Flavio Briatore si è stancato della nostra terra e da troppo tempo ci fa mancare le sue illuminanti dichiarazioni. Però Beppe Severgnini, a quanto mi riferiscono, ha detto la sua e dunque l’estate 2026 può essere omologata.
Ma non ci basta mai. Dunque cosa c’è di meglio che intervistare Roberto Saviano su un recente fatto di cronaca sardo?
A volte mi chiedo se non sarebbe più divertente e anche istruttivo affidare a Briatore un’analisi dei fatti criminali sardi, a Severgnini una dissertazione su come si deve fare business turistico e a Saviano un pistolotto accondiscendente sulle bellezze misconosciute dell’isola (a compensazione delle sue tante magagne). Ma non succederà mai.
Perciò ci tocca sorbirci l’ennesimo caso di italiansplaining, sollecitato ovviamente dai nostri custodi dell’informazione, a proposito del nostro “carattere” sempre uguale. Immagino ci si riferisca al famoso “istinto predatorio”, dovuto, purtroppo, a una conformazione cranica primitiva e debilitante.
Ovviamente al cronista intervistatore non viene mai la tentazione di fare la “seconda domanda”. Siamo italiani, del resto, mica anglosassoni.
Eppure sarebbe così bello, qualche volta, smontare il giocattolo. Far parlare questi personaggi mediocri, che solo in un contesto degradato come quello italiano possono godere di tanta considerazione, e poi incalzarli con richieste di precisazioni, con obiezioni, con sottolineature delle loro posture paternalistiche, oggettivamente razziste e intimamente colonialiste.
Per carità, Saviano ha avuto le sue disavventure e i suoi dolori, a causa di ciò che ha scritto sulla criminalità della *sua* terra. Solidarietà umana garantita, da parte mia, per questo. Ma è proprio indispensabile considerarlo un vate in fatto di Sardegna?
E come lui, tanti altri. Non solo gli altri due nomi citati all’inizio, ma un elenco abbastanza corposo di persone a volte davvero improbabili – tipo starlette televisive o turisti occasionali ma famosi nel panorama dell’infotainment italiano – a cui viene richiesto di illuminarci circa le nostre cose.
Perché noi non siamo in grado di capire la nostra realtà. Noi, o meglio, il nostro ceto medio istruito, quella variegata componente sociale che ha acquisito un grado di istruzione superiore nella scuola e nell’università italiane e vive costantemente una condizione scissa, confusa, conflittuale con la propria appartenenza sarda.
Ne ho già scritto, non mi ripeto. Ma vorrei che questo problema diventasse finalmente chiaro e che fosse considerato in tutta la sua consistenza storica. La mentalità autocolonizzata delle tante persone sarde, che fanno fatica a conciliare la loro aspirazione ad essere italiani di serie A con la loro condizione di subalternità oggettiva, ha riflessi concreti devastanti.
Il progressismo italiano in salsa sarda ne è l’espressione più plastica e significativa. Che poi è la base sociale delle varie compagini politiche di centrosinistra o campilarghi che dir si vogliano. A conti fatti, le più dannose maggioranze politiche degli ultimi vent’anni.
I danni fatti nelle legislature dominate dal progressismo italiano in Sardegna superano quelli fatti dalla loro controparte di destra (sempre italiana). Ci sarebbe da farsi delle belle domande, su questo. Invece si preferisce aspettare il vaticinio del proprio intellettuale italiano di riferimento (o del momento) per sapere cosa pensare di sé stess_.
Insomma, io non ce l’ho tanto con Saviano (un po’ sì, a dire il vero), ma soprattutto con chi lo investe di questo ruolo di detentore dell’ultima parola su luoghi e storie di cui sa forse quello che legge nelle cronache o quello che gli raccontano le sue fonti tra le forze dell’ordine.
Ce l’ho con chi, in Sardegna, decide che noi non abbiamo voce in capitolo sulla nostra realtà, sulla nostra storia. Con chi impone a noi mitologie create fuori (in Italia) a cui però siamo chiamati ad aderire, salvo poi rimproverarci per averci creduto.
Tipo la faccenda della mitizzazione dei banditi. Chiunque abbia vissuto in Sardegna e conosca i nostri luoghi sa benissimo che i fatti criminali dalle nostre parti non sono mai stati mitizzati. Né i personaggi assurti agli onori delle cronache (italiane e poi di conseguenza sarde) sono mai stati degli idoli locali.
Quando, a Nuoro, in occasione di un qualche arresto di Graziano Mesina, si radunava una folla inneggiante (ma più che altro curiosa), la circostanza era dovuta al fatto che Mesina era un personaggio costruito dai media italiani.
Tutta la mitologia sul banditismo “romantico” e sull’adesione morale omertosa delle comunità sarde (specie dell’interno) alle attività criminali è una costruzione tecnicizzata, del tutto aliena dal reale sentire delle persone, delle famiglie, della nostra gente nel suo complesso.
Così come è un mito tecnicizzato la differenziazione etnica tra genti sarde dell’interno e genti sarde delle pianure e delle coste, o tra Capo di Sopra e Capo di Sotto.
Mitologie tecnicizzate, riprodotte in forma massiccia e pervasiva e interiorizzate prima di tutto dai gruppi sociali istruiti e ottusamente e compulsivamente italofoni (frequentatori adoranti di festival letterari).
Per avere una dimostrazione del disastro rappresentato da questo fenomeno bi-secolare basta andare a leggersi i commenti sui social o in calce agli articoli online. Per una persona sarda istruita, più o meno progressista, che comunque si consideri informata e al passo coi tempi, quello che dice un Saviano (come in questo caso specifico) è legge, è la Verità.
L’ignoranza di noi stessi è un dramma culturale, sociale e politico gigantesco. Molto peggiore, per esempio, della sindrome da “turisti di noi stessi” di cui parla spesso (e non sempre a proposito) Marcello Fois.
Non potremmo istituire una moratoria, di durata ragionevole (tipo dieci anni), per vietare a persone italiane o che comunque non hanno una vera esperienza della vita nell’isola di parlare di Sardegna? Con sanzioni severe per le violazioni, tipo multe salatissime e l’obbligo di residenza effettiva pluriennale in un comune sardo a scelta (nostra) sotto i 10mila abitanti.
A chi pende dalle labbra dei guru italici invece potremmo offrire la possibilità di andarsene dall’isola al seguito dei loro idoli, come suggeriva Piero Marras nel suo capolavoro Uomo bianco:
Uomo bianco venuto dal mare
come tutte le novità
a insegnarci di nuovo a parlare
a portarci la civiltà.
Non vorrei la prendessi un po’ male
Ma rivoglio la mia identità
C’è soltanto una cosa da fare
Ascolta me: “perché non te ne vai ?!?”
Dato che ci siamo Buana
Puoi portarti pure via
Dalla tua isoletta africana
Tutti gli Zio Tom che ti danno retta.
Ma forse per loro la punizione più grande è proprio dover restare in una terra e tra una popolazione che disprezzano, con cui al contempo sentono un legame sentimentale che li confonde e li fa soffrire.
Una punizione severa, che forse basterebbe, se non fosse che molt_ di loro pretendono – ascoltat_ – di dettare la linea a tutta la popolazione sarda, e liquidano come casi limite ed “errori del sistema” coloro che invece hanno un approccio libero, non complessato, e un’aspirazione di emancipazione collettiva.
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