Banche, crisi, modernità: una storia da scrivere

Che la Modernità sia legata al capitalismo e il capitalismo allo sviluppo del credito è una nozione di base, da cui non si può prescindere. La storia degli ultimi settecento anni parla chiaro.

La lunga fine del medioevo comincia non solo con le carestie e la Peste nera di metà Trecento, ma anche con i fallimenti di compagnie commerciali e finanziarie (ne rimase coinvolta anche la famiglia di Giovanni Boccaccio, tanto per dire).

Il passaggio di consegne nell’egemonia economica lungo il corso dei secoli fu sancito sia da conflitti armati, sia da crisi economiche, sia da crisi finanziarie non troppo dissimili da quella attuale.

Il testimone passò da Amsterdam a Londra nel Settecento proprio a causa di una devastante crisi dovuta alla letale finanziarizzazione del mercato fondato sulla piazza olandese. Crisi che fu accompagnata da conflitti “mondiali” come la Guerra di successione spagnola o quella “dei Sette anni”.

Il passaggio di consegne tra Londra e New York fu decretato definitivamente dalla Grande Depressione, seguita alla crisi del ’29, periodo preceduto e seguito dai due conflitti mondiali.

La natura intrinsecamente dialettica del capitalismo fa sì che il suo rapporto con la politica e la società sia costantemente conflittuale e in divenire. Un divenire in qualche modo ciclico. Niente di strano dunque in quello che succede oggi.

La differenza macroscopica rispetto al passato è che abbiamo ormai toccato alcuni limiti fisici del sistema chiuso dentro il quale esistiamo. Il sistema stesso non può più garantire capacità di reazione, recupero e nuova espansione come nel passato.

La nostra impronta ecologica è già oggi largamente deficitaria e il prossimo esaurimento di alcune materie prime fondamentali, oltre che dell’acqua potabile e del suolo fertile, ci costringerà presto a fare i conti con tale insuperabile finitezza.

La crisi economica e finanziaria non è un male dalla natura insondabile, ma ricade completamente nell’ambito dei fenomeni storici determinati da concause materiali e strutturali, secondo le forme della nostra convivenza sul pianeta e col pianeta.

Dentro questo discorso non è dunque fuori tema occuparsi di banche. Non è un ambito molto conosciuto dai più, anche se negli ultimi anni, per suggestione delle vicende internazionali in corso, si sono moltiplicate le fonti di informazione, quasi sempre informali e non ufficiali, specie in Rete.

Sul tema sono state propalate diverse forzature e si è anche fatta parecchia disinformazione. Il problema è che manca una “storia delle banche” che sia al contempo onesta (il che non significa “oggettiva”) e di dominio pubblico. A scuola non insegnano di certo queste cose e nei mass media principali se ne parla il meno possibile, comunque in termini mai esaustivi.

In Sardegna, se possibile, tale lacuna è ancora più vasta. Se diamo un’occhiata ai giornali e ai telegiornali, difficilmente vi troviamo notizie su questioni bancarie. Tanto meno approfondimenti. Magari si fa cenno ad Equitalia e al suo assurdo sistema di esazione, soprattutto per le proteste che suscita. Ma di banche si parla poco, benché la questione del credito sia strettamente connessa.

È interessante la storia delle banche in Sardegna. Oggi sappiamo che esiste da noi una sorta di monopolio del Banco di Sardegna, a sua volta ormai una banca straniera. Gli altri istituti, anche quelli grossi, appartenenti a gruppi internazionali, si accontentano di spazi minori, nei grandi centri. Ma chi ha una rete su tutto il territorio e in qualche modo determina le dinamiche del credito sull’Isola rimane il Banco di Sardegna.

Il BdS non ci è stato imposto dal destino. Negli stessi anni in cui si procedeva a ripulire l’Isola dalla malaria, in vista dell’apertura delle basi militari, e si cominciava a parlare di Rinascita economica, si metteva mano anche al settore del credito.

Esisteva allora una rete di casse di credito, erede degli antichi monti frumentari, più volte ristrutturata e infine rivitalizzata dopo i fallimenti bancari tra anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, basata su criteri mutualistici e dotata di sportelli sparpagliati praticamente sull’intero territorio sardo.

Sulla base della riorganizzazione del settore creditizio a livello statale, anche la Sardegna provvide a ristrutturarlo. Si pose allora la scelta decisiva tra il modello diffuso di tipo mutualistico e cooperativistico e il modello della banca vera e propria.

Il problema non era da poco. In ballo c’era anche il rapporto degli enti creditizi col territorio nonché la natura e la misura del controllo sociale e/o politico sul credito.

Il modello scelto alla fine (1953) fu quello della banca pubblica (statale, dunque). Ossia, si rinnegava la storia e le forme che il credito aveva avuto in Sardegna da duecento anni, propendendo per un modello svincolato tanto dalle necessità dirette e dal controllo delle comunità, quanto della politica regionale (che pure avrebbe preferito incardinare il nuovo istituto nell’amministrazione della Regione Autonoma).

Col passaggio poi alla forma giuridica della SpA e successivamente con l’acquisizione dell’istituto da parte del gruppo Banca popolare dell’Emilia Romagna la separazione tra interessi della Sardegna e interessi dell’istituto si è ulteriormente allargata.

A fronte di questo sostanziale monopolio, non abbiamo avuto in Sardegna alcuno sviluppo di una rete di casse rurali o di credito cooperativo. L’unica che sia riuscita a funzionare è quella di Arborea. L’esperienza della banca di credito cooperativo di Cagliari è terminata col commissariamento da parte della Banca d’Italia, tra polemiche e situazioni opache.

Ciò ha comportato nel corso dei decenni degli squilibri evidenti tra le necessità economiche delle imprese e dei cittadini sardi e l’erogazione del credito. Problema su cui le testimonianze dirette si sprecherebbero.

Non così è successo altrove, dove si è scelto un sistema basato sul credito cooperativo e su una rete di casse rurali distribuite sul territorio e al territorio appartenenti, anche come proprietà distribuita, oltre che come interessi perseguiti. Penso in particolare al modello trentino.

Lì si è privilegiato il sistema mutualistico diffuso, il che ha comportato non solo maggiore accesso al credito per cittadini e operatori economici locali, ma anche una minore esposizione ai rischi generati dalla speculazione sui mercati internazionali.

Il fatto che il sistema delle casse rurali sia meno remunerativo (per gli azionisti), non è una obiezione sufficiente a farle considerare perdenti rispetto al modello bancario tipico. L’ottica del maggior profitto si rivela qui ancora una volta deleteria per gli interessi diffusi e per la salute dell’ambito socio-economico di un intero territorio.

In un periodo di sconvolgimenti finanziari, che nel corso di quest’anno 2012 non potranno che aumentare, questa situazione espone la Sardegna a pericoli ulteriori rispetto a quelli più evidenti.

In questo senso siamo se è possibile ancor più dei vasi di coccio, per di più incrinati, tra vasi di ferro. La totale assenza di sovranità in qualsiasi ambito e la rinuncia ad esercitare le sia pur ridotte prerogative che l’autonomia regionale ci concederebbe ci espone a conseguenze drammatiche, senza che le forze politiche maggiori diano segno di preoccuparsene come sarebbe doveroso fare.

E allora, vediamo di saperne di più e di tenere gli occhi aperti anche su questo tema.

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Omar Onnis

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