossia della separatezza quasi antropologica, oltre che culturale, sociale e politica, tra ceti intellettuali (in senso ampio) e quella che per comodità chiamiamo sinteticamente &#8220;questione sarda&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è solo separatezza e indifferenza, ma, come dicevo, vera e propria ostilità. Il che farebbe pensare anche a una sorta di auto-difesa &#8220;di classe&#8221;. Se per la carriera, il successo o anche banalmente le possibilità professionali l&#8217;integrazione nell&#8217;ambito culturale italiano &#8211; compresi il linguaggio, i gusti, l&#8217;<a href="https://www.tesionline.it/appunti/scienze-della-formazione/sociologia-dei-processi-culturali/il-concetto-di-habitus/862/85" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >habitus</a> &#8211; funziona, tutto ciò che può metterla in discussione è una minaccia.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il disconoscimento dell&#8217;italianità &#8220;naturale&#8221; della Sardegna è un pericolo esiziale. La pretesa che esistano una storia sarda e un patrimonio culturale sardo fuori dall&#8217;alveo della storia e del patrimonio culturale italiani è un elemento di forte disturbo, da opacizzare, minimizzare, folklorizzare e, se serve, persino negare.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che esistano in Sardegna pulsioni sociali e culturali non subalterne, aspettative non controllate e indirizzate dai centri culturali e politici egemonici è vissuto come una devianza perniciosa.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tanto più in questi anni, in cui la crisi dei corpi sociali intermedi, la disintermediazione e la disarticolazione delle agenzie formative e dei mass media mainstream ha lasciato molto più spazio a forme di comunicazione e di interazione da un lato manipolabili e orientabili (come vediamo nel <a href="https://fabiosabatini.substack.com/p/la-vera-eredita-di-epstein" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >successo delle destre</a>, non certo effetto casuale) ma anche sfruttabili per liberarsi di filtri, forme di controllo, imposizione di &#8220;<a href="https://www.eroicafenice.com/salotto-culturale/elucubrazioni/il-pericolo-della-storia-unica-secondo-chimamanda-ngozi-adichie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un&#8217;unica storia</a>&#8220;.</p>



<p class="has-medium-font-size">È un contesto estremamente problematico e contraddittorio, che in Sardegna produce tanto derive pericolose, quanto occasioni di emersione di forze collettive altrimenti invisibilizzate e comunque delegittimate.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il grosso problema, di cui seguitiamo a pagare il prezzo, è che nella prospettiva di un processo di emancipazione storica, di conquiste sociali e politiche, serve un ceto medio riflessivo cosciente della realtà in cui è situato e disponibile ad agire di conseguenza. Non bastano minoranze consapevoli o presunte (a volte sedicenti) avanguardie illuminate e non bastano solo momenti di mobilitazione dal basso, su questioni specifiche.</p>



<p class="has-medium-font-size">La necessaria politicizzazione della questione sarda, nel suo insieme, con i suoi auspicabili esiti concreti, non può non passare da una presa di coscienza che coinvolga una porzione consistente del mondo della scuola, del funzionariato pubblico, del mondo delle professioni, del giornalismo, della produzione culturale e delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Senza negare l&#8217;inevitabile dialettica tra i vari gruppi sociali, ovviamente, ma ricollocandola in uno spazio di autopercezione finalmente aderente alla realtà.</p>



<p class="has-medium-font-size">Al momento questo fattore latita e anzi esiste una resistenza forte da parte soprattutto di chi ha ruoli pubblici influenti, formali o informali, ad assumersi la responsabilità di riconoscere la violenza epistemica e la subalternizzazione socio-economica e politica subita dalla popolazione sarda in questi ultimi due secoli, e nell&#8217;ultimo soprattutto.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nella subalternità e nella dipendenza i ceti sardi dominanti hanno prosperato fin qui, salvo dimostrarsi sempre inadeguati ad affrontare le sfide decisive. Forti dei loro status sociali, delle loro possibilità di ricatto e di controllo delle risorse pubbliche, legittimati dai centri di potere e di interesse esterni, hanno fin qui superato i momenti di crisi contingente tergiversando, inventandosi diversivi, mobilitando all&#8217;occorrenza le proprie clientele e i propri intellettuali organici.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è detto che questo gioco possa durare ancora a lungo. L&#8217;incredibile <a href="https://www.unionesarda.it/news-sardegna/trasferimento-detenuti-in-41-bis-sardegna-in-piazza-diciamo-no-alla-servitu-carceraria-jj81buya" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >appello della presidente Todde</a> a una mobilitazione popolare contro il riversamento in Sardegna di una gran parte dei detenuti in regime di 41bis è il sintomo di una debolezza e di una inadeguatezza che fin qui i trucchi retorici e la propaganda asfissiante hanno a mala pena velato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sembrerà paradossale, ma è la stessa presidente Todde che snobbava la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare Pratobello24, dichiarando che &#8220;i legislatori&#8221; erano loro, e che più volte ha replicato, anche in forme sopra le righe, a qualsiasi obiezione o contestazione dal basso, esterna al circolo ristretto dell&#8217;oligarchia dominante.</p>



<p class="has-medium-font-size">Se non saremo in grado di maturare una forte risposta culturale, prima ancora che politica, una ri-connessione tra le diverse anime scisse della nostra collettività umana, in termini progressivi, emancipativi, democratici, lo spazio politico che si sta aprendo sarà inevitabilmente colmato da discorsi retrivi, leadership populiste e reazionarie, istanze identitarie escludenti. E precipiteremo dalla padella alla brace.</p>



<p class="has-medium-font-size">E la &#8220;colpa&#8221; non sarà certo dei soliti indipendentisti o di chissà quale altro bersaglio ideologico o capro espiatorio trovato all&#8217;occorrenza. Sarà solo il fallimento definitivo di chi fin qui si è auto-rappresentato come la parte più sana e più competente della nostra disgraziata comunità umana, quando invece è da troppo tempo una zavorra insostenibile e dannosa.</p>



<p> </p>
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		<title>Un popolo minus habens da rieducare: mistificazioni e fallacie argomentative sulla popolazione sarda e la lotta contro la speculazione energetica</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2026/02/11/un-popolo-minus-habens-da-rieducare-mistificazioni-e-fallacie-argomentative-sulla-popolazione-sarda-e-la-lotta-contro-la-speculazione-energetica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 17:09:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Pilo]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[speculazione energetica]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torno sulla transizione energetica in Sardegna, dopo l&#8217;intervento ospitato su Giap, per affrontare il tema spinoso di come la questione viene raccontata in Italia, specialmente in ambienti definibili per semplicità progressisti-ambientalisti. Prendo l&#8217;esempio concreto di un articolo del giornalista freelance Alessandro Pilo riguardante l&#8217;avversione &#8220;dei sardi&#8221; alla transizione energetica. In realtà gli articoli sono due,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/02/11/un-popolo-minus-habens-da-rieducare-mistificazioni-e-fallacie-argomentative-sulla-popolazione-sarda-e-la-lotta-contro-la-speculazione-energetica/">Un popolo minus habens da rieducare: mistificazioni e fallacie argomentative sulla popolazione sarda e la lotta contro la speculazione energetica</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Un popolo minus habens da rieducare: mistificazioni e fallacie argomentative sulla popolazione sarda e la lotta contro la speculazione energetica' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/02/11/un-popolo-minus-habens-da-rieducare-mistificazioni-e-fallacie-argomentative-sulla-popolazione-sarda-e-la-lotta-contro-la-speculazione-energetica/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h3 class="wp-block-heading"><em>Torno sulla transizione energetica in Sardegna, dopo l&#8217;intervento <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/01/ia-colonialismo-sardegna/" target="_blank"  rel="nofollow" >ospitato su Giap</a>, per affrontare il tema spinoso di come la questione viene raccontata in Italia, specialmente in ambienti definibili per semplicità progressisti-ambientalisti.</em></h3>



<p class="has-medium-font-size">Prendo l&#8217;esempio concreto di <a href="https://www.a-fuoco.it/p/sulle-rinnovabili-in-sardegna-si?publication_id=1825743&amp;post_id=187401864&amp;isFreemail=true&amp;r=k856w&amp;triedRedirect=true&amp;utm_source=substack&amp;utm_medium=email" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >un articolo</a> del giornalista freelance Alessandro Pilo riguardante l&#8217;avversione &#8220;dei sardi&#8221; alla transizione energetica. In realtà gli articoli sono due, perché un primo intervento dello stesso Pilo, del 2024, è linkato in quest&#8217;altro.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sia nell&#8217;articolo precedente sia in quest&#8217;ultimo l&#8217;autore parla assertivamente di disinformazione e di manipolazione dell&#8217;opinione pubblica isolana, una parte della quale, minoritaria ma &#8220;particolarmente rumorosa&#8221;, vittima di astruse teorie del complotto, ormai rifiuterebbe la transizione energetica e le fonti rinnovabili in quanto tali.</p>



<p class="has-medium-font-size">È singolare che, fin dall&#8217;esordio, l&#8217;articolo individui in realtà uno dei nodi principali del problema, ma senza attribuire ad esso il giusto peso nelle mobilitazioni sarde, anzi, senza nemmeno metterlo in connessione. Riporto testualmente:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La decarbonizzazione dell’isola continua a essere guidata dal mercato, con benefici ridotti per le comunità locali che ospitano gli impianti. Mentre i politici della maggioranza assumono posizioni <a href="https://www.unionesarda.it/politica/matteo-salvini-assalto-eolico-battaglia-da-condividere-v06tu2vq" target="_blank"  rel="nofollow" >contrarie</a> alle rinnovabili non appena mettono piede nell’isola, a Roma il governo Meloni va nella direzione di <a href="https://www.renewablematter.eu/decreto-energia-limita-regioni-taglia-fondi-promessi-rallenta-transizione" target="_blank"  rel="nofollow" >limitare</a> i poteri delle regioni nella definizione delle aree idonee e <a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/comunita-energetiche-rinnovabili-taglio-fondi-pnrr-ministero-ambiente-pichetto-fratin-uj3s36el" target="_blank"  rel="nofollow" >taglia</a> drasticamente fondi destinati alle Comunità Energetiche, esempi di transizione virtuosa alternativa a un modello orientato al profitto.<br />Intanto nei piani del governo la chiusura delle centrali a carbone sarde non è <a href="https://www.rainews.it/tgr/sardegna/articoli/2025/05/nuova-manifestazione-contro-leolico-a-saccargia--04aa5343-9966-4c6c-a501-8ced8ae26f5a.html" target="_blank"  rel="nofollow" >all’orizzonte</a>.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">Già qui ce ne sarebbe abbastanza per interrogarsi sulle ragioni della mobilitazione popolare in atto. E non da un anno o due ma da alcuni lustri, con andamento ciclico ma costante.</p>



<p class="has-medium-font-size">I benefici per le comunità locali non sono &#8220;ridotti&#8221; (se non nel caso di vecchie concessioni già messe in opera): sono proprio inesistenti. Nessun beneficio diretto e al contempo danni evidenti e conclamati. Non è un buon motivo per avere da ridire?</p>



<p class="has-medium-font-size">Il fatto che il governo italiano imponga misure draconiane e autoritarie per superare qualsiasi possibile ostacolo locale ai suoi piani e al contempo, oltre alla proliferazione delle FER, <a href="https://www.sindipendente.com/2026/02/08/600-mw-metaniere-e-pnrr-la-sardegna-sacrificata-a-un-disegno-deciso-a-roma/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >promuova l&#8217;uso di fonti fossili</a>, smentendo così la <em>ratio</em> virtuosa che giustificava l&#8217;aggressione speculativa sul territorio sardo, non sembra bastare a interrogarsi sul senso della mobilitazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Invece il focus dell&#8217;articolo si concentra pressoché subito su tutt&#8217;altro, ossia sui grandi agenti della disinformazione che condizionerebbero o addirittura detterebbero l&#8217;agenda ai comitati, alle associazioni e alle autorità locali impegnate nella vertenza.</p>



<p class="has-medium-font-size">In primo piano, l&#8217;Unione sarda e il suo gruppo editoriale. Nell&#8217;articolo di Pilo l&#8217;Unione è presentata come un elemento non solo di peso, ma determinante delle lotte popolari in corso. Una sorta di cabina di regia che da un lato muove i fili e dall&#8217;altro offre a piene mani contenuti propagandistici e sensazionalistici.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;Unione fa il suo gioco, su questo non c&#8217;è dubbio. Il suo editore, Sergio Zuncheddu, ha i suoi interessi e i suoi piani. Ma il suo ruolo nella vertenza energetica è tardivo e per molti versi parallelo, non sovrapponibile, alle mobilitazioni popolari.  </p>



<p class="has-medium-font-size">Non va poi ignorato il ruolo dell&#8217;altro quotidiano sardo, la Nuova Sardegna, di Sassari, schierato apertamente (e non senza un pesante conflitto di interessi, o meglio una <a href="https://www.sindipendente.com/2026/01/03/f2i-fondazione-nuova-sardegna-nomi-e-cognomi-sulle-connessioni-del-potere-simprenta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >convergenza di interessi</a>) sul fronte favorevole alla proliferazione delle FER.</p>



<p class="has-medium-font-size">In ogni caso, il peso dell&#8217;informazione tradizionale in tutta la vicenda è da vagliare correttamente. Non è detto che sia così decisivo.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;articolo fa esempi specifici di alcuni personaggi di riferimento del fronte anti-speculativo, mettendone in discussione autorevolezza e intenzioni. La scelta di questi esempi tuttavia somiglia molto a un&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Argomento_fantoccio" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >argomentazione del fantoccio</a>. </p>



<p class="has-medium-font-size">In realtà, come sa chiunque conosca l&#8217;articolazione reale della mobilitazione, nessuno dei personaggi citati vi ha il benché minimo ruolo. In molti casi anzi esiste un certo diffuso fastidio per l&#8217;occupazione indebita della scena da parte di gente slegata dalla lotta sul campo e dalla vita concreta nei territori.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quanto all&#8217;enfatizzazione del ruolo dei social media, anche in questo caso è una pezza d&#8217;appoggio piuttosto fragile. Come riconosce lo stesso Pilo, sui social esistono pochi filtri e il loro stesso funzionamento è basato sulla costante conflittualità, sull&#8217;esaltazione delle contrapposizioni, sul meccanismo di &#8220;chi la spara più grossa&#8221;, ecc. Sulla questione della transizione energetica in Sardegna (come su qualsiasi altra cosa) quel che avviene dentro Facebook *non* è la mappa 1:1 della realtà.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le mobilitazioni di questi anni sono state innanzi tutto una riscoperta della &#8220;alleanza dei corpi&#8221;, una riappropriazione dell&#8217;attivismo politico come connessione concreta, operativa, tra persone, tra gruppi di persone, tra comunità. I social non ne sono se non un&#8217;immagine deformata, parziale, a volte del tutto distorta. Il peso di alcune figure che hanno conquistato un loro seguito in quegli spazi virtuali è del tutto relativo, se non inesistente, nella concretezza della mobilitazione sul campo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Gli aspetti &#8220;complottisti&#8221; delle lotte popolari anti-colonizzazione energetica sono fenomeni <em>borderline</em> pressoché inevitabili, in questo genere di faccende, ma non ne costituiscono affatto il nucleo contenutistico decisivo. </p>



<p class="has-medium-font-size">Tra i comitati invece è maturata una larga competenza pluridisciplinare &#8211; tecnica, giuridica, paesaggistica, politica &#8211; necessaria a contrastare a più livelli i progetti speculativi in atto. In non poche circostanze dossier, opposizioni e reclami hanno smascherato la natura squisitamente estrattiva e persino al limite dell&#8217;illegale di alcune operazioni. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;affermazione secondo cui, a causa della manipolazione di gruppi Facebook e personaggi dediti alle teorie del complotto, &#8220;molti sardi&#8221; avrebbero maturato &#8220;una visione estremamente negativa delle rinnovabili&#8221; è semplicemente falsa. Se nella vasta mobilitazione popolare esiste davvero una frazione contraria tout court alle FER, è marginale. La stragrande maggioranza delle persone coinvolte è favorevole o molto favorevole alle fonti rinnovabili e alla stessa transizione energetica.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quanto alla figura di Mauro Pili, evocata come quella di un vero e proprio leader e portavoce dei comitati, va precisato che, da uomo politico, Pili ha cercato di ritagliarsi il suo ruolo in questa vicenda, prima come editorialista dell&#8217;Unione sarda, poi da battitore libero in cerca di rilancio pubblico.</p>



<p class="has-medium-font-size">La sua carriera ha avuto il suo culmine anni fa come parlamentare del centrodestra, dopo essere stato un non molto rimpianto presidente della Regione Autonoma nei primi anni del secolo, sempre per il centrodestra berlusconiano. Lasciata quella sponda, si è riciclato in salsa sardista di destra, con venature populiste e protestatarie, a volte piuttosto stridenti col suo passato (ma questo è il meno). </p>



<p class="has-medium-font-size">Oggi ha tutta l&#8217;aria di voler cavalcare l&#8217;onda di proteste popolari per acquisire consenso personale e presentarsi di nuovo sulla scena elettorale con qualche chance di spuntarla. Manovra discutibile finché si vuole, ma legittima, che raccoglie qualche approvazione qua e là nei comitati ma è lontana dal rappresentare la sponda politica della mobilitazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sul quadro politico sardo, Alessandro Pilo mostra di avere le idee molto confuse, senza una conoscenza e una comprensione reali di quel che vi accade e del perché.</p>



<p class="has-medium-font-size">Per esempio, come successo altre volte anche sui mass media principali italiani, presenta l&#8217;attuale giunta regionale del campolargo, guidata da Alessandra Todde, come ostile alla transizione energetica, quasi una sponda istituzionale dei comitati.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma anche in questo caso, come nel caso di Mauro Pili, è una deduzione molto lontana dalla verità. La giunta Todde si è schierata fin da subito *a garanzia* dei progetti speculativi. Todde medesima, in una delle prime dichiarazioni da presidente, in occasione di un incontro col prefetto di Nuoro, dichiarò che andava sì ascoltata la protesta popolare, ma lei doveva anche &#8220;garantire gli investitori&#8221;. La sua storia professionale, del resto, chiarisce che tutto può essere considerata tranne che una controparte dei conglomerati industriali e finanziari che operano nel settore energetico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quando la pressione della mobilitazione era ormai cresciuta tanto da non essere più ignorabile, con la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare Pratobello24 (che Pilo ignora del tutto), Todde affermò: &#8220;I legislatori siamo noi&#8221;. Rivendicava così un&#8217;esclusiva decisionale in materia che però non solo suonava elitaria e anti-popolare, ma faceva anche torto alla banale divisione dei poteri tra esecutivo e legislativo, pure un cardine degli ordinamenti democratico-liberali a cui &#8211; almeno in teoria &#8211; appartiene quello della Regione sarda.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le leggi &#8220;anti-speculazione&#8221; varate in Consiglio regionale dalla maggioranza che esprime la giunta Todde sono state fin da subito segnalate dai comitati come deboli e fatalmente esposte all&#8217;impugnativa da parte del Governo centrale e alla successiva bocciatura da parte della Corte costituzionale. Il loro impianto, partendo dalle premesse poste dalla legislazione e dalla decretazione statale in materia, non poteva essere efficace nel contrastarne previsioni e senso generale. E infatti è andata così.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna, i due schieramenti che dominano la scena politico-istituzionale &#8211; centrodestra e centrosinistra &#8211; non rappresentano affatto la maggioranza dell&#8217;elettorato (vedi alla voce: legge elettorale) e sono più che altro espressione di comitati clientelari, gruppi di interesse, consorterie locali che trovano nell&#8217;affiliazione alle case madri d&#8217;oltre Tirreno forza e legittimazione. Sono insomma una sorta di proiezione coloniale della politica italiana nell&#8217;isola (traendone vantaggio, sia chiaro).</p>



<p class="has-medium-font-size">Il paradosso dei politici sardi di centrodestra che a Roma sostengono il Governo Meloni e le sue imposizioni autoritarie in materia di produzione energetica e in Sardegna strizzano l&#8217;occhio alla protesta anti-speculazione è un paradosso solo se si omette dal quadro la condizione dipendente e subalterna dell&#8217;isola e se ne ignora la relazione asimmetrica con l&#8217;Italia.</p>



<p class="has-medium-font-size">Allo stesso modo in cui se ne ignora bellamente tutta la storia recente (ma potrei dire tutta la storia contemporanea), finendo per cadere nella più classica delle &#8220;colpevolizzazioni della vittima&#8221; (la Sardegna produttrice di inquinamento e gas serra, renitente a redimersi).</p>



<p class="has-medium-font-size">Alessandro Pilo chiude il suo articolo con un paio di paragrafi che forse avrebbe dovuto rileggere con attenzione e rifletterci su.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Una recente analisi di <a href="https://www.enostra.it/i-sardi-sono-davvero-contrari-alle-rinnovabili-la-survey-di-youtrend-analizza-media-vs-opinione-pubblica/" target="_blank"  rel="nofollow" >YouTrend</a> restituisce un quadro articolato del rapporto tra Sardegna e rinnovabili, lontano dall’idea di un’isola compatta nella sua avversione alla transizione energetica. Da un lato, il 68 per cento dei sardi si dice favorevole alle energie rinnovabili e solo il 30 per cento guarda con simpatia alle fonti fossili. Dall’altro, quando la domanda si fa concreta, installare o meno le pale eoliche, le certezze vacillano: il 53 per cento si dichiara contrario.<br />Ma se la transizione viene raccontata nel modo giusto, se diventa una storia di diritti, opportunità e appartenenza, l’opinione pubblica sarda sembra disposta ad ascoltare. L’indagine ha messo in evidenza quali sono le narrazioni in grado di far cambiare la percezione dei sardi: l’energia prodotta deve tornare prima di tutto alla Sardegna, non essere solo esportata altrove; i benefici economici, come sconti in bolletta, devono ricadere sulle comunità che ospitano gli impianti; le rinnovabili devono portare formazione, lavoro e non solo cantieri temporanei; infine dev’essere riconosciuto il potenziale di orgoglio: la possibilità che la Sardegna diventi un’avanguardia, un laboratorio eolico ed energetico capace di guidare l’Italia. Si potrebbe ripartire da qui per ricostruire un rapporto di maggiore fiducia. E creare le condizioni affinché le narrazioni catastrofiste e complottiste contro le rinnovabili perdano presa su una parte dell’opinione pubblica sarda.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">È una gentile concessione tipica del &#8220;buon buana bianco&#8221; di turno ammettere che tutto sommato &#8220;i sardi&#8221; non sono poi così cattivi, ma sono solo vittima di gente malvagia che approfitta della loro ignoranza per traviarne volontà e aspettative.</p>



<p class="has-medium-font-size">I sardi sarebbero dunque incapaci di una propria <em>agency</em>, di una propria volontà collettiva, sia pure articolata e magari irta di attriti interni, come accade invece nelle collettività umane &#8220;civili&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">A ben guardare, tutto questo pippotto finale è sostanzialmente un mix tra elementi contraddittori, <em>non sequitur</em> e approccio paternalista (che è un elemento tipico del colonialismo).</p>



<p class="has-medium-font-size">La popolazione sarda non è affatto ostile alle fonti rinnovabili e quelle che Pilo segnala come argomentazioni che potrebbero indurla a ricredersi sono in realtà obiezioni e richieste che da un ventennio emergono proprio dal campo delle lotte anti-coloniali. </p>



<p class="has-medium-font-size">Se Pilo avesse svolto un vero lavoro di indagine, senza limitarsi a consultare fonti banali, facilmente reperibili in Rete, avrebbe forse arricchito il suo lavoro con dati più aderenti alla realtà. Avrebbe però dovuto mettere i piedi sul terreno, o &#8220;il culo per strada&#8221; se si preferisce, facendo un tour non virtuale ma reale nei territori coinvolti, ascoltando le persone e le comunità, prendendo in considerazione la mole di documenti prodotta, ragionando sulla dimensione concreta della questione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non lo ha fatto e ne è dunque risultato un articolo sostanzialmente disinformato e disinformante. Utile forse ad accarezzare la (falsa) buona coscienza di certo sedicente progressismo all&#8217;italiana, di certo ambientalismo &#8220;borghese&#8221;, astratto, slegato dai rapporti di forza reali e dall&#8217;ecosistema sociale e culturale delle lotte popolari; ma di sicuro non a spiegare ciò che succede nella Sardegna di oggi.</p>
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		<title>Post su transizione energetica in Sardegna, con i suoi annessi e connessi, ospitato su Giap</title>
		<link>https://sardegnamondo.eu/2026/01/22/post-su-transizione-energetica-in-sardegna-con-i-suoi-annessi-e-connessi-ospitato-su-giap/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 12:49:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Pratobello24]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<category><![CDATA[WuMing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi esce su Giap, il sito del collettivo WuMing, un mio pezzo sulle implicazioni concrete dell&#8217;intelligenza artificiale in relazione alla questione della transizione energetica e alle pratiche neo-coloniali con cui essa viene declinata, in particolare in Sardegna. Non è facile far uscire dalla Sardegna informazioni e voci non mediate dai filtri pregiudiziali solitamente applicati a...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/01/22/post-su-transizione-energetica-in-sardegna-con-i-suoi-annessi-e-connessi-ospitato-su-giap/">Post su transizione energetica in Sardegna, con i suoi annessi e connessi, ospitato su Giap</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Post su transizione energetica in Sardegna, con i suoi annessi e connessi, ospitato su Giap' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/22/post-su-transizione-energetica-in-sardegna-con-i-suoi-annessi-e-connessi-ospitato-su-giap/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="700" height="798" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/01/immagine-700x798.jpg" alt="" class="wp-image-6181" style="width:552px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/01/immagine-700x798.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/01/immagine-421x480.jpg 421w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/01/immagine-640x730.jpg 640w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2026/01/immagine.jpg 728w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading">Oggi esce su Giap, il sito del collettivo WuMing, un <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/01/ia-colonialismo-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >mio pezzo</a> sulle implicazioni concrete dell&#8217;intelligenza artificiale in relazione alla questione della transizione energetica e alle pratiche neo-coloniali con cui essa viene declinata, in particolare in Sardegna.</h2>



<p class="has-medium-font-size">Non è facile far uscire dalla Sardegna informazioni e voci non mediate dai filtri pregiudiziali solitamente applicati a tutto ciò che riguarda l&#8217;isola al di là del Tirreno.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tanto più è difficile quando si tratta di faccende a loro volta complesse, su cui gravano vagonate di narrazioni parziali, inquinate dalla propaganda, ovvero un certo pressapochismo giornalistico. </p>



<p class="has-medium-font-size">Sul tema della transizione energetica in Sardegna, ricordo, a mo&#8217; di esempio, una puntata del programma Presa diretta &#8211; di solito apprezzabile &#8211; drammaticamente orientata, capziosa, a tesi. Immagino si possa ancora recuperare nel portale RAIplay.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma vale anche per articoli sui principali organi di informazione o in siti internet che si occupano del tema.</p>



<p class="has-medium-font-size">Sistematicamente, viene completamente omesso o al limite stigmatizzato lo sguardo &#8220;interno&#8221;, soprattutto l&#8217;azione e le ragioni della grande mobilitazione popolare in corso. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il destino della Sardegna come &#8220;area di sacrificio&#8221; è interiorizzato come ovvio, &#8220;naturale&#8221;, dalla gran parte dell&#8217;opinione pubblica italiana e soprattutto dal ceto politico. Suona addirittura straniante che in Sardegna esista una qualche forma di contestazione, o addirittura di mobilitazione di massa, su questioni di &#8220;interesse nazionale&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;accusa di &#8220;sindrome NIMBY&#8221; è sempre lì pronta a scattare pavlovianamente. Oppure si ricorre ai radicati pregiudizi sull&#8217;arretratezza della popolazione sarda, sulla sua renitenza alla modernizzazione e, in definitiva, alla civilizzazione. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per questo sono particolarmente grato ai WuMing per la loro disponibilità. Non è dovuta, non è scontata e non è banale. </p>



<p class="has-medium-font-size">Del resto, è nota la loro sensibilità verso gli sguardi &#8220;decentrati&#8221;, situati in qualche margine &#8211; geografico, culturale, sociale &#8211; dello stato italiano (e non solo). Diciamo che negli anni la loro attività intellettuale e autoriale li ha portati a occuparsi molto di &#8220;margini&#8221;, di prospettive &#8220;oblique&#8221;. A ciò si aggiunge una frequentazione della Sardegna duratura e spesso &#8220;profonda&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Senza dilungarmi troppo, chiudo ringraziando anche Ivan Monni, direttore editoriale di <a href="https://www.sindipendente.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >S&#8217;Indipendente</a>, per il suo lavoro di documentazione e testimonianza e, in questo caso specifico, per la consulenza. E, insieme a lui, tutta la redazione.</p>



<p class="has-medium-font-size"><a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/01/ia-colonialismo-sardegna/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Buona lettura.</a></p>
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		<title>Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 19:11:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indipendentismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maurizio Onnis, su S’Indipendente, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. È vero che nei momenti di maggiore crisi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/">Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<h2 class="wp-block-heading"><em>Maurizio Onnis, <a href="https://www.sindipendente.com/2026/01/10/il-disordine-internazionale-come-risorsa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >su S’Indipendente</a>, sollecita una riflessione sulle opportunità che offre, sul piano politico, il momento conflittuale che stiamo vivendo. Alla base c’è un ragionamento di tipo storico che – sebbene molto semplificato, al limite del brutale – coglie un tratto vero della nostra lunga vicenda collettiva. </em></h2>



<p class="has-medium-font-size">È vero che nei momenti di maggiore crisi la popolazione sarda ha sempre trovato in sé la forza e le motivazioni per reagire, spesso optando per un superamento proattivo delle sfide, assumendosi il peso della responsabilità di non cedere alla difficoltà delle circostanze.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va detto che nei casi enumerati da Maurizio (che non esauriscono la casistica) esisteva una leadership consapevole o comunque in grado di cercare e magari trovare una via di superamento in avanti dei problemi. Leadership che invece in altri momenti, magari altrettanto delicati, è mancata, con la conseguenza che quelle occasioni sono andate perse. Anche nei frangenti in cui sono state fatte scelte coraggiose non sempre le cose sono andate bene. Ma – si dirà, e concordo con l’obiezione – sarebbe stato peggio non provarci nemmeno.</p>



<p>Oggi il momento storico sembra offrire le condizioni, almeno in potenza, per una accelerazione del processo di autodeterminazione in Sardegna (dando per scontato, per ora, il significato di “autodeterminazione” e il suo esito concreto). </p>



<p class="has-medium-font-size">L’ordine internazionale emerso dalla seconda guerra mondiale si è completamente disgregato. Era già condannato con la fine della guerra fredda, a mio avviso, e i tre decenni successivi non hanno fatto altro che martellare sui chiodi della bara del secondo dopoguerra. Pur con tutte le fasi e le contraddizioni del caso, fin dal 1989-91 era chiaro che il mondo stava correndo spedito verso un’altra epoca. </p>



<p class="has-medium-font-size">Ma i prodromi di questo mutamento erano già attivi da parecchio. Direi che la reazione, a tratti violenta, contro le aperture democratiche, sociali, decoloniali, promesse e in parte mantenute dalla breve &#8220;età dell’oro&#8221; (cit.) post secondo conflitto mondiale doveva già offrire spunti di riflessione robusti, a chi voleva interessarsi ai destini dell’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size">All’allarme – scientificamente certificato – del Club di Roma e del <em>Rapporto sui limiti della crescita</em> (a partire dal 1972) i governi occidentali risposero con l’attacco generalizzato contro i movimenti popolari, democratici, radicali, anti-capitalisti sviluppatisi nel decennio precedente, riassorbendoli o soffocandoli, finendo per imporre l’ideologia neo-liberale e l’ordine socio-economico che essa giustifica. </p>



<p class="has-medium-font-size">All’impegno politico diffuso, di massa, specie giovanile, si sostituirono l&#8217;eroina, il consumismo e l’edonismo egotico. Lo stesso crollo del regime sovietico fu più l’effetto della pressione consumistica occidentale, riversata su una situazione sclerotizzata e di per sé in via di putrefazione, che la conseguenza di un mutamento politico basato su forze sociali e politiche alternative.</p>



<p class="has-medium-font-size">Eppure, nonostante l’evidente vittoria delle classi ricche e del capitalismo più rapace, gli anni Novanta furono abbastanza movimentati da offrire possibilità di riflessione e anche di azione contro il nuovo ordine globale a trazione USA che sembrava ormai definitivamente garantito (la <a href="https://disf.org/libri/9788851178918" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >“fine della storia” di Francis Fukuyama</a>). </p>



<p class="has-medium-font-size">Le guerre nell’ex Jugoslavia, il movimento zapatista in Messico, partito dal Chiapas, la nuova riflessione sul colonialismo dovuta tanto agli studi postcoloniali e decoloniali, quanto a eventi drammatici come il genocidio in Ruanda e altri analoghi, l’emersione e la crescita del movimento no-global: erano vicende e circostanze che smentivano l’assertività dell’egemonia ideologica occidentale, e in alcuni casi la contrastavano attivamente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Anche quelli potevano essere anni in cui provare ad affermare un percorso di progresso civile e sociale della Sardegna, in termini di uscita dalla dipendenza e dalla subalternità. La stessa crisi dei grandi partiti storici italiani, dovuta anch’essa alla fine della guerra fredda e agli scandali giudiziari da cui fu travolta tutta la politica italiana, era un’opportunità. </p>



<p class="has-medium-font-size">In effetti, nonostante la rapida decadenza elettorale del PSdAz, uscito a pezzi dalla stagione del vento sardista (anche per proprie responsabilità), erano emerse forze nuove, di matrice indipendentista, con un seguito (sentimentale, più che elettorale) in via di espansione. La leadership di Angelo Caria, forte sul piano morale e concettuale, poteva garantire una crescita complessiva del movimento. La sua scomparsa precoce fu una perdita drammatica anche da questo punto di vista. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il resto dello spettro politico sardo – tributario verso i gruppi di potere italiani &#8211; si riorganizzò in funzione del mantenimento del proprio status privilegiato dentro un quadro di relazioni tra Stato e Regione sempre meno democratico, sempre più apertamente coloniale. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il clientelismo sistemico, i legami opachi tra comitati d’affari, clan familistici, trafficoni degli apparati statali e speculatori vari, divennero la cifra ordinaria della politica sarda. Il dibattito politico, al di là dei temi promossi dal mondo indipendentista, era ormai ridotto a chicchiericcio astratto e, nei fatti, a una competizione meramente elettoralistica tra apparati che a tutto erano interessati fuorché a gestire davvero, con strategie e obiettivi di ampio respiro, le sorti dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size">Così è andato avanti il gioco fino a oggi, garantito dalla chiusura oligarchica dei partiti dominanti (ormai meri apparati di potere), dalla sempre più accentuata pressione centralistica dello stato, da una debolezza ormai cronicizzata della politica esterna al Palazzo, in primis quella indipendentista. </p>



<p class="has-medium-font-size">Una debolezza questa che purtroppo ha effetti che vanno al di là delle sorti soggettive dei vari protagonisti di questo ambito di impegno civile. </p>



<p class="has-medium-font-size">In tutto ciò, non abbiamo mai avuto a disposizione un’intellettualità realmente organica ai processi emancipativi che emergevano dal tessuto sociale e culturale sardo, ma perlopiù esponenti di un ceto medio desideroso di integrarsi nell’organizzazione del sapere e nel circuito intellettuale italiani, come tali passivi o addirittura complici nel processo di costante minorizzazione economica, storica, sociale, linguistica dell’isola.</p>



<p class="has-medium-font-size">Arrivato il nuovo millennio, nei momenti in cui sembrava che qualcosa di consistente potesse coagularsi in termini realmente alternativi all’apparato di potere coloniale dominante, quasi mai se ne è fatto tesoro. </p>



<p class="has-medium-font-size">La stagione della giunta Soru si è conclusa rapidamente con la normalizzazione di quel tentativo di modernizzare la macchina regionale e portare avanti una stagione di riforme reali. In quel caso l’indipendentismo – pure in crescita – non ha saputo esprimere una direzione strategica consistente e si è perso in beghe personalistiche o ha dovuto subire la reazione forte degli apparati di sicurezza statali. </p>



<p class="has-medium-font-size">La <a href="https://sardegnamondo.eu/2021/02/03/eredita-ignorate-manifesto-politico-di-sardegna-possibile-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">campagna politica di Sardegna Possibile nel 2013-14</a> fu prima di tutto non compresa e in parte sabotata proprio dall’ambito indipendentista. Da lì in poi è stato solo disfacimento e abbandono, con residue manifestazioni di una vitalità calante, almeno a livello di attivismo e di proposta politica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Poi, certo, ci sono state le mobilitazioni tematiche, in particolare quella contro l’aggressione speculativa legata alla produzione di energia. Una mobilitazione iniziata, proprio in ambito indipendentista, già negli anni 2008-9 e in quelli a seguire (basta ascoltare qualche pezzo di Dr Drer e CRC posse di quel periodo per averne conferma). La sua esplosione a partire dal 2023 è dovuta al salto di qualità dell’aggressione coloniale e in parte anche alla stessa assenza dei micro-partiti indipendentisti, con le loro pretese egemoniche e le loro fisime retoriche, le loro fissazioni lessicali e la loro postura da avanguardie illuminate.</p>



<p class="has-medium-font-size">Riallargando lo sguardo, già dal 2001, con i fatti del G8 di Genova e l&#8217;11 settembre negli USA (e le sue conseguenze politiche), era diventata piuttosto chiara la direzione che stava prendendo l’umanità. </p>



<p class="has-medium-font-size">Le élite dominanti non solo non mollavano la presa assicuratasi con la sconfitta del socialismo e l’imposizione del capitalismo più rapace ed estrattivo, ma ormai cominciavano a uscire allo scoperto con crescente sicumera. </p>



<p class="has-medium-font-size">L’onda nera, reazionaria, oscurantista, nazionalista, anti-emancipativa, spesso di chiara matrice fascista, che oggi imperversa in molte società umane, a diverse longitudini, è solo l’ennesimo effetto di una transizione di civiltà di cui osserviamo gli esiti superficiali, a livello di cronaca, ma non possiamo valutare compiutamente i movimenti profondi e tanto meno prevedere gli sviluppi. </p>



<p class="has-medium-font-size">La deriva politica complessiva di questi anni, che va prendendo i connotati di un conflitto tra imperi (da qualcuno letto e persino auspicato come &#8220;multipolarismo&#8221;), si innesta in una crisi sistemica planetaria, a cominciare da quella climatica-ambientale.</p>



<p class="has-medium-font-size">La Sardegna ci si ritrova dentro con nessuna possibilità di avere una voce in capitolo e in una fase di particolare fragilità socio-economica, politica, demografica. Il che mi farebbe propendere per il dissenso, rispetto alla tesi di Maurizio Onnis. Purtroppo, come già successo in altre occasioni, non è detto che dalla crisi epocale emerga necessariamente una stagione o almeno un tentativo di emancipazione collettiva della Sardegna.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ci sono grandi forze in gioco e molti apparati di potere politico e/o economico non accetteranno mai di buon grado che l’isola trovi una sua via per autodeterminarsi democraticamente, a cominciare dallo stato italiano e dalle sue élite dominanti. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per altro, il contesto europeo non è mai stato così fragile, dopo la seconda guerra mondiale. Nondimeno, è anche possibile che proprio questa fragilità e l’evidente incapacità delle leadership del Vecchio continente a superarla potrebbero riaprire la partita per le istanze autodeterminazioniste europee. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che ci sono, esistono e resistono. Possono anzi diventare un fermento per un rilancio del discorso europeista su nuove basi, diverse, se non opposte, alla costruzione fondamentalmente padronale, elitaria e anti-popolare quale si è rivelata l’UE. </p>



<p class="has-medium-font-size">UE che, tuttavia, a dispetto di quanto sostengono i nazionalisti più o meno palesi e alcune frange della sinistra più confuse che compromesse, al momento rimane l’unico labile baluardo grosso modo funzionante sia contro l’aggressività dei nuovi imperialismi oscurantisti rappresentati dalla trimurti Trump-Putin-Netanyahu, sia verso i nuovi nazionalismi interni (spesso complici o se non altro affascinati dal malvagio trio). </p>



<p class="has-medium-font-size">In ogni caso, sia l&#8217;oligarchia affaristica europea sia l’onda nera montante costituiscono insieme una combo esiziale (ossia mortale) per qualsiasi prospettiva autodeterminazionista democratica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Nonostante questo, cedere a pulsioni nichiliste, propendere per il caos contro l’ordine attuale delle cose (già messo a dura prova, ma dall’alto e con intenti reazionari), non fa che agevolare i peggiori scenari che nelle dichiarazioni si vorrebbero scongiurare. </p>



<p class="has-medium-font-size">Questo deve diventare chiaro specialmente nell’ambito sfilacciato e disorientato dell’indipendentismo sardo. Che non coincide, occorre precisarlo, con le formazioni politiche che si dichiarano indipendentiste. </p>



<p class="has-medium-font-size">La stragrande maggioranza delle persone indipendentiste sarde *non* milita in alcuna formazione, spesso non ha mai fatto attivismo, ha idee piuttosto vaghe su come funzioni la politica (dato che conosce solo quella marcia delle clientele e dei capibastone locali), non ha alcuna conoscenza storica né le idee chiare su cosa sia successo in Sardegna negli ultimi trent’anni (e nemmeno prima, se è per quello), ma ha in qualche modo maturato una propensione positiva verso l’idea (vaga) dell’indipendenza, come uscita dalla condizione subalterna e colonizzata. </p>



<p class="has-medium-font-size">A tal proposito sarebbe necessario un grande lavoro di formazione e educazione politica e culturale di massa. Che poi è un po’ l’obiettivo di un’associazione come <a href="https://assembleasarda.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Assemblea Natzionale Sarda</a>. Altrimenti c’è il rischio che una possibile conquista di autodeterminazione si riveli una trasformazione solo di facciata della nostra condizione storica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per questo più su dicevo che va precisato il significato di “autodeterminazione”, il suo contenuto storico concreto, quale esito politico reale si intenda perseguire con essa. </p>



<p class="has-medium-font-size">Sulla necessaria riflessione in proposito pesa però il nodo, storicamente ingarbugliato, della distanza sociale e ideologica (in senso ampio) che da tempo esiste in Sardegna tra i ceti sociali istruiti, emancipati dal ristretto ambiente della comunità locale e dei suoi rituali di socializzazione e di scambio di informazioni, e appunto le ampie porzioni di popolazione poco istruite, limitate nei propri orizzonti, esposte al bombardamento mediatico italiano (anche sui social media). È una distanza spesso anche linguistica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Al di là delle eccezioni, che confermano la regola, è uno dei grandi problemi della Sardegna contemporanea. Ed è un ostacolo difficile da superare. Eppure bisogna farlo, affinché si formi una qualche leadership sia intellettuale sia pragmatica scevra da pulsioni egoistiche, arriviste, autoritarie, capace di orientare e dare forma alle istanze emancipative pure esistenti nella nostra collettività umana, ma troppo spesso frustrate dalla mancanza di voce, di parole, di strategia. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che tali istanze esistano lo dimostra, se ce ne fosse davvero bisogno, l’enorme mobilitazione a proposito di speculazione energetica. Un fenomeno che meriterebbe attenzione e anche studio, ma che il nostro ceto intellettuale e il nostro ceto medio (semi)istruito guardano con sospetto o con aperta ostilità, preferendo stigmatizzarlo come eterodiretto, reazionario, arretrato, ecc. ecc. </p>



<p class="has-medium-font-size">Cosa che in occasioni analoghe è quasi sempre successa negli ultimi due secoli, con conseguenze molto gravi sul tessuto civile e politico dell’isola. </p>



<p class="has-medium-font-size">Perciò, anche in presenza di possibili circostanze oggettivamente favorevoli a una ripresa del percorso di autodeterminazione, rimangono in piedi problemi sia, per così dire, contingenti, sia strutturali. Vanno riconosciuti, ammessi e affrontati con lucidità.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le conclusioni – provvisorie – che si possono trarre da questa disamina non possono essere né ottimiste né pessimiste. Nel senso che siamo nel bel mezzo di un momento storico complicato e dinamico, piuttosto aperto a diversi esiti. </p>



<p class="has-medium-font-size">Per altro, le forze popolari spesso smentiscono le previsioni più pessimiste che le riguardano e sfuggono facilmente alle cornici interpretative che si applicano loro dall’esterno. Le stesse leadership emergono dal bisogno del momento, anche laddove non se ne intravvedeva la possibilità. </p>



<p class="has-medium-font-size">È possibile che la Sardegna si trovi a dover fare i conti con la stringente necessità di autodeterminarsi, per forza di cose potremmo dire, senza esservi preparata. È una prospettiva che ho segnalato già diversi anni fa e si sta rivelando sempre meno improbabile.</p>



<p class="has-medium-font-size">Una delle cose da fare è mantenere saldi alcuni principi di fondo, ossia il rifiuto di qualsiasi deriva autoritaria, razzista, reazionaria, anti-democratica. Occorre far rifulgere più che mai, in questi tempi oscuri, la fiaccola della libertà e dei diritti, della solidarietà e dell’empatia (anche verso il non-umano) contro ogni tentazione di sacrificarli sull’altare di tesi dogmatiche, di fedi ideologiche fuori tempo massimo, di fedeltà verso qualche capo carismatico, del populismo, degli istinti peggiori della nostra specie. </p>



<p class="has-medium-font-size">Da un altro lato è indispensabile recuperare l’abitudine all’incontro fisico, l’alleanza dei corpi, la concretezza delle cose fatte insieme. E dobbiamo imparare o re-imparare a discutere senza delegittimare necessariamente chi ha un’idea anche solo vagamente diversa dalla nostra (a parte i fascisti e i razzisti, che si pongono di per sé stessi fuori da qualsiasi contesto democratico). </p>



<p class="has-medium-font-size">Dobbiamo recuperare la dimensione viva, collettiva, ecosistemica, della lotta politica e del conflitto col potere costituito. Anche in termini di mobilitazione concreta, compresa la riappropriazione degli spazi fisici, con una presenza visibile e fattiva dentro le nostre comunità.</p>



<p class="has-medium-font-size">E, ancora, bisogna recuperare una visione internazionalista solidale e competente. Bisogna allacciare relazioni forti e sistematiche con tutte le realtà autodeterminazioniste, democratiche, popolari almeno a livello di Europa e direi anche di sponda sud del Mediterraneo. </p>



<p class="has-medium-font-size">Su questo piano si dovrebbero proporre battaglie comuni non tanto negli scopi puntuali, ma nella loro impostazione di fondo, che deve essere necessariamente anti-egemonica, estranea al gioco delle parti tra diversi conservatorismi che dominano la scena. </p>



<p class="has-medium-font-size">Faccio l’esempio ancora una volta della transizione energetica, su cui (apparentemente) si scontrano le due destre dominanti, quella padronale-affaristica e anti-popolare e quella reazionaria, oscurantista, populista e/o fascista. </p>



<p class="has-medium-font-size">È un terreno fertile su cui impostare una vasta campagna politica di ridisegno dei piani strategici europei. Si dovrebbe partire dai problemi reali di degrado ambientale e dalle loro cause, cercando soluzioni che tengano conto dalle necessità concrete delle comunità, superando e rompendo i confini dei vetusti e anti-storici stati attuali. </p>



<p class="has-medium-font-size">Andrebbe tenuto conto delle caratteristiche geografiche, socio-economiche, demografiche dei luoghi reali, al di là degli interessi particolari dei ceti dominanti, per rivedere radicalmente il modello di produzione e distribuzione dell’energia. </p>



<p class="has-medium-font-size">Occorrerebbe riformulare gli stessi paradigmi teorici e operativi della ricerca e della realizzazione tecnologica, in un’ottica meno competitiva e decisamente più collaborativa e progressiva, a distanza dai meccanismi di estrazione di valore e di speculazione finanziaria che oggi imperversano in ogni settore. </p>



<p class="has-medium-font-size">Lo stesso discorso vale per molti altri beni comuni, come l’acqua, il suolo fertile, la produzione di cibo, la salubrità ambientale, i trasporti, la gestione dei flussi migratori. </p>



<p class="has-medium-font-size">Su questi temi, l’autodeterminazionismo europeo, nelle sue varie articolazioni, a prescindere dagli obiettivi specifici, potrebbe/dovrebbe avere qualcosa da dire. Nel suo insieme non costituirebbe una forza così piccola e ignorabile. Ma, certo, serve che le realtà locali facciano prima di tutto un grande sforzo di consapevolezza e poi di organizzazione, per potersi connettere al livello sovra-locale in modo attivo e costruttivo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Detta così suona come un’utopia. Ma non sono sicuro che si tratti di una mera ipotesi speculativa. A noi, per quanto ci riguarda, spetta il compito di impostare il discorso e tradurlo in pratiche efficaci nel nostro contesto. Con la consapevolezza che tutto congiura a nostro sfavore. Non a sfavore dell’indipendentismo sardo o di questa o quella sua declinazione soggettiva, ma a sfavore della stessa sopravvivenza della collettività umana sarda come da otto millenni a questa parte è arrivata, bene o male, fin qui.</p>
<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='recommendations' data-title='Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/' data-app-id-name='category_below_content'></div><p>L'articolo <a href="https://sardegnamondo.eu/2026/01/11/transizione-storica-conflittuale-e-autodeterminazione-della-sardegna/">Transizione storica conflittuale e autodeterminazione della Sardegna</a> proviene da <a href="https://sardegnamondo.eu">SardegnaMondo</a>.</p>
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		<title>Ignoranza collettiva e impotenza appresa: come andare fiduciosi incontro al disastro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 16:41:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;UNESCO ha accolto la &#8220;cucina italiana&#8221; (qualsiasi cosa sia) nel patrimonio dell&#8217;umanità. In Sardegna, grandi feste e proclami di vantaggi sicuri per le nostre produzioni enogastronomiche. Un totale nonsense, un abbaglio collettivo di grande successo. Come è possibile? Giusto per dare un termine di confronto, in Sud-Tirolo ci hanno tenuto subito a precisare che i...</p>
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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="550" height="412" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/12/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-6164" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/12/immagine.jpg 550w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/12/immagine-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tipica pietanza della cucina italiana</figcaption></figure>
</div>


<h3 class="wp-block-heading"><em>L&#8217;UNESCO ha accolto la &#8220;cucina italiana&#8221; (qualsiasi cosa sia) nel patrimonio dell&#8217;umanità. In Sardegna, grandi feste e proclami di vantaggi sicuri per le nostre produzioni enogastronomiche. Un totale </em>nonsense<em>, un abbaglio collettivo di grande successo. Come è possibile?</em></h3>



<p class="has-medium-font-size">Giusto per dare un termine di confronto, in Sud-Tirolo ci hanno tenuto subito a precisare che i <a href="https://ricette.giallozafferano.it/Canederli-alla-Tirolese-Knodel.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >canederli</a> non fanno parte della cucina italiana. Ma lassù devono essere proprio scemi, per rifiutare un&#8217;etichetta così prestigiosa e che apre le porte del mondo. Infatti sono la regione più povera d&#8217;Europa (se non fosse chiaro, vedi alla voce: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Antifrasi" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >antifrasi</a>).</p>



<p class="has-medium-font-size">Altre cose. Tra le (false) credenze propalate dalla nostra politica (non molto tempo fa, per esempio, lo ha fatto il sindaco di Cagliari Massimo Zedda) va sempre di moda quella secondo cui essere associati, come Sardegna, al marchio &#8220;Italia&#8221; sia un vantaggio, soprattutto in termini turistici. Un&#8217;evidente sciocchezza, per varie ragioni che invito chi legge a scoprire da sé (pensandoci un po&#8217;, ci si arriva).</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;altro giorno <a href="https://www.unionesarda.it/news-sardegna/nuoro-provincia/oliena-celebra-3200-anni-di-storia-tra-archeologia-e-vino-xh326953" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >ho scoperto</a> con raccapriccio che a Oliena, per festeggiare &#8220;3200 anni di storia&#8221; (di storia loro, di Oliena e del suo territorio), hanno invitato Roberto Giacobbo. Fortunatamente sarà affiancato dall&#8217;archeologa Gianfranca Salis. Ma mi domando che senso abbia.</p>



<p class="has-medium-font-size">A Nuoro, domenica 14 dicembre, transita con notevole partecipazione di folla la fiaccola olimpica. L&#8217;organizzazione non è locale, lo speaker dell&#8217;evento è italiano. Per tutta la durata dell&#8217;evento continua a dire *Nuòro* e nessuno che si sia azzardato, non dico a tirarlo via, portarlo in un vicolo, e dargli una&#8230; esaustiva spiegazione, ma almeno a correggerlo lì per lì.</p>



<p class="has-medium-font-size">Vogliamo accennare ai prestigiosi ospiti musicali dei nostri concerti di fine anno (rigorosamente italiani, dato che di artisti sardi all&#8217;altezza non ne abbiamo)? Volendo farmi del male, potrei tirare in ballo ancora Nuoro, ossia casa mia, ma preferisco sorvolare. In ogni caso, una desolazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non si contano gli episodi di sfregi più o meno volontari, retorici o materiali, fatti da visitatori forestieri a monumenti, beni paesaggistici, eventi culturali più o meno tradizionali, ecc. In quei casi, negli anni è maturata nell&#8217;isola una sensibilità maggiore che, tramite i social, si esprime regolarmente in moti di indignazione diffusa. Ebbene, non mancano mai le voci di nostri conterranei che stigmatizzano non le azioni o le dichiarazioni dannose e/o offensive bensì le reazioni indignate. Perché la colpa è sempre &#8220;di noi sardi&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">Di esempi di questo tipo ce ne sono in quantità industriale, in ogni circostanza, a tutti i livelli.</p>



<p class="has-medium-font-size">Dove sta il nodo? Be&#8217; uno bello grosso è la nostra condizione di colonia culturale, ossia di collettività umana che ha subito una feroce e duratura violenza epistemica e ha acquisito uno status ordinario e diffuso di &#8220;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Impotenza_appresa" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >impotenza appresa</a>&#8220;. </p>



<p class="has-medium-font-size">È una condizione largamente elusa, omessa o negata, soprattutto nell&#8217;ambito della nostra intellighenzia, specie progressista (o sedicente tale). Eppure ha un peso storicamente decisivo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non torno su cose già dette (per es. <a href="https://sardegnamondo.eu/2025/08/23/libri-intellettuali-organici-e-subalternita-il-caso-dr-drer/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>). Ma aggiungo questa considerazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">La popolazione sarda soffre di una forma di ignoranza profonda, a partire da sé, dalla propria collocazione geografica e storica, sulla propria realtà materiale, su natura e cause dei propri problemi macroscopici.</p>



<p class="has-medium-font-size">È un&#8217;ignoranza che ha due facce. E anche questo è un elemento del problema. Da un lato c&#8217;è l&#8217;ignoranza crassa e arrogante del ceto dirigente, specie politico-amministrativo, delle consorterie di potere che dominano la scena locale e quella generale, che si somma a quella del nostro ceto medio (semi)istruito, a quella del nostro mondo culturale istituzionale, università comprese.</p>



<p class="has-medium-font-size">Si tratta di un tipo di ignoranza che ha in sé una buona dose di rigetto per la stessa appartenenza alla collettività sarda. Un&#8217;aspirazione all&#8217;emancipazione individuale che passa per l&#8217;affrancamento dalla cultura popolare, da qualsiasi commistione con i gruppi sociali meno istruiti, tendenzialmente dal mondo del lavoro non &#8220;di concetto&#8221; (come si diceva un tempo).</p>



<p class="has-medium-font-size">È una repulsione acquisita da lungo tempo, che ha una radice profonda nella riforma linguistica del ministro Bogino, negli anni Sessanta del XVIII secolo, e uno sviluppo decisivo dalla Restaurazione sabauda in poi. Anche di questo ho già parlato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Chi in Sardegna raggiunge i gradi più alti dell&#8217;istruzione subisce un processo di alienazione fortissimo, di cui però di solito soffre poco il trauma, perché tale processo ha storicamente garantito vantaggi personali e familiari in termini materiali, di status sociale e di censo.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;assimilazione culturale e linguistica dei nostri ceti dirigenti e della nostra intellighenzia li ha trasformati nei primi agenti di subalternizzazione e di minorizzazione dei ceti popolari, con particolari esiti sulla lingua sarda e sulla cultura da essi prodotta.</p>



<p class="has-medium-font-size">I ceti popolari a loro volta soffrono di una forma di ignoranza diversa. Intanto, sono perlopiù esclusi dal discorso pubblico principale (se non come &#8220;macchiette&#8221;, casi umani, bersagli caricaturali da cui prendere le distanze). Non sono attratti dalle iniziative culturali egemoni, quelle che applicano o scimmiottano il modello &#8220;festival letterario&#8221; all&#8217;italiana, non rietrano tra il pubblico destinatario degli eventi normalmente finanziati e sostenuti dalla politica, sono ignorati dal dibattito culturale (striminzito, a dire il vero) nei media.</p>



<p class="has-medium-font-size">Una grande massa di persone sarde, probabilmente la maggioranza della popolazione, ha pochissimi strumenti di analisi e di comprensione dei fenomeni socio-economici e politici, a parte quelli conseguiti nelle varie &#8220;scuole improprie&#8221; dei mestieri, delle relazioni concrete dentro le nostre comunità. Oltre a non sapere pressoché nulla della nostra storia. E, nonostante questo, possiede un proprio, consistente patrimonio culturale, materiale e immateriale, opacizzato e appunto minorizzato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Esiste una tensione fortissima tra queste due macro-categorie in cui è grosso modo divisa la collettività umana sarda. </p>



<p class="has-medium-font-size">Quando i ceti popolari e il mondo del lavoro cercano di prendersi uno spazio pubblico, di avere voce in capitolo nel dibattito generale, quasi sempre sono stigmatizzati, catalogati negativamente ovvero, se proprio è necessario, ricondotti sotto controllo, vuoi di qualche sigla sindacale, di qualche signorotto politico locale, di qualche <em>printzipale</em>. O tutt&#8217;al più ignorati.</p>



<p class="has-medium-font-size">La retorica, molto italiana, sull&#8217;analfabetismo funzionale (fenomeno tutto da verificare nella sua natura e diffusione), in Sardegna colpisce regolarmente chi, privo dei mezzi forniti dall&#8217;istruzione scolastica e universitaria italiane, si azzarda a dire la sua su qualsiasi cosa.</p>



<p class="has-medium-font-size">A tale costante forma di censura (in senso ampio) appartiene anche la rabbiosa ostilità contro le tesi e le narrazioni &#8220;non istituzionali&#8221; sul nostro passato, specie quella che l&#8217;archeologo Rubens D&#8217;Oriano ha etichettato come &#8220;fantarcheosardismo&#8221; e fenomeni simili.</p>



<p class="has-medium-font-size">Su un altro piano, pure in qualche modo connesso, agisce l&#8217;avversione verso qualsiasi manifestazione di rivalsa, di contestazione o di rivendicazione sociale e/o politica che salga dal basso, che non sia incanalata e gestita da qualche spezzone della classe dirigente. </p>



<p class="has-medium-font-size">Veniamo da due secoli di mobilitazioni sociali respinte, represse o normalizzate, con vari mezzi. Ed è un fenomeno a cui stiamo assistendo in questi stessi mesi, col vasto movimento popolare contro la speculazione energetica. Ma basterebbe citare, tra le altre, la lunga battaglia civile contro lo sfruttamento militare dell&#8217;isola.</p>



<p class="has-medium-font-size">Detto per inciso, su questo tema, l&#8217;indipendentismo sardo e la sinistra non omologata avrebbero da farsi qualche domanda, specie alla luce della loro inconsistenza attuale.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ignoranza della categoria dominante, con le sue argomentazioni fallaci e la sua prepotenza, non può essere disgiunta da una responsabilità storica enorme.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;ignoranza dei ceti popolari è molto più scusabile, compresa l&#8217;esclusione, spesso di fatto violenta, dai percorsi scolastici (si veda l&#8217;enorme mortalità scolastica sarda, che viene costantemente addossata alle persone sarde stesse, dal nostro stesso ceto dirigente). Non di rado ha come esito la ricerca di spiegazioni che diano conto dei nostri problemi atavici. Una ricerca inevitabilmente esposta a narrazioni fantasiose, a spiegazioni facili, a manipolazioni. </p>



<p class="has-medium-font-size">Le potenzialità emancipative che emergono spontaneamente e costantemente dai nostri ceti popolari soffrono da sempre di una mancanza di &#8220;intellettuali organici&#8221;, fenomeno a cui non è estranea la questione linguistica (sempre sottovalutata).</p>



<p class="has-medium-font-size">Queste due forme di ignoranza collettiva, soprattutto quando si sommano, producono esiti spesso assurdi, anche nel piccolo, o nella gestione ordinaria delle cose, come quelli esemplificati all&#8217;inizio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Scelte politiche banalmente stupide, una comunicazione pubblica a volte al limite del demenziale, l&#8217;accettazione passiva delle peggiori nefandezze dei vari governi italiani, la strenua garanzia degli interessi di qualsiasi grande agente economico esterno, sono fatti ordinari, nella Sardegna coloniale. L&#8217;uso della nostra autonomia come fattore di subalternità, anziché di conquista democratica, è un altro esito paradossale di questa faccenda.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;estraneità del nostro ceto politico e della nostra intellighenzia alla realtà concreta dell&#8217;isola, alle sue caratteristiche sociali e culturali, se non sotto forma di folklore, ne determina anche l&#8217;avversione profonda, la diffidenza sistematica. Le sue scelte non tengono mai conto degli interessi collettivi e generali della popolazione, perché tali interessi non sono nemmeno presi seriamente in considerazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Basti citare i trasporti esterni, la famigerata continuità territoriale, per avere un esempio di come il nostro ceto politico garantisce diritti di cittadinanza e risponde ai bisogni di base della popolazione che amministra.</p>



<p class="has-medium-font-size">Da parte loro, i ceti popolari, inevitabilmente disarticolati dalla polverizzazione sociale e dal bombardamento mediatico soprattutto della televisione italiana (ancora preponderante, nelle nostre anziane comunità), hanno pochi strumenti per produrre una pressione politica abbastanza organizzata e forte da imporsi al Palazzo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va sempre ricordato, a questo proposito, che lo stesso Palazzo si è ben garantito da interferenze esterne alla propria cerchia oligarchica, soprattutto se provenienti dal territorio sardo (a quelle d&#8217;oltre Tirreno è sempre piuttosto permeabile).</p>



<p class="has-medium-font-size">Basti pensare alla scandalosa legge elettorale regionale o alla fine fatta fare alle 211mila firme della legge di iniziativa popolare &#8220;Pratobello 24&#8221;. Ma anche a come il ceto politico sta gestendo il processo di preparazione della nuova legge statutaria e la &#8211; auspicata, ma non davvero desiderata &#8211; riforma dello statuto (con i colloqui riservati tra Giunta Todde e Governo Meloni, i misteriosi lavori della Commissione speciale del Consiglio regionale e le audizioni molto selettive e chiaramente pro forma messe in piedi dal presidente del Consiglio regionale Comandini).</p>



<p class="has-medium-font-size">In definitiva, chi ha i mezzi e le opportunità, in Sardegna, lavora sostanzialmente contro la Sardegna, a volte per scelta, a volte con egoistica leggerezza. Chi invece mezzi ne ha pochi deve arrabattarsi a sopravvivere in un contesto penalizzante e difficile, da cui ci si salva solo grazie alle reti informali e all&#8217;economia sommersa, cercando spiegazioni a lume di naso, diffidando della politica (se non come fornitrice di favori), rinunciando a esercitare a pieno titolo diritti e doveri propri di una democrazia realmente realizzata.</p>



<p class="has-medium-font-size">E così rimaniamo oggetto storico, zona di sacrificio, pedina in balia di scelte altrui. Come detto altre volte, non è questa la fase storica migliore in cui trovarci in tale condizione. </p>
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		<title>Mobilitazioni pro-Palestina, movimenti popolari e onda nera: Europa, Italia, Sardegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Omar Onnis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 16:11:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sciopero generale del 22 settembre, chiamato in solidarietà alla causa palestinese, ha non solo avuto un notevole successo di partecipazione, ma ha anche inevitabilmente suscitato molte riflessioni. Anche in Sardegna. Lo stupore per la riuscita di quella manifestazione non mi pare giustificato. Momenti di solidarietà collettiva, pubblica, anche in occasioni mediatiche di rilievo, si...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Mobilitazioni pro-Palestina, movimenti popolari e onda nera: Europa, Italia, Sardegna' data-link='https://sardegnamondo.eu/2025/11/19/mobilitazioni-pro-palestina-movimenti-popolari-e-onda-nera-europa-italia-sardegna/' data-app-id-name='category_above_content'></div><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="700" height="466" src="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine.jpg" alt="" class="wp-image-6149" style="width:642px;height:auto" srcset="https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine.jpg 700w, https://sardegnamondo.eu/wp-content/uploads/2025/11/immagine-640x426.jpg 640w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">Lo sciopero generale del 22 settembre, chiamato in solidarietà alla causa palestinese, ha non solo avuto un notevole successo di partecipazione, ma ha anche inevitabilmente suscitato molte riflessioni. Anche in Sardegna.</h2>



<p class="has-medium-font-size">Lo stupore per la riuscita di quella manifestazione non mi pare giustificato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Momenti di solidarietà collettiva, pubblica, anche in occasioni mediatiche di rilievo, si sono succeduti nel corso degli ultimi anni. L&#8217;ostensione di bandiere palestinesi è ormai fatto comune in moltissimi centri abitati, grandi e piccoli, del Vecchio continente, Italia e Sardegna comprese.</p>



<p class="has-medium-font-size">Che, in un certo momento, tutte queste energie emotive abbiano trovato un punto di caduta non deve stupire. Non deve stupire nemmeno che l&#8217;occasione sia stata estranea all&#8217;azione dei partiti maggiori e dei sindacati confederali, ormai privi di qualsiasi credibilità politica, su questa faccenda come su altre (ma in questo caso con aggravanti).</p>



<p class="has-medium-font-size">Notevole, piuttosto, l&#8217;adesione delle giovani generazioni, non solo in età universitaria ma anche adolescenti. Notevole, ma anche in questo caso non sorprendente. La gioventù ha da sempre un senso istintivo per il giusto e l&#8217;ingiusto, che con l&#8217;avanzare dell&#8217;età viene filtrato ed elaborato attraverso studio, esperienze, propensioni, pregiudizi. Al contrario di quanto si dice, la gioventù di oggi non è più stupida, stordita, menefreghista o ignorante di quelle che l&#8217;hanno preceduta.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quel che è successo in Palestina (e non solo nella Striscia di Gaza) fino alla labile tregua imposta da Trump è talmente abnorme da non poter essere edulcorato neppure dai potentissimi dispositivi degli establishment statali, continentali, internazionali. Travolge qualsiasi tentativo di sviamento, di manipolazione, di disinformazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Va sempre tenuto conto che tutto ciò si inserisce in una generale deriva reazionaria, attiva a vario livello. Le destre che si contendono lo spazio politico europeo e occidentale &#8211; quella oligarchica ordo-liberista e quella para, cripto, neo fascista &#8211; sono impegnate sia sul fronte della contesa tra loro, sia su quello della criminalizzazione del dissenso e di ogni istanza realmente emancipativa. Non tollerano alcuno slittamento politico verso una riformulazione democratica e solidale dei rapporti internazionali e verso qualsiasi forma di riconquista di diritti sociali e civili.</p>



<p class="has-medium-font-size">Alcuni osservatori (come <a href="https://jacobinitalia.it/e-nato-un-movimento/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Jacobin </a>o i <a href="https://www.wumingfoundation.com/giap/2025/09/22-settembre/#more-58921" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >WuMing</a>) hanno parlato di un nuovo &#8220;movimento&#8221;, grosso modo globale, alla stregua delle mobilitazioni pre G8 di Genova 2001, o di quelle pacifiste del 2003, o di quelle suscitate dalla crisi finanziaria del 2008. Probabilmente il parallelo è giustificato. L&#8217;entusiasmo un po&#8217; meno, visto come sono andati a finire questi precedenti.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poi, &#8220;finire&#8221; è una parola grossa. Più che altro si tratta di sconfitte contingenti dentro una dinamica storica profonda, in cui siamo immersi dalla fine della Guerra fredda. Sono fenomeni che non scompaiono del tutto. L&#8217;andamento è carsico. Basta un minimo ricambio generazionale, che per altro non annulla la partecipazione dei reduci delle esperienze passate, e il gioco ricomincia.</p>



<p class="has-medium-font-size">In ogni caso, mi convince l&#8217;approccio del collettivo WM, con il richiamo alla riflessione di <a href="https://edizionialegre.it/product/ne-verticale-ne-orizzontale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Rodrigo Nunes</a>. Mi convince anche perché mi sembra particolarmente fecondo riguardo alla situazione sarda.</p>



<p class="has-medium-font-size">Anche nell&#8217;isola le manifestazioni pro-Palestina &#8211; il 22 settembre e in altre circostanze &#8211; sono state diffuse e tutte alquanto partecipate. Da tempo è facile imbattersi in bandiere palestinesi sventolanti dai balconi di molti municipi e dalle finestre di molte case private. E poi in occasione di festival culturali, raduni pubblici di varia natura, feste di piazza, manifestazioni sportive.</p>



<p class="has-medium-font-size">Francesca Albanese, qualche settimana fa, ospite del festival &#8220;Capudanne de sos poetas&#8221; (Settembre dei poeti) di Sèneghe (OR), ha dichiarato che per lei è più facile parlare di quel che succede in Palestina in contesti che hanno esperienza e coscienza di colonialismo. Forse è stata un po&#8217; ottimista, soprattutto perché si rivolgeva a un pubblico formato prevalentemente da persone del ceto medio istruito sardo, tipicamente ostile o quanto meno timoroso verso la &#8220;questione sarda&#8221;, ma non aveva torto.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna da molti anni esiste una diffusa solidarietà verso il popolo palestinese ed è attiva l&#8217;<a href="https://www.sardegnapalestina.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Associazione di Amicizia Sardegna-Palestina</a>. Non di rado e da anni le bandiere palestinesi sventolano nelle manifestazioni contro l&#8217;invadente occupazione militare dell&#8217;isola (occupazione ad opera del Ministero della Difesa italiano, ricordiamolo).</p>



<p class="has-medium-font-size">La questione ora, in Sardegna come in Italia, in Italia come in Europa e anche in altri paesi &#8220;occidentali&#8221; (ma non solo), è: come e quanto sarà possibile politicizzare a far diventare una forza politica di massa questo vasto e policromo movimento popolare, specie ora che il peggio sembra (sembra) passato? E siamo dispost3 a sobbarcarci le conseguenze di una rinnovata, prevedibilmente lunga, stagione di mobilitazione politica?</p>



<p class="has-medium-font-size">Conseguenze che comprendono, visti i tempi, la repressione più dura e varie tecniche più o meno subdole di inquinamento e disarticolazione del fronte democratico. Non esclusa una nuova &#8220;strategia della tensione&#8221;. Il vittimismo messo in scena da tutte le destre dopo l&#8217;omicidio di Charlie Kirk negli USA e altri episodi minori in Italia e altrove, amplificati a dovere, lascia intravvedere la possibilità di una prossima ulteriore stretta autoritaria.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il <a href="https://www.fanpage.it/politica/il-consigliere-di-mattarella-si-difende-da-accuse-di-fdi-nessun-complotto-contro-meloni-era-una-chiacchierata/" target="_blank"  rel="nofollow" >recentissimo attacco della destra italiana al presidente della repubblica </a><a href="https://www.fanpage.it/politica/il-consigliere-di-mattarella-si-difende-da-accuse-di-fdi-nessun-complotto-contro-meloni-era-una-chiacchierata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >Mattarella</a> non è un episodio estemporaneo di cattiva creanza istituzionale, ma rientra coerentemente nel vasto disegno di deviazione autoritaria in corso, sia pure nelle forme caute, in stile &#8220;rana bollita&#8221;, a cui si affida il fascismo attuale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questo disegno ha buone possibilità di riuscita, visto il dominio anche culturale delle destre e la mediocrità delle opposizioni organizzate.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Europa, dove le destre comunque godono di ottima salute, la situazione è complicata dal discredito che l&#8217;UE ha guadagnato anche nelle sinistre, nei movimenti ambientalisti e democratici radicali e autodeterminazionisti. Col risultato paradossale che anche da quelle parti sostanzialmente si lavora &#8211; spesso inconsapevolmente &#8211; per un ritorno agli stati-nazione nella loro forma più chiusa e reazionaria.</p>



<p class="has-medium-font-size">In Sardegna, parliamone. E per parlarne non si può prescindere dalla specificità del contesto socio-culturale e politico sardo. Che va considerato in tutta la sua stratificazione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Al fondo esiste una identificazione diffusa che fa dell&#8217;appartenenza sarda un elemento totalizzante o comunque prevalente della percezione di sé della popolazione isolana. Tale identificazione <a href="https://www.ilsussidiario.net/news/siamo-prima-sardi-e-poi-italiani-il-rapporto-sulla-sardegna-identita-nazionale-e-lontana/2881852/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >è ormai certificata da tempo</a>. Fanno riflettere, e in certo modo anche sorridere, le periodiche reazioni di stupore, fastidio, astio, o i maldestri tentativi di smentita basati su argomentazioni fallaci da parte dei custodi dell&#8217;ortodossia culturale &#8220;nazionale&#8221; (ossia italiana); quella che ci vuole rinchiudere nell&#8217;etichetta di provincia marginale, esotica, arretrata, riottosa dell&#8217;Italia (in proposito, vedi <a href="https://www.lanuovasardegna.it/regione/2025/09/13/news/il-folclore-contro-la-modernita-e-i-falsi-miti-che-ci-distinguono-dai-continentali-1.100760773" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a>, <a href="https://www.sindipendente.com/2025/09/20/perche-michele-cossa-dei-riformatori-sullinsularita-ha-torto-e-sui-luoghi-comuni-di-luciano-piras-simprenta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui </a>e <a href="https://www.sindipendente.com/2025/09/21/questione-indipendentista-questione-democratica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" rel="nofollow" >qui</a>).</p>



<p class="has-medium-font-size">C&#8217;è poi, legata alla prima, una costante antropologica/sociologica di malessere e di vago istinto di ribellione piuttosto diffusi che non ha nulla a che fare con presunte caratteristiche congenite nella &#8220;sarda genia&#8221; (come invece vuole la vulgata identitaria), bensì discende da chiare vicende storiche degli ultimi due secoli.</p>



<p class="has-medium-font-size">Su questo si innestano le cicliche riemersioni di movimenti popolari antagonisti verso l&#8217;assetto politico e socio-economico vigente, quasi sempre suscitate da circostanze occasionali ma non contingenti né casuali: dalla richiesta di riforme in ambiti specifici, alla protesta verso decisioni governative, ecc.</p>



<p class="has-medium-font-size">Su un livello più strettamente politico va considerata l&#8217;esistenza secolare del sardismo organizzato e, da un sessantennio, dell&#8217;indipendentismo contemporaneo, elementi non marginali né contingenti dello scenario politico sardo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Oggi la mobilitazione popolare riguarda soprattutto l&#8217;aggressione coloniale di soggetti privati, spalleggiati dallo Stato italiano, che vorrebbe trasformare la Sardegna in una mega batteria elettrica. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;operazione è stata a lungo spacciata come necessaria risposta italiana alla crisi ambientale e climatica, ma oggi ormai non se ne nasconde più la natura puramente estrattiva e l&#8217;estraneità a qualsiasi reale transizione ecologica. </p>



<p class="has-medium-font-size">Si fanno anzi dichiarazioni pubbliche a favore delle fonti fossili e addirittura si prospetta l&#8217;imposizione del nucleare. Tutto in Sardegna, naturalmente, definita dalla stessa presidente della Regione Auto(no)ma Alessandra Todde una &#8220;area di sacrificio&#8221; (da tenere a bada con sconti in bolletta).</p>



<p class="has-medium-font-size">La composizione della mobilitazione che si oppone a questa ennesima aggressione coloniale è eterogenea, spuria, meticcia. E questa è la sua forza. Ne è anche un limite, nella misura in cui non si riuscirà a politicizzarla e a farla diventare una spinta popolare verso cambiamenti politici più generali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questa per altro è solo una delle vertenze aperte, la più generalizzata e organizzata (a suo modo). Ma non vanno dimenticate quelle sulla sanità pubblica, quelle sui trasporti e tutte le altre mobilitazioni, più localizzate o settoriali.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il quesito sulla natura della mobilitazione pro-Pal e sulla possibilità che essa si traduca in una forza politica reale, di massa, in Sardegna va dunque declinato alla luce della specificità locali (che non sono necessariamente localistiche). Contrapporla a quelle già in campo è sbagliato. Vanno anzi ricondotte al medesimo ecosistema di lotte dentro il quale hanno diritto di cittadinanza provenienze, posture, metodi e linguaggi diversi. Tale eterogeneità va accettata e vissuta come una ricchezza, senza tentazioni egemoniche o settarismi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Come ho scritto altrove, la stessa mobilitazione contro il neo-colonialismo energetico potrebbe essere uno spunto per ragionare in termini più ampi, su scala sovralocale, sull&#8217;intera questione. La transizione produttiva e politica richiesta dalla crisi ambientale e climatica in corso per sua natura non può essere locale e nemmeno statale. Un terreno dunque in cui si può giocare un rilancio della prospettiva europeista, partendo dai casi locali, su una base internazionalista, solidale e confederalista.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non a caso questi temi sono considerati da tutte le destre come temi chiave, problematici, da avversare, da delegittimare, in Europa e nell&#8217;intero Occidente. Oppure da sfruttare, capziosamente, per consolidare l&#8217;oligarchia finanziaria e speculativa che domina la scena capitalista occidentale.</p>



<p class="has-medium-font-size">Con lo sfondo del mutamento storico in corso, in cui emergono la crisi dei grandi regolatori internazionali (ONU, Corte penale Internazionale), il ritorno della guerra come mezzo ordinario di soluzione dei rapporti tra stati, le velleità imperiali dei maggiori organismi politici, dagli USA alla Cina, passando per la Russia putiniana e l&#8217;India di Modi, la forza dei grandi agglomerati economico-finanziari.</p>



<p class="has-medium-font-size">Uno dei limiti del movimento sardo così come di quello italiano (su quello di altri contesti non saprei, con precisione) è proprio il drammatico equivoco nella lettura dello scenario internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size">A partire dalla guerra in Ucraina. La responsabilità di questo conflitto &#8211; emerge ancora da troppi discorsi &#8211; sarebbe dell&#8217;Ucraina e, prima ancora, della NATO e dell&#8217;Occidente. Dell&#8217;Ucraina si delegittima la stessa pretesa a esistere e se ne enfatizzano o il preteso orientamento &#8220;nazista&#8221; o, oggi in modo prevalente, i problemi di corruzione, usando spesso l&#8217;argomento &#8220;del fantoccio&#8221; (ossia una rappresentazione caricaturale, forzata ad arte) ai danni della sua leadership. </p>



<p class="has-medium-font-size">Che la NATO c&#8217;entri poco con l&#8217;invasione russa delle province orientali ucraine, è un dato storico piuttosto acclarato. Così come parlare di &#8220;Occidente&#8221; e farne il nostro &#8211; ossia di noi che ci viviamo &#8211; nemico principale è una posizione vagamente surreale, in tempi di trumpismo e di anti-europeismo diffuso tra le due sponde dell&#8217;Atlantico.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non la faccio più lunga di così, ma è un problema di lettura deficitaria della realtà. E non è un problema da poco.  </p>



<p class="has-medium-font-size">Il sentimento anti-ucraino e pro-Russia è largamente diffuso anche tra chi manifesta a favore della Palestina. Anche in Sardegna. Un cortocircuito in cui proliferano disinformazione e abbagli politici.</p>



<p class="has-medium-font-size">La critica alla politica di riarmo europea &#8211; politica certamente discutibile per tanti versi &#8211; è troppo spesso astratta, infarcita di &#8220;idee senza parole&#8221;, di slogan riesumati dalle mobilitazioni del secolo scorso, di bersagli completamente sbagliati.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il riarmo europeo andrebbe criticato su tutt&#8217;altro piano, dato che con l&#8217;Ucraina, in realtà, ha poco a che fare. E dato che la Russia è tutt&#8217;altro che una vittima, in questa faccenda. </p>



<p class="has-medium-font-size">La Russia, così come l&#8217;amministrazione Trump negli USA, ha da tempo identificato nell&#8217;Europa democratica &#8211; pur con tutti i suoi limiti &#8211; un nemico storico. Tanto più pericoloso, quanto più affascina altre popolazioni, e in primis quelle che Putin e il suo establishment vorrebbero ricondurre sotto l&#8217;ombrello imperiale russo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Da qui quella sorta di guerra sotto traccia contro l&#8217;Europa, fatta non di grandi manovre campali con carri armati e aviazione al seguito, ma soprattutto di azioni di disturbo, provocazioni, attacchi informatici. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;establishment politico del Vecchio continente ha il problema di essere stato a lungo compromesso col regime russo e oggi deve mostrarsi ostile a esso, mentre cresce l&#8217;influenza russa nella politica interna degli stati europei, grazie alle molte e robuste teste di ponte (fasciste, più o meno dichiarate, o rossobrune, che è lo stesso) su cui può contare anche a livello di governi.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma anche chi individua nella Russia di Putin una controparte lo fa troppo spesso in modo strumentale, con altri obiettivi, senza attribuire mai a questa minaccia la sua vera natura. Che è una manifestazione della più generale onda nera internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;internazionale nera (comprese le sue propaggini camuffate da sinistra antagonista) si muove in modo sorprendentemente coerente. Basta frequentare un po&#8217; i social, per vedere come nel giro di poche ore partano vere e proprie campagne in cui migliaia e migliaia di profili, molti dei quali corrispondenti a persone vere, magari che conosciamo direttamente, si muovono all&#8217;unisono, usando le stesse parole chiave, le stesse frasi, gli stessi stratagemmi manipolatori.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è uno scherzo e non si tratta di una campagna di occupazione degli spazi social fine a se stessa. Il futuro prossimo ci riserva un attacco duro, spietato a tutte le conquiste democratiche, portato avanti non solo e non tanto con strumenti violenti ma prima di tutto svuotando dall&#8217;interno la stessa democrazia rappresentativa e minando la solidarietà tra i popoli.</p>



<p class="has-medium-font-size">Quando critichiamo le nostre democrazie e l&#8217;Occidente, con ottime ragioni beninteso, dovremmo anche sempre tenere presente che nel resto del pianeta non è che esistano regimi meravigliosi. </p>



<p class="has-medium-font-size">L&#8217;esaltazione che vedo anche a sinistra per la nuova presunta fase multipolare e sulla crisi finale dell&#8217;egemonia USA mi sembra un abbaglio pericoloso. Non perché io faccia il tifo per il dominio imperiale globale degli USA (che ho sempre contestato e che comunque non è riuscito a compiersi), ma perché il nemico del mio nemico potrebbe essere un mio nemico ancora peggiore.</p>



<p class="has-medium-font-size">Negare che l&#8217;Europa sia una vittima designata dei vari attori forti della scena mondiale è un errore, oppure una consapevole operazione di sviamento. Gioire per la sua sconfitta non mi pare molto intelligente, da parte nostra, quale che sia il nostro giudizio sull&#8217;attuale UE. </p>



<p class="has-medium-font-size">Il mio è negativo, ma non amo il vuoto o peggio il caos, che vengono sempre riempiti da qualcosa, solitamente di brutto. E in ogni caso non rinuncerei a cuor leggero alle conquiste politiche e sociali costate tanti sacrifici a chi ci ha preceduto. </p>



<p class="has-medium-font-size">La lotta per la democrazia, per i diritti e per la solidarietà internazionale, la stessa aspirazione alla pace sono da perseguire e da rilanciare, ma basandoci su dati di realtà. Senza cedimenti &#8211; magari illusoriamente momentanei, tattici &#8211; alle istanze conservatrici o peggio reazionarie, neo-nazionaliste e oscurantiste oggi egemoniche, ma anche senza illusioni.</p>



<p class="has-medium-font-size">La stessa mobilitazione pro-Palestina non deve nascondere le contraddizioni di un mondo, quello dell&#8217;Asia occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), complesso e attraversato da pulsioni diverse, a loro volta conflittuali al proprio interno, in ogni caso non riconducibile ai nostri modelli e alle nostre cornici culturali e politiche.</p>



<p class="has-medium-font-size">La dialettica tra il preteso universalismo dei diritti umani e la concreta articolazione situata dei rapporti sociali e delle stratificazioni culturali deve indurci a contemplare sempre la complessità come cifra ineludibile della vita umana associata, a tutte le latitudini.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ciò, tuttavia, non deve impedirci, nel nostro contesto, di perseguire la difesa e il rilancio delle conquiste sociali e politiche degli ultimi secoli della storia europea. Liberandoci della zavorra colonialista e suprematista e ri-legittimando, su un piano più avanzato di quello raggiunto con l&#8217;Unione Europea, l&#8217;internazionalismo e il solidarismo tra popoli come elemento fondante di una nuova democrazia continentale.</p>



<p class="has-medium-font-size">È l&#8217;unico contesto in cui può avere successo un processo di autodeterminazione democratica in Sardegna, necessaria via di uscita positiva della nostra crisi storica.</p>
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