sardegna

La difficoltà di vedere la Sardegna dall’Italia

L’ultimo numero della collana The Passenger della casa editrice Iperborea è dedicato alla Sardegna. Uno sforzo notevole e largamente meritorio di dare conto di una terra così vicina eppure così lontana e ancora misconosciuta, oltre Tirreno. L’esito è eterogeneo e a tratti contraddittorio, facendo emergere una volta di più la difficoltà di raccontare la Sardegna dalla prospettiva italiana.

The Passenger è una collana geografica molto bella. La sua presentazione nel sito dedicato recita:

The Passenger è una raccolta di inchieste, reportage letterari e saggi narrativi che formano il ritratto della vita contemporanea di un luogo e dei suoi abitanti.

Cultura, economia, politica, costume e curiosità visti attraverso la testimonianza di scrittori, giornalisti ed esperti locali e internazionali. Tante storie e diverse voci che compongono un racconto sfaccettato ed eclettico, per scoprire, capire, approfondire, lasciarsi ispirare.

Non ho letto tutti i numeri, ma quelli che ho letto mi sono piaciuti. La formula è efficace. Ricorda, fatte le debite distinzioni, il lavoro della rivista Menelique, purtroppo chiusa. In quel caso era esplicito il taglio post-coloniale e intersezionale, oltre ad avere molto spazio la parte grafica e le illustrazioni.

The Passenger ha presupposti diversi, ma anch’essa mescola giornalismo, saggistica e non fiction narrativa insieme a infografiche e tabelle illustrative, onde fornire il maggior numero possibile di informazioni in modo sintetico e adatto al pubblico di oggi.

I pregi del numero dedicato alla Sardegna sono diversi, a cominciare dallo sforzo di dare spazio a voci e istanze quasi sempre omesse dai resoconti italiani sull’isola.

La stessa presentazione del numero parla esplicitamente di “neocolonialismo” come di una categoria abitualmente non utilizzata per territori interni a uno stato. Il che è notevole. Salvo incorrere subito in un bias piuttosto rivelatore.

Si parla infatti di relazione tra “nazione e regione”. Il che è improprio e scorretto da almeno due punti di vista.

Il primo è che si mescolano insieme concetti storici-geografici-politici che stanno su piani diversi. “Nazione” definisce l’appartenenza a una collettività umana che condivide storia, lingua, costumi, territorio, forme culturali.

Che nell’uso corrente sia usato come sinonimo di stato è vero, ma non è per questo più corretto. In tempi di nazionalismo reazionario, come i nostri, non è nemmeno più un termine politicamente neutro.

“Regione” invece ha a che fare con la definizione di una porzione territoriale locale all’interno di uno spazio geografico-politico più ampio. La relazione corretta dunque sarebbe stata quella tra stato e regione.

L’altro senso in cui è sbagliata in partenza l’adozione di questa coppia oppositiva è che – anche con tutte le forzature del mondo – è difficile inserire senza attriti la Sardegna nell’insieme della “nazione” italiana (posto che esista, e io non ne sono affatto convinto).

La Sardegna non è una parte specifica e caratteristica dell’insieme “nazionale” italiano. Non lo è per storia, cultura, patrimonio linguistico (tutte cose che però bisognerebbe conoscere bene). Non lo è nemmeno in termini geografici.

La Sardegna, insomma, è una “regione” italiana solo in senso giuridico-formale. Usare la categoria “regionale” per la Sardegna fuori da questo ambito semantico è sbagliato.

Tale equivoco innerva inevitabilmente tutto il numero di The Passenger. In qualche caso genera non sequitur, abbagli interpretativi, valutazioni superficiali. Persino laddove il tentativo è di dare conto con completezza di qualche fenomeno.

L’attrito emerge sempre, anche in mancanza del consueto approccio paternalista e dall’alto in basso, in stile “ora ti spiego dove abiti”, molto comune in questo genere di operazioni.

Per esempio nell’iniziale sezione informativa “La parola ai numeri”, in cui “i numeri” appunto sono selezionati in modo arbitrario e presentati senza alcuna spiegazione, come dati neutri (non lo sono mai).

Nella stessa sezione c’è persino una sorta di gioco ironico sulla questione “indipendentismo”: sotto l’etichetta “Indipendentisti” non si offre alcun dato relativo a tale ambito politico ma si dà conto del numero… di case unifamiliari. Carino, come scherzo, ma forse il tema meritava qualche approfondimento (l’indipendentismo, non le case unifamiliari).

Parzialmente deludente l’articolo di Ferdinando Cotugno sulla questione della aggressione colonialista e speculativa in materia di produzione energetica.

Il pezzo è emblematico, proprio perché cerca di essere obiettivo. Si incarta laddove vede contraddizioni anziché distinzioni essenziali, laddove crede di spiegare dinamiche complesse usando categorie semplicistiche.

Si veda la presentazione della figura e delle posizioni di Maurizio Onnis, liquidate un po’ frettolosamente. O l’asserzione – che nell’ambiente delle mobilitazioni popolari e dei comitati può lasciare come minimo interdetti – secondo cui Alessandra Todde sarebbe su posizioni di contrasto ai progetti governativi relativi alla produzione di energia da fonti rinnovabili nell’isola.

È fuorviante anche l’eccessivo spazio dedicato all’impatto dell’editore Sergio Zuncheddu su tutta la vertenza. Impatto che c’è stato, con evidenti tentativi di strumentalizzazione, ma che non ha mai conquistato alcuna centralità.

Le conclusioni dell’articolo sono apprezzabili e in qualche modo viene fatta emergere, sia pure con qualche fraintendimento (non c’entrano nulla l’orgoglio, l’identità e altri elementi stereotipati), la vera natura del movimento che si oppone all’aggressione neocoloniale in corso. Ossia il problema di chi-decide-per-chi-e-perché e la riduzione della Sardegna a “area di sacrificio” a vantaggio dell’Italia (settentrionale), senza alcun vantaggio per l’economia e la popolazione locali.

Offrono un risultato migliore, più chiaro e coerente, gli articoli di Cristina Nadotti sul turismo e quello di Stefania Divertito sulle servitù militari. In entrambi i casi non solo si dà conto del problema affrontato, nei suoi vari risvolti, ma si dà anche voce a persone diverse dal solito giro di “opinionisti sardi”, che va per la maggiore nei media italiani.

Ne cito alcun3, che conosco personalmente e con cui condivido parti significative del mio attivismo culturale: Andria Pili, Roberta Olianas, Federica Marrocu.

Andria Pili è chiamato in causa per via del suo saggio Per una critica decoloniale del turismo in Sardegna, facente parte della collettanea del gruppo di studio Filosofia de Logu, uscita per Meltemi nel 2024 col titolo Logu e Logos. Questione sarda e discorso decoloniale (a cura di Gianpaolo Cherchi e Federica Pau). Fa un po’ specie che Filosofia de Logu e i suoi due libri non siano menzionati.

Roberta Olianas e Federica Marrocu hanno voce in quanto attiviste culturali che da anni si dedicano a decostruire narrazioni stereotipate o del tutto false sulla Sardegna e a fornire una visione critica, ma onesta, documentata e ponderata, sia sulla questione dell’occupazione militare di una porzione enorme di territorio sardo (con tutte le conseguenze drammatiche che ne discendono) sia sulla questione “turismo” e luoghi comuni annessi.

Devo dire, con un certo dispiacere ma non proprio con sorpresa, che gli articoli più deboli, meno perspicui, più reticenti e in certi casi più fuorvianti alla fine sono quelli degli autori e dell’autrice nativi dell’isola.

In particolare ho trovato fuori fuoco il pezzo di Marcello Fois, tutto incentrato sulle responsabilità della popolazione isolana a proposito di equivoci identitari e stereotipi. Fois attribuisce ai sardi (in generale) le forme di auto-rappresentazione folkloristica, da “turisti di se stessi”, come tratto degenerato di una sorta di complesso di inferiorità, pieno di auto-commiserazione e auto-assolvimento, funzionale – sembrerebbe – a non doversi fare carico in modo efficace dei tanti problemi storici della Sardegna.

Devo segnalare qualche clamoroso strafalcione. Uno storico: “l’annessione al regno piemontese”, mai avvenuta, anche perché non è mai esistito nella storia un “regno piemontese”. Un altro socio-antropologico: sostenere che alle persone sarde piace guardare i balli tradizionali sul palco, ma non ballare esse stesse, è una topica clamorosa, e basterebbe frequentare qualsiasi occasione di festa in Sardegna – grande o piccola, privata o pubblica – per saperlo.

Insomma, alla fine gli stereotipi e le fissazioni identitarie sono quelle espresse nell’articolo di Marcello Fois, che ribalta il rapporto di causa-effetto e mostra poca dimestichezza con gli studi post e de-coloniali (specie quelli che finalmente riguardano proprio la nostra isola). Ed è un peccato, dato che la sua è ancora una voce piuttosto ascoltata oltre Tirreno sulle cose sarde.

Altro pezzo deludente è quello di Paola Soriga sulla questione linguistica. Non viene affatto affrontato il nodo storico dell’imposizione dell’italiano in Sardegna, con le sue conseguenze sociali e politiche, oltre che culturali.

Viene respinta la necessità della standardizzazione grafica del sardo, equivocando tra uniformazione delle regole ortografiche e imposizione lessicale (mai promossa da nessuno), per altro senza argomentare tale posizione. Viene poi ignorato tutto il dibattito sulla questione linguistica di questi ultimi anni, così come l’enorme lavoro di diffusione del sardo sui media contemporanei.

Citare Gramsci e Cicitu Masala o intervistare la linguista Cristina Lavinio non basta a restituire un risultato accettabile, al passo con la realtà attuale, in quest’ambito così delicato e così rilevante a livello socio-culturale e politico.

Anche l’articolo di Nicola Muscas sui festival, e sui festival letterari in particolare, rimane in superficie di un fenomeno pure notevole, che andrebbe indagato meglio e con le debite distinzioni. Ma è un testo più narrativo, dal taglio ironico ed esplicitamente soggettivo, quindi può andare bene così.

Costantino Cossu e Francesco Abate, a loro volta, si concentrano su due questioni concrete, una di indole storica più complessa (lo spopolamento e l’invecchiamento demografico) e una di natura socio-sanitaria (la questione della necessità di sangue per trasfusioni in una terra in cui è geneticamente diffusa la microcitemia).

Nel primo caso, oltre a dar conto del fenomeno nella sua drammaticità, avrei forse approfondito un attimo gli aspetti storici e politici, onde evitare che il fenomeno sembri una sorta di maledizione congenita nell’esotica razza sarda. Ma tant’è.

Nel complesso, in tutto il numero, a tratti emerge ancora una volta la difficoltà a inserire qualsiasi narrazione sull’isola dentro cornici interpretative italiane. Anche quando c’è la buona volontà (e in questo caso c’è).

Resta sempre un rimosso, qualche nodo non sciolto. Lo stesso equivoco di considerare come testimoni attendibili dell’isola i personaggi sardi conosciuti in Italia comporta la perdita di punti di vista e di prospettive invece decisivi.

La bibliografia consigliata, ad esempio, è piuttosto lacunosa e anche abbastanza orientata, decisamente poco rappresentativa. Anzi, in qualche caso fonte di conferma di stereotipi e cornici interpretative parziali. Meglio la filmografia e anche i consigli musicali di Iosonouncane (bravissimo lui stesso, per altro).

Recensire questo numero di The Passenger proprio in concomitanza con la morte di una grande voce sarda come Bachisio Bandinu mi pare una circostanza che amplifica le dissonanze e fa emergere i limiti di qualsiasi discorso italiano sulla Sardegna, laddove non faccia emergere senza reticenze la sua complessità storica e la sua alterità insopprimibile.

Escludere, tra le opere decisive per capire l’isola, i suoi libri e le sue riflessioni, così come quelle di altri intellettuali non organici agli apparati di potere e di consenso dominanti (penso a un Antoni Simon Mossa, a un Placido Cherchi o, al giorno d’oggi, a un Alessandro Mongili e anche – perché no? – a un Michele Atzori) inficia ogni pretesa di esaustività e di profondità.

Eppure, rispetto alla quasi totalità di esperimenti analoghi, questo numero di The Passenger rimane una delle cose migliori uscite in Italia da… sempre, riguardo alla Sardegna. Il consiglio è dunque di leggerlo e di rifletterci su, soprattutto per i tratti che chiamano in causa, anche in termini problematici, la nostra consapevolezza e il nostro senso di responsabilità civile e politica.

Condividi
Omar Onnis

Post Recenti

Scrivere libri non serve a niente

Si dice spesso che nell'ambito culturale italiano c'è più gente che scrive che gente che…

2 settimane fa

La discriminante democratica

Le parti di opinione pubblica e di elettorato più critiche verso "l'ordine presente delle cose"…

4 settimane fa

Le parole della Sarda rivoluzione, il senso di Sa Die de sa Sardigna

Come ogni anno, la fine di aprile ci presenta un momento di necessaria riflessione, tra…

2 mesi fa

Panzane storiche reiterate e dove trovarle

In alcuni ambienti della storiografia e dell'archeologia, in Sardegna, si stigmatizza spesso la proliferazione di…

2 mesi fa

La dipendenza e l’inerzia politica che non possiamo più permetterci

L'annuncio di una tregua tra USA e Iran non rimuove le preoccupazioni per una fase…

3 mesi fa

Il collasso dell’autonomia sarda nella crisi della civiltà europea

Difficile occuparsi di cronaca locale quando il mondo umano procede nella sua folle corsa sanguinaria.…

4 mesi fa