Il coltello nella piaga

Sembra brutto rinfacciare ora che era già tutto scritto, che l’avevamo detto da un pezzo. Parlo della chiusura dell’ALCOA a Portovesme. Quel che ci sarebbe da fare è chiedere conto ai sindacati e alle forze politiche della loro sostanziale complicità in tutta la squallidissima operazione. Perché chi rappresenta i lavoratori e i cittadini sardi si è prestato a illuderli, a generare falsa coscienza, anziché cooperare per trovare delle soluzioni e pianificarne la realizzazione? Sarebbe bello che i lavoratori e i cittadini, prima di prendersela con l’ALCOA (che è una corporation, una multinazionale, dichiaratamente votata al proprio profitto, non un ente caritatevole), o appellarsi per la millesima volta al governo italiano, o al papa, aprissero gli occhi e cominciassero a guardare in faccia la realtà.

Il che in fondo vale per tutti noi. Non abbiamo alcuna speranza di trovare una soluzione ai nostri mali strutturali al di fuori di una nostra presa di responsabilità. È palese che non potrà essere alcun governo italiano a risolverli, così come è ridicolo attendersi che lo facciano soggetti privati internazionali. Che si tratti dell’industria, dei trasporti, del commercio, del settore agroalimentare e così anche di scuola e università, la nostra posizione è tale per cui i nostri interessi e i nostri bisogni non hanno altra sede possibile di soddisfazione che sia fuori di noi stessi e lontana dalla Sardegna.

Quanto ciò importi alle forze politiche che oggi occupano i posti decisionali è evidente. Da lì ci si può attendere giusto qualche stratagemma per procrastinare il faccia a faccia con la realtà e vagonate di propaganda veicolate da mass media compiacenti.

Ma anche tirare in ballo le rsponsabilità altrui ormai serve a poco. Togliamoci dall’incastro concettuale secondo cui alla fin fine la colpa è sempre di qualcun altro. La colpa è di ciascuno di noi. È di chi si ferma lungo la strada a scaricare in cunetta sacchetti di immondizia, è di chi approva speculazioni e schifezze assortite in nome di fantomatici posti di lavoro, di chi non riesce a guardare al di sopra del proprio ombelico e ragiona sempre e solo in termini egoistici e a corto respiro.

È più che mai urgente riappropriarci del livello collettivo dei problemi, l’unico livello a cui è possibile trovare le soluzioni. È patetico il processo di identificazione per cui ci si pensa prima di tutto come individui, poi come appartenenti a una famiglia, magari come appartenenti a una categoria lavorativa, forse come abitanti di un quartiere o di una città, ma da lì si salta poi al senso di appartenenza ai modelli televisivi (quindi ossessivamente italiani, sia politici, sia culturali), aggirando e ignorando il livello intermedio, l’unico veramente decisivo in termini concreti: quello collettivo sardo.

O si mette questo livello al centro del nostro sguardo, come cittadini, come lavoratori, come politici, o non se ne esce. Se non ci salviamo tutti e non ci salviamo da noi, nessuno di noi si salverà.

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Omar Onnis

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