Categorie: politicastoria

Storiografia e ideologia

Riporto, dal sito dello storico Franco Cardini, questo testo, a proposito della relazione pericolosa tra storiografia, ideologia e potere dominante.


 

– DEDICATO AL G 8, IN OMAGGIO –

La continuità storica è tessuta di continue, piccole e grandi (e magari enormi e microscopiche) fratture; e, d’altro canto, è proprio nella discontinuità, anzi nelle vere e proprie lacerazioni, che essa rivela nel suo fondo il tenace “filo” (rosso? Scegliete voi il colore che vi aggrada) della sua continuità. D’altro canto, la dinamica delle ricerche storiche e della riflessione esegetico-gnoseologica sul loro conto ci ha da tempo obbligati a persuaderci che non esiste alcuna “ragione immanente” della storia, alcun suo “senso”, al di fuori delle sue interpretazioni: che il processo storico non è animato da alcun “progresso”, e che quest’ultimo termine è legittimamente impiegabile al puro livello tecnologico, come risultato della somma di scoperte e d’invenzioni, e che è illusorio estenderlo per analogia alle istituzioni politico-giuridiche e alle strutture sociali, a meno di non compiere la manovra – soggettiva se non arbitraria per definizione – di subordinarlo a una qualunque di quelle che fino a pochi anni fa era legittimo definir ideologie e delle quali adesso è divenuto dogma indiscusso o quasi il proclamare la morte (in attesa di una loro resurrezione?).

Un bel libro recente di Georges Corm, L’Europe et le mythe de l’Occident. La construction d’une histoire (La Découverte, 2009), ci offre un’analisi decostruttiva del concetto d’Occidente che, sia pur non senza obiezioni o correzioni in più punti, si presenta comunque come esemplare: l’Occidente (un concetto che per più versi appare come sinonimo di “Modernità”: se non altro perché, a meno di non abbandonarci a un candido determinismo geolessicale, non se ne può far arretrare la “storia” a prima del XVI secolo) è una costruzione astratta e artificiale del pensiero europeo dell’ultimo mezzo millennio, dai primi del Novecento “catturato” e riplasmato negli Stati Uniti d’America; la sua storia “continuista” dall’antica Ellade in poi è un fragile e per molti versi ridicolo escamotage; la sua patetica e ipocrita autoimmagine di portatore di pace, di libertà, di progresso, di “Diritti Umani” è contraddetta da una secolare e ohimè molto concreta e documentata storia di orrori e di violenze; o, se si preferisce una valutazione eufemistica, è storia di un continuo impulso verso il Fare e l’Avere, storia di un prometeismo e di un faustismo cronicizzati e divenuti maniacali, storia di un’ossessiva Volonta di Potenza.

A ben valutare che cosa sia stata la storia dell’Occidente/Modernità negli ultimi secoli e che cosa abbia significato per la storia delle civiltà ospitate in tutto il pianeta, varrebbe la pena di leggere e di chiosare con molta attenzione (e sarebbe un lavoro da fare anzitutto e soprattutto nelle scuole) tre massicce “Enciclopedie della Denunzia”, o, se preferite, “del Disincanto”: La livre noir du colonialisme a cura di Marc Ferro (Laffont-Hachette, 2003 sgg.); Le livre noir de l’humanité a cura di I. W. Charny (Privat, 2001) e Il Libro Nero del capitalismo (Tropea, 2001). Certo, i dati che da questi lavori si ricavano sarebbero tutti da aggiornare. Ad esempio, nel 1997 – l’ultimo anno importante del XX secolo sotto il profilo di rilievi statistici attendibili – si contavano nel mondo 40 milioni tra profughi ed esuli; in quel medesimo anno, i bambini morti per malnutrizione in tutto il mondo furono 6 milioni. Questi vecchi dati, soggetti ad aggiornamento, rivelerebbero un’ impennata del loro aggravarsi negli ultimi anni. Come si dice: la marcia inarrestabile del progresso. Il Comitato d’Affari dei padroni del mondo, che si riunisce pomposamente ogni anno sotto la denominazione di G8, dovrebbe cominciare i suoi lavori con il doveroso aggiornamento annuo di questi dati: ma ha ben altro cui pensare.

Franco Cardini

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Omar Onnis

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