Concorso di colpa

Che patriottici che siamo!

Non sono nemmeno iniziate le manifestazioni per celebrare i 150 anni dell’unificazione italiana, che già in Sardegna ci sentiamo in dovere di esprimerci al riguardo. Quasi che qualcuno possa ventilare il sospetto che non siamo abbastanza italiani! Cosa meglio di un concorso, dunque, per mostrare al mondo la nostra italicità? E, del resto, c’è così tanto di buono da rievocare in questo secolo e mezzo, che sarebbe proprio brutto non partecipare alla festa.

Certo, senza i nostri morti nelle trincee e i nostri lutti sarebbe un po’ più arduo accampare diritti alla riconoscenza: per fortuna che c’è stata la Grande Guerra, dunque! E poi, mettiamoci su le servitù militari e la costante sottoposizione della Sardegna alle esigenze dello stato italiano e dei suoi alleati, e ne viene fuori un bel pacchetto di argomentazioni rivendicative da spendere al momento giusto.

Stona, con questo assetto apparentemente solido dei rapporti tra Sardegna e Italia, il totale disinteresse manifestato in questi ultimi anni dallo stato centrale. I rapporti amorosi hanno senso se ci si crede in due: se è uno solo, l’innamorato, diventano presto mere ossessioni patologiche.

Che sia questa la vera natura del trasporto sentimentale di molta classe dirigente sarda (con i mass media al seguito) verso l’Italia? Lo dico, perché se così fosse, ci sarebbe qualche motivo di compassione. Mentre l’alternativa – ossia che chi è ben sistemato in Sardegna ha interesse a restare italiano perché sennò perderebbe potere e denaro – suona decisamente più squallida, non molto nobile come base ideale per tanto afflato patriottico.

Insomma, il timore è che ci si stia materializzando sotto gli occhi l’ennesima occasione in cui ci copriremo di ridicolo. Il fatto che non sia la prima, non toglie nulla al rammarico dovuto al sospetto che non sarà nemmeno l’ultima.

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Omar Onnis

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